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Mafia e politica! Un binomio ancora vivo
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Messaggio Mafia e politica! Un binomio ancora vivo 
 
Palermo: la città  diserta l'incontro al "Biondo" tra aziende e magistratura. Solo le prime file si riempiono, ma non di politici. In scena la rivolta anti-racket ma la platea resta deserta. Gli industriali venuti dalle nove province non erano più quaranta. Non si presenta neppure Cuffaro
di ATTILIO BOLZONI

Palermo, il teatro "Biondo" semivuoto
 
PALERMO - Quando si parla di "pizzo" Palermo si volta sempre dall'altra parte. Si nasconde, fa finta di non sentire. Scappa. Dovevate esserci ieri mattina in quel bellissimo teatro dei primi Novecento che è il "Biondo", proprio davanti al mercato della Vucciria. Dovevate esserci per scoprire da vicino che cosa è ancora oggi la mafia, in questa Sicilia che sembra tornata ventre molle. C'era un convegno sul racket, voluto per la prima volta dagli industriali e dai magistrati insieme. Il teatro era deserto.

Nelle prime due file le "autorità ", prefetto, questore, comandante dei carabinieri, procuratore generale, qualche sindacalista. Ma tutte le altre poltrone erano vuote. Neanche i rappresentanti dei commercianti palermitani sono passati al "Biondo", nemmeno per un saluto o solo per salvare la faccia.

Ecco com'è rimasta o (secondo alcuni) com'è riapparsa la città  dove di "pizzo" si vive e si sopravvive, una Palermo che è stata avvolta da una mafia silenziosa, stretta in una morsa di omertà , prigioniera della sua paura. Disertato in massa il raduno contro le estorsioni, organizzato con tanta buona volontà  dai vertici di Sicindustria e dall'Associazione nazionale magistrati. Ignorato da quegli uomini politici che nei giorni scorsi si erano esibiti in acrobatiche mosse per proteggere "l'onore" dell'isola, snobbato dallo stesso governatore Totò Cuffaro che aveva accusato di "sciaccallaggio mediatico ai danni dell'intero sistema produttivo siciliano" un reportage di Rai3 sul crimine.

Non c'era praticamente nessuno al convegno dove imprenditori e magistrati ragionavano sul "pizzo", su quella tassa che non dà  scampo a bottegai e costruttori in ogni marciapiedi e in ogni borgata di Palermo. Una trentina o al massimo una quarantina gli industriali venuti dalle nove province della Sicilia, e quasi tutti loro ricoprivano cariche in Sicindustria. Una trentina o una quarantina su 25mila sparsi in ogni angolo dell'isola. E sui 300mila commercianti siciliani, ce n'era uno solo al teatro "Biondo". Non c'era un artigiano, neppure un loro delegato di categoria, un portavoce qualunque che facesse anche solo "presenza" nell'assemblea pubblica sul racket presentata dall'inedita accoppiata magistratura-Sicindustria.

Prima fila a sinistra, in ordine: il prefetto Giosuè Marino, il questore Giuseppe Caruso, il colonnello dei carabinieri Vittorio Tomasone, il comandante della Finanza Nunzio Ferla, il presidente degli industriali siciliani Giuseppe Costanzo e pochi altri ancora. Prima a fila a destra: il sostituto procuratore Massimo Russo, altri sei magistrati, il vicepresidente della Confindustria con delega al Mezzogiorno Ettore Artioli, il commerciante siracusano vittima del racket Bruno Piazzese e qualche poliziotto delle scorte.

Seconde file occupate a metà , vuote anche lì molte poltrone "riservate". Sul palco: il procuratore nazionale Pierluigi Vigna, il coordinatore delle associazioni antiracket italiane Tano Grasso, il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti, il direttore generale della Confcommercio Luigi Taranto.

Dopo un saluto del sindaco Cammarata, ha preso il via il dibattito tra pochi intimi. Vacante il teatro da mille posti, dall'inizio alla fine dei lavori.

Quando si parla di "pizzo" Palermo è sempre sorda. E intanto paga. Chissà  quanti commercianti - proprio ieri mattina e proprio in quelle stradine intorno al "Biondo" presidiato dai poliziotti che sorvegliavano i partecipanti al convegno - stavano versando il loro obolo in via Bandiera, in via Napoli, in via Bari, tutte le strade al di qua della Vucciria.

Là  dentro si discuteva in solitudine come combattere il racket, fuori il popolo dei bottegai depositava la "mesata" ai picciotti del rione. Sono i due volti di Palermo dopo la stagione delle stragi, dopo i suoi cadaveri eccellenti e le sue guerre di mafia, le rivolte dei lenzuoli e i Falcone e i Borsellino. Diceva bene però Costantino Garaffa, ex presidente della Confesercenti cittadina e adesso senatore dei Ds, uno dei pochi che al teatro c'erano: "Cerco di vedere il lato positivo, la Sicindustria che organizzato l'incontro. Se 13 anni fa la Sicindustria fosse stata dalla parte di Libero Grassi, probabilmente Libero non l'avrebbero ucciso".

Palermo che cambia, Palermo che resta sempre la stessa. Tredici anni fa Libero Grassi era isolato, il presidente degli industriali di allora lo schernì e ai suoi colleghi consigliò di accettare il ricatto, "perchè se paghiamo tutti, paghiamo meno". àˆ passato tanto tempo e per fortuna altri sono i rappresentanti degli industriali anche qui. "àˆ già  importante avere questa iniziativa", sospira il prefetto di Palermo Giosuè Marino.

E Tano Grasso, ex commerciante di scarpe, il leader della ribellione dei negozianti di Capo d'Orlando che sconfisse il racket: "Il pizzo è qualcosa che scopre il nervo, è qualcosa che ad ognuno fa fare i conti con la propria coscienza, non è come subire un reato qualunque". E anche Palermo non è una città  qualunque. E Cosa Nostra non è una mafia qualunque.

In fondo, c'era da aspettarselo che quel bellissimo teatro ieri mattina restasse vuoto.

da La Repubblica (22 gennaio 2005)
 




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Rodofetto Invia Messaggio Privato ICQ MSN Live Skype
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Postare un articolo del genere ti fa onore! Forse ti chiederai perche ma io ti faccio i miei complimenti.  
 



 
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[quote:2a98ebb47f="EYES"]Postare un articolo del genere ti fa onore! Forse ti chiederai perche ma io ti faccio i miei complimenti.  :!:[/quote:2a98ebb47f]

Infatti mi chiedo "perchè?"
La lotta contro le ingiustizie è da sempre il mio principale obiettivo che perseguo ovunque e non ho mai avuto paura nè reticenza di alcun tipo, quindi considero normale tutto questo. Ma di questo parleremo magari quando ci conosceremo di persona. Vorrei dunque capire perchè secondo te mi fa onore.

Un abbraccio

Rodofetto
 




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Rodofetto Invia Messaggio Privato ICQ MSN Live Skype
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Ciao Rodofeto ,

Dimmi , essendo tu siciliano , perchè si parla poco della mafia da qualche anno , sembra che sia scomparsa ?

 Lenin  
 



 
lenin Invia Messaggio Privato
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[quote:e4002af322="Rodofetto"][quote:e4002af322="EYES"]Postare un articolo del genere ti fa onore! Forse ti chiederai perche ma io ti faccio i miei complimenti.  :!:[/quote:e4002af322]

Infatti mi chiedo "perchè?"
La lotta contro le ingiustizie è da sempre il mio principale obiettivo che perseguo ovunque e non ho mai avuto paura nè reticenza di alcun tipo, quindi considero normale tutto questo. Ma di questo parleremo magari quando ci conosceremo di persona. Vorrei dunque capire perchè secondo te mi fa onore.

Un abbraccio

Rodofetto[/quote:e4002af322]

Il motivo l'hai intuito. Nessuna reticenza da parte tua e obbiettività  nel giudizio.( ogni tanto.... ). Hai descritto una situazione angosciante della tua Terra, senza nasconderti dietro un dito come fanno invece tanti altri quando devono parlare dei problemi della loro Regione o città .( Di solito si cerca di dire che tutto è uguale che non ci sono differenze...si minimizza i propri problemi e si guarda ai problemi degli altri). ;-)
 



 
eyes Invia Messaggio Privato
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Be la mafia in Sicilia ancora esiste e resiste. Tuttavia io mi dissocio da quanti sostengono che la Sicilia stia tornando alla condizione precedente alle stragi. Si è percorsa molta strada in tutti i settori e la mafia, tra alti e bassi, è continuamente sotto assedio e ha ricevuto colpi micidiali. Non credo si ritornerà  mai più al periodo quando i latitanti camminavano tranquilli per strada e l'impunità  era la regola. Anche molte commistioni tra mafia e politica (che avvengono ancora) sono diminuite o non è facile commetterle come prima. L'attenzione dell'opinione pubblica è molto presente. Certo appalti, traffici, estorsioni e altro esistono ancora e in alcuni momenti riprendono vigore mentre in altri sono un pò in difficoltà  per l'azione delle forze dell'ordine, etc... Comunque la presenza dello Stato i cittadini l'avvertono, forse non ancora abbastanza ma in qualche maniera non ci si sente completamente abbandonati. Dirò di più. La sensazione è che sia la mafia sotto assedio e non la società  civile, come invece era prima del 92.
Riguardo il raket, quello è forse uno dei fronti dove storicamente si sono fatti pochi passi avanti. Credo che per dare un colpo vitale alla mafia sia invece un'obiettivo prioritario. Al momento attuale la mafia, proprio perchè per la prima volta nella storia attaccata dallo Stato, ha ridimensionato le sue attività  e abbandonato molti grandi affari per ritornare alle estorsioni, più facili e sicure. E' un settore nicchia che da certezza alle cosche. Bisognerebbe colpirla proprio su questo fronte anche perchè sarebbe un colpo mortale. Farlo significherebbe smantellare il controllo del territorio e affermare definitivamente la presenza dello Stato. Il problema è che per questo salto di qualità  occorrono capitali e investimenti consistenti. Il mio timore è che i successi già  ottenuti e che si ottengono contro i latitanti e i grandi traffici appaghino abbastanza lo Stato piuttosto che andare avanti aprendo un fronte ben più difficile e impegnativo!!!
Riguardo l'ormai tiepida partecipazione alle manifestazioni antimafia la considero fisiologica  (ovviamente non mi riferisco alla scarsa partecipazione dei commercianti alla lotta antiraket che è sempre stato un problema). Dopo anni di iperpartecipazione dei cittadini siciliani a ogni genere di iniziativa per testimoniare e fare sentire la voce dell'opinione pubblica è giusto che si torni a una vita civile e politica "normale", in cui si giudicano e commentanto i risultati della lotta alla mafia senza bisogno di scendere ogni giorno in piazza.
Ho letto anche un riferimento alla trasmissione di rai 3 che ha scatenato polemiche. Ovviamente chi alla regione Sicilia ha il carbone bagnato si è risentito, a cominciare dal presidente!!! Tuttavia confesso che anche a me, che scheletri nell'armadio non ne ho, non è piaciuta molto. Ma non solo quella sulla mafia. Anche una trasmissione sulla Russia l'altro giorno non mi ha convinto e altre ancora prima. Hanno denunciato cose verissime ma raccontate e descritte con toni sensazionalistici per suscitare scandalo e indignazione. In poche parole non ho apprezzato lo stile professionale mentre non avevo molto da obiettare sugli episodi denunciati.
Ecco tutto.
Ciao a tutti dalla Sicilia.
 




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Giuro a Dio, di non tradire ciò che riguarda il tribunale dei Beati Paoli; e se una parola mi sfuggirà , che sia spaccato il mio cuore e che il mio teschio biancheggi su questo altare, come quello che tocco, che è di un traditore

Russia
 
Coriolano della Floresta Invia Messaggio Privato
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[quote:0a628a6c54="lenin"]Ciao Rodofeto ,

Dimmi , essendo tu siciliano , perchè si parla poco della mafia da qualche anno , sembra che sia scomparsa ?

 Lenin  :-D[/quote:0a628a6c54]

Beh, Lenin, tu sai a chi dovrebbe essere chiesto o no?

Poi basta vedere quanti sono gli inquisiti per mafia in politica alla Regione Sicilia!!!!!!!!! Compreso il principale disertore di questo incontro al teatro Biondo!!!!
Ma ora tutti diranno che sono il solito comunista, anche quelli che in Sicilia non hanno mai messo un piede. Io ci vivo quasi da 37 anni e credimi il potere della mafia è ancora molto forte. Alcune delle cose che dice Coriolano sono vere, ma il controllo del territorio è molto forte da parte della mafia e negli ultimi anni, chissà  come mai?      , tanti mafiosi, più o meno piccoli, sono usciti dal carcere. Nelle strade della città  ci sono cose che non vedevo più da circa dieci anni (Corioluccio su questo credo che tu ti sbagli, e la società  civile non è poi così forte, come lo stato del resto), soprattutto in quei quartieri, come quello in cui vivo io, dove la mafia è sempre stata di casa. Il problema del pizzo non è un problema di poco conto, perchè la sua densità  è il segno del controllo del territorio.
Perchè si parla così poco della mafia? Ma perchè c'è stato un nuovo patto politico, e i patti politici sono taciti e latenti, li respiri nell'aria anche se non hai le prove per dimostrarli, ma per capire bisogna respirare questa aria.

Un abbraccio

Rodofetto
 




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Rodofetto Invia Messaggio Privato ICQ MSN Live Skype
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Sul tema mafia mi e' arrivata la mail di un amico:

[b:5fe6953dd6]Avvertenza: questa mail potra' risultare quasi certamente noiosa e a qualcuno faziosa[/b:5fe6953dd6], ma vuole portare alla luce alcune situazioni poco chiare che sono state sottolineate solo da alcune testate e delle quali non si e' fatta la benche' minima menzione su altre. E non mi riferisco solo alla carta stampata, ma soprattutto alle notizie dei telegiornali.
 
Sabato sera e' andata in onda su Raitre un'inchiesta della trasmissione "Report" sulla situazione attuale della Sicilia in tema di mafia. Ne e' venuto fuori un quadro scoraggiante, dal quale e' emerso come sia a tutt'oggi problematico divincolarsi da Cosa Nostra per gli imprenditori che decidano di investire in quella regione.
Sugli autori dell'inchiesta si e' scatenata l'ira del presidente della regione Sicilia Cuffaro e, cosa ben piu' grave secondo me, del direttore generale della Rai Flavio Cattaneo che e' arrivato ad organizzare in fretta e furia una trasmissione "riparatrice" per sconfessare in pratica quanto dedotto da "Report".
 
Questo per quanto riguarda i fatti. Ognuno, se ne ha voglia, tragga le proprie conclusioni; io vedo nella vicenda una sospetta oscurita'.
Forse e' normale che il presidente di una regione cerchi di difendere a spada tratta i suoi luoghi ed il proprio operato; tutto cio' puo' essere considerato umano, se non fosse che Cuffaro (Forza Italia) e' tuttora indagato con l'accusa di favoreggiamento alla mafia (toh..) e di cio' dovra' rispondere davanti ad un tribunale (presieduto senz'altro da toghe rosse nel caso lo dovesse riconoscere colpevole..). Egli sostiene che le cosche siano ormai un problema marginale e in chiara diminuzione, tacciando chi non gli crede di voler dipingere la sua regione secondo vetusti luoghi comuni; io, come tanti altri, vorrei una Sicilia libera da quella piaga ma me lo voglio sentir dire da un siciliano di provata onesta' e non da uno di possibile collusione, che quantomeno non e' nella situazione di poter dire nulla in proposito, neanche con una smisurata faccia tosta. Mi piacerebbe che in tivu' magari lo dicesse don Puglisi che la mafia e' sconfitta, peccato che non possa piu'.
Pensate a una persona che si trovi a seguire la famosa puntata "riparatrice" (che immagino pilotata ad arte) senza conoscerne i retroscena. Secondo voi le conclusioni che ne puo' ricavare sarebbero aderenti alla realta'?
La stessa trasmissione ("Report") denuncio' un paio d'anni fa clamorosi disservizi delle Ferrovie dello Stato, avvalendosi della testimonianza di due macchinisti liguri. Risultato: entrambi hanno perso il posto, licenziati in tronco malgrado sia stato provato che l'inchiesta era assolutamente attendibile e veritiera, e le Ferrovie continuano bellamente a tagliare le spese sulla sicurezza a scapito dei viaggiatori (lo scontro di Crevalcore docet).
Per par condicio, una cosa analoga al servizio sulla mafia era capitata alla trasmissione "Ballarò", attaccata duramente dal sindaco di Napoli Jervolino (centrosinistra) per un servizio sul degrado del quartiere Scampia, descritto come totalmente in mano alla camorra. Purtroppo per il sindaco, l'escalation a base di quotidiane stragi e omicidi l'ha costretta a porgere le scuse, non potendo negare l'evidenza. Ma se un telegiornale non puo' glissare su tre morti ammazzati lo puo' fare benissimo su una minaccia per un pizzo non pagato: ecco perche' Cuffaro puo' condizionare l'opinione pubblica e continuare imperterrito per la sua strada. Quanto a Cattaneo trovo strano il fatto che un direttore non pensi prima a raccogliere elementi per difendere (nel caso lo meritino) i suoi dipendenti che a sbugiardarli in quattro e quattr'otto. Lo ha fatto per PARTITO preso?  
 
Tutta questa disquisizione era solo per denunciare che i mezzi di informazione in Italia non sono (piu'?) affidabili: ogni volta che sentite o leggete qualcosa fate lo sforzo di pensare anche a chi sta dicendo o scrivendo quella cosa, e poi createvi il vostro sereno giudizio, di qualunque tipo esso sia. [b:5fe6953dd6]Ma che sia il vostro. [/b:5fe6953dd6]
 



 
gelpino Invia Messaggio Privato HomePage
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Gelpino, sono TOTALMENTE IN ACCORDO CON TE e appoggio con forza la tua analisi e le tue conclusioni.

Nei prossimi giorni posterò qualcosa di interessante in tema di mafia.

Un abbraccio

Rodofetto
 




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Rodofetto Invia Messaggio Privato ICQ MSN Live Skype
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[i:82cee15ccd]Come diceva giustamente Gelpino, Cuffaro, come tanti altri, anche fra i politici, "sostiene che le cosche siano ormai un problema marginale e in chiara diminuzione, tacciando chi non gli crede di voler dipingere la sua regione secondo vetusti luoghi comuni".

Spesso la raccolta di stereotipi e pregiudizi sulla mafia è molto latente nei messaggi che vengono forniti all'opinione pubblica. Per questo insisto che bisognerebbe un pò vivere in Sicilia, o in Campania e Calabria e Puglia, per potere capire bene il fenomeno che si ha di fronte. Oltre che per motivi di studio, io abito in Sicilia, terra in cui sono nato, da sempre, e credo di parlare con estrema conoscenza del territorio e del fenomeno nella sua complessità .
[/i:82cee15ccd]

[b:82cee15ccd]Ma a questo proposito, ecco cosa dice uno dei più insigni studiosi della mafia siciliana:[/b:82cee15ccd]

Presentiamo una rassegna degli stereotipi più diffusi sulla mafia:

1. Recrudescenza, emergenza e dintorni. Uno dei termini maggiormente in uso, soprattutto sulla stampa e alla televisione, è quello di "recrudescenza" del fenomeno mafioso, impiegato ogniqualvolta, sempre più spesso, c'è un delitto addebitabile alla mafia o ad altre forme di criminalità  organizzata assimilabili alla mafia (in particolare la 'ndrangheta calabrese, la camorra campana, la criminalità  organizzata pugliese). Se i delitti superano un certo numero, ovviamente imprecisato, si parla di "emergenza".

Sembrano termini innocui, ma in realtà  essi sottintendono una visione riduttiva e fuorviante, secondo cui la mafia esiste quando spara. Essa sarebbe una mera fabbrica di omicidi, che "sospende le attività " tra un omicidio e l'altro. Una visione che potremmo definire di tipo "congiunturale".

La mafia invece è un fenomeno continuativo, strutturale, che svolge molteplici attività  e usa l'omicidio secondo una logica di "violenza programmata".

Anche l'espressione "guerra di mafia" è usata ad effetto, in pratica per qualsiasi delitto all'interno degli ambienti criminali. àˆ indubbio che il proliferare dei soggetti e gruppi criminali ha portato in molte situazioni ad una sorta di guerra permanente, ma non si può fare di ogni erba un fascio, inducendo l'immagine, se non l'aspettativa, che mafiosi e affini si distruggono con le loro stesse armi.

2. "Fatti loro". Secondo affermazioni diffusissime "i mafiosi si uccidono tra di loro. Se ti fai i fatti tuoi non ti toccano". La morale che c'è dietro è duplice: gli omicidi dei mafiosi sono come un fatto naturale, che non riguarda il tessuto sociale; il comportamento consigliato è il "farsi i fatti propri", cioè la passività , l'astensione non solo dall'intervenire ma pure dal vedere e sentire.

In seguito alle uccisioni di magistrati, poliziotti, politici, giornalisti ecc. lo stereotipo si è dovuto aggiornare, ma sempre per confermare l'inazione come conformismo di massa: quelli sono del mestiere, cioè sono professionalmente chiamati a occuparsi di mafia. E la moglie di Dalla Chiesa, il portiere della casa del giudice Chinnici, la madre e i due bambini della strage di Pizzolungo? Sono "poveri innocenti che non c'entravano": qui "innocenti" vuol dire "non addetti ai lavori".

La mafia, quando uccide gli "innocenti", è "disumana", aggredisce l'intera "comunità  umana", come se uccidendo un giudice o un giornalista eliminasse un "colpevole" e desse prova di umanità .

3. Dall'Eden al disonore. Si dice: "Una volta la mafia proteggeva i deboli, rispettava i valori tradizionali, non uccideva le donne e i bambini, e neppure i magistrati e gli uomini delle forze dell'ordine, aveva un "codice d'onore"; adesso non c'è più mafia, c'è solo delinquenza". Stereotipo tra i più diffusi, prima circolante come distinzione tra "mafia vecchia" e "mafia nuova", rinfrescato dalle dichiarazioni di Tommaso Buscetta, avallato anche da teorizzazioni colte sulla mafia tradizionale "in competizione per l'onore".

Il primo punto da chiarire riguarda proprio l'onore, che gli antropologi più seri hanno definito un "idioma di stratificazione sociale", per niente astratto, anzi strettamente collegato alle differenze di ricchezza. Pertanto il disinteresse della cosiddetta "mafia tradizionale" per questioni economiche è decisamente fuori bersaglio, perchè anche studiando i "fenomeni premafiosi" è dato riscontrare la funzionalità  economica di pratiche criminose.

C'è da dire poi che i "valori tradizionali" della società  rurale erano usati come maschere delle attività  criminali, perchè la mafia è sempre stata associazione a delinquere e le dichiarazioni di Buscetta sotto tale profilo sono soltanto frottole, come le autodifese di mafiosi americani che parlano di un'antica e rispettabile "tradition", calpestata dalle "nuove leve".

Le trasformazioni della mafia ci sono state, ma non nel senso che prima era "associazione di mutuo soccorso" e adesso, o da qualche tempo, è associazione criminale. Si tratta di modificazioni, aggiornamenti, adattamenti, avvenuti nel tempo per adeguarsi a compiti illegali-legali sempre più complessi e a contesti anch'essi complessificatisi, e sempre nell'ottica che intreccia continuità  e innovazione.

Il conflitto generazionale nei e tra i gruppi mafiosi c'è sempre stato, come lotta per il monopolio territoriale della violenza, dove i gruppi consolidati si presentano come rappresentanti-garanti degli interessi collettivi minacciati e accusano i nuovi di violenze, abusi, prevaricazioni, dimenticando il proprio recente passato. Quanto alle uccisioni di donne e bambini non sono neppure queste delle novità . Non per caso abbiamo dedicato la ricerca sull'omicidio a Palermo, pubblicata nel volume La violenza programmata, ai bambini uccisi dalla mafia: Giuseppe Letizia, ucciso nel 1948 con un'iniezione dal medico-capomafia Michele Navarra, perchè aveva visto Luciano Liggio e altri uccidere il sindacalista Placido Rizzotto; Giuseppina Savoca, uccisa nel 1959 in uno scontro tra mafiosi avvenuto per strada: Paolino Riccobono ucciso nel 1963 perchè rampollo di una famiglia mafiosa; Giuseppe e Salvatore Asta, i gemelli di Trapani uccisi nel 1985 nell'attentato al giudice Palermo; Claudio Domino ucciso nel 1986. Vittime di una violenza che colpisce nel mucchio o mirata.

4. Un fossile subculturale e un prodotto dell'arretratezza. Si tratta di uno stereotipo diffuso soprattutto tra sociologi e insegnanti, secondo cui la mafia è un fenomeno arcaico, un residuo feudale, frutto del sottosviluppo, dell'arretratezza o di una modernizzazione incompiuta.

Nella versione sociologica, dovuta soprattutto al sociologo tedesco Henner Hess, il fenomeno mafioso sarebbe il prodotto del conflitto fra Stato burocratico e agire subculturale, in un contesto dove l'uso della forza non sia monopolio dello Stato. Nell'inefficienza dello Stato, tollerata e incoraggiata a tutti i livelli, il mafioso si pone come unico mediatore fra la subcultura della comunità  e il potere centrale e come istituto di auto-soccorso della comunità  stessa. Non appena lo Stato riesce a fare accettare le proprie norme, diminuendo la necessità  di una intermediazione fra comunità  contadine e Stato, al mafioso resta solo il ruolo di comune delinquente. La mafia sarebbe quindi un relitto della storia, legittimata dalla persistenza di una struttura sociale arcaica. Questo modello non ha colto aspetti fondamentali, come l'interazione tra mafia e istituzioni, la conflittualità  tra movimento contadino e mafia, la duttilità  dimostrata dalla mafia nell'adattarsi a contesti molto diversi da quelli originari, la sua capacità  di integrarsi in società  complesse e coniugare elementi di arretratezza con altri di modernità .

Per quanto riguarda l'uso del termine "subcultura" bisogna tener presente che esso indica o una cultura (in senso antropologico, cioè come complesso di idee, modi di pensare e di essere, linguaggi, stili di vita, comportamenti) specifica di un dato settore o segmento o strato di una società  (una comunità  locale, un'associazione, una categoria professionale, una minoranza etnica, un'azienda ecc.) o la cultura di una comunità  marginale e deviante, come per esempio un'organizzazione malavitosa.

Nel primo significato il termine "subcultura" è troppo generico, nel secondo mal si presta a definire un fenomeno come la mafia, che non è stato e non è un fenomeno marginale, classificabile tra le molteplici forme di devianza dei soggetti emarginati.

In realtà  la mafia è un fenomeno che ha condizionato la vita sociale e i suoi codici comportamentali e le sue attività  intrecciano continuità  e innovazione, mostrano una grande capacità  di adattamento, per cui il termine più adeguato sarebbe quello di "transcultura", intesa come percorso trasversale che raccoglie elementi di varie culture, per cui possono convivere ed alimentarsi funzionalmente aspetti arcaici come la signoria territoriale e aspetti modernissimi come le attività  finanziarie.

5. La mafia antistato. "Mafia e terrorismo sono forme di eversione, attaccano lo Stato democratico". Sono le interpretazioni circolate dopo i grandi delitti mafiosi, dal delitto Dalla Chiesa alle stragi del 1992 e del 1993. La mafia viene considerata come una forma di contropotere criminale, una sorta di antistato, qualcosa di simile al terrorismo eversivo. Si mettono in un unico calderone fenomeni diversissimi.

La mafia è un fenomeno insieme esterno (per il suo carattere di associazione criminale) e interno alle istituzioni (per il suo ruolo politico, le sue funzioni di controllo sociale e per le sue attività  economiche, in parte legate al denaro pubblico). Inoltre, non c'è stato il terrorismo, ma i terrorismi, punito quello "rosso" e impunito quello "nero". La mafia ha qualcosa in comune con quest'ultimo, condividendone la natura di violenza privata di classi dirigenti, e risulta esserci state azioni comuni tra mafiosi e neofascisti, come la strage sul rapido 904 Napoli-Milano del 23 dicembre 1984, con 15 morti e più di 200 feriti, ma la differenza di fondo è data dalla natura strutturale, continuativa e più complessa del fenomeno mafioso, mentre i terrorismi, nella forma italiana, hanno per lo più natura congiunturale, manifestandosi in periodi di particolare tensione, come alla fine degli anni '60 e negli anni '70 e '80.

6. Neosicilianismo e razzismo. Qualche giornale siciliano usa ripetere che la "mafia ormai è un fatto nazionale e internazionale", cogliendo solo una parte della realtà  contemporanea, ignorando che ciò non esclude che rimangono perfettamente in piedi le roccaforti locali, con il proposito più o meno celato di dire "cercate altrove, non qui".

Siamo di fronte a un'ennesima incarnazione del sicilianismo, nel senso che le reazioni del tipo "vogliono criminalizzare la Sicilia", o l'intero Mezzogiorno, sono ancora molto forti.

Una forma in cui si manifesta il sicilianismo e il meridionalismo mafiofilo può essere il collegamento che viene fatto tra mafia e sottosviluppo, inteso come mancanza di prospettive dovuta alla carenza di risorse, per cui si chiede allo Stato di aprire il rubinetto della spesa pubblica. In realtà  la mafia cavalca sia le occasioni offerte dal sottosviluppo che quelle dello sviluppo e il problema del sottosviluppo meridionale non è tanto la quantità  di risorse ma il controllo sulle risorse, come vicende vecchie, recenti e recentissime, a cominciare dai terremoti, dimostrano ampiamente.

Sotterranee o in superficie, permangono nel resto d'Italia visioni secondo cui mafia, camorra e 'ndrangheta sono specialità  regionali; si pensa e si dice, o si pensa e non si dice, che siciliani, calabresi e campani, meridionali in genere "sono fatti così, e non c'è niente da fare", come i sardi sono stati e saranno sempre banditi e sequestratori.

In tale visione non solo non hanno posto le lotte che ci sono state contro la mafia, e non ci si chiede perchè non hanno avuto successo, ma non si considera neppure che se il "continente" offre possibilità  consistenti a soggetti criminali ci deve essere qualche ragione.

Negli Stati Uniti, per avallare la visione del corpo sano aggredito da virus esterni, si è teorizzata l'"alien conspiracy", il complotto straniero, mentre altri, meno nazionalisti e più attenti a studiare la realtà  com'è, hanno parlato del crimine come "american way of life".

7. Lo stereotipo del 2000: la Piovra. Negli ultimi anni il sistema mediale ha mandato in onda un'immagine che si presenta sempre di più con i connotati di stereotipo del 2000: la piovra universale, la mafia-mondo, il Male Assoluto.

Nell'infinito sceneggiato televisivo si confrontano mafiosi onnipresenti e onnipotenti e l'eroe positivo, il commissario Cattani o il suo erede. Abbiamo così uno scontro tra due violenze: quella mafiosa e quella poliziesca, come nelle vecchia filmografia gangsteristica. Lo spettatore "ben nato" farà  ovviamente il "tifo" per il commissario, ma comunque può restare solo a guardare, perchè non c'è spazio per l'azione collettiva. Anzi, si può dire che essa venga esclusa perchè l'immagine finale che consegnano le piovre non stop è quella di un male invincibile, che è ormai penetrato dappertutto. In sintesi: "tutto è mafia" e non c'è niente da fare. E nessuno si sogna di imitare l'eroico protagonista, che sopravvive così a lungo solo per esigenze di copione.

A questa visione di una mafia planetaria non va certo contrapposta la "nostalgia per la buona mafia di un tempo", una specie di "mafia ruspante" contenta del suo orizzonte paesano, che non è mai esistita, ma un'analisi aggiornata del fenomeno mafioso e degli altri fenomeni di criminalità  organizzata in tutte le loro articolazioni, che miri ad individuare gli strumenti e le forme di un'azione non solo repressiva ma soprattutto preventiva che veda impegnati non singoli eroi ma gran parte del corpo sociale.

Fonti: Umberto Santino, Introduzione allo studio del fenomeno mafioso; Amelia Crisantino, Mafia: la fabbrica degli stereotipi, in A. Cavadi (a cura di), A scuola di antimafia, Centro Impastato, Palermo 1994, pp. 15-16, 48-56.
 




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"Tutta questa disquisizione era solo per denunciare che i mezzi di informazione in Italia non sono (piu'?) affidabili: ogni volta che sentite o leggete qualcosa fate lo sforzo di pensare anche a chi sta dicendo o scrivendo quella cosa, e poi createvi il vostro sereno giudizio, di qualunque tipo esso sia. Ma che sia il vostro. "

Beh....questo penso che sia un processo mentale normale.....( esclusi i sub-normali).
Per quanto riguarda invece il resto, il discorso è molto molto relativo. (sto parlando anche di fonti dell'informazione e di quel "piu " che hai aggiunto fra parentesi).
Una persona con capacità  di critica legge e filtra. ( non mutua opinioni altrui).Io ad esempio (non sono l'unico ovviamente) leggo notizie da diverse fonti e soprattutto guardo dal tg3 (a pranzo) al tg 4 (cena). Certi giornali li leggo per informarmi altri per ridere.  Pensate solo allo spirito con il quale si puo guardare una di quelle trasmissioni locali, esempio Antenna 3, dove ci sono pseudo-giornalisti che parlano ( si fa per dire) di calcio. La trasmissione vorrebbe essere seria e vorrebbe essere vista come tale; io invece ( qua invece spero di non essere l'unico) la guardo per ridere come faccio quando leggo certe testate giornalistiche che raccontano frottole e STUDIANO tesi destituite di ogni fondamento o riscontro con la realtà , solo per indottrinare i lettori.( lettori che purtroppo leggono con spirito serio). Ma questa è l'informazione. Fortunatamente ora ne abbiamo di diversi tipi per lo meno per quanto concerne quella televisiva. Quella della carta stampata.......beh è rimasta schierata in blocco ma anche quest'ultima è utile :)
 



 
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TV - Caso «Report», i familiari di Alfano contro la Rai Cattaneo diffidato dal mandare in onda la puntata riparatrice sulla mafia. «àˆ solo strumentalizzazione»

ALFREDO PECORARO
PALERMO

Non è andata in onda e fa già  discutere. La trasmissione «riparatrice» che il direttore generale della Rai Flavio Cattaneo ha promesso a Totò Cuffaro, offeso dall'inchiesta di Report sulla mafia, nasce col piede sbagliato. Il favore politico all'indignato e quasi isolato presidente della Regione siciliana, criticato persino dai suoi stessi colleghi di partito dell'Udc, rischia di alimentare le polemiche. La redazione di Punto e a capo, cui Cattaneo ha affidato il compito «riparatorio», avrebbe messo in scaletta per giovedì prossimo anche un servizio su Beppe Alfano, il giornalista del quotidiano La Sicilia ucciso l'8 gennaio del `93 a Barcellona Pozzo di Gotto per le sue inchieste sulla mafia. Una scelta, quella della Rai e di Punto e a capo, non casuale. Alfano, nella visione distorta di chi non conosce la sua storia e quella del giornalisti morti ammazzati in Sicilia da Cosa nostra, rappresenta «un morto di destra», da contrapporre «ai morti di sinistra», in un tentativo, incivile e questo sì distorto, di mettere etichette politiche alle vittime della mafia. Una scelta che non è piaciuta ai familiari di Beppe Alfano che, dopo aver appreso dell'inchiesta sul giornalista da indiscrezioni pubblicate dal Corriere della Sera, hanno stigmatizzato «il racconto del martirio di Beppe Alfano in contrapposizione all'inchiesta condotta apprezzabilmente da Report sull'attualità  del controllo mafioso di importanti settori della Sicilia». La moglie Mimma Barbaro e i figli Sonia, Francesco e Fulvio, con una lettera inviata allo studio legale Repici e alla commissione di Vigilanza sulla Rai, hanno diffidato il servizio pubblico «dal trattare il delitto Alfano in modo anche solo parzialmente discordante con la verità Â».

«Con l'intento di ribaltare l'ottica offerta dal programma di Milena Gabanelli - ha scritto il legale - il programma mostrerà  `luci e ombre' del Mezzogiorno oppresso dalle cosche; laddove le luci sono le storie di militanti di destra uccisi per il loro impegno contro la mafia. Si parlerà  poi dei martiri della destra nella lotta alla criminalità  organizzata, rievocando la storia di Giuseppe Alfano». «Non si può che esprimere sconcerto - ha sottolineato ancora il legale - per l'utilizzo del racconto del martirio di Beppe Alfano in contrapposizione all'inchiesta condotta apprezzabilmente da Report». Per la famiglia Alfano «si tratterebbe soltanto di bassa strumentalizzazione». «Beppe Alfano - ha continuato il legale - è sempre stato politicamente schierato a destra. Ancor più, soprattutto da quando intraprese l'attività  giornalistica, è sempre stato schierato nella denuncia di ogni illegalità  e di quel sistema mafioso che avvolgeva, e ancora oggi avvolge, Barcellona. Non era giornalista del Secolo d'Italia, bensì di un quotidiano siciliano. Nelle sue inchieste e nelle sue denunce Alfano non ha mai manifestato parzialità  politica». «E questo - ha spiegato la famiglia a chi sta tentando di strumentalizzarne la storia - comportò negli ultimi anni della sua vita un rapporto molto contrastato con i dirigenti locali del suo partito (che sono oggi personaggi ben in vista del potere nazionale), il Movimento sociale italiano, dal quale venne anche sospeso».

Non solo. La famiglia è andata ancora più a fondo, denunciando che «la sua uccisione fu possibile grazie anche all'isolamento nel quale Alfano venne lasciato dal suo stesso partito». Non a caso, ha continuato la lettera, «per la formulazione di un'interrogazione parlamentare su delicatissimi temi di una sua inchiesta-denuncia, Alfano, appena un mese prima della sua uccisione, dovette rivolgersi a Tano Grasso, allora deputato del Pds». E la famiglia ha anche precisato che «per l'omicidio finora si è arrivati alla condanna definitiva solo per chi, al servizio di mandanti superiori ancora processualmente non individuati, ha organizzato il delitto: il capomafia barcellonese Giuseppe Gullotti». E «visti i tempi - hanno proseguito i familiari di Alfano - pare doveroso ricordare che Gullotti, alle elezioni comunali del 1985 a Barcellona, venne candidato proprio dal Movimento sociale italiano, allora dominato in loco dalla stessa dirigenza di Alleanza nazionale di oggi».

da "il manifesto" (25 gennaio 2005)
 




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