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gringox
22 Agosto 2013, 10:39

Re: Uno Storico Ritorno: Georgia.
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Pasqua sul Caucaso.


Tutto è pronto per l’ultimo giorno in terra georgiana, il giorno forse più importante e quello che sulla carta dovrebbe essere il più denso di emozioni… oggi è domenica 5 maggio 2013, giorno di Pasqua (ortodossa) – la principale festività sacra dell’anno qui in Georgia, come in tutto il mondo slavo ortodosso. Zvjadi e Georghi hanno calcolato con estrema precisione e in dettaglio la nostra permanenza, in modo da inserirci dentro questa giornata con loro. Loro sono già su in montagna da un paio di giorni per i preparativi. 

Merab di primissima mattina ci raccatta in hotel e ci porta alla stazione delle marshrutke. Qui – con precisione svizzera sorprendente, c’è già la nostra marshrutka coi nostri posti già prenotati. Destinazione: Sioni, Kazbeghi. Si va sul Caucaso! Appena seduti non resisto dalla curiosità di guardare sulla cartina dove siamo diretti: vedo la scritta di quel paesino in mezzo alle curve di livello colorate di marrone scuro e a tratti di bianco… e già inizio ad eccitarmi; si va verso le montagne!

La marshrutka si muove tranquilla (non come quella pazza che ci aveva portati a Sighnaghi); è piena di gente con pacchi, pacchetti e pacchettini, uova colorate, panettoncini pasquali; già qui si respira aria di festa e si percepisce che oggi ci saranno un po’ per tutti grandi abbuffate in famiglia. La strada inizia a salire pian piano già dopo Ananuri (poco più di un’ora da Tbilisi), cominciano le prime serpentine, e sempre di più iniziano a vedersi sui lati le prime cime. 

Improvvisamente la marshrutka rallenta, sembra impantanarsi in una specie di groviglio biancastro che si muove in mezzo alla strada, guardo fuori e non riesco a trattenere il sorriso… un gregge di montoni sta beatamente camminando in mezzo alla strada. Che bella immagine, in un attimo vengo assalito da una forte emozione… Non so perché, ma pur essendo avvezzo a situazioni del genere anche in Ucraina (dove però non sono i montoni, bensì le vacche a barcollare placide in mezzo alle strade – soprattutto in Zakarpattja – e a bloccare il traffico per lunghi minuti), questa immagine risveglia in me sempre la dimensione del “viaggio”, emozionandomi… sarà forse perché quel chè di bucolico appare completamente fuori dalla realtà di un mondo che corre dietro allo sviluppo tecnologico e alla globalizzazione…

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Man mano che si procede la vegetazione si fa più rada, le rocce iniziano a dominare il paesaggio e ogni tanto occorre deglutire la saliva per sbloccare le orecchie, segno che stiamo salendo di quota. Il paesaggio intorno non lascia respiro, in certi punti le curve sono talmente a gomito e strette che la marshrutka appare in difficoltа a superarle; ciò mi ricorda un po’ le strade delle “mie” Dolomiti, il passo Pordoi, il Passo Sella o il Gardena. Certo queste montagne non hanno niente a che vedere con la magnificenza ed unicità delle Dolomiti, qui sembrano più Alpi vere e proprie, la roccia è color antracite, si vedono tanti ghiacciai; sono altresì lontane anni luce pure dai ben noti a me Carpazi dove non esiste roccia ma solo infiniti boschi di conifere. 

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Verso il passo…

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In breve si arriva a Gudauri – siamo già in alto – discreta località sciistica che dicono abbia avuto un buono sviluppo in questi ultimi anni. Si vede ancora tanta neve più in alto; se la stagione sciistica è già finita, lo è sicuramente da poco. Da Gudauri al Passo Jvari la strada diventa impegnativa. Non è più asfaltata, ma diventa sterrata dove ghiaietta e sassi si alternano a lastroni di cemento, e la marshrutka rallenta l’andatura. In prossimità del passo Jvari (2370 m.) si apre un vero e proprio paesaggio lunare: rocce, massi, muschio e, a destra e sinistra per tutto l’altopiano, grandi sprazzi di neve e ghiaccio, che riverberano la luce di un sole di maggio già caldo e potente, e ti costringono a socchiudere gli occhi. Spettacolare! 

Sorprende la mia attenzione il gran traffico di camion e tir che arrancano lenti in entrambe le direzioni; e qui mi diverto a vedere le targhe – sempre stato un mio passatempo del viaggiare in macchina sin da bambino – ce n’è di tutti i Paesi: RUS, GEO, AM, IR, AZ, PL, TR, UA… addirittura gli Iraniani: era parecchio tempo che non vedevo targhe iraniane! E la mia mente pensa all’intreccio di confini e di razze in questo angolo di mondo.

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Sul passo Jvari (2370 m.).

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Dal passo al villaggio di Sioni – la nostra meta – non c’è molta strada. Se si continuasse in questa direzione, oltrepassato Kazbeghi, si arriverebbe al confine con la Russia, oltre il quale si giungerebbe alla città di Vladikavkaz, capitale dell’Ossezia del Nord.

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Al di là del passo Jvari.

Al cartello “Sioni” scendiamo dalla marshrutka. Georghi e Zvjadi sono già qui ad aspettarci con la macchina. Sta per iniziare la festa della Pasqua che trascorreremo con loro nella loro terra natia. Siamo a circa 1700 m. di altezza sul livello del mare; Sioni è un tipico villaggetto georgiano di montagna tranquillo e semplice. Casette quadrate di pietra, per lo più ad un piano con grandi finestre in legno sulle quali all’esterno spesso sono ancorate antenne paraboliche, e tetti di lamiera o di tegoline rosse; le stradine principali sono asfaltate, quelle interne no. All’interno di molti recinti di pietra pascolano mucche o montoni, mentre le gallinelle scorrazzano un po’ ovunque.

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Il paese di Sioni.

Il tempo trascorre all’inizio in modo apparentemente confuso ed ingarbugliato. Facciamo diverse soste nelle case di parenti o conoscenti delle famiglie di Zvjadi e Georghi. Ovunque i preparativi per la festa di Pasqua sono intensi e frenetici; qualcuno, in qualche casa, già ha cominciato a festeggiare e si vedono all’interno dei cortili tavole apparecchiate e gente in piedi tutt’intorno con i calici di vino in mano e pietanze varie sul tavolo. Si sente qualcuno brindare con voce stentorea e il brusio di risposta degli altri partecipanti al convivio. Ovunque, nelle case dove entriamo, veniamo omaggiati con qualche dono mangereccio o “bevereccio”.

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La signora prepara con delicatezza i kinkhali.

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Nella tradizione dei Davidishvili (questo è il cognome di Zvjadi – “shvili” in georgiano è il suffisso che indica “figlio di…”; dunque in questo caso “figlio di David”), ogni anno un membro della famiglia si occupa della preparazione della birra per la festa pasquale da offrire in dono a tutto il parentado, e quest’anno è proprio il suo turno. Curiosa questa usanza: non vino, come ci si aspetterebbe in Georgia, bensì birra. Ma come poi mi spiega lo stesso Zvjadi la birra è per certi versi una bevanda tradizionale di queste montagne dove si continua a coltivare il luppolo. E in effetti, dopo averla provata, devo riconoscerne la fragranza e l’aroma.

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La cisterna dove viene conservata la birra.

Dopo un primo “aperitivo” pasquale facciamo una breve escursione alla piccola chiesetta di Sioni (dell’VIII sec. d.C.), sul cucuzzolo della montagna, che sovrasta e domina il villaggio. Il prete non ci fa avvicinare perché a quanto riusciamo a percepire non abbiamo l’abbigliamento adatto… da qui il panorama è bellissimo.

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Abbiamo abbondantemente superato mezzogiorno e i primi crampetti allo stomaco per la fame si fanno sentire, dopo le degustazioni di vino e birra, ma a quanto pare non è ancora ora di mettere le gambe sotto il tavolo. Dopo la chiesetta i ragazzi decidono di scarrozzarci al paese di Kazbeghi (pochi chilometri dopo Sioni) che si trova alle pendici della montagna più alta di Georgia, il monte Kazbeghi, affinchè possiamo godere della meravigliosa vista del monte Kazbeghi e – questo vele per me – sobillare in me il desiderio di tornare da queste parti in un prossimo futuro per mettermi in marcia con loro verso la vetta di quella montagna... Davvero spettacolare! E come tutte le vette così alte e così vicine a Dio, anche quella del Kazbeghi è spesso avvolta nelle nuvole… Vedo gli occhi di Georghi luccicare mentre parla della “sua” montagna e percepisco il grande rispetto e la profonda ammirazione di questa gente verso questi giganti della natura.

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Il monte Kazbeghi, la cima avvolta nella nuvole (m. 5047).

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La montagna che sta di fronte al Kazbeghi.

Quando ormai lo stomaco sembra rassegnato a saziarsi solo aria di montagna e di emozioni, giunge l’atteso momento del banchetto pasquale. Rientrati da Kazbeghi giungiamo a casa di Zvjadi. Egli ci fa accomodare nella grande sala della casa della sua famiglia, dove la tavola è già imbandita alla grande e poco alla volta si siedono tutti gli ospiti: gli uomini da una parte e le donne dall’altra, rigorosamente separati. Unica eccezione è la mia mogliettina alla quale, in quanto ospite, è concesso di sedere a fianco a me insieme agli uomini. Inizia dunque ufficialmente la festa della Pasqua e la relativa grande mangiata pasquale! In queste occasioni emerge dirompente il senso della famiglia anche nella sua più primitiva accezione, fatta di gesti e simbologia che trovano origine nella notte dei tempi. I “tost” che vengono pronunciati dal tamadà – in questa occasione proprio il caro Zvjadi – riecheggiano veementi e riempiono la sala e i partecipanti di un’aura mistica. Sarà il tono di voce deciso, sarà la lingua, incomprensibile a me, ma dal suono fortemente gutturale, sta di fatto che questi brindisi a tratti mi fanno venire i brividi. Si brinda alla famiglia, ai parenti, ai morti, alle nuove generazioni appena nate, a quelle che devono ancora nascere, all’amicizia, all’ospitalità… un “tost” viene dedicato a noi. In quel momento sento un groviglio di occhi che mi puntano e mi squadrano: penso – per fortuna siamo in casa di amici, altrimenti chissà che fine avrei potuto fare… dopo aver ingurgitato diversi bicchieri di birra (dopo il brindisi il bicchiere va bevuto tutto alla goccia, non come la buona tradizione italica che vede nel sorseggiamento il godimento del bere vino), sento la responsabilità di dover dire la mia a questa famiglia che ha dato a noi questa meravigliosa ed indimenticabile opportunità. Mi alzo e senza troppo pensare esprimo con voce stentorea e pastosa il mio pensiero di ringraziamento davanti a tutti non nascondendo un velo d’emozione.
Tra una portata e l’altra Zvijadi, seduto di fronte a me, e dopo ogni bevuta sempre più brillo, mi chiede come procede e come mi sento, e se nessuno mi stia mancando di rispetto. Questa del rispetto per l’ospite è proprio un’ossessione, per di più appesantita dall’effetto dell’alcol che la rende ancor più oppressiva. Chi mai potrebbe mancarmi di rispetto in un’occasione del genere?

In generale è bello vedere questo quadro di famiglia allargata. Ognuno di questi personaggi vive la propria vita, lontani uno dall’altro, in diverse città, da soli o insieme alle proprie famiglie; fanno i lavori più diversi e conducono chissà che vite… ma una volta all’anno si impegnano a tornare qui, su questi monti, per presenziare alla festa della Pasqua e quindi intorno a queste tavole raccontarsi aneddoti, storie ed evoluzioni delle proprie vite. Ci sono i vecchi, i padri di famiglia, ci sono i giovani, i nipoti, i piccolini, i pronipoti e via così e tutti Davidishvili. 

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La tavola imbandita: si notano gli antipasti vari (melanzane farcite, oliv’jè, trota, involtini di pane con formaggio, uova colorate, verdurine miste, lavash, ecc…)

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Zvijadi si appresta a pronunciare un “tost”.

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Una delle portate calde…

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Purtroppo non possiamo permetterci di proseguire nei festeggiamenti fino a sera, fino a notte e fino a domani, lunedì dell’Angelo. La tradizione prevede che l’abbuffata vada avanti prima con i kinkhali (mi dice Zvjadi che ne hanno preparati addirittura 500!) e il giorno dopo con la carne di maiale e quintalate di shashlyk… tra una mangiata e bevuta e l’altra mi pare di capire che i festeggiamenti pasquali vanno ben oltre la domenica e il lunedì dell’Angelo! Peccato davvero, ma dobbiamo rientrare a Tbilisi; domani la marshrutka per Kutaisi e il volo di ritorno a Kiev. 

Zvijadi ci accompagna con un suo cugino alla fermata della marshrutka, sulla strada statale, o meglio è il cugino che si mette al volante poiché Zvjadi è già parecchio alticcio. Il cugino non ha bevuto. Ma non perché sia astemio, ma per controllare che il tamadà non manchi di rispetto agli ospiti nei suoi discorsi e nei suoi gesti man mano che sale il livello dell’alcol in corpo e che quindi la testa è più soggetta a pensieri ed azioni non consone e potenzialmente offensive nei confronti dell’ospite o degli altri famigliari. Cosa questa che comporterebbe un grande disonore e sarebbe fonte di vergogna davanti a tutto il parentado.
Arriva anche Georghi, che era a banchettare con la sua famiglia in un’altra casa.

All’arrivo della marshrutka un lungo, forte e sincero abbraccio è l’ultimo saluto a questi ragazzi, a questi amici ritrovati, grazie ai quali in questi pochi giorni ho potuto meglio comprendere e vivere questo davvero unico Paese. Ci lasciamo con la consapevolezza che questa volta non ci dimenticheremo più così a lungo gli uni degli altri, e con la promessa di rivedersi al più presto. In fondo adesso la Georgia è più vicina…


Gringox


