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Legalità o stato di polizia in l'Italia

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LA NOTIZIA
 
Arruolavano kamikaze per l'Iraq: giudice milanese li assolve

Arruolare kamikaze in Italia per inviarli a compiere attentati suicidi in Iraq, magari contro i soldati del contingente militare italiano, non è un reato. Così il gup del Tribunale di Milano, Clementina Forleo ha assolto e rimesso in libertà  tre islamici accusati di terrorismo.
Secondo il magistrato bisogna distinguere tra le attività  svolte nell'ambito di contesti bellici, e il colpire indiscriminatamente la popolazione civile.
In particolare, nell'ordinanza disposta nei confronti dei due imputati rinviati a Brescia, Drissi Noureddine e Hamraoui Kamel Ben Mouldi. E' qui che il giudice milanese entra nel merito della contestazione mossa a loro come agli altri tre, e la smonta sotto più profili stabilendo, in definitiva, che non è provato che il gruppo in questione avesse obiettivi "trascendenti quelli di guerriglia".
Secondo l'accusa, tutte le persone coinvolte nell'inchiesta facevano parte di un'organizzazione tesa a inviare kamikaze in Iraq, e che per questo commetteva una serie di reati: dalla falsificazione di documenti al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. A giudizio, oltre ai due islamici per i quali sarà  ora Brescia a decidere, c'erano anche Bouyahia Maher, Toumi Alì Ben Sassi, e Mohamed Daki, tutti arrestati nel 2003.
Al termine del processo, il giudice Forleo riconosce che gli imputati "avevano come precipuo scopo il finanziamento, e più in generale il sostegno di strutture di addestramento paramilitare site in zone mediorientali, presumibilmente stanziate nel nord dell'Iraq". E anche che, a tal scopo " erano organizzati sia la raccolta e l'invio di somme di denaro, sia l'arruolamento di volontari, tutti stranieri e tutti di matrice islamico-fondamentalista". Ma "non risulta invece provato - aggiunge il giudice - che tali strutture paramilitari prevedessero la concreta programmazione di obiettivi trascendenti attività  di guerriglia da innescare in detti (cioè in Iraq, ndr) o in altri prevedibili contesti bellici, e dunque incasellabili nell'ambito delle attività  di tipo terroristico".

Il primo ad esprimere perplessità  per la sentanza è sttao Stefano Dambruoso, il pm che avviò l'Inchiesta: “Chi si fa saltare in aria e semina la morte in tutto il mondo ha un solo nome: terrorista. Cercare candidati per azioni suicide viene considerato ovunque terrorismo”.
Ovunque, evidentemente, meno che da certi magistrati di rito ambrosiano.
La decisione del gup di Milano rappresenta un «disinvolto stravolgimento della realtà Â», e «genera un sentimento di rabbia e incredulità Â». Lo afferma in una nota il ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, che esprime «dolore e indignazione» per la sentenza del Gup milanese. «Leggere le motivazioni con cui un giudice milanese ha assolto una cellula di integralisti islamici dall'accusa di terrorismo internazionale genera un sentimento di rabbia e incredulità Â», afferma Fini. «Non dubito della preparazione giuridica del Gup - aggiunge - ma distinguere in Iraq 'attività  di guerriglià  da 'attività  di tipo terroristico' e perciò richiamare la convenzione globale dell'uomo sul terrorismo e scrivere sulla sentenza che è 'notorio che nel conflitto bellico in questione strumenti di altissima potenzialità  offensiva sono stati innescati da tutte le forze in campo', significa mettere sullo stesso piano vittime e carnefici». Per Fini dunque, «adesso saranno molti e rumorosi coloro che grideranno allo scandalo, perchè gli esponenti politici non devono commentare le sentenze. Ma sono convinto che, almeno in questo caso, esprimere dolore e indignazione per simile disinvolto stravolgimento di una realtà  che è sotto gli occhi del mondo intero sia semplicemente doveroso».
Plaude, invece, la sinistra. Il Verde Paolo Cento invita il centrodestra a rispettare le sentenze.


25 Gen 2005
 



 
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