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News - Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
direttore [ 06 Novembre 2006, 13:31 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Articolo tratto dalla rivista Internazionale (Italia) :
"Non credo che Anna si sarebbe scandalizzata per il silenzio di Putin sulla sua morte. Anzi, per lei sarebbe probabilmente stato il riconoscimento più alto", scrive Alexej Pankin
"L'ultima cosa che avrei voluto fare è intervenire nel dibattito sulla copertura mediatica dell'omicidio di Anna Politkovskaja prima che fossero trascorsi quaranta giorni dalla sua morte. Secondo la tradizione russa, solo allora finisce il periodo di lutto. Ma non ho altra scelta".
Il columnist del Moscow Times Alexej Pankin risponde con indignazione a un articolo del Financial Times "in cui il giornalista critica il silenzio dei connazionali di Politkovskaja e pretende di spiegare ai russi – e in particolare ai giornalisti russi – come ci si comporta in simili circostanze. Conoscevo Anna abbastanza bene da immaginare cosa starebbe pensando ora. Come prima cosa non apprezzerebbe questa pioggia di superlativi: il Times di Londra l'ha definita 'praticamente l'unica giornalista investigativa del paese'".
"Io e Anna abbiamo fatto parte per anni della giuria del premio Sakharov, e lei era la prima a sostenere che fare giornalismo d'inchiesta per un piccolo quotidiano locale era molto più rischioso che lavorare per una testata nazionale. Gli stranieri non hanno il diritto di celebrare un eroe russo a scapito di tanti altri. Inoltre, non credo che Anna si sarebbe scandalizzata per il silenzio di Putin sulla sua morte. Anzi, per lei sarebbe probabilmente stato il riconoscimento più alto. E di certo non avrebbe gradito il modo in cui molti sfruttano il suo nome per difendere in propri interessi politici. Va bene parlare di Anna – conclude Pankin – ma facciamolo con onestà e serietà. E dopo i quaranta giorni".
direttore [ 06 Novembre 2006, 21:34 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Gennaio 2003 Anna Politkovskaya scrive un articolo sull'assenza della politica europea sulla vicenda cecena:
" E' inutile nascondersi dietro le belle parole: in Cecenia sono stati traditi i mandati europei. Così ha ordinato il Cremlino, e l'Europa ha ubbidito docilmente, distruggendo tutti i valori che il nostro continente difendeva dalla fine della seconda guerra mondiale e che si sono sbriciolati scontrandosi con la tragedia chiamata seconda guerra cecena.
La conclusione è una soltanto: non credete ai discorsi pronunciati dalle grandi tribune sui diritti dell'uomo e sulla loro priorità assoluta. Siamo davanti a una nuova realtà internazionale in cui non esiste nulla di ciò che costituisce il fondamento delle costituzioni dei paesi civili, in cui l'Osce e il Consiglio d'Europa tollerano lo spargimento di sangue in una parte della stessa Europa. E se lo tollerano ne sono anche complici. Si sono resi conto di cosa è successo. E dopo essersene resi conto sono strisciati via.
L'Europa ha profanato se stessa. Prima limitandosi a osservare il massacro che si consumava in Cecenia. E ora rinunciando persino a questo, dopo aver dimostrato che non esiste più l'Europa che per tanto tempo abbiamo considerato il baluardo dei diritti dell'uomo e la speranza di tutti gli umiliati e gli oppressi. Fine. È calato il sipario.
Ma è veramente un vantaggio per l'Europa? Proviamo a pensare in grande, strategicamente e non in modo grettamente politico come ora ragionano Blair, Chirac, Schröder. È un vantaggio per gli europei costretti a vivere con la consapevolezza che un attentato terroristico come quello compiuto a Mosca nello scorso ottobre può ripetersi in qualsiasi posto e in qualsiasi momento, e non solo per mano dei palestinesi?
Pensateci europei. E dopo aver deciso, fatevi sentire. La Cecenia è stanca di aspettare".
direttore [ 09 Novembre 2006, 12:40 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Nuovo rapporto dell'associazione Reporters senza frontiere sulla libertà d'espressione:
"Corea del Nord, Arabia Saudita e Cina. Ma anche Cuba, Tunisia e, per la prima volta, Egitto. Sono i Paesi "nemici di Internet", che insieme a Bielorussia, Birmania, Iran, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam fanno parte di una speciale classifica stilata dall'associazione Reporters Senza Frontiere. Paesi in cui ci si può trovare in prigione da un giorno all'altro per aver scritto sul proprio blog o su un sito internet opinioni contrarie al regime. Secondo le ultime stime, nel mondo oltre sessanta cyber-dissidenti (52 solo in Cina, quattro in Vietnam, tre in Siria, e uno in Iran) sono tuttora in carcere per aver fatto circolare online opinioni considerate inaccettabili dai governi locali.
Molti dei Paesi inseriti all'interno della "lista nera", come Cina e Birmania, sono regolarmente sotto i riflettori dell'opinione pubblica perché negano ai propri cittadini la libertà di espressione. A Cuba, ad esempio, il governo vieta ai dissidenti e ai giornalisti indipendenti di poter utilizzare la rete, e la punizione per aver scritto un articolo per un sito web straniero può arrivare anche a un anno di carcere. L'Egitto, invece, è una new entry, ed è stata inserita - spiegano da Reporters Senza Frontiere - per il suo comportamento nei confronti dei diari online: "Tre bloggers sono stati arrestati quest'anno per essersi schierati a favore di riforme democratiche. Quello che facciamo è anche un appello al governo egiziano, affinché cambi le proprie leggi in materia". Il Cairo, infatti, ha emanato recentemente una norma secondo la quale un sito può essere chiuso immediatamente se considerato un rischio per la sicurezza nazionale.
Dalla classifica emerge anche qualche buona notizia. Nepal, Libia e Maldive, che comparivano fino allo scorso anno, sono stati rimossi. "Il fatto che abbiamo potuto rimuovere tre Paesi dalla lista è sicuramente positivo, e ci dà la forza di sperare che la situazione possa migliorare di anno in anno". La Libia, in particolare, si trova però ancora sotto osservazione: in una recente visita di Reporters Senza Frontiere è emerso che la rete non è più esposta alla censura, anche se il presidente Maummar Gheddafi è ancora considerato un "predatore della libertà di stampa".
direttore [ 09 Novembre 2006, 12:44 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
"I servizi di sicurezza egiziani hanno arrestato lunedì sera un giovane blogger per «attentato all'Islam e all'istituzione Al Azhar». Lo si è appreso da fonti della stessa sicurezza. Abdel Kerim Suliman, 22 anni, che è stato preso nella sua casa di Alessandria, è accusato di «diffusione di voci malevole tendenti ad attentare all'ordine pubblico e di diffamazione nei riguardi del Presidente della Repubblica, d'incitamento all'odio dell'Islam e dell'istituzione di Al Azhar, la più alta autorità musulmana del paese, e della sua università», dalla quale il giovane è stato espulso un anno fa. «Sono andato a studiare all'Università di Al Azhar su richiesta dei miei genitori, malgrado il mio disgusto per le sue idee religiose e sono stato espulso da quella università per i miei interventi su internet», scriveva Suliman nel suo ultimo messaggio del 28 ottobre scorso sul suo blog. «Ho detto ad Al Azhar, alla sua università, ai suoi professori, voi finirete tutti nella pattumiera della storia», aveva anche scritto. L'arresto di Suliman coincide con la pubblicazione da parte di Reporter senza frontiere di un rapporto in cui l'Egitto è classificato tra i 13 paesi «nemici di internet»".
Fonte: Corriere della Sera ( Italia)
direttore [ 10 Novembre 2006, 13:32 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Questo è il racconto di Anna Politkovskaya datato novembre 2002 sulla vicenda degli ostaggi al teatro Dubrovka di Mosca ( ricordo che la giornalista ha condotto i negoziati su richiesta del commando ceceno). Ho diviso l'articolo in quattro parti, questa è la prima, la seconda in serata

:
"Il mio ruolo in questo dramma è cominciato il 25 ottobre, intorno alle due del pomeriggio. Alle 11.30 avevo parlato per la prima volta al cellulare con le persone che avevano catturato gli ostaggi. Alle 13.30 ero arrivata al centro operativo.
Un'altra mezz'ora era passata per definire la questione: qualche sconosciuto decideva qualcosa dietro porte che continuavano a sbattere. Finalmente mi hanno portato nella zona, dove c'era un cordone di camion. Mi hanno detto: "Va', provaci. Magari ci riesci". Con me è venuto il dottor Roshal. Ci siamo trascinati fino alle porte, non ricordo neppure come: avevamo paura. Tanta.
Entriamo nell'edificio. Gridiamo: "Ehi, c'è qualcuno?". L'unica risposta è il silenzio. Sembra che in tutto il teatro non ci sia anima viva. Mi metto a gridare: "Sono la Politkovskaja! Sono la Politkovskaja!". Comincio lentamente a salire la scala sulla destra – il dottore dice che sa dove andare. Anche nel foyer del primo piano c'è silenzio, buio e freddo. Non un'anima. Grido di nuovo: "Sono la Politkovskaja!".
Finalmente da quello che era stato il bancone del bar emerge un uomo. Sul viso ha una maschera nera piuttosto sottile, i tratti del viso si distinguono perfettamente. Nei miei confronti non è aggressivo, ma il dottore gli sta antipatico. Perché? Non riesco a capirlo. Ma cerco comunque di placare gli animi che stanno per infiammarsi. "Allora dottore, vuoi fare carriera?", insiste la "maschera".
Questo dottore ha 70 anni, è un grande studioso, e ha già fatto tante cose importanti nella sua vita che per lui pensare alla carriera non ha senso: se l'è già costruita. Lo dico ad alta voce. Comincia un battibecco. È chiaro che bisogna "abbassare i toni", altrimenti…"
direttore [ 10 Novembre 2006, 17:40 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Ecco la seconda parte del racconto. Invierò le ultime due parti domani:
"La maschera sottile si allontana nel buio del foyer e continua a borbottare: "Perché dici di aver curato i bambini ceceni, dottore?". Ancora delle esclamazioni sgradevoli e confuse, e per questo mi limito a riportarne il senso generale: "Tu, dottore, parli in particolare dei bambini ceceni. Quindi i bambini ceceni per te non sono come gli altri. Noi ceceni non siamo persone?". La solita storia. Mi intrometto, ma non per dovere, è solo che non lo sopporto più. Dico: "Tutti gli uomini sono uguali. Hanno la stessa pelle, le stesse ossa, lo stesso sangue". Inaspettatamente questo concetto non troppo originale ha un effetto calmante.
Chiedo di sedermi sull'unica sedia del foyer, a cinque metri dal bancone del bar, perché le gambe mi cedono. Mi danno il permesso. Le suole delle scarpe scivolano su una melma rossastra. Osservo con prudenza perché ho paura di sembrare troppo curiosa ma ho ancora più paura di calpestare del sangue raggrumato. Però, grazie a Dio, forse è gelato alla frutta. Visto che non è sangue, i brividi si calmano. Aspettiamo una ventina di minuti: sono andati a chiamare il "capo".
E intanto dall'alto, dalla balconata, ogni tanto si affacciano delle teste mascherate. Alcune maschere sono spesse e nascondono completamente i tratti del viso. Altre sono sottili come quelle del primo uomo che abbiamo incontrato, quello che stava dietro al bancone.
"Eri tu a Chotuni?", chiedono le teste. "Sì". Le "teste" sono soddisfatte. Chotuni (un villaggio nella regione di Vedeno) diventa il mio lasciapassare: era lei, possiamo parlarci.
"E lei di dov'è?", chiedo a quello che sta dietro il bancone.
"Io sono di Tovzeni", risponde. "Qui ce ne sono molti di Tovzeni e in generale della regione di Vedeno".
Poi c'è qualche confuso segnale di una tragedia in corso: alcune maschere arrivano, altre se ne vanno – il tempo inghiottito dal nulla stringe il cuore con presentimenti assurdi. E il "capo" ancora non si vede. Magari adesso decidono di spararci.
Finalmente arriva un uomo in tuta mimetica e con il viso completamente coperto, grosso, tarchiato e con lo stesso identico portamento dei nostri ufficiali dei reparti speciali, sempre attenti alla forma fisica. "Seguitemi", dice. Le gambe non mi reggono, eppure mi muovo.
Ci ritroviamo in un locale sporco accanto al buffet saccheggiato. Dietro c'è un rubinetto d'acqua. Qualcuno cammina alle nostre spalle e mi volto; mi rendo conto di apparire nervosa, ma che ci posso fare? Eppure sembra che io sia una con una grande esperienza di rapporti con i terroristi in situazioni estreme… È il "capo" in persona a restituirmi l'uso della ragione. "Non dovete guardare dietro! Parlate con me, perciò guardate me".
"Chi è lei? Come si chiama?", domando senza sperare troppo in una risposta.
"Bakar. Abubakar".
La maschera se l'è già alzata sulla fronte. Il viso è aperto, largo, e ha un che di tipicamente militaresco. Sulle ginocchia ha un mitra. Solo alla fine del nostro colloquio se lo mette dietro la schiena e addirittura si scusa: "Ci sono così abituato che non me ne accorgo più. Ci dormo, ci mangio, è sempre con me". Ma anche senza queste spiegazioni per me è chiarissimo: appartiene a quella generazione di ceceni che non hanno fatto altro che combattere per tutta la vita. "Quanti anni ha?". "Ventinove". "Ha combattuto in tutte e due le guerre?". "Sì". "Non si è rifugiato in Georgia?". "No. Non mi sono allontanato dalla Cecenia".
Esiste una nuova generazione di ceceni: Bakar è uno di quelli che negli ultimi dieci anni hanno conosciuto solo il mitra e le foreste, e prima hanno avuto appena il tempo di finire la scuola, e così, poco a poco, vivere nella foresta per loro è diventato l'unico modo di vivere possibile. Un destino senza varianti".
direttore [ 11 Novembre 2006, 8:48 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Penultima parte dell'articolo di Anna Politkovskaya sui negoziati a al teatro Dubrovka di Mosca, nel pomeriggio invierò la quarta e ultima parte:
"Veniamo al dunque?".
"D'accordo".
"Innanzitutto i bambini più grandi. Bisogna liberarli, sono bambini". È il primo problema che Sergej Jastrzhembskij, collaboratore del presidente russo, mi ha chiesto di affrontare con "loro".
"Bambini? Qui non ci sono bambini. Nei rastrellamenti prendete i nostri bambini quando hanno dodici anni, e noi qui ci terremo i vostri".
"Per vendicarvi?".
"Per farvi capire cosa si prova".
Sono tornata molte altre volte sui bambini, pregandoli di fare delle concessioni. Per esempio portargli del cibo. Ma le risposte sono sempre state categoriche. "Ai nostri bambini durante i rastrellamenti non danno da mangiare, devono resistere anche i vostri".
Nel mio elenco c'erano cinque richieste: cibo per gli ostaggi, articoli di igiene personale per le donne, acqua, coperte. Anticipo i fatti: siamo riusciti a metterci d'accordo solo sull'acqua e i succhi di frutta. Nel senso che io li avrei portati, avrei gridato dal basso di averli con me e allora mi avrebbero lasciato passare.
"Mi farete entrare più di una volta? Non riuscirò a portare granché in una volta sola… C'è tantissima gente. Magari potreste far venire con me anche un uomo". "Va bene". "Potrei portare un nostro giornalista?". "Sì, e anche qualcuno della Croce rossa". "Grazie".
Comincio a chiedere cosa vogliono. Ma politicamente Bakar è in difficoltà. Lui è "soltanto un soldato" e nient'altro. Spiega a lungo e confusamente a che serve questa azione, e si possono trovare quattro punti. Primo, Putin deve "dire una parola": annunciare la fine della guerra. Secondo: entro ventiquattr'ore deve dimostrare che non sono solo parole, per esempio deve ritirare le truppe da una regione.
"Da quale regione? La vostra? Da Vedeno?".
"Sei una spiona? Fai un interrogatorio proprio come una spiona. Basta, vattene!".
Mi rendo conto che non posso andarmene, anche se mi piacerebbe moltissimo. Per questo pronuncio parole quasi di scusa – sono un'idiota, certo: "Vedete, dobbiamo sapere cosa volete. E dobbiamo saperlo con precisione. Altrimenti…". Continuo a impuntarmi sulle parole. Il mio cervello si scontra con un problema superiore alle sue forze: cercare di salvare gli ostaggi, dato che hanno accettato di parlare con me, e allo stesso tempo non perdere la dignità. Ma purtroppo non riesco a venirne a capo. Sempre più spesso non so cosa dire, e blatero delle sciocchezze, purché Bakar non dica: "Basta!", e io non debba andarmene a mani vuote, senza aver ottenuto niente. Così ci avviciniamo al terzo punto del "loro" piano.
Ma proprio allora Bakar riceve una telefonata sul cellulare da Boris Nemtsov. Questo telefono i combattenti l'hanno preso a uno degli ostaggi, un musicista dello spettacolo Nord-Ost, e ora lo usano per le loro conversazioni. Bakar, dopo aver parlato con Nemtsov, riceve una telefonata "da casa", dalla regione di Vedeno, in Cecenia.......
Dopo il colloquio con Nemtsov Bakar comincia visibilmente a innervosirsi. In seguito mi avrebbe detto che Nemtsov lo prendeva in giro: il giorno prima aveva detto che la guerra in Cecenia poteva cessare, mentre oggi, il 25 ottobre, sono ripresi i rastrellamenti. Allora gli chiedo: "Voi a chi credereste? Chi può darvi la sua parola per confermare il ritiro delle truppe?". Viene fuori che si fidano di lord Jadd (il capo dell'assemblea parlamentare del consiglio d'Europa)".
direttore [ 11 Novembre 2006, 16:09 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Ultima parte del racconto di Anna Politkovskaya sui negoziati al teatro Dubrovka:
Passiamo al "loro" terzo punto. È semplice: se saranno attuati i primi due, libereranno gli ostaggi. "E voi?". "Resteremo a combattere. Accetteremo la lotta e moriremo in battaglia". "Ma voi in realtà chi siete?", chiedo, e mi spavento e penso, oddio, ho esagerato! "Un battaglione di esplorazione e diversione". "Siete tutti qui?". "No, solo una parte. Siamo stati selezionati per questa operazione. Hanno preso i migliori. Perciò anche se moriremo ci sarà sempre chi porterà avanti la nostra causa". "Ubbidite a Maskhadov?".
Noto un certo turbamento e poi di nuovo una grande irritazione. Le spiegazioni sconnesse possono ridursi alla formula: "Sì, Maskhadov è il nostro presidente, ma noi combattiamo per conto nostro".
È la conferma dei peggiori timori: si tratta di uno dei reparti che in Cecenia fanno tutto da soli. Hanno una loro guerra autonoma, ed è assolutamente radicale. E se ne infischiano di Maskhadov: perché non è un estremista. Proseguo: "Eppure voi lo sapete, i colloqui di pace sono condotti da Iljas Akhmadov in America e da Akhmed Zakaev in Europa – i rappresentanti di Maskhadov. Magari volete mettervi in contatto con loro, oppure potrei chiamarli io. Non dovete fare altro".
"E perché? A noi non piacciono. Conducono questi negoziati con lentezza perché non hanno nessuna fretta, e noi intanto moriamo nelle foreste. Ci hanno stufato".
Nel "loro" piano non ci sono altri punti. Bakar aggiunge molte frasi forti: "Per un anno e mezzo le persone hanno chiesto di poter fare i kamikaze e di venire qui". "Siamo venuti a morire". Non dubito affatto che siano condannati e pronti a morire – e a portare con sé tutte le vite che vorranno.
Il cellulare squilla. Bakar ascolta e comincia a gridare: "Non telefonate più. Questo è un ufficio. Disturbate il mio lavoro".
"Posso parlare con gli ostaggi?". "È impossibile". Ma dopo cinque minuti, dice a un "fratello" seduto proprio dietro di me: "Portali, va bene".
Quello fa uscire dalla sala una ragazza bella e spaventatissima, Masha, che non riesce a spiccicare parola per il terrore e la debolezza – gli ostaggi non hanno mangiato niente. Bakar è irritato dal suo balbettio e ordina di portarla via. "Prendetene una un po' più grande". Mentre il "fratello" va nella sala e torna, Bakar mi spiega quanto sono nobili. Ci sono tante belle ragazze nelle loro mani – e Masha è veramente bellissima – ma non hanno alcun desiderio, tutte le loro forze sono assorbite dalla lotta per la liberazione della loro terra. Interpreto le sue parole nel senso che devo essergli grata di non aver violentato Masha.
Il "fratello" porta un'altra bella ragazza con i nervi molto scossi. "Sono Anja Andrijanova, inviata di Moskovskaja Pravda. Cercate di capirci: noi siamo già rassegnati a morire. Ormai l'abbiamo capito: il paese ci ha abbandonato. Noi siamo un altro Kursk. Se volete salvarci, scendete in piazza. Se mezza Mosca implorerà Putin, riusciremo a sopravvivere. Per noi è chiarissimo: se oggi moriremo, domani in Cecenia comincerà un nuovo massacro che poi rimbalzerà qui, provocando nuove vittime".
Anja parla senza fermarsi. Bakar è nervoso, ma Anja non se ne accorge. Ho di nuovo paura che Bakar cominci a dimostrare la sua forza. Finalmente Anja viene portata via. E stabiliamo che adesso penserò a portare dell'acqua. Bakar a sorpresa aggiunge spontaneamente: "Potete portare anche dei succhi di frutta". "Per voi?". "No, noi ci prepariamo a morire, non beviamo e non mangiamo niente. Per loro". "E magari qualcosa da mangiare? Almeno per i bambini". "No. I nostri soffrono la fame. Che soffrano anche i vostri".
Questa giornata di storia è finita. Poi c'è stato l'attacco. E io continuo a chiedermi: abbiamo fatto tutto il possibile per contribuire a evitare che ci fossero vittime? È stata davvero una grande "vittoria"? E io personalmente sono servita a qualcuno con i miei succhi e i miei tentativi sull'orlo del baratro?
La mia risposta è sì, sono servita. Ma non abbiamo fatto tutto il possibile. Perché abbiamo ancora molto davanti a noi, anche se alle nostre spalle c'è già troppo. La tragedia del Nord-Ost non è nata dal nulla e non segna la fine. Adesso vivremo nel terrore costante vedendo uscire di casa i bambini e gli anziani: li rivedremo di nuovo? Proprio come ha vissuto in questi ultimi anni la gente in Cecenia.
Ci sono solo due varianti.
La prima: finalmente ci renderemo conto che più aumentano la violenza, il sangue, le vittime, i sequestri e le umiliazioni, più si moltiplicano quelli che vogliono vendicarsi, nonostante tutto e malgrado tutto. E più arrivano nuove reclute nell'esercito di chi vuole morire vendicandosi. E poiché questa guerra non si combatterà sul campo di battaglia, ma accanto a noi e con la partecipazione di gente che non c'entra niente – noi tutti – saremo condannati a un altro Nord-Ost, e nessuno potrà sentirsi sicuro in nessun luogo, per strada come nel proprio appartamento.
Un uomo con le spalle al muro inventa metodi sempre più astuti per vendicarsi.
La seconda variante è difficile, impegnativa, ma almeno si muove in direzione di un miglioramento: bisogna cominciare a parlare con colui che resta aggrappato all'ultimo filo del suo potere, con Maskhadov. Altrimenti saremo condannati a negoziati come quelli del Nord-Ost, segnati alla disperazione. Quando la posta in gioco è la vita degli innocenti.
direttore [ 13 Novembre 2006, 11:50 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Questo è il frammento di un articolo di Bernard-Henri Lévy, filosofo e scrittore francese, sulla morte di Anna Politkovskaya. L'autore critica duramente e senza giri di parole il presidente russo Vladimir Putin accusandolo di avere forti responsabilità per il clima pesante creatosi in Russia nei confronti dei giornalisti. Riporto testualmente le sue parole :
" Putin è l'uomo che sfodera il revolver appena sente parlare di stampa libera, è il Presidente sotto il cui regno sono stati già uccisi, prima della Politkovskaya, altri 12 giornalisti. Dodici! La cifra è debitamente documentata, purtroppo, da Reporters sans frontières! Così come è documentata l'uccisione di altri 30 giornalisti e reporter nel periodo precedente, fra il 1992 e il 2000, nell' esercizio del loro mestiere. E noi, possiamo accettare senza urlare di collera e di disgusto la frase che alla fine s'è lasciato sfuggire, davanti ad Angela Merkel, come unico omaggio funebre alla sua compatriota assassinata: «La sua capacità d'influire sulla vita politica del Paese era insignificante »?
Cosa fare? Prima di tutto, una commissione d'inchiesta internazionale. Poi, non lasciare più in pace il presidente russo; non concedergli alcuna tregua, finché non sarà fatta piena luce sulla tragedia; fare in modo che non vi sia vertice, non vi sia visita di Stato né conferenza stampa comune con uno qualsiasi dei suoi colleghi senza che gli sia posta la domanda, continuamente, instancabilmente: «Allora? A che punto siamo? Cosa ha di nuovo da dirci sui mandanti di quel crimine?». Anna Politkovskaya era la coscienza della Russia. Deve diventare la cattiva coscienza del suo presidente, lo spettro che lo assilli, il suo rimorso. Ancora, raccomando di non esagerare negli omaggi d'ogni genere di cui si continua a gratificare il padrone del Cremlino: un giorno, è l'Accademia francese a riceverlo, come se fosse un'autorità letteraria e morale; un altro, sono gli ex, i futuri e gli attuali ministri degli Esteri che fanno a gara di adulazione per esaltare il suo nobile contributo alla causa della democrazia; e un altro giorno, appena due settimane prima dell'omicidio, è stato lo stesso presidente francese a consegnargli le insegne di Gran Croce della Legion d'onore, il massimo grado dell'Ordine più elevato della meritocrazia repubblicana.
Poiché la sorte di questa donna abbattuta come un cane, di una donna che era, appunto, l'onore della Russia, è un atto chiaramente contrario all'onore e poiché pesanti indizi, se non di colpevolezza, perlomeno di complicità pesano sul padrone del Paese, una misura di «sospensione provvisoria», tipo quella che Chirac ha pronunciato qualche anno fa nei confronti del generale torturatore Aussaresses, mi sembra imporsi. Altrimenti, la promozione di quest' uomoal rango più elevato dell'Istituzione di cui il presidente è il Grand Maître rimarrà come uno sputo in faccia ad Anna Politkovskaya e a tutti noi".
direttore [ 14 Novembre 2006, 11:34 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Questo articolo è del giornale Moskovskie novisti e si riferisce ai giochi politici per il controllo sui media. Il pezzo tratto dall'archivio del giornale è datato giugno 2005 e anche se è trascorso più di un anno credo che il servizio possa dare qualche spunto di riflessione

:
"Giugno è stato un periodo di tempesta per la stampa russa. Hanno cambiato proprietà due note testate, le riviste Ogonek e Kompanija, ma il fatto più importante è stato la vendita del quotidiano Izvestija, ceduto dall'oligarca Vladimir Potanin al colosso petrolifero Gazprom, controllato dallo stato.
Secondo alcuni esperti, con questo acquisto il regime di Putin ha portato avanti il suo tentativo di avere il pieno controllo della carta stampata del paese. Ma non è detto che ci riesca. Sempre a giugno, infatti, l'oligarca Boris Berezovskij ha annunciato una ristrutturazione manageriale del gruppo editoriale Kommersant, che pubblica l'omonimo quotidiano, i settimanali Vlast e Dengi e altre testate. I nuovi dirigenti vengono tutti da aziende di oligarchi contrari a Putin e questo sembra indicare la definitiva trasformazione di Kommersant in organo ufficioso degli oligarchi di opposizione.
È stata infine annunciata la vendita di un altro quotidiano noto per le sue critiche a Putin, la Nezavisimaja Gazeta. Gli acquirenti sarebbero vicini al partito Unione delle forze di destra (Sps) che, secondo alcuni osservatori, potrebbe rendere più morbida la politica editoriale della testata".
direttore [ 15 Novembre 2006, 13:24 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Servizio ( sintesi) tratto dalla rivista Novaja Gazeta dell'ottobre 2005 :
"Di recente Vladimir Putin si è prestato a uno spettacolo di stampo populistico. Per quasi tre ore il presidente russo ha risposto in diretta alle domande del pubblico dagli schermi della tv di stato. Ovviamente le domande erano state filtrate, per creare un'atmosfera di completa armonia tra Putin e i cittadini russi.
Durante la trasmissione il presidente ha parlato anche del nuovo fondo di stabilizzazione, creato dal governo di Mosca per custodire parte dei ricavi provenienti dalla vendita del petrolio. Il denaro – una cifra notevole, intorno ai 150 miliardi di dollari – è stato investito in titoli di credito statunitensi a basso reddito. La rivista d'opposizione Novaja Gazeta considera una follia tenere inutilizzati questi fondi in un momento in cui l'economia russa ha bisogno di investimenti.
Nonostante le enormi entrate petrolifere degli ultimi anni, la Russia di Putin rimane economicamente un paese del terzo mondo. Ma con una punta di ironia il settimanale constata che forse è meglio che i proventi del petrolio non siano stati investiti nell'economia reale, perché quest'ultima è totalmente in mano agli oligarchi e ai burocrati vicini a Putin. I soldi quindi sarebbero finiti direttamente nelle loro tasche".
Fonte: Novaja Gazeta ( Russia )
direttore [ 16 Novembre 2006, 12:17 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
"Se in termini di libertà di informazione la situazione dei media in Russia non è rosea, le cose non vanno molto meglio per quanto riguarda il comportamento del pubblico. Nel commentare un recente sondaggio, il settimanale moscovita Novoe Vremja constata che "si registra un ritorno massiccio agli atteggiamenti che prevalevano durante il totalitarismo sovietico".
Per il 79 per cento dei russi la maggiore fonte di informazioni rimane la tv statale. Solo il 14 per cento attinge le proprie informazioni principalmente dalla carta stampata. Una percentuale preoccupante di russi (il 22 per cento) ritiene che la principale funzione dei media sia difendere gli interessi della nazione, mentre solo per il 10 per cento i loro compiti più importanti sono condizionare il potere e formare una società civile.
Circa il 60 per cento degli intervistati ritiene che i media abbiano piena libertà di parola, contro un 37 per cento che li considera troppo poco liberi. Una libertà che non pare molto gradita: ben il 28 per cento dei russi ritiene "assolutamente necessaria" una qualche forma di censura, e questa percentuale sale al 75 per cento tra le persone con un grado di istruzione universitario".
Fonte : Novoe Vremja ( Russia )
direttore [ 16 Novembre 2006, 13:20 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
BAGDAD (Iraq) - Un'altra giornalista irachena e' stata uccisa ieri notte a Baquba. Si tratta di Luma Mohammed, corrispondente del quotidiano iracheno Addustur (La costituzione). Poche ore prima a Mosul era stata assassinata una reporter che lavorava per il settimanale al Masaar (Il percorso). E' la terza vittima da lunedi', quando un gruppo di uomini armati avevano ucciso a Mosul Mohammed Mahmoud al Baan, fotoreporter della tv satellitare irachena Al Sharqiyah
Fonte : Corriere della sera ( Italia )
direttore [ 16 Novembre 2006, 18:35 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
L'associazione "Reporters senza frontiere" ha stilato una lista dei " Predatori della libertà di stampa nel mondo". Segnalati una trentina di leader che secondo l'associazione reprimono la libertà di stampa e il diritto di informare dei giornalisti. Ve ne segnalerò due-tre al giorno per farvi un'idea
Cuba
Fidel Castro Presidente del Consiglio di Stato e Primo Ministro
"Ventidue giornalisti che hanno desiderato liberare notizie e informazioni dalla dominazione del governo sono in prigione.
I giornalisti che non sono in prigione sono minacciati costantemente. Il rilascio del giornalista e poeta Raúl Rivero alla fine
del 2004 non è stato accompagnato da alcun cambiamento significativo nella libertà della stampa ".
Fonte: Reporters senza frontiere
direttore [ 16 Novembre 2006, 23:39 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Corea del Nord
Kim Jong-il Segretario Generale del partito dei lavoratori coreano
" L'erede del padre, "il presidente eterno" Kim Il-Song. Kim Jong-Il il " Caro leader" ha ordinato alla polizia segreta il controllo e l'ispezione delle emittenti radiofoniche per evitare che la popolazione possa ottenere notizie dall'estero".
direttore [ 17 Novembre 2006, 11:24 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Cina
Hu Jintao Presidente
" Hu , al potere dall'ottobre del 2003 ha regolato il dipartimento della propaganda del governo sui media e una dozzina di giornalisti e cyber dissidenti sono stati arrestati dalla polizia segreta. Hu (anche capo del partito comunista e dell'esercito) ha ordinato personalmente l'arresto di Zhao Yan del New York Times e del giornalista investigativo Ching Cheong di Hongkong. Ha espresso ammirazione nel 2004 per l'uso a Cuba di un Internet filtrato e sul modo di controllare i giornalisti stranieri".
direttore [ 17 Novembre 2006, 13:07 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Vietnam
Nong Duc Manh Segretario del Partito
"Considera i mass media semplicemente come organi di propaganda. I giornali di governo difendono le virtù del socialismo. Almeno sei cyber-dissidenti ed altri utenti sono in prigione da quest'anno. Il governo ha stretto la presa sui cybercafés nel mese di luglio del 2005".
direttore [ 18 Novembre 2006, 12:50 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Siria
Bashar el-Assad Presidente
"Assad è accusato di essere dietro l'omicidio dell'ex primo ministro libanese Rafik Hariri e di parecchi giornalisti anti-siriani. Continua a controllare rigorosamente tutte le notizie in Siria ed i funzionari del partito censurano in anticipo la stampa. I giornalisti stranieri sono sotto sorveglianza e raramente ottengono l'accreditamento. Internet inoltre è censurato ed il giornalista Massoud Hamid è finito in prigione per avere inviato le foto di una manifestazione popolare in Siria su un sito web straniero".
direttore [ 18 Novembre 2006, 17:37 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Iran
Mahmoud Ahmadinejad Presidente
"Presidente della Repubblica islamica iraniana dal 3 agosto 2005, sostituì immediatamente i riformisti presenti al ministero della Cultura ( che sorveglia la stampa ) con i sostenitori della linea dura. Parecchi ministri attuali sono inoltre responsabili di arresti, torture e uccisioni di giornalisti iraniani nel 1998".
direttore [ 18 Novembre 2006, 17:52 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Pakistan
Pervez Musharraf Presidente
"Ha attacato i media ( che hanno criticato la sua alleanza con gli Stati Uniti) e i giornalisti investigativi che hanno indagato sugli abusi del potere politico. La sua polizia segreta ha rapito parecchi giornalisti ( compresi Rashid Channa a Karachi e Hayatullah Khan nelle zone tribali) per interrogarli".
direttore [ 20 Novembre 2006, 0:13 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
LONDRA - "E' difficile credere che un leader del G8 che si atteggia a democratico possa ordinare qualcosa di simile. Ma la gente deve capire che è un bandito". Non usa giri di parole Boris Berezovski, oligarca russo caduto in disgrazia e dal 2001 esule a Londra, per tirare in ballo Vladimir Putin, responsabile, secondo lui, di un misterioso avvelenamento: quello di Aleksandr Litvinenko, 43 anni, ex colonnello dei servizi segreti russi, che da due settimane lotta fra la vita e la morte in un ospedale della metropoli britannica. E che, prima della cena che gli è stata fatale, aveva cominciato a indagare sull'omicidio di una sua vecchia amica: Anna Politkovskaia, la giornalista uccisa lo scorso ottobre a Mosca a colpi d'arma da fuoco.
Livtinenko è di quelli che ci mettono poco a guadagnarsi il ruolo di "personaggio scomodo". Nel 1998 aveva accusato le autorità russe di avergli ordinato l'assassinio dell'oligarca Berezovski, eminenza grigia del Cremlino nell'era Eltsin. Poi, aveva rinfacciato a Putin di aver orchestrato, nel 1999, una serie di attentati terroristici a Mosca, per poter scatenare di nuovo la guerra in Cecenia. Dopo aver lavorato a lungo ai vertici dell'Fsb, i servizi segreti nati dalle ceneri del Kgb, Livtinenko si era trasferito sei mesi fa in Occidente e, da un mese, era cittadino britannico.
L'ex colonnello si è sentito male un paio d'ore dopo aver pranzato con tale Mario, un "contatto" italiano, da Itsu, un ristorante giapponese nella zona di Piccadilly. Così ha raccontato a un giornalista del Sunday Times che è riuscito a vederlo in ospedale, dove è piantonato dalla polizia: "Io ho ordinato, ma lui non ha mangiato niente, sembrava nervoso. Mi ha consegnato un documento di quattro pagine, voleva che lo leggessi subito. Conteneva una lista di nomi, tra cui alcuni funzionari dell'Fsb, che sarebbero coinvolti nell'omicidio della giornalista. Il documento era una e-mail, non un documento ufficiale, non ho capito perché sia venuto a Londra per darmelo quando avrebbe potuto girarmi l'e-mail".
Qualche ora dopo l'incontro, Livtinenko ha cominciato ad accusare i primi malori. Tre giorni dopo, il ricovero al Barnet Hospital e, poi, al London's University College Hospital. Una serie di esami tossicologici ha indicato all'origine dell'avvelenamento una sostanza micidiale, il tallio. Lui non ha dubbi sul fatto che qualcuno abbia tentato di farlo fuori: "Probabilmente pensavano che morissi entro tre giorni per infarto".
Di tallio, in teoria, ne basta un grammo, per uccidere una persona. Inodore e incolore, in Medioriente è usato come topicida. Gli amici che hanno fatto visita a Litvinenko, riferiscono che "sembra un fantasma": non ha più del 50% di probabilità di sopravvivenza e viene alimentato per endovena. Berezovski è andato a trovarlo venerdì scorso, "è invecchiato di dieci anni", ha detto.
L'avvelenamento risale al primo novembre ma solo ora i media britannici hanno dato risalto alla notizia, rispolverando pure un clamoroso caso, avvenuto a Londra nel 1978, in piena Guerra Fredda, quando il dissidente bulgaro Gergi Markov fu assassinato dai servizi segreti agli ordini dell'Urss con la punta avvelenata di un ombrello.
Scotland Yard dichiara che "agenti della direzione del crimine indagano su un avvelenamento sospetto, non ci sono stati arresti, l'inchiesta continua", e che "Litvinenko ha ricevuto a ottobre un e-mail da una persona conosciuta in Italia, un certo Mario, che si era detto in possesso di "informazioni importanti" sull'omicidio di Anna Politkovskaia e gli ha proposto un incontro a Londra".
Secondo il Mail on Sunday, il Mario in questione si chiama, di cognome, Scaramella, sarebbe "un accademico dell'università di Napoli e consulente della commissione Mitrokhin istituita dal Parlamento italiano per indagare sulle attività del Kgb in Italia durante la Guerra Fredda". Proprio Scaramella avrebbe fatto sì che la commissione Mitrokhin interrogasse Litvinenko, fuggito dalla Russia dopo essere stato messo sotto accusa per alto tradimento. E Berezovski insiste: "E' stato quel bandito di Putin".
Fonte: La Repubblica ( Italia)
direttore [ 20 Novembre 2006, 15:32 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
POLITKOVSKAYA: EX SPIA GRAVE, CREMLINO RESPINGE SOSPETTI
"Sono ancora gravi ma stabili le condizioni di salute di Alexander Litvinenko, l'ex spia russa ricoverata a Londra, mentre il Cremlino definisce "senza senso" la tesi di una regia di Mosca dietro il sospetto avvelenamento dell'ex agente segreto. Quest'ultimo, ha riferito un comunicato dell'Universiyty College Hospital, "non e' in grado di parlare con i giornalisti". "Non vi sono mandati di cattura", in questa fase, ha tenuto a precisare un portavoce della polizia londinese mentre fonti qualificate del Foreign Office hanno fatto sapere che se fosse dimostrato un coinvolgimento di Mosca nell'affaire, cio' "sara' preso molto seriamente" poiche' e' stato compiuto un attentato ai danni di un cittadino straniero "con metodi usati normalmente dai terroristi". L'ex spia era amico personale della giornalista Anna Politkovskaya assassinata il 7 ottobre scorso. E' per questo, hanno affermato amici e collaboratori di Litvinenko, che l'uomo e' stato avvelenato. Tra questi c'e' anche il miliardario russo e nemico di Vladimir Putin, Boris Berezovsky, che alcuni ritengono l'obiettivo trasversale del tentativo di uccidere l'ex agente del KGB. Berezovsky, infatti, potrebbe usare i milioni di rubli di cui dispone per poter orientare la campagna per le presidenziali nel 2008. "Non vi e' necessita' di commentare queste dichiarazioni senza senso", ha tagliato corto il vice portavoce Dmitry Peskov, rispondendo alla Reuters. L' 1 novembre scorso Litvinenko avrebbe ingerito involontariamente una dose estremamente alta di Tallio, una sostanza inodore e insapore altamente tossica, mentre stava pranzando con un suo informatore italiano, Mario Scaramella, tra l'altro informatore della Commissione parlamentare Mitrokhin. L'ex agente russo ha raccontato che quest'ultimo gli aveva promesso documenti scottanti sulla morte della Politkovskaya, per cui gli aveva proposto di incontrarsi in un ristorante giapponese nei pressi di Piccadilly Circus".
Fonte: Repubblica ( Italia)
direttore [ 21 Novembre 2006, 8:03 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
"Il tentato omicidio di Aleksander Litvinenko, ricoverato il 19 novembre a Londra in fin di vita per un avvelenamento da tallio, ha suscitato commenti allarmati e ipotesi di complotto sulla stampa britannica.
L'ex agente del Kgb è diventato suddito di sua Maestà dopo essere stato accusato di alto tradimento in Russia, ed è attualmente coinvolto nelle indagini sull'assassinio di Anna Politkovskaja. Litvinenko si è sentito male dopo aver pranzato in un ristorante giapponese con un informatore italiano che doveva consegnargli documenti riguardanti il caso della giornalista russa.
Secondo il Times, l'indiziato numero uno è il Cremlino: "Litvinenko era una spina nel fianco di Vladimir Putin a causa del suo passato e delle sue critiche. Se quest'ipotesi fosse provata, sarebbe uno dei più gravi abusi mai perpetrati dalla Russia nel Regno Unito".
Per il quotidiano britannico non ci sarebbe da stupirsi: "L'Fsb, l'agenzia di servizi segreti che ha sostituito il Kgb, è ancora convinta che l'Occidente trami contro gli interessi della Russia, ed è impegnata in una caccia spietata ai traditori, specialmente quelli che parlano troppo dai loro rifugi all'estero".
Sempre sul Times, il columnist Robert Skidelsky avanza qualche dubbio: "Decine di oppositori hanno perso la vita o il lavoro da quando Putin è arrivato al potere con l'obiettivo di ristabilire l'autorità dello stato. Ma non dobbiamo fare l'errore di pensare a un potere monolitico. La Russia non ha un governo: ha un principe a capo di una corte lacerata da fazioni rivali. È possibile che questi crimini siano stati ordinati a livelli più bassi della struttura, ma con il nulla osta della alte sfere".
Anche per Mary Dejevsky, che scrive sull'Independent, la faccenda non è così semplice: "L'ipotesi della mano di Putin dietro all'attentato è chiara, ma è da provare. Il Cremlino ultimamente si sta sforzando molto di migliorare la propria immagine, e questi omicidi sono l'ultima cosa di cui ha bisogno. Sia Litvinenko che Politkovskaja avevano molti altri nemici. È possibile che la giornalista sia stata tirata in ballo per via della sua reputazione all'estero e per creare ulteriori problemi a Putin".-
Fonte: Rivista Internazionale ( Italia)
direttore [ 21 Novembre 2006, 8:14 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
"Erano nella lista nera del primo ministro ceceno filorusso, Ramsan Kadyrov, figlio di Akhmad: Politkovskaya la reporter, invisa anche al Cremlino, per le sue ripetute denunce delle violazioni dei diritti umani in Cecenia; Baisarov per il suo rifiuto di sciogliere un reparto speciale ceceno agli ordini dei servizi segreti federali (FSB) e per le sue recenti interviste sui media russi contro il proprio premier. Due delitti che potrebbero avere la stessa matrice, secondo "Novaia Gazieta", proiettando l´ombra di Kadyrov sulla capitale russa, dove per la prima volta la polizia cecena, sia pure sotto l´occhio dei colleghi federali, ha eliminato platealmente un suo bersaglio. A sostenere questa tesi, in particolare, è l´ex sindaco di Grozny Beslan Gantamirov, anch´egli in pessimi rapporti con Kadyrov, ma non con il Cremlino".
Fonte: Emmegipress ( Italia)
direttore [ 21 Novembre 2006, 14:05 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
"Una folla riunita a Mosca mercoledì scorso ha ricordato la giornalista investigativa Anna Politkovskaya alla fine del periodo di 40 giorni di dolore
( tradizione russa). La gente è rimasta in piedi silenziosamente tenendo candele illuminate e i ritratti della reporter, altri hanno trasportato i cartelli con messaggi alle autorità : “chi l' ha uccisa?„ “non potete uccidere la verità.„ Molti fiori sono stati deposti all'esterno del palazzo dove la Politkovskaya è stata assassinata lo scorso 7 ottobre".
Fonte: Russia Today
direttore [ 21 Novembre 2006, 19:30 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Turkmenistan
Separmurad Nyazov Presidente
"Nyazov (conosciuto come il Turkmenbashi - "padre di tutti i turkmeni") controlla tutti i mezzi di comunicazione dai quali è costantemente glorificato. Non esistono media in mano a privati e la libertà di stampa è uguale a zero. Le notizie sono filtrate sistematicamente e i giornalisti che criticano il governo vanno in prigione. Il paese è virtualmente chiuso ai giornalisti stranieri, di cui le richieste per l'accreditamento sono
rifiutate sistematicamente".
direttore [ 22 Novembre 2006, 10:11 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Il tribunale della città di Perm ha deciso di prolungare fino al 23 dicembre 2006 la detenzione di Vladimir Korolev 55 anni fotografo del settimanale economico Permski Obozrevatel. "Reporters senza frontiere denuncia le condizioni di detenzione del fotografo affetto da gravi problemi di salute. Chiediamo la sua messa in libertà", ha dichiarato l'organizzazione di difesa della libertà della stampa. Secondo la Corte di Perm, Vladimir Korolev non è detenuto per
la sua attività giornalistica. Il fotografo afferma che l'obiettivo delle autorità è di gettare discredito su Igor Grinberg ( fondatore del settimanale) e fare scomparire Permski Obozrevatel, uno dei pochi giornali indipendenti nella regione.
Fonte: Reporters senza frontiere
direttore [ 22 Novembre 2006, 10:36 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Bielorussia
Alexander Lukashenko Presidente
"Governa il paese con pugno di ferro e sin dalla sua elezione nel 1994 ha ridotto l'indipendenza dei media. L'impunità è la norma e non si investiga sugli omicidi che coinvolgono giornalisti. I responsabili per la scomparsa del giornalista russo Dmitri Zavadski restano impuniti".
direttore [ 23 Novembre 2006, 13:58 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
LONDRA - Si sono ulteriormente aggravate le condizioni del colonnello Alexander Litvinenko, ex agente dei servizi segreti russi avvelenato a Londra tre settimane fa mentre indagava sull'omicidio di Anna Politkovskaya. I test hanno messo in evidenza che nel suo intestino vi sono tre strani oggetti di materiale denso che l'uomo avrebbe ingerito, secondo quanto riportato dal sito della Bbc. L'ospedale non ha chiarito se i tre corpi estranei siano direttamente legati alla malattia. I raggi X hanno mostrato un oggetto rotondo, probabilmente un involucro, nella parte sinistra dell'addome, un altro simile nel colon e un terzo in un'altra parte dell'intestino.
TALLIO RADIOATTIVO - L'ex spia «versa in uno stato molto grave, e rimane in terapia intensiva», fa sapere un portavoce dell'ospedale londinese University College, dove l'uomo, 41 anni, si trova ricoverato. Litvinenko, strenuo oppositore del presidente russo Putin, aveva raccontato ai medici di essersi sentito male dopo essersi incontrato con due connazionali in un hotel della capitale britannica. Si era ipotizzato che gli fosse stato somministrato di nascosto tallio radioattivo, sostanza altamente tossica e in grado di uccidere con estrema lentezza, intaccando sempre di più le difese immunitarie; l'ipotesi era stata poi stata giudicata «improbabile» dagli specialisti che seguono Litvinenko.
Fonte: Corriere della Sera ( Italia)
direttore [ 23 Novembre 2006, 16:28 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Iran
Ali Khamenei Guida Suprema
" L'Iran è la più grande prigione del Medioriente per i giornalisti e la figura di spicco è la Guida Suprema l' Ayatollah Ali Khamenei. Il regime controlla la stampa e oltre una dozzina di pubblicazioni sono state sospese. I giornalisti continuano a essere arbitrariamente arrestati. Khamenei, che accusa la stampa di "favorire il nemico", è stata la persona maggiormente responsabile della violenza contro i giornalisti scatenatasi nella primavera del 2000"
Fonte : Reporters senza frontiere
direttore [ 24 Novembre 2006, 12:36 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Kazakhstan
Nursultan Nazarbayev Presidente
" La maggior parte dei media, pubblici o privati, sono controllati da Nazarbayev. Tutte le voci dissenzienti sono sistematicamente soffocate. Il presidente è stato rieletto nel 2006 con oltre il 90% delle preferenze. I suoi avversari sono stati eliminati, alcuni anche fisicamente".
Fonte: Reporters senza frontiere
direttore [ 25 Novembre 2006, 11:38 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Ieri sera ho seguito su Rai Tre la rubrica di approfondimento "Primo Piano". Molto inresessante. I servizi riguardavano la morte di Litvinenko, l'omicidio di Anna Politkovskaya, la figura di Putin e la fine di molti oligarchi, i rapporti tra Stato e mafia russa, il rispetto dei diritti umani e la guerra in Cecenia.
direttore [ 25 Novembre 2006, 18:36 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Karachi, 25 nov - Saleem Syed Shahzad, collaboratore del gruppo ADNKRONOS, è stato rapito da un gruppo di Talebani nella provincia afghana di Helmand. La conferma - dopo giorni di silenzio - è arrivata dallo stesso Saleem che questa mattina ha contattato la moglie per comunicarle il sequestro. Fermato insieme ad un altro giornalista pachistano, è accusato dai rapitori di essere una spia.
Trentacinque anni, pachistano, sposato e padre di due figli, Saleem collabora dal 2004 con ADNKRONOS INTERNATIONAL con reportage dal Pakistan e soprattutto dalle aree tribali del Waziristan, al confine con l'Afghanistan, terreno di reclutamento delle nuove leve di Talebani. Fra i suoi scoop più recenti le rivelazioni sulla riorganizzazione dei Talebani e sulla creazione di un mini-Stato ispirato da al Qaeda nelle province della frontiera afghano-pachistana. Il suo sequestro ha creato grande preoccupazione nel mondo dei media pachistani, dove Saleem è molto conosciuto anche per gli articoli che da anni appaiono sul principale quotidiano 'The Dawn'.
Fonte : Adnkronos
anastacia [ 26 Novembre 2006, 15:06 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
L'autorità e il rispetto mediatico conquistato da Vladimir Vladimirovic Putin nel giro di pochi anni, non ha precedenti nella storia russa.
Oggi nessuno osa giocare con il nome del presidente Putin, persino i conduttori dei telegiornali fanno attenzione a scandire le sillabe del suo patronimico.
Nel corso di un decennio la logica che pare essersi diffusa tra i mass-media è quella del silenzio (visto i licenziamenti precedenti) e della narrazione di ogni avvenimento come successo del Governo russo di Putin in particolare.
Detto ciò, credo ci siano troppi punti di domanda nel governo russo.. ma Putin è un Presidente con tutti gli attributi!!!!
direttore [ 28 Novembre 2006, 1:53 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
MOSCA - Due colleghi di Anna Politkovskaia, la giornalista russa uccisa a Mosca lo scorso ottobre, hanno ricevuto lettere di minacce via posta elettronica. Lo ha rivelato il vicedirettore di "Novaia Gazeta", il periodico per cui lavorava la Politkovskaia.
Fonte: Corriere della Sera (Italia)
direttore [ 30 Novembre 2006, 13:15 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Articolo di Anna Politkovskaya datato febbraio 2002. Ho diviso il servizio in tre parti, ecco la prima:
" Cade la notte. A shali, sudest di Grozny, fa buio a partire dalle quattro del pomeriggio. Alle cinque, chi può si tappa in casa per paura dei predoni. La notte, in Cecenia, segna l'approssimarsi del terrore.
Ci troviamo in una stanza umida e gelida battezzata "Procura regionale di Shali". Il riscaldamento dipende dalla buona volontà di una piastra elettrica antidiluviana e di una resistenza che rosseggia su una pila di mattoni. Nell'angolo si ammucchiano cianfrusaglie di ogni genere: giocattoli, biancheria, vestiti da donna e da uomo, collant, casseruole, lenzuola, nonché mestoli, decine di videocassette e… manubri. In cima alla piramide sbadiglia l'astuccio socchiuso di una cinepresa.
Questi non sono gli effetti personali di Aleksandr Rudykh o di Marat Berdev – il procuratore regionale e il suo vice – che occupano l'ufficio, imbacuccati fino agli occhi. Questi oggetti sono il frutto delle rapine dei militari russi. I furti sono all'ordine del giorno; in compenso, il fatto che gli oggetti sottratti si trovino dal procuratore è del tutto straordinario.
Ecco dunque la loro storia, che riassume alla perfezione la situazione attuale in Cecenia. Il 26 novembre 2001, di buon mattino, Marat Berdev è stato invitato dai militari a soprintendere a una retata nel borgo di Avtury, come richiede l'ordinanza numero 46 del procuratore generale di Russia, che ingiunge ai "procuratori territoriali" di partecipare a tutte le retate effettuate in Cecenia e di "assicurarsi che gli atti delle truppe siano conformi alla legge".
Avtury è un grosso borgo che si estende lungo il fiume Khulkhulau per almeno sette o otto chilometri. Marat Berdev, il procuratore aggiunto, ha cercato di percorrerlo a grandi passi (di auto neanche a parlarne) per controllare la legalità delle operazioni. Ha capito subito che era fatica sprecata: uomini in passamontagna nero e tuta mimetica, senza il minimo segno che li facesse riconoscere come militari, saccheggiavano e rubavano tutto quello che gli capitava sottomano.
Ha quindi dovuto scegliere che cosa proteggere: i beni o le persone. Si è appostato nel cortile del commissariato di Avtury, dove venivano riuniti gli individui fermati, ha annotato tutti i loro nomi e scattato una foto di ognuno, allo scopo di evitare che qualcuno in seguito potesse sparire senza lasciare tracce; perché queste sparizioni sono il principale flagello della Cecenia attuale. La cosa è andata avanti per quattro ore.
"Verso le 11 del mattino, ho visto arrivare due blindati, con i numeri coperti di fango. Stranamente, tutti erano appollaiati sui veicoli, mentre di solito la gente cerca di rimanere all'interno, col freddo che fa", spiega Marat Berdev. "Incuriosito, mi sono avvicinato, ho guardato (portavo anch'io una tuta mimetica), mi sono arrampicato sull'abitacolo e, appena ho potuto, ho aperto. Era pieno di oggetti di ogni genere. Ho scattato delle foto. Mi sono qualificato…".
Che cosa è accaduto allora? Gli ufficiali che comandavano i blindati hanno sbloccato l'otturatore dei loro mitragliatori e hanno gridato al procuratore: "Come osi? Sono i nostri trofei".
Evidentemente, davanti a un kalashnikov, la legge non conta più. In quel momento la maggior parte dei procuratori in servizio in Cecenia avrebbe battuto in ritirata. Marat Berdev, invece, si è messo a grattare il fango che nascondeva i numeri.
Gli ufficiali hanno ordinato immediatamente ai soldati di truccare di nuovo i veicoli, poi si sono lanciati attraverso il cortile sotto gli occhi di tutti, senza temere niente e nessuno, al volante di una macchina rubata. Sono saliti in piedi sul tetto riprendendosi, visibilmente soddisfatti, con una videocamera ugualmente rubata, con i loro trofei sullo sfondo. "Certo non potevano immaginare che il film che stavano girando sarebbe diventato una prova a loro carico. L'ho sequestrato e ne ho fatto il corpo del reato".
Marat Berdev ha ordinato l'arresto di quegli ufficiali predatori: i fatti erano documentati. Eppure gli agenti del dipartimento regionale dell'Interno di Shali hanno rifiutato di eseguire i suoi ordini. Soltanto per miracolo, grazie al coraggio del generale Ghennadij Nakhaev, comandante militare della regione di Chali, intervenuto in extremis, è stato possibile trascinare in procura tre degli "uomini in passamontagna" per interrogarli. Ma, anche lì, si sono rifiutati di mostrare il volto e di declinare le loro generalità. "Non sono riuscito ad accertare l'identità di nessun ufficiale. Io, che sono un procuratore! Figuriamoci l'abitante di un villaggio!".
direttore [ 01 Dicembre 2006, 13:15 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Ecco la seconda parte dell'articolo, nel pomeriggio inserirò la terza e ultima:
A forza di ostinazione, Marat Berdev ha ottenuto qualche risultato. È stato appurato che i tre ufficiali – un comandante, un capitano e un tenente – appartenevano alla divisione speciale delle truppe del ministero dell'Interno Don-2, acquartierata in un campo vicino a Shali, la capitale regionale.
Questa divisione era già stata oggetto di molte denunce presso i procuratori. Ma, quando Berdev e Rudykh hanno cominciato a parlare di una loro incriminazione, gli "uomini in passamontagna" hanno puntato le armi contro i procuratori, sono saltati sui blindati e hanno raggiunto la loro divisione. La mattina del 27 novembre 2001, i procuratori sono riusciti a entrare nel campo per effettuare una perquisizione e confiscare il prodotto della razzia: da qui il mucchio di oggetti che occupa un angolo dell'ufficio.
"È appena un terzo di quello che hanno rubato", conclude Marat Berdev. "Il resto, le cose più preziose, sono riusciti a nasconderlo: orecchini, anelli, catenine, orologi. La complicità della gerarchia militare è totale. Pensate che io, il procuratore aggiunto regionale, un giorno in cui percorrevo la mia giurisdizione mi sono imbattuto in un soldato di un posto di controllo che pretendeva una mancia per lasciarmi passare. Gli ho mostrato la mia tessera: è diventato furioso all'idea di non prendere un soldo. Non aveva neppure paura che lo accusassi di tentativo di estorsione. Sapeva che gli ufficiali l'avrebbero coperto".
"Ci troviamo fra l'incudine e il martello", aggiunge Aleksandr Rudykh. "I militari sono il martello, e i ceceni che li combattono, l'incudine". Anche se mi hanno chiesto di tacere questa frase, desidero citarla per spiegare meglio quello che succede. "Fra l'incudine e il martello" significa che i procuratori sono costantemente sotto la minaccia delle pallottole. Dovunque, da parte di tutti. È questa la Cecenia attuale: quelli che sono dalla parte della legge devono aspettarsi in ogni momento che qualcuno gli spari addosso.
"Ma, soprattutto, scrivete la cosa più importante", mi chiedono i procuratori. "Per ripristinare l'ordine, bisogna prima proibire i passamontagna. Categoricamente. I militari non ne hanno alcun bisogno se non sono dei banditi".
I generali con cui i procuratori hanno parlato di questa storia erano sinceramente stupiti che avessero osato opporsi ai blindati. "È un miracolo che siate ancora vivi! I nostri militari non perdonano questo genere di cose". Ecco che cosa dicono i superiori diretti degli ufficiali che sono insorti contro i procuratori. Stando così le cose, può la giustizia civile opporsi al banditismo militare?
"Siamo riusciti ad avviare un procedimento per il saccheggio delle case nella località di Avtury". "Ma dove sono gli ufficiali che accusate?" gli ho chiesto. "Nella loro unità. Adesso tocca ai generali prendere una decisione". Naturalmente, i procuratori di Shali non hanno più avuto occasione di sorvegliare le operazioni durante le retate. Altrettanto naturalmente i predoni offesi hanno trovato in fretta qualcuno su cui vendicarsi.
Il 18 dicembre 2001, ad Avtury, via della Cooperativa rimandava l'eco di interminabili urla di donne. Al numero 13 era in corso da due giorni il pranzo funebre di Timur Ismailov, di 25 anni. Gli uomini facevano arrostire la carne nel cortile, e non ho avuto subito la forza di varcare la soglia. I piccoli orfani lasciati dal defunto stavano allineati accanto alla giovanissima mamma, Asmalika, che aveva lo sguardo spossato dalle lacrime e perso nel vuoto.
Tutto è accaduto semplicemente, in maniera sporca, come sempre oggi in Cecenia. Il 2 dicembre scorso, gli uomini della divisione Don-2 hanno circondato Avtury e dato il via a una crudele operazione punitiva. I bruti in passamontagna hanno saccheggiato tutto quello che potevano prendere, poi hanno portato via 25 persone: 24 uomini e una donna. Immediatamente il sindaco Ibrahim Umpashaev è corso alla procura di Shali.
Aleksandr Rudykh ha trascorso il resto della giornata a rastrellare il territorio, da una zona boschiva all'altra. È riuscito a ritrovare e a far liberare 17 persone, tenute prigioniere nei boschi presso Zhigurta, nella regione vicina di Noiaj-Jurt. Senza la sua determinazione, quelle persone sarebbero sparite per sempre. La sera i militari hanno abbandonato sulla strada cinque cadaveri. Recavano tutti le tracce di atroci torture. Timur Ismailov era quello più segnato.
Suo zio Ghelanij assiste anche lui al pranzo, in mezzo ai lunghi lamenti, e non riesce ad articolare parola. Il nipote è stato torturato sotto i suoi occhi. Gli ufficiali gli gridavano: "Perché sei così grasso?" – Timur era alto quasi due metri, ed era effettivamente abbastanza robusto – e lo colpivano. Gli hanno spezzato le costole, fratturato il cranio, i polmoni, i testicoli, i reni, ridotto il fegato a brandelli. Alla fine gli hanno fatto delle iniezioni di gasolina – il cui maledetto odore aleggia ancora nella casa.
Il 16 dicembre è morto. Ma la divisione Don-2 non si è limitata a questo. Ad Avtury, via Mamakaev costeggia il fiume. Il 16 dicembre, all'aurora, gli uomini della divisione hanno risalito la strada senza tralasciare una sola casa, seminando la distruzione. Questa volta, non volevano rubare niente, desideravano solo vendicarsi. Emma Dudaeva si era azzardata a sporgere denuncia in seguito agli avvenimenti del 26 novembre: i militari le avevano rubato tutte le coperte, la biancheria da bagno, le stoviglie nuove, sei sedie e un aspirapolvere. Il 16 dicembre hanno saccheggiato tutto ciò che le restava. Seguo le loro tracce. La casa seguente, numero 127, ospitava i Mahomadov.
"Ho deciso di lasciare tutto com'è. È finita, non ne posso più", sospira il capofamiglia Muhaddin Mahomadov. "È il terzo pogrom quest'autunno". Gli hanno rotto tutti gli sgabelli, frantumato il registratore in mille pezzi. Dal suo vicino, Sherip Saduev, i militari hanno demolito i bagni con il loro blindato, e la cosa li ha molto divertiti. Hanno anche crivellato di colpi il tubo della stufa, che ormai non scalda più. La casa è ghiacciata. Avtury non ha più gas né elettricità. Anche il sindaco è rimasto senza.
Ibrahim Umpashaev è un uomo nervoso, duro d'orecchio. Ha appena quarantasei anni e ne dimostra sessanta. Racconta veri e propri orrori. I suoi due figli adolescenti ascoltano. "Sono un uomo braccato, perché mi oppongo a queste violenze. E sono braccato da entrambe le parti". Come i procuratori. Una notte, una cinquantina di ribelli ceceni hanno assalito il borgo. Si sono precipitati immediatamente a casa di Ibrahim Umpashaev. Hanno percosso con il calcio dei fucili suo figlio di 9 anni, Nurdi, poi l'hanno chiuso in una stanza e hanno dato fuoco alla casa.
direttore [ 01 Dicembre 2006, 16:15 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Questa è la terza e ultima parte di un articolo di Anna Politkovskaya sulla Cecenia:
La moglie di Ibrahim, madre di altri quattro figli, ha detto: "Io resto con lui, dovete bruciarci insieme". Devono la loro sopravvivenza a un caso provvidenziale. "Quella notte", racconta Ibrahim Umpashaev, "ho chiesto aiuto per radio. Ho spiegato piangendo che eravamo attaccati. I militari mi hanno risposto soltanto: ‘Ti sentiamo male', e hanno interrotto la comunicazione".
I ribelli sono rimasti tre giorni. Passeggiavano per le strade. Quelli che erano originari di Avtury portavano dei passamontagna, gli altri no. Fra loro, c'erano molti giovani russi che non parlavano il ceceno. Nessuna delle unità militari acquartierate nelle vicinanze è intervenuta, e tutti i posti di controllo erano stati tolti.
Dopo tre giorni, i ribelli sono ripartiti verso le foreste e le montagne a est del borgo devastato. Le truppe russe sono uscite dai loro rifugi solo dopo la loro partenza. Recentemente ho cercato di incontrare il generale Igor Artekbaev, che comanda la divisione Don-2. Ho dovuto prima rivolgermi a un tenente sull'orlo dell'esaurimento fisico e nervoso, responsabile del posto di filtraggio mobile della divisione. Dovevo presentare i miei documenti, esporre le mie domande che sarebbero state trasmesse al generale, e la procedura avrebbe seguito il suo corso. Forse. Il tenente ha fatto tutto secondo le regole.
Ma le ore sono trascorse, e alla fine il tenente è venuto a scusarsi. La "gerarchia" aveva risposto per radio: "Se la giornalista ha delle domande da fare, non deve far altro che venire avanti. Siamo qui, appena in fondo al campo di mine". Almeno erano sinceri.
Il 7 dicembre Rizvan Lorsanov ha lasciato la sua casa al volante della sua Niva 4x4, per recarsi a Khankala, alla base principale delle truppe unificate. A casa sua, vicino a Shali, si erano svolte le trattative fra Aslan Maskhadov e il generale Lebed che avevano portato, nel 1996, alla "pace di Khasavjurt". Rizvan Lorsanov era molto conosciuto in Cecenia. In questi ultimi mesi era stato coinvolto a poco a poco nei negoziati. Si erano stabiliti dei "contatti" fra Akhmed Zavkaev, l'emissario del presidente Maskhadov, e il generale Kazantsev.
Le cose non procedevano, ma all'inizio di dicembre Rizvan Lorsanov era riuscito a incontrare il comandante della regione militare del Caucaso del Nord, Ghennadij Troshev, e Aslan Maskhadov. Il 7 dicembre 2001 la sua Niva – conosciutissima in tutti i posti di controllo della zona – attraversava Shali, quando un blindato coi numeri accuratamente ricoperti di fango l'ha costretta a fermarsi.
Alcuni testimoni hanno visto Rizvan Lorsanov scendere, agitare le braccia e chiedere che cosa stesse accadendo. Poi, ognuno è risalito sul proprio veicolo e, poco dopo, si è sentita un'esplosione. Mentre Rizvan Lorsanov e i due uomini che l'accompagnavano voltavano le spalle alla Niva, qualcuno ci aveva messo sotto una bomba e, alla partenza della macchina, l'esplosione era stata comandata a distanza.
Così, l'uomo che avrebbe potuto realmente contribuire ai negoziati di pace è stato vigliaccamente assassinato quando cominciava appena ad avviarli. Il blindato degli assassini, da parte sua, ha continuato tranquillamente a sguazzare nel fango ceceno verso Mesker-Jurt.
È tempo di accomiatarci dai procuratori di Shali. Nel loro ufficio è già notte fonda: sono circa le 7 di sera. Improvvisamente, la suoneria del telefono lacera il silenzio. Marat Berdev solleva il ricevitore e lo passa al suo collega. E Aleksandr Rudykh, lo stesso procuratore Rudykh sfiorato ogni giorno dalle pallottole, ci volta le spalle, a noi e a tutto l'inferno che ci circonda, e mormora all'apparecchio: "Svetlanochka, Svetlanochka… Te lo giuro… Hai la mia parola…". Ci vergogniamo di ascoltare. Ma cosa promette l'intrepido giovane procuratore? Il suo amore? "Svetlanochka, Svetlanochka… Avrai del denaro per le feste di fine anno. Te lo manderò".
direttore [ 01 Dicembre 2006, 16:50 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Reporters senza frontiere protesta fortemente contro l'arresto della giornalista Susanne Scholl di ORF (Tv pubblica austriaca) e della sua squadra di tecnici e operatori in Cecenia. "Questo è un tentativo inaccettabile di intimidire e limitare la libertà d'espressione dei giornalisti stranieri in Russia" dice Rubina Möhring,presidente di ROG (Reporters senza frontiere in Austria) e vice presidente di RSF International. Susanne Scholl e la sua squadra arrestati il ventiquattro novembre in Cecenia, sono stati interrogati dagli ufficiali del servizio di sicurezza federale. Sono stati liberati dopo poche ore. Il
loro video è stato sequestrato. Susanne Scholl stava lavorando insieme ad altri colleghi alla preparazione di un documentario su Anna Politkovskaya.
Fonte: Reporters senza frontiere
direttore [ 02 Dicembre 2006, 12:20 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Sulla libertà di stampa segnalo questo articolo di Federico Rampini sul Corriere della Sera di oggi, si tratta di un passo in avanti per quello che concerne il lavoro dei corrispondenti esteri che operano in Cina, qualche problema resta però per la stampa locale che continua a non avere libertà:
PECHINO - Articolo 6: "Per intervistare organizzazioni o individui in Cina i giornalisti stranieri hanno bisogno solo del consenso degli interessati". In due righe scarne questo è l'annuncio di una ritirata strategica della censura cinese, un'apertura senza precedenti in vista delle Olimpiadi di Pechino nel 2008. Per la prima volta il regime cinese rinuncia a controllare l'attività dei giornalisti stranieri sul suo territorio, e questo non riguarda solo la copertura degli avvenimenti sportivi ma ogni genere di inchiesta e reportage su temi politici, sociali, ambientali, religiosi. Si conferma così che la Cina vuole usare la vetrina dei Giochi olimpici per affermarsi come una superpotenza "rispettabile" e rassicurare l'Occidente.
La significativa liberalizzazione per la stampa è stata resa nota ieri. Il ministero dell'Informazione ha pubblicato la normativa che regolerà l'attività di tutti i giornalisti stranieri nel periodo olimpico e pre-olimpico, una finestra ampia che va dal primo gennaio 2007 a metà ottobre 2008. L'articolo 6 afferma un principio fondamentale: il diritto per i reporter di girare il paese senza dover chiedere permessi preventivi alle autorità, di parlare con chiunque senza autorizzazioni speciali.
Incalzato sull'interpretazione di quell'articolo, il portavoce del ministero Liu Jianchao ha garantito che la norma va intesa nel senso più ampio, cioè non solo per i resoconti delle gare olimpiche ma per ogni genere di indagine "politica, economica, culturale e su altri temi".
Fino a oggi la nostra attività di corrispondenti in Cina è stata sottoposta invece a vincoli e limitazioni, almeno in teoria. La normativa attuale ci consente di lavorare liberamente solo nelle maggiori città. E anche qui con qualche divieto: per esempio il perimetro della Piazza Tienanmen di Pechino è off-limits per interviste e riprese televisive, una precauzione ereditata dal 1989, quando il regime non riuscì a impedire che le telecamere del mondo intero filmassero l'intervento dei carriarmati contro il movimento studentesco. Al di fuori delle metropoli, in base alla legge noi corrispondenti esteri dovremmo muoverci solo dopo avere avvisato le autorità sui nostri spostamenti, indicando gli itinerari e le persone che intendiamo incontrare. Accade spesso che questa norma non venga rispettata. Tuttavia quando la ignoriamo lo facciamo a nostro rischio, mettendoci nell'illegalità.
Può succedere di essere fermati dalla polizia, interrogati e rispediti a Pechino con un'ammonizione e una multa. La svolta del regolamento per le Olimpiadi è netta: dal primo gennaio 2007 muoverci in giro per la Cina e parlare con la gente a nostro piacimento non sarà solo una consuetudine di fatto, diventerà un nostro diritto.
C'era molta attesa per il varo di questo regolamento, un test cruciale per capire l'atteggiamento con cui il regime affronterà la grande manifestazione del 2008. Da anni è evidente l'importanza politica che la Cina assegna a queste Olimpiadi: non solo una consacrazione dell'immagine della nuova Pechino, capitale cosmopolita di una superpotenza globale, ma anche un'occasione per cancellare il ricordo di Piazza Tienanmen, dell'isolamento e delle sanzioni che seguirono quel massacro. La questione della libertà di stampa è una prova essenziale. Si sa che per il 2008 l'afflusso di giornalisti stranieri aumenterà a dismisura. Il Comitato olimpico internazionale aveva ottenuto garanzie sulla libertà di movimento e d'azione per i giornalisti accreditati. Ma restava da verificare se il governo cinese avrebbe cercato di interpretare quelle promesse in modo riduttivo e l'annuncio di ieri ha soddisfatto le aspettative più ottimistiche.
Per quasi due anni il regime cinese sperimenta una politica permissiva verso i reporter stranieri. Il Foreign Correspondent Club of China, l'associazione della stampa estera a Pechino, ha definito questo regolamento "un passo decisivo per consentire ai corrispondenti di lavorare in condizioni molto più simili agli standard internazionali". Restano ombre e dubbi sull'effettiva volontà del regime di liberalizzare l'informazione. Non è tanto preoccupante la durata limitata di questo esperimento, perché risulta difficile immaginare che dopo averci dato carta bianca per due anni nel viaggiare e intervistare a piacimento, possano ritirarcela di colpo dal novembre 2008. Il vero e grave limite è che questa libertà è un privilegio riservato a noi giornalisti stranieri, non esteso alla stampa cinese.
Questo conferma un'evoluzione già in atto da alcuni anni: il regime di Pechino ha consentito spazi di libertà maggiori ai mass media internazionali, ma ha continuato a mantenere un controllo severo e una censura pervasiva su tutta l'informazione nazionale, dai giornali a Internet. Secondo Reporters Senza Frontiere la Cina è il paese del mondo con il maggior numero di giornalisti in carcere (almeno una cinquantina). Ancora di recente è stato respinto l'appello per un collaboratore cinese del New York Times, detenuto da due anni. Questo non scoraggia tuttavia alcuni giornalisti cinesi dal pubblicare inchieste coraggiose sulla corruzione, gli abusi di potere, i disastri ambientali.
La svolta per le Olimpiadi conferma che l'apertura crescente della Cina alle relazioni con il resto del mondo, la sua integrazione nell'economia globale, è un fenomeno troppo importante per non avere nel lungo termine delle conseguenze politiche. Il boom dei viaggi all'estero, l'accesso a Internet che comunque moltiplica la circolazione delle informazioni e delle idee, si accompagnano a una crescente richiesta di diritti che il regime deve tenere in considerazione. Come la globalizzazione, anche i Giochi del 2008 semineranno qualche germe di cambiamento in questa Cina
direttore [ 03 Dicembre 2006, 20:58 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
MOGADISCIO - È stato rilasciato ed è atterrato a Nairobi. Adesso sta bene, ma sono state ore di paura per l'inviato del Corriere della Sera in Somalia, Massimo A. Alberizzi. Il giornalista era stato infatti fermato a Mogadiscio da alcuni miliziani e trattenuto per ore in albergo. Alberizzi si trovava nella capitale somala in compagnia del collega di Liberazione, Emanuele Piano, e del cameraman Marco Ricchello. Avevano avuto autorizzazione dalle Corti Islamiche di girare per le strade di Mogadiscio, ma mentre si trovavano in città i tre sono stati bloccati. Solo Alberizzi è stato però trattenuto. La Farnesina è stata allertata e ha preso contatto con il giornalista, il quale ha comunicato di stare bene avvertendo però di non richiamarlo.
LIBERATO - La notte scorsa Alberizzi è rimasto in albergo sotto il controllo dei miliziani, mentre le Corti Islamiche si riunivano per decidere se arrestarlo o meno. Alla fine ha prevalso la linea moderata del non-arresto e dell'espulsione di fatto. Questa mattina il giornalista è stato portato in aeroporto e alle 15 e 30 ha preso un volo per Nairobi.
PAURA - In questi due giorni di paura e tensione Alberizzi ha avuto momenti di terrore soprattutto ieri (sabato, ndr) pomeriggio, quando un gruppo di uomini armati lo ha portato in aeroporto, su una pista deserta. Il giornalista è stato interrogato a lungo a proposito dei suoi articoli sulla Somalia. Solo dopo una telefonata ricevuta da uno dei miliziani la tensione si è stemperata. Alberizzi è stato riaccompagnato in albergo e tenuto sotto controllo, mentre le Corti decidevano sul da farsi. Poi è stato portato di nuovo in aeroporto. Da qui è partito con un volo Onu verso Nairobi, dove è atterrato poco dopo le 18 ora italiana.
Fonte: Corriere della Sera (Italia)
direttore [ 04 Dicembre 2006, 15:45 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Questo articolo è scritto da Marco Philopat per un inserto del giornale italiano "La Repubblica" e rigurda la figura di anna Politkovskaja:
Una giornalista che ha avuto il coraggio di smascherare il potere in uno straordinario volume che difficilmente verrà pubblicato nel suo paese. La Russia di Putin, uscito per Adelphi con una traduzione perfetta di Claudia Zonghetti è il suo secondo libro. Il primo, Cecenia, il disonore russo fu pubblicato da Fandango nel 2003. Entrambi sono saggi di denuncia rimbalzati più volte su tutte le agenzie di stampa del mondo, proprio come è successo con Gomorra di Roberto Saviano, a dimostrare che la convergenza tra letteratura e critica sociale incide parecchio e può provocare l’intervento scomposto dei nuovi ricchi globalizzati.
Più straziante di Dostoevskij, più surreale di Bulgakov, più violento di Majakovskij, pagina dopo pagina, cazzotto dopo cazzotto, La Russia di Putin ti stende al tappeto. Un drammatico testo sulle atrocità sociali scaturite dalle ceneri dell’ex Urss: giovani militari di leva spariti nel nulla ceceno, forse uccisi da “terroristi internazionali” ma più probabilmente seviziati e stuprati dal nonnismo degli ufficiali; massacri di povera gente; eroi di guerra inseriti nella malavita per sfamare la propria famiglia; sottomarini atomici arrugginiti e comandati da uomini costretti a mangiarsi le suole delle scarpe; i gas velenosi nel teatro Dubrovka, e infine il massacro di bambini nella scuola di Beslan...
Le rigorose indagini e le passionali prese di posizione di Anna Politkovskaja hanno colpito al cuore il sistema di Putin, bisognava tapparle la bocca per sempre... A noi restano i suoi libri, fondamentali per comprendere il lontano far-east russo e tutti i medioevi della modernità.
direttore [ 04 Dicembre 2006, 18:22 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Articolo di Giulietto Chiesa per "La Stampa" dello scorso 27 novembre:
Se davvero all'origine degli assassini di Anna Politkovskaja e del colonnello Litvinenko ci fosse Vladimir Putin, ci troveremmo di fronte a un record di masochismo, ovvero autolesionismo, da Guinness dei primati.
Anna Politkovskaja è stata ammazzata il giorno del compleanno del Presidente russo. Un amico russo mi ha detto: «L'hanno ammazzata di pomeriggio, proprio in tempo per far arrivare il cadavere sul tavolo della festa, quando si alzano i boccali». Colpisce la coincidenza, lo sfregio.
Ma forse non è solo una coincidenza, e non è certamente una sola coincidenza.
Due vertici importanti, cruciali, dove Russia ed Europa s'incontrano per decidere il futuro dei rapporti strategici, in un momento indubbiamente difficile: entrambi vengono preceduti di poche ore da un assassinio che sembra fatto apposta per gettare una luce sinistra sul Presidente russo. Un signore, per giunta, che sa per antico mestiere come, all'occorrenza, si fanno queste cose . Ed è dunque altamente improbabile che commetta con tanta leggerezza due errori così grossolani, consistenti nel gettare tutti i sospetti proprio su se stesso.
Forse sarebbe più logico tenere d'occhio la virata che Putin ha compiuto in questo anno. Ucraina, Georgia, Bielorussia sono stati tre colpi che Mosca ha subito in un anno. Due offensive le ha dovute incassare, una , quella bielorussa, l'ha rintuzzata. Ma a Mosca non sono distratti, come gli sviluppi successivi a Kiev hanno già dimostrato. E hanno carte decisive da giocare, in primo luogo energetiche , per riportare la Russia nel novero dei giocatori mondiali. Ecco, anche, perché ogni punzecchiatura, da qualunque parte venisse, fosse essa Tbilisi, o Varsavia, o Washington, ha ricevuto risposte dure dal Cremlino, sprezzanti, senza complimenti. Detto in altri termini: è finita la «ritirata strategica» di Mosca che ha caratterizzato gli ultimi quindici anni.
Questa virata ha irritato molto gli Stati Uniti e alcuni circoli europei occidentali. Si tenga presente questo dato. Questo Putin non piace più all'Occidente.
Tutti e due gli assassini in questione sfiorano o toccano Boris Berezovskij, l'oligarca che più di ogni altro ha accompagnato l'ascesa al potere di Putin e, più di ogni altro, conosce i suoi segreti. Si ricorda ancora oggi a Mosca la sua telefonata con il terrorista Shamil Basaev all'inizio della seconda guerra cecena, allora pubblicata dal Moskovskij Komsomolets. Forse ci fu più d'un nesso tra la seconda guerra e qualcuno degli oligarchi di Mosca, nel senso che furono loro a inscenarla e a pagarla. Se Scotland Yard volesse lavorare bene, la prima cosa da fare sarebbe sentire, con molta attenzione, proprio Boris Berezovskij. Un panorama comunque inquinato. Dare credito a voci così equivoche non è ragionevole.
E c'è un altro punto da tenere in conto. Vladimir Putin è al termine del suo secondo mandato. Teoricamente non può più ripresentarsi. Lui non ha ancora detto cosa vuol fare. Ha solo lasciato capire che continuerà a esercitare un'influenza decisiva sugli affari dello Stato russo. Non ha scelta. E il fatto che non abbia scelta potrebbe essere proprio confermato da questi due «strani» e «troppo tempestivi» assassini.
Che potrebbero indicare l'inizio di una furibonda lotta per togliere di mezzo proprio il nuovo aspirante interprete della grandezza russa.
direttore [ 08 Dicembre 2006, 13:43 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Articolo di Anna Politkovskaya sulla Cecenia abbandonata dall'Europa datato gennaio 2003
Ma il dramma è proprio che "sappiamo". E "sappiamo" fin troppo bene. In Europa ci sono stati e ci sono signori che sanno. In Cecenia non sono mai mancati "occhi e orecchie" ufficiali degli europei. E l'Europa, o meglio la sua parte politico-burocratica, doveva essere perfettamente al corrente della questione cecena. Questi "occhi e orecchie" sono innanzitutto le persone che avevano nelle loro mani il mandato ufficiale di osservatori internazionali per conto delle maggiori organizzazioni paneuropee (il Consiglio d'Europa e l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa).
Ecco un paio di ritratti dalla realtà cecena del 2002. L'estate scorsa. Il villaggio di Mesker-Jurt è assediato da tre settimane. Arrivano notizie spaventose: gli uomini, radunati nei campi di smistamento, vengono fatti saltare in aria dai soldati. Incontro il signor Inki a Grozny e lo supplico: "Fate qualcosa! Avete un mandato!". Per tutta risposta borbotta confusamente qualche parola… sul fatto che vuole arrivare vivo alla pensione e che ormai manca poco.
Agosto 2002. A Shatoe, un centro abitato sulle montagne, alcune persone sono morte in scontri provocati dai servizi segreti federali. Le vittime sono numerose. Torno a supplicare il signor Inki a Grozny: "Fate qualcosa! Scrivete almeno una dichiarazione a vostro nome! L'avete visto tutti! Siete tutti testimoni! A voi l'Europa darà ascolto!". Ma il signor Inki ricomincia con la storia che lui è "un semplice nonno finlandese" e che "presto arriverà la pensione". Scherza, fa lo spiritoso.
Sono una giornalista che lavora spesso in Cecenia. Ebbene, quando in Cecenia arriva lord Jadd con l'ennesima ispezione per preparare l'ennesimo rapporto sulla situazione dei diritti umani – rapporto in cui sicuramente si dirà che la situazione va "gradualmente migliorando" – io, una giornalista, non riesco ad avvicinarlo. È circondato da un impenetrabile cordone di soldati, e lo vede benissimo, ed è perfettamente consapevole che serve a filtrare le informazioni. Ma non fa mai niente per spezzarlo (me l'ha detto lui stesso). Mai niente. Perché? Perché così lord Jadd è più tranquillo. Anche se il prezzo è che il massacro va avanti.
Il lord riparte, e i ceceni restano soli con il loro dolore, certi che nessuno – né la procura né le organizzazioni europee né l'Onu – li aiuterà a trovare gli assassini, i sequestratori e i carnefici dei loro cari; certi che dovranno farlo da soli, che la vendetta è l'unica strada possibile, perché la giustizia per loro non esiste. Quante volte ho dovuto ascoltare questi sfoghi durante la guerra!
Ma perché le cose vanno così? Perché l'Europa ha assegnato alla Cecenia dei rappresentanti a cui non importa assolutamente niente di niente? Perché si sprecano risorse enormi per mantenerli in Cecenia a spese dell'erario europeo? Perché gli hanno ordinato di tacere? Per tutte le domande difficili c'è sempre una risposta molto semplice. Per la situazione cecena è questa: il silenzio fa comodo. All'Osce e al Consiglio d'Europa.
direttore [ 08 Dicembre 2006, 14:02 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Le torture, le esecuzioni e le sparizioni nelle carceri russe in Cecenia raccontate dalla giornalista Anna Politkovskaja che in questo articolo del giugno 2004 raccolse la testimonianza di un sopravvissuto. Questa è la prima delle tre parti del servizio, la seconda e la terza le invierò in giornata:
Questo è il racconto di un testimone oculare. Lo chiameremo Arsbi. È stato detenuto a Cernokozovo, un carcere di isolamento ceceno dove sono stati portati i prigionieri e i combattenti amnistiati della zona di Komsomolskoe. Ci siamo incontrati su mia richiesta in una capitale europea, dove Arsbi ha trovato rifugio.
Prima l'ho pregato di cercare di riconoscere qualcuno sul nostro video. Ma poi la conversazione è proseguita e si è ampliata. Ecco la sua testimonianza.
"Mi hanno portato a Cernokozovo il 12 aprile 2000. Eravamo sotto il controllo di un reparto speciale del ministero della giustizia. Nella prigione erano in corso dei lavori di ristrutturazione che venivano fatti da detenuti provenienti dal circondario di Stavropol: ogni giorno di lavoro valeva per tre.
Nella mia cella c'erano prigionieri della zona di Grozny. Appartenevano al gruppo Jihad. È così che si definivano. Wahhabiti. In un'altra cella – ma i detenuti venivano spostati di continuo per non dargli il tempo di fare amicizia – sono stato insieme ai combattenti di Komsomolskoe. La musica era la stessa per tutti: io non avevo combattuto, però mi picchiavano come gli altri.
Da Cernokozovo sono uscito con addosso una maglietta. Sul rovescio ci avevamo scritto i nomi dei miei compagni di prigionia. Mi sono messo la maglietta e mi sono avviato all'uscita – i sorveglianti non hanno pensato che potesse contenere delle informazioni. Ho deciso di conservare la maglietta per la storia.
Tra i combattenti della cella numero 10 c'era un russo – Aleksandr Lisnjakov, classe 1961, della regione di Perm. Era arrivato in Cecenia tra le due guerre. Si era convertito all'islam ed era rimasto a combattere come volontario. Poi era stato preso prigioniero. Sasha e io siamo stati nella stessa cella per quasi tre settimane.
direttore [ 08 Dicembre 2006, 15:18 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
SECONDA PARTE
A Cernokozovo lo picchiavano continuamente e molto duramente, ma lui era di tempra più salda dei ceceni. Sono stato anche nella prigione di Pjatigorsk, due mesi. Ma ecco, a Cernokozovo distruggevano la personalità. Un uomo era considerato meno di una bestia. In cella non potevamo neppure parlare e guardarci in faccia. Non potevamo sbirciare dallo spioncino della porta. Ed era vietato pregare. Bisognava stare seduti con la testa china e gli occhi bassi. Qualsiasi altro comportamento era considerato un tentativo di fuga.
Pregavamo di nascosto. A turno. Camminavamo pian piano nella cella in modo che chi pregava desse le spalle allo spioncino e potesse muovere le labbra. A Cernokozovo non resta che sperare in Dio: prima di finire in prigione non pregavo, ho cominciato in carcere – me lo hanno insegnato i wahhabiti in cella con me.
Una volta al giorno ci portavano a fare una passeggiata – noi commentavamo, scherzando 'Mettiamoci il giubbotto antiproiettile'. Fare la passeggiata significa mani dietro il capo, testa bassa, e all'ordine 'Via' devi metterti a correre. Non puoi rallentare, bisogna correre in corridoio e in cortile. Se cadi o rallenti il passo, te le suonano.
Quando arrivava l'ora della passeggiata, tutto il personale di Cernokozovo si radunava in cortile. Si disponevano a scacchiera e tutti avevano qualcosa in mano: manici di vanga, bastoni, manganelli… per picchiarti. Di giorno è l'unico divertimento. Tu fai lo slalom e tutti ti pestano. Fino al cortile della passeggiata. Anche là bisogna correre, ma in cerchio.
Se qualcuno inciampava lo bastonavano. Ma se uno cadeva tutti gli altri finivano addosso a lui, perché non si poteva rallentare e nessuno riusciva a vedere bene davanti a sé: la testa doveva essere china. E così uno cadeva, gli altri gli finivano addosso – e loro pestavano tutti. Il principio era sempre lo stesso: più uno è forte più bisogna suonargliele.
Nella cella numero 2 sono stato con Umarov Magomed, che aveva combattuto per Komsomolskoe. Classe 1978. Wahhabita. Era stato ferito a una gamba. Lo gonfiavano da far paura. Con Umarov sono rimasto per circa quattro settimane, poi mi hanno trasferito.
I wahhabiti le guardie li chiamavano 'waha'. Gridavano 'Sei waha?'. Uno prima non capiva cosa volessero dire, e rispondeva: "No, mi chiamo Magomed". I secondini andavano in bestia e lo picchiavano.
Ricordo Ajndi, sedici anni, del villaggio di Valerik. Ajndi era uno di quelli che puoi picchiarlo finché vuoi, ma non si piega. Era privo di qualsiasi istruzione. Non era mai andato a scuola. Non sapeva scrivere. Quando arrivò in cella aveva la testa coperta di cicatrici. Aveva combattuto a Komsomolskoe.
A Cernokozovo sono stato anche con gli uomini di Gantamirov – un leader ceceno che si era schierato con i russi, ma poi ha preso le distanze da Kadyrov. Gli avevano dato l'articolo 105, omicidio. Erano quelli che avevano attaccato Grozny, i primi a penetrare in città; poi i russi li avevano messi a difendere il posto di blocco. Dopo c'è stato un misterioso incidente con i federali. E a quel punto li hanno arrestati.
A Cernokozovo ho visto anche delle donne – dodici in tutto. C'era una russa, la moglie di un comandante di campo. L'hanno fucilata. Aveva con sé la figlia, una ragazzina di 16 anni. Però le donne non le picchiavano. Le fucilavano e basta. Lena gridava dalla sua cella, ogni volta che sentiva picchiare gli altri: 'Fascisti! Belve! Smettetela!'. E batteva freneticamente i pugni sulla porta. Dicevano di averla uccisa durante un tentativo di fuga.
Nella cella numero 3 ho incontrato Aleksej Beljakov di Karaganda. Il suo nome da musulmano era Sulman. Aveva combattuto. Diceva di essere stato campione olimpico di biathlon, Poi era finito in un giro di racket a Karaganda, e si era ritrovato in Cecenia con loro. Si era convertito all'islam, aveva combattuto ed era stato catturato. Non so che fine abbia fatto.
direttore [ 09 Dicembre 2006, 12:08 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
TERZA E ULTIMA PARTE
Una volta portarono delle persone massacrate di botte. Ci tirarono fuori dalle celle per scaricarli. Erano molto sporchi, ma ancora vivi. Alcuni di loro erano coscienti. Non potevamo parlare, solo scambiarci delle occhiate. Ci dissero di ammucchiarli in una stanza. Poi morirono.
Di notte ci facevano uscire spesso dalle celle. Cominciava la parte 'più interessante', come dicevano i secondini. La porta si apre – sulla soglia appaiono sei uomini. Ti picchiano, ti trascinano nelle loro stanze e ti picchiano ancora. Faccia al muro, manette – e giù con i martelli di legno, dove vogliono. Con quegli stessi martelli ci facevano correre da una stanza all'altra.
Ci guidavano come somari. Ti picchiano a destra – corri a sinistra. Ti bastonano a sinistra – corri a destra. La testa deve essere sempre china. E così arrivi in un posto dove è seduto un uomo, uno che ci gode a tormentare gli altri. Chiede: 'Dov'è Maskhadov?'. Risposta: 'Non ne ho la più pallida idea'.
E allora succede di tutto. Giù con le pinze. Con la corrente elettrica in tutto il corpo. Oppure alza il cane della pistola: 'Se mi dici dov'è Maskhadov ti salvi la pelle. Altrimenti muori subito'. C'era un tipo piccoletto, rosso. Ce la metteva tutta. Cercava di farti più male possibile. Ti veniva una voglia terribile di reagire – e morire subito. Quando prendevano qualcuno per portarlo nelle stanze, gli altri cominciavano a pregare.
La cosa peggiore era sentirli pestare qualcuno. I lamenti, le urla, i gemiti si sentivano benissimo. Era terribile soprattutto quando toccava ai più giovani. Ma l'uomo si abitua a tutto… Una volta ci fanno uscire di cella e ci ordinano: 'Gridate: Allah è un maiale!'. E noi abbiamo gridato… Sasha Lisnjakov prima di Cernokozovo era stato a Khankala, e diceva: 'Qui è meglio'. Là era rimasto nudo, a febbraio, in una fossa piena di cadaveri. Diceva: 'In un primo momento non ce l'ho fatta, ma poi mi sono seduto e sono rimasto lì sui cadaveri – non c'era niente da fare.
Ci tiravano fuori dalle fosse – e ci colpivano sulle gambe con dei tubi'.
Ci sognavamo il pane – da mangiare non c'era quasi niente. Acqua calda nella ciotola e un pezzo di pane al mattino. A pranzo una specie di polentina. E la sera soltanto acqua calda.
Adesso voglio solo vivere. È una grande fortuna essere vivi, mentre gli altri sono morti. Bisogna saperlo apprezzare. Mi hanno rilasciato il 5 ottobre 2000. L'ordine di liberazione era stato redatto due settimane prima. Mi dissero di firmare una dichiarazione che non avevo reclami da sporgere".
direttore [ 10 Dicembre 2006, 18:08 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
Articolo di Anna Politkovskaja sul conflitto ceceno datato settembre 2004 ( prima delle quattro parti):
In Russia è in corso una guerra: sono ormai cinque anni che va avanti, e per lunghezza batte già la seconda guerra mondiale. Eppure, la campagna elettorale per la duma (il parlamento russo) alla fine del 2003 non ha mai affrontato questa domanda: perché la guerra non è ancora finita?
Putin è stato eletto presidente nel marzo del 2000. Poco prima dell'inizio della seconda guerra in Cecenia, nel 1999, era solo un colonnello semisconosciuto a cui era stata affidata la direzione dell'Fsb (il nuovo nome del Kgb). Ma è riuscito a bruciare le tappe della sua carriera, diventando il successore designato alla presidenza e primo ministro per volontà di Boris Eltsin – all'epoca affetto da continui problemi di salute – e della sua famiglia (la cerchia di persone più vicine al trono del Cremlino).
Nonostante il suo salto di carriera, però, Putin era un personaggio anonimo in Russia. La famiglia Eltsin decise allora che una guerra era il modo migliore per far crescere rapidamente la fama del successore alla presidenza che aveva promesso di tutelare il suo patrimonio. Così Putin ha dichiarato guerra alla Cecenia, approfittando della possibilità di farsi conoscere che gli offriva l'attualità: degli attentati a Mosca e a Volgodonsk avevano distrutto diversi edifici, e le bande di Basaev e Khattab stavano attaccando il Dagestan.
Tutto è cominciato così: il controllo dei documenti d'identità nei villaggi ceceni si è trasformato in un'atroce operazione punitiva. I cadaveri sfigurati di persone cadute nelle grinfie dei federali sono diventati una tragedia quotidiana. Molte persone sono scomparse senza lasciare traccia, catturate dai militari. A poco a poco le esecuzioni sommarie e i rapimenti sono diventati il biglietto da visita dell'operazione "antiterrorismo" e delle azioni militari sul territorio ceceno.
Chi ne è al corrente? E chi se ne preoccupa? Sfortunatamente, un numero di persone molto ridotto. Il Cremlino ha tagliato fuori dalla Cecenia senza tanti complimenti tutti i testimoni superflui. In primo luogo ha escluso i rappresentanti delle organizzazioni internazionali, che potevano lavorare nella regione solo sotto lo stretto controllo dei militari, parlando esclusivamente con le persone a cui era permesso di avvicinarsi. In secondo luogo, ha proibito ai mezzi di comunicazione l'accesso alla regione.
I giornalisti dispongono esclusivamente delle informazioni filtrate dal servizio stampa militare ed è proibito verificarle direttamente nei villaggi ceceni. I giornalisti non hanno il diritto di abbandonare le posizioni delle unità di combattimento, e chi lo fa viene espulso dalla Cecenia: è così che giorno dopo giorno è stato tessuto l'inganno informativo. E nessuno ha fatto uno sforzo per sottrarsi a quest'inganno. I mezzi di comunicazione che hanno cercato di offrire un'informazione indipendente hanno chiuso i battenti.
direttore [ 10 Dicembre 2006, 18:40 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
SECONDA PARTE
La Cecenia è lo strumento con cui Putin ha conquistato il Cremlino e che lo ha spinto a cercare di soffocare la società civile e la libertà di espressione. Il 99 per cento dei mezzi di comunicazione russi, a causa della manipolazione di Putin sulla questione cecena, trasmettono dalla zona dell'"operazione antiterrorista" solo le informazioni che piacciono al governo centrale. Si tratta di due tipi d'informazioni: il primo riguarda l'eroismo delle unità federali, che eseguono il loro dovere in modo brillante e nel rispetto più totale della legge; il secondo è costituito dalle cronache sulla crudeltà dei ceceni e di chi dovrebbe governarli.
I russi hanno finito per crederci.
E così dalla seconda guerra cecena è nata la nuova Russia del dopo Eltsin, postdemocratica e non sovietica, dove l'importante – come ai tempi del comunismo – non è ciò che succede in realtà, ma come fare il lavaggio del cervello alla gente. Nel caso della Cecenia, il potere ha adottato una tattica tipicamente sovietica: nascondere la verità dietro una montagna di menzogne.
La Russia sta perdendo la capacità di mettere a fuoco i fatti, a volte senza neanche rendersene conto. Nel paese si è imposto il totalitarismo e i cittadini lo hanno accolto con favore, come "l'avvento dell'ordine", prima in Cecenia, poi in tutta la Russia. La morte di persone in guerra è considerata un male necessario: sono vittime giustificate dall'avvento dell'ordine. Volavamo verso l'inferno.
E ci siamo arrivati. Alla fine del 2001 una ragazza di 18 anni si è avvicinata al generale Gadzhiev, comandante militare della regione di Urus-Martan in Cecenia. Il fratello e il marito della giovane erano scomparsi per mano dei federali senza lasciare traccia. Per lei Gadzhiev, che aveva la fama di essere uno dei più crudeli boia della Cecenia e un organizzatore degli squadroni della morte, era il colpevole di quello che era successo ai suoi cari. La ragazza gli si è avvicinata il più possibile e si è fatta saltare in aria.
Aveva addosso una bomba fatta in casa, che aveva preparato da sola. Non era un'estremista religiosa o una fanatica della resistenza. Era semplicemente una cecena che viveva durante la seconda guerra nella regione.
Essere una persona in Cecenia non ha lo stesso significato che in occidente. Una persona in Cecenia è un soggetto biologico privo di qualsiasi diritto e della possibilità di contare sulle strutture dello stato. Perciò una giovane di Urus-Martan, metà vedova e metà sposa, ha deciso di farsi giustizia da sola.
I mezzi di comunicazione russi hanno usato toni patetici per parlare dell'omicidio del generale Gadzhiev: lui era un "eroe caduto", mentre la sua assassina era una "squilibrata" e una "nemica". Ancora una volta la società russa ha preferito chiudere gli occhi davanti alla verità. Putin non ha voluto neanche sentir parlare di una soluzione pacifica in Cecenia, considerandola quasi un'offesa personale. L'Europa – con i suoi leader, il Consiglio europeo, la Nato, il Parlamento europeo – si è lasciata imbrigliare da Putin, e gli ha lasciato fare quello che voleva. Schröder, Blair e Berlusconi hanno dimostrato un grande affetto nei confronti del presidente russo. I ceceni non hanno avuto considerazione da nessuno, e perciò si sono convinti di poter fare affidamento solo su se stessi.
direttore [ 10 Dicembre 2006, 18:54 ]
Oggetto: Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
TERZA PARTE
Cos'è successo nel resto della Russia? Si è continuato a ignorare l'accaduto. Per essere più esatti, si è preferito ignorarlo. Il colpevole non è stato più solo il Cremlino, che ha continuato la sua politica cieca nel Caucaso settentrionale, ma tutta la società che gli ha dato il suo consenso. Il silenzio, la rinascita del razzismo e gli sforzi assolutamente insufficienti di intellettuali e giornalisti hanno inasprito la radicalizzazione dei ceceni.
Gli intellettuali si sono rassegnati al prolungamento della guerra. Nessuno ha chiamato più le cose con il loro nome: uccisioni le uccisioni, sequestri i sequestri. Ascoltare le vittime della guerra è diventato un atteggiamento poco intellettuale; meglio il silenzio.
Il 23 ottobre 2002, a meno di un anno dalla morte del generale Gadzhiev, un gruppo di combattenti ceceni, accompagnati da alcune donne e decisi a morire per fermare la guerra, è andato a Mosca e ha preso in ostaggio 916 persone, gli spettatori e gli attori del musical Nord-Ost, in scena al teatro Dubrovka di Mosca. Il mondo si è commosso. La Russia è rimasta di ghiaccio. Il potere sembrava paralizzato, e la cosa più umana a cui è riuscito a pensare è stato avvelenare con un'arma chimica segreta tutti quelli che erano nel teatro.
È successo di mattina presto, il 26 ottobre, 57 ore dopo l'inizio del sequestro. I terroristi sono stati sterminati, senza lasciare testimoni che potessero spiegare come avevano fatto ad arrivare fino al centro della capitale. Con loro sono morti per il gas 130 ostaggi.
Questa terribile tragedia ha insegnato qualcosa alla società russa? Sono forse sorti dei dubbi sulla linea politica del Cremlino in Cecenia, che rende praticamente inevitabile lo sviluppo del terrorismo? Se dei dubbi ci sono stati, non sono durati a lungo. A manifestare il loro sdegno sono state solo le famiglie delle vittime del teatro Dubrovka. Con Putin la Russia sta recuperando i peggiori valori sovietici, come il brutale fondamentalismo stalinista. Stalin diceva: "Non si può fare una frittata senza rompere le uova".