tutti gli anni sempre la solita storia
Russia e Ucraina di nuovo ai ferri corti per l'ormai storico contenzioso sulle forniture di gas. E l'Europa, e con essa l'Italia, fanno di nuovo i conti con un pericoloso copione che alla porte dell'inverno ripropone il rischio di un'interruzione, magari a singhiozzo ma comunque foriera di problemi, del transito in Ucraina del metano destinato ai paesi della Ue.
Allarme per gli altri Paesi dell'Unione. Allarme rosso per l'Italia, sull'onda delle profetiche avvisaglie riproposte ieri dal capo dell'Eni Paolo Scaroni: solo se l'evoluzione dello scenario in Libia volgerà per il meglio il gasdotto Greenstream che consente al nostro Paese di importare circa 8 miliardi di metri cubi di metano l'anno, ovvero il 10% del nostro fabbisogno, potrà essere riattivato attorno alla metà di ottobre.
Obiettivo «ambizioso» – ha precisato ieri Scaroni in Trentino durante i lavori di VeDrò, il think tank promosso da Enrico Letta – ma «tecnicamente fattibile», anche se andrà prima verificato non tanto lo stato dei pozzi partecipati dall'Eni in Libia, che pare siano riattivabili in pochi giorni, ma semmai le condizioni delle infrastrutture di immissione del metano nel sito costiero di Mellitah.
Saremo in ogni caso in "zona Cesarini" per garantirci un inverno al sicuro. Ma ce la dovremmo fare, grazie ad una spinta al riempimento degli stoccaggi che è già in atto e che dovrà fare da piattaforma operativa al copioso import fisiologico nella stagione fredda.
«Potremmo anche fare a meno di Greenstream per tutto il prossimo inverno, ma saremo pericolosamente al limite: basterà un altro qualunque incidente su un'altra direttrice di import e saranno guai» avvertiva Scaroni solo una settimana fa. Ed ecco palesarsi il primo dei due possibili intoppi supplementari: quello, appunto, dalla direttrice ucraina, che vale circa un terzo dei nostri approvvigionamenti. Mentre non va affatto escluso un guaio anche sul fonte opposto, che vale quantità equivalenti: quello del gas importato dall'Algeria attraverso il gasdotto Transmed.
Prima di sfociare da noi Transmed attraversa il delicato territorio tunisino. Nel luglio scorso un paio di sabotaggi hanno già allarmato e si incrociano le dita per i surriscaldamenti che potrebbero nascere dalle elezioni per la nuova assemblea costituente previste per il 23 ottobre.
Intanto sulla direttrice nord il copione si ripete con poche varianti. L'Ucraina vuole rinegoziare ai ribasso il prezzo delle forniture di gas russo e intanto prova a tagliare gli ordinativi invernali. Di ben un terzo, questa volta. Mosca fa muro sul prezzo e chiede comunque di onorare integralmente il pagamento delle quantità pre-concordate, visto che anche per gli ucraini come per noi vale lo schema dei contratti take or pay comunque rinegoziabili (come peraltro stiamo facendo noi) ma con trattative lunghe e complesse.
L'Ucraina studia misure strutturali. Alcune aleatorie, come una campagna per aumentare l'efficienza energetica e diminuire così il fabbisogno. Altre più concrete, come un piano per l'estrazione nazionale di gas già avviato con un accordo industriale appena stretto con la Shell. Con ipotetici risultati futuri che non decongestionano certo il contingente. Tant'è che per ammorbidire il contenzioso russo il premier ucraino Nikolaj Azarov ha annunciato proprio ieri il ricorso alla Corte arbitrale internazionale.
Negli scorsi anni l'esito del braccio di ferro ci ha creato non pochi guai. La Russia ha serrato i rubinetti con l'Ucraina condizionandone l'apertura al pagamento integrale delle fatture. Gli ucraini avrebbero prelevato gas intercettandolo dalle condotte verso l'Europa. E i russi si sono detti costretti a rallentare tutti i flussi.
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