IVA, un dilemma: favorire i consumi o gli investimenti?
MOSCA. Il programma economico a medio termine del governo russo, recentemente approvato, include la proposta di tagliare l’IVA dall’attuale 18% al 13% entro il 2009.
Dati i sostenuti prezzi petroliferi, i larghi attivi di bilancio e i tassi di crescita del Pil che hanno iniziato a rallentare, pur mantenendosi molto alti rispetto ad un’Europa in stagnazione, non è difficile capire perché l’esecutivo abbia oggi molto a cuore un’ulteriore riduzione della pressione fiscale.
Anche se molti, nel governo, vedono i tagli fiscali come via per alimentare la crescita economica, e la comunità d’affari non si opporrà senz’altro ai medesimi, in realtà, qualora si optasse realmente per una riduzione dell’imposta sul valore aggiunto, occorrerà considerare con molta attenzione i passi da intraprendere per impedire che tale mossa si limiti semplicemente ad alimentare inflazione ed importazioni, minacciando la competitività locale.
Appare perciò opportuna una politica particolarmente prudente nel modificare l’esistente regime sull’IVA, e non è da escludere a priori un limitato aggiustamento della stessa e, contemporaneamente, prevedere la riduzione della pressione fiscale in generale sugli investimenti, considerando la congiuntura odierna del sistema-paese in Russia: boom dei consumi ma crescita ancora contenuta degli investimenti.
A suggerire cautela su tagli fiscali permanenti, sono anche la costante crescita della spesa pubblica e l’incertezza che in futuro prezzi del greggio così elevati possano essere ancora sostenibili; e perciò verrebbe da suggerire che forse l’IVA non è, al momento, l’imposta giusta da tagliare.
Una sua riduzione così evidente, stimolerebbe infatti ulteriormente i consumi, già altissimi, che allo stesso tempo convivono con evidenti difficoltà della crescita della produzione industriale a tenere il passo degli stessi; i dubbi sulla capacità dei produttori russi di rispondere ad ulteriori aumenti della domanda appaiono pertanto legittimi. Con, in sostanza, la grande probabilità che l’effetto maggiore di questa grande manovra sull’IVA si traduca nella crescita delle importazioni e della pressione inflazionistica.
Come anticipato, in Russia avrebbe attualmente più senso tagliare le tasse come misura per stimolare gli investimenti piuttosto che i consumi; il governo potrebbe prendere in considerazione un’ulteriore riduzione dell’imposta sui profitti d’impresa, o comunque prevedere formule di sconto al suo interno; il tutto, naturalmente, in modo accorto per minimizzare le opportunità di evasione.
Un’economia come quella russa, così dipendente dai settori delle risorse naturali, tende poi a trarre maggiore beneficio affidandosi maggiormente alle tasse indirette come l’IVA, piuttosto che a quelle dirette sul capitale e sul lavoro: mentre la prima si applica a tutti i beni ed i servizi venduti nel paese, destinatari delle seconde sono soltanto i produttori domestici. Per questo quando si dice che una pressione fiscale inferiore può in qualche modo compensare l’apprezzamento del rublo, non pare proprio che questo sia il caso dell’IVA, il cui abbattimento si limiterà a rendere più a buon mercato beni e prodotti, importati così come realizzati localmente; al contrario, la riduzione della tassazione diretta riduce i costi del produttore nazionale nei confronti di quello straniero.
In un certo senso si può anche affermare che l’IVA sia un’imposta relativamente “buona” per la Russia, dal momento che rappresenta la più importante fonte per le entrate del governo che non sia altamente sensibile alle fluttuazioni nei prezzi degli idrocarburi; ancora, l’IVA non distorce i mercati né gli incentivi nel modo che le imposte su lavoro e capitali possono al contrario fare: in base all’imposta sul valore aggiunto, non importa quale tipo di produzione viene impiegata per la manifattura di un bene, com’è organizzata la catena distributiva e quante volte venga scambiato tra grossisti e dettaglianti, oppure il luogo in cui l’articolo è stato prodotto.
Il tasso cronicamente basso degli investimenti, specialmente diretti, nell’economia russa in rapporto al Pil costituisce un’ulteriore e forte ragione per convincerci che qualsiasi cambiamento nell’odierno sistema fiscale debba essere mirato a stimolare la formazione del capitale piuttosto che il consumo; la necessità, per la Russia, di modernizzare i suoi asset produttivi, in buona parte obsoleti, non può infatti essere più posposta: si convinca, l’esecutivo russo, che il suo fisco deve favorire l’attrazione di ulteriori capitali.
(da uomini e imprese)












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