Dieci anni fa, il 16 ottobre 2000, moriva Antonio Russo, reporter di guerra e corrispondente di Radio Radicale.
No, detta così non va bene. Dieci anni fa il regime di Putin uccideva Antonio Russo, giornalista free-lance che all’epoca si trovava in Cecenia per documentare l’orrore della guerra russa nel Caucaso.
Il suo corpo fu ritrovato al bordo di una strada di campagna a 25 km da Tiblisi in direzione dell’Armenia, con evidenti segni di percosse e tortura. Il materiale video e gli appunti che aveva con sé non furono ritrovati. La matrice russa dell’omicidio era emersa fin da subito, poiché le tecniche di tortura erano proprie dell’esercito di Mosca. Il corpo di Russo inoltre si trovava non lontano da una base militare russa. C’era poi un movente politico: nel suo ultimo intervento pubblico Russo aveva parlato del possibile uso di proiettili all’uranio impoverito in Cecenia e in una telefonata con la madre, pochi giorni prima della morte, aveva detto di essere in possesso di una videocassetta dal contenuto esplosivo, nella quale si mostravano le torture perpetrate dall’esercito russo ai danni della popolazione civile cecena.
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