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"Ugolok" degli Italiani delle terre russofone - Gringox d'Ucraina (sola lettura).



gringox [ 16 Giugno 2011, 16:05 ]
Oggetto: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Apro questo nuovo topic, a distanza di più di sei anni, dal lancio dello storico topic "Gringox d'Ucraina", per inserire e mantenere raccolti in forma di "sola lettura" tutti i racconti, le storie, i reportages che ho scritto in tutti questi anni, in modo da favorire una migliore lettura o rilettura; mantenendo ovviamente aperto anche l'altro topic, nel quale possono e devono essere inseriti i commenti e le osservazioni di tutti.

Buona lettura.


Gringox


gringox [ 16 Giugno 2011, 17:11 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Domenica 20 Marzo 2005 si decolla...

L'amico Giuseppe (Mr. G.), insieme alla fedelissima Gringax mi accompagnano a Malpensa e mi sostengono moralmente e fisicamente (dato il pesante ed ingombrante bagaglio che mi e' addirittura costato circa 300 euro di sovrappeso! - come ben descritto dal Giusy nel post "Passaggio importante"). Gli ultimi sguardi prima del controllo passaporti e poi via; in perfetto orario decollo alla volta di Budapest e poi Kiev.
All'arrivo a Borispol' (aeroporto di Kiev) mi aspetta il mio nuovo collega Oleg con sua moglie e l'Ucraina mi accoglie col suo residuo d'inverno: gelo, vento forte e neve... appena qualche ora prima Milano mi salutava con i suoi 15 gradi di prima mattina...e siamo al 20 Marzo!!!

Fortunatamente niente problemi di sdoganamento, niente storiacce coi bagagli...tutto andato liscio dal punto di vista burocratico.

Dopo un'oretta circa eccomi nel mio nuovo temporaneo appartamento. Una casetta tutta nuova, in stile italiano, che si trova proprio nel territorio degli uffici e comodissima quindi per il mio inserimento "immediato" nello spirito della mia nuova attivita' qui in Ucraina!

La prima sera la trascorro col mio amico “webboss", Stefano e col mio nuovo boss italiano, Marco a casa di quest'ultimo con un perfetto "benvenuto" in stile locale a suon di "Perzovka"...il risultato finale ve l'ha poi raccontato il webboss...macchina sequestrata per guida sotto l'effetto dell'alcohol, hehehehe.

Ehh gia' amici, qui non si scherza propio. Ti beccano praticamente sempre.
Addirittura mi e' capitato mercoledi' di andare fuori coi ragazzi qui al ristorante e poi in un klub fico di Kiev e di darci dentro ben benino con l' “amichetta spensierata” vodka e poi, all'uscita, l'amico che doveva stare al volante, consapevole del pericolo, ha chiesto ad un taxista di portarci a casa guidando la macchina del mio amico, gli ha dato le chiavi e il taxista ci ha portato tutti a casa. Poi il taxista ha chiamato il "suo" taxi e si e' fatto venire a prendere...roba da russi!!

Gringox


gringox [ 16 Giugno 2011, 17:11 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
28 marzo 2005.

La prima settimana vola nel piu' totale delirio tra la Fiera e qualche puntatina estemporanea per la citta' per questioni burocratiche legate al lavoro (non ancora le mie, che sistemero' questa settimana) e grandi cene e bevute con conseguente stanchezza e stress fisico e mentale non indifferente.

C'e' troppa gnocca! Ne ero conscio gia' da prima, avendo gia' una certa esperienza di queste zone! E, devo pure ammettere che, sara' forse per la tensione legata al lavoro o perche' sto invecchiando, che comunque non mi fa piu' l'effetto di una volta... Anche se tutte quelle cosce perfette, quelle minigonne esagerate o quei pantaloni stretti che evidenziano le forme piu' armoniche che la natura abbia mai generato e quelle magliettine aderenti ricoperte da folte chiome dorate o nere che rivestono visi deliziosi...lasciano il loro segno!
Da tempo non andavo in discoteca e mercoledi' sono uscito con il mal di testa e il torcicollo!!! Di cessi c'erano solo quelli con i simbolini all'entrata "uomini" e "donne"!!!

Va beh, a parte tutto mi sono subito imbattuto nelle difficolta' lavorative che in una fiera, per uno nuovo come me nel settore, emergono in tutta la loro veemenza e oncretezza. Anche dal punto di vista linguistico, ebbene si', anche il Gringox ha trovato delle resistenze. E poi non dimentichiamoci che siamo in Ucraina e, sebbene la stragrande maggioranza parli russo, quelli che vengono dall'Ovest parlano solo ucraino...e li' e' un casino. Ma pian pianino superero' anche qiuesto ostacolo. Sto pensando di iscrivermi ad un bel corsettino di lingua ucraina...
Simpatica la situazione che si e' verificata talvolta nel mio stand quando qualche mio collega relazionandosi con qualche cliente dell'ovest parlava in russo, quell'altro che gli rispondeva in ucraino... roba da matti!

Per il resto, che dirvi. Ho conosciuto parecchi italiani, sono stato diverse volte col caro webboss, ho conosciuto il presidente dell'Associazione Italia-Ucraina e mi sto gia' intrufolando lentamente nei meandri dell’organizzazione. Il Gringox non puo' certo farsi scivolare un'occasione del genere...

Beh, il mio programma vede una mia prima puntata all'interno del paese settimana prossima. Lunedi' prossimo partiro' alla volta di Lutsk, L'vov, Ivano-Frankovsk, Ternopol', Vinnitsa... alla scoperta della povera e ucrainofona "zapadnaja ukrajna" (Ucraina occidentale).

A presto.

Gringox


gringox [ 16 Giugno 2011, 17:12 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
03 aprile 2005.

Carissimi

finalmente ho un po' di tempo per aggiornarvi sulla situazione ucraina, perche' a parte gli sbattimenti lavorativi e ambientazionali...bisogna far fronte ai frequenti sbattimenti alcolici...
Ogni giorno qui e' buono per festeggiare qualcosa o qualcuno e conseguentemente ingurgitare la "solita" dose di alcol. Venerdi' era "den smeha" (il pesce d'aprile nostrano) e giu' a festeggiare!

Beh, la seconda settimana nel complesso e' stata molto piu' rilassante della prima e pian piano sto comprendendo il ritmo di lavoro locale e gli strani movimenti delle persone...

L'altro ieri era il compleanno di Ljuba, la donna delle pulizie, una signora sulla cinquantina, esile e sempre sorridente con un luccicante dentino d'oro, eredita' di una moda ancora sovietica, che ogni sera verso le sei arriva e seriamente ed efficacemente si dedica al suo lavoro. L'usanza qui prevede che in questi casi tutto il collettivo raccoglie una somma simbolica per fare un presentino al festeggiato e poi ci si riunisce tutti a condividere un momento insieme mangiando la torta e bevendo vodka o champanskoe! E' una cosa molto carina che evidenzia l'armonia dell'ambiente di lavoro, che qui e' visto sotto un'ottica molto piu' famigliare e umana.

Domani parto per la prima missione interna verso Ovest: Lutsk, L'vov, Ivano-Frankovsk, Ternopol'...da lunedi' a venerdi, insieme al collega. Ne vedro' delle belle.

Per ora e' tutto.

Vostro,

Gringox


gringox [ 16 Giugno 2011, 17:12 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
22 aprile 2005.

Dunque Ucraina.

Ovest ed Est, spaccati di un Paese diverso e vario!

...La strada che da Rovno ci porta verso Lutsk e' di un asfalto rosso porpora grattuggiato con crepe e fessure di varie dimensioni e profondita' che rendono la nostra corsa sballottante e nervosa. Non puoi perdere la concentrazione, potresti correre il rischio di finire fuori strada. Pochissime macchine si incontrano sul percorso...
Incontriamo paesini con casette di muratura a un piano e il tetto aguzzo. Non una macchina, solo carretti trainati da cavalli stanchi ai bordi delle strade e contadini visibilmente svogliati e ricurvi.
Ecco, un balzo nel medioevo d'Europa.
Qui siamo in terra cattolica di rito greco e all'entrata di ogni villaggio una statua con la madonna o una nuova chiesetta cattolica ce lo ricorda.
Lutsk, L'vov, Ivano-FRankovsk, citta' mezze polacche, mezze asburgiche, mezze slave. Tanta storia e tanti avvicendamenti politici hanno scosso la tranquilla vita di queste citta'. L'vov con le sue chiese e i suoi palazzi d'epoca e' una gran bella citta'. Molto poco "sovietica" e molto "mittleuropea".

Dall'altra parte c'e' il residuo della grandiosita' sovietica, Dnepopetrovsk, Donetsk, Harkov (antica capitale ucraina)... qui e' l'asfalto verde su strade decisamente migliori che ci conduce a loro.
Citta' enormi, industriali e brulicanti di novita' e di edifici moderni. E' la zona del "perdente" Yanukovich, e' l'Ucraina ricca, che porta la ricchezza al paese con le sue miniere, le sue fabbriche vecchie ma ancora fumanti, la sua mafia che allarga i suoi tentacoli verso la capitale...

Gringox


gringox [ 16 Giugno 2011, 17:12 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
dal post del 05 settembre 2005.

Ebbene si'.

Quello che da banale (anche se non troppo) viaggio di ritorno in macchina - con la nuova “gringmobile” - si' e' trasformato in missione eroica anche se il finale non e' stato molto lieto.

...scattate le ultime fotine ricordo della vecchia “gringmobile” che in molti ricorderanno (la mitica Punto bianca), prima della sua ultima e definitiva tumulazione e via, chiavi in mano, sul nuovo bolide chiamato 156...Alfa 156, la nuova potente “gringmobile” che accompagnera' il Gringox attraverso le strade ucraine...
Era martedi' 30 Agosto. Proprio in tempo per la partenza programmata, per il rientro in Ucraina, dopo il riposo milanese. Ebbene macchina nuova, documenti nuovi. Un piccolo dettaglio, banale per la nostra Italia e per l'europa unita, ma che si rivelera' catastrofico per il finale della vicenda: la presenza del foglio di circolazione provvisorio, in attesa del libretto originale.
Parto dunque, con la coscienza a posto e con la grande voglia di mettermi in marcia col nuovo mezzo.
E cosi' giovedi mattina si parte. Verso le 11.00 di mattina. Il bolide reagisce bene, compatto, massiccio...in circa un'ora e mezza raggiungo Venezia. nel frattempo riflettevo sulla strada da prendere: fare l'Austria (come la volta scorsa quando io e il biondo portammo la Fiat Uno del “webboss” su a Kiev) o provare la Slovenia? Beh, curioso di novita', decido al bivio per Tarvisio di proseguire dritto fino a Trieste. La Slovenia e' piu' breve e l'autostrada mi porta fino a Maribor in poco tempo.
Detto fatto, in breve mi trovo nella campagna slovena. Lasciate dietro le Alpi e i rilievi verdi sloveni, mi districo tra le stradine slovene confinanti con l'Ungheria. Entro in Ungheria a Lendava. Confine vuoto, dalla parte ungherese addirittura dismesso. Nessuna guardia di frontiera, nessun controllo. Il profumo dell'Europa e' gia' entrato in questi novelli Paesi tanto desiderosi di inserirsi nel calderone europeo...
Nel frattempo si fa pomeriggio inoltrato e il lago Balaton non finisce piu'. Altro che autostrada, la serpentina mi fa attraversare la puszta ungherese e sembra veramente interminabile. Finalmente ad un certo punto, a circa 130 km da Budapest, inizia l'autostrada. È gia' buio.
L'autostrada mi catapulta in Budapest, proprio in citta'. Ci metto un po' prima di trovare la nuova autostrada che mi porta verso nord-est, verso Nygherihaza...Ma non mi fermo. L'obiettivo e' quello di giungere il piu' vicino possibile al confine di Chop (Ungheria-Ucraina), prma di fermarmi per il pernottamento.

Fine prima puntata.

Gringox


gringox [ 16 Giugno 2011, 17:13 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
post del 07 settembre 2005.

....L'autostrada e' buia, poche macchine la calpestano e velocita' elevata ed io dietro a loro, con una forte stanchezza sulle spalle, ma con la voglia e l'orgoglio di proseguire. Ho sete, non bevo; mi scappa la pipi', me la tengo...devo raggiungere la fine dell'autostrada per concedermi la pausina.
Al bivio per Miscolc e Polgar, ricordandomi della mappa, giro a Polgar, in direzione Nygherihaza. Finisce di colpo l'autostrada e non vedo piu' nulla. E' ancora piu' buio e la strada pare inesistente e si svincola in mezzo alla campagna ungherese tenebrosa e disabitata.
Mi fermo un attimo e faccio quello che dovevo fare da tempo. E riprendo la marcia.
Dopo piu' di due ore, compreso diversi retromarcia per errori di strada in paesini spenti e senza indicazioni, giungo finalmente a Neghirehaza. In breve, attraverso le strade vuote della mezzanotte, raggiungo il McDonald, l'unica cosa che mi ricordavo di questa citta', tutto sommato grandina, dall'ultimo viaggio fatto col “biondo”. Mi fermo un secondo e ragiono.
Da questo punto, mancano circa 70 km al confine ucraino. Forse e' meglio cercare un posto per la notte. E cosi' inizia la ricerca frenetica di un alberghetto in citta'. Tutto a vuoto. Uno e' pieno (anche se non c'è manco una macchina nel parcheggio!!), uno e' chiuso, uno, nonostante avessi seguito l'indicazione, non lo riesco a trovare.
Beh, distrutto dai circa 1300 km fatti, decido di proseguire sulla statale che mi porta verso il confine. In breve trovo un alberghetto decente a bordo strada. Quattro amici che sghignazzano al tavolo, mentre bevono qualcosa; il titolare seduto con una donna alla macchinetta del poker e null'altro. C'e' posto. Mi fermo finalmente. La testa mi duole un po', bevo due birre freschissime e mi corico in breve.

Fine seconda puntata.

Gringox


gringox [ 16 Giugno 2011, 17:20 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
post del 09 settembre 2005.

Bevuto il caffe', un caffettaccio orribile, verso le 9,30 mi rimetto in movimento. La stanchezza di ieri sembra alle spalle, pur non avendo dormito molte ore. Forse il desiderio forte di proiettarmi in territorio ucraino mi sostiene e mi stimola.
Gli ultimi 60 km circa di strada statale scorrono veloci. Solo qualche mezzo pesante ogni tanto rallenta un po' la corsa. Targhe russe, polacche, ucraine, tedesche, qualche italiano, si alternano su questa direttrice importantissima che collega il profondo est con l'Europa. Ma qui anche l'europea Ungheria mostra il suo volto povero e trascurato. Anche qui i carretti trainati da cavalli si incontrano facilmente (come in Ucraina) e i villaggi non sono poi cosi' diversi da quelli che si incontrano attraversando la campagna ucraina dell'Ovest.
Grande sorpresa all'arrivo a Zahony: tutti i miei calcoli, in base all'esperienza vissuta mesi prima delle ore di attesa al confine, mi portavano a ritenere che, dopo le 6-7 ore in dogana, sarei entrato finalmente in Ucraina verso le 16,00 - 17,00 e da li' poi gli ultimi 900 km circa li avrei coperti in 7-8 ore, giungendo a Kiev finalmente in nottata. Ma lo stupore e' grande nel vedere che davanti a me, pochissime macchine mi precedono, mentre in senso opposto un mare di furgoni bianchi e auto ordinatissime attendono il loro turno. Grandioso, penso. Vai che forse riesco ad arrivare a Kiev in serata o addirittura nel tardo pomeriggio!
Pensieri positivi che subiranno una doccia fredda e pungente!
Un po' emozionato, con la macchina nuova, affronto il mio turno alla frontiera ungherese. Patente, libretto, accostamento dell'auto, apertura bagagliaio e cofano, controllo del telaio. un doganiere gentilissimo, tedesco - pensate un po' - facente parte del gruppo europeo internazionale di doganieri in missione “insegnamento” presso le varie dogane della “nuova” Europa. Il foglietto provvisorio in sostituzione del libretto, non ancora pronto, non mi crea alcun problema.
In un attimo sotto i piedi sento i cigolii del vecchi ponte metallico d'epoca sovietica costruito sul fiume Tissa, che divide in questo punto Ungheria e Ucraina. Il versante ucraino e' a un passo. Ecco di nuovo il mio turno. Rapidissimo. Consegno patente, foglietto provvisorio e fotocopia del libretto. Mi vedo otto occhi puntati addosso, quattro nei confronti della “gringmobile”, due che accompagnano una smorfia sadica, nei confronti dei documenti consegnati e l'ultimo paio che soprassiede la situazione. Inizia in breve un battibecco salato tra me e loro.
Non mi vogliono far passare! Il foglietto non e' accettato da questo Paese che mira all'Europa, ma che avra' ancora decenni lungo il processo verso l'integrazione. Inizialmente pacata, la conversazione si trasforma presto in un caso da circo. Provo con la corruzione: 20 Euro (che durante il passaggio con la “webbossmobile” di qualche mese fa avevano funzionato). Mi vedo ridere in faccia. Estraggo allora la banconota profumata da 50 Euro. Peggio che andar di notte. Mi sento bofonchiare che se continuo cosi' mi applicano l'articolo statale ucraino sulla “deportazione” e rischio di non metter piu' piede definitivamente in territorio ucraino. Allora cambio strategia. Ritorno pacato, cerco il dialogo e l'intermediazione. Chiedo di poter parlare coi superiori. Accettano. Ma, sconvolto e incredulo, sento che la cosa si sta mettendo male. Mi fanno accostare la macchina a lato e mi chiedono di seguirli. Da questo momento sono “trattenuto” per circa tre ore, nelle quali si alternano confronti serrati coi militari, attese fuori dall'ufficio, telefonate varie e attimi di speranza si rincorrono…ma sono vani. Nulla sembra fermare la loro deontologia, improvvisamente divenuta sana e incorruttibile, per chissa' quale recondita ragione. Ne' le mie parole, le mie suppliche, le mie spiegazioni ragionate, le mie proposte di “accordarci” in qualche modo, modificano la loro impostazione. E' un foglio finale, controfirmato da me sotto costrizione, timbrato e vidimato dal capo, il glaciale verdetto contenente l'indicazione della mia infrazione dell'articolo del codice per l'immigrazione in Ucraina, che provoca il rifiuto del mio ingresso in macchina in Ucraina. Un verdetto ormai senza ricorsi. Ci provo io, ingenuamente, col foglietto tra le mani a supplicare in un ultimo atto di coraggio. Nulla da fare. Mi accompagnano alla macchina e mi fanno segno di far dietro front, indicandoni nuovamente il ponte ferroso sul Tissa. Ho perso. Sto rientrando in Ungheria. Qui affronto un po' di coda e poi un nuovo controllo alla dogana ungherese. Faccio capire che ci ero appena passato e che mi avevano rimandato indietro gli ucraini…
Deluso e sconfitto, gia' nuovamente in territorio ungherese, mi fermo un attimo e prendo in mano la cartina stradale. Subito decido. Prodeguo. Ostinato. Provo a valicare il confine da un'altra parte. La mia mente si butta subito verso la Romania, magari l'aggiramento ucraino attraverso la Moldavia. Ma la strada e' lunga ed e' gia' mezzogiorno.

Fine terza puntata

Gringox


gringox [ 16 Giugno 2011, 17:30 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
post del 20 settembre 2005.

Mentre proseguo a ritroso, lentamente, penso e ripenso a quello che mi e' successo e a quello che sto per fare. E non sono convinto del tutto. La Romania e' lunga circa 300 km. di territorio, prima di giungere al confine di Suceava (quello che ti porta a Chernovcy, in terra ucraina, per intenderci). Arriverei sicuramente di sera, forse di notte, immagino che strade ci saranno sul versante romeno. E poi sono stanco, gia' stanco, nonostante il sole caldo sia ancora alto sopra di me. E strane idee iniziano ad assalirmi la mente: forse che sia meglio non ostinarsi con altri confini e lasciare la macchina a Chop e prendere il treno? Ma poi, dove cavolo la lascio la macchina? E se me la rubano? E poi quanto costera'? Sara' sicuro? Mah! Oppure forse e' meglio tornare a Budapest e lasciarla la' in qualche parcheggio e prendere l'aereo? O forse spararsi il ritorno fino a Milano ora e parcheggiare la “gringmobile” in garage e rientrare a Kiev in aereo. Tutti pensieri che entrano ed escono velocemente e mi confondono le idee.
No. Vado avanti, almeno mi do' un orario e sposto la decisione finale di qualche ora piu' avanti. Tanto - penso - fino a sabato sera ho tempo di girare e decidermi. L'imperativo e' l'arrivo in ufficio a Kiev lunedi' mattina (5 settembre), assolutamente ed improprogabilmente!! Impegni importanti d'ufficio mi aspettano.
E poi, se non altro, ho un'altra possibilita' ungherese di valicare il confine. La seconda frontiera, quella piu' meridionale non e' lonatnissima da qui ed e' meno battuta e conosciuta di quella di Chop e, chissa' mai, che non conoscano bene le regole del libretto della macchina o che almeno siano piu' “docili” e portati al “dialogo”. Questa volta preparo subito la banconota da 50 eurini!
E cosi' proseguo. Sempre con la cartina sotto mano, dato che la campagna ungherese di confine e' un dedalo di stradine strette che attraversano paesucoli vivaci in queste ore del giorno, ma del tutto privi di una qualche indicazione stradale.
Nel centro di Mateshalka un cartello seminascosto mi indica che la strada per il confine e' quella che prosegue sulla sinistra. La imbocco ad andatura moderata. Nessun segno di “Ucraina”, nessun mezzo con targhe ucraine o russe, inizio un po' a preoccuparmi. Forse che sia chiuso quel cavolo di confine? Mah, penso, tanto ormai mancano una manciata di chilometri, eventualmente faro' dietro-front e poi pensero' sul da farsi. Il ponte sul fiume Tissa in questo angolo di Ungheria non segna come a Chop il confine naturale con l'Ucraina. Lo attraverso e sono ancora in Ungheria, ancora per poco… Improvvisamente vedo il cartello indicante la dogana e in un attimo mi ritrovo incolonnato dietro ad una serie di macchine, poche a dir la verita'. Sono arrivato al confine di Tisabech-Vilok. La bandiera ungherese e, poco piu' in la', quella ucraina sventolano baldanzose ed io tiro un sospiro di sollievo. La frontiera e' aperta, ora speriamo in bene.
E' il mio turno, per la secona volta nell'arco di qualche ora tento di valicare il confine. Consegno prima il passaporto e poi la carta d'immigrazione compilata, il “clac” del timbro sulla pagina del passaporto e sul modulino mi infondono qualche speranza… un'illusione, che dura pero' qualche attimo di secondo! “Teh-passport pozhalujsta” (il libretto della macchina per favore) - mi chiede subito il doganiere gentilmente, gli consegno il fatidico “foglietto” sostitutivo; e' la fine penso. Non passero' neanche stavolta. Lo prende, lo gira, lo rigira, mi guarda e si mette a ridere. Cos'e' questa roba qui? Accosta la macchina e aspetta - mi dice. Che cosa non so, forse che arrivi qualche altro superiore, forse ho qualche speranza, forse posso contrattare, mah, aspettiamo. Oppure chissa', magari hanno comunicato l'informazione dal confine di Chop e visto che mi trovano recidivo, questa volta incorrero' in casini maggiori…
Un'altra ora circa di trattative che si concludono per la seconda volta con un secco rifiuto. Firmo la dichiarazione di espulsione, accetto il fatto che mancano i documenti necessari per poter entrare nel territorio ucraino con la propria macchina; e mi ritrovo sconsolato di nuovo al volante, ancora una volta in Ungheria, ancora una volta in quelle stradine di campagna, senmpre piu' stanco e demoralizzato… e intanto il pomeriggio volge alla sera.
Che fare? Dopo un paio di telefonate in Italia e a Kiev per qualche scambio di consigli, decido che sono ancora in tempo a provare testardamente, ma da un altro Stato. Cartina alla mano vedo che la Romania sarebbe comoda perche' a un passo da qui, ma il primo valico segnato con l'Ucraina e' verso Suceava ed e' parecchio distante, circa 300 km e poi mi immagino quelle strade… ci arriverei stanotte. Un rischio che mi pregiudicherebbe un'eventuale successiva dcisione di rientrare disperatamente a casa in Italia. Non ce la farei poi in un giorno solo!
Allora decido di puntare verso nord, verso la Slovacchia, piu' lonatana da qui, ma piu' compatta e con due o tre valichi di confine con l'Ucraina, tutti vicini ed abbordabili. E poi mi sento piu' tranquillo, la Slovacchia e' terra slava, non so perche', ma la sensazione e' di maggiore sicurezza, rispetto alla Romania.
E cosi' di nuovo mi ritrovo a Neghirehaza, mi mangio un veloce panino dall'amico McDonald e proseguo. Si sta facendo sera. Un sorriso sulle labbra mi viene alla vista del cartello “Tokaj” che segna il passaggio nella cittadina famosa per la produzione del vino ungherese “tokaj”. Veramente un posto carino, e anche turistico sembrerebbe. Oltre ai dolci rilievi contornati di viti, che scendono lievi verso l'ansa del fiume Tissa, nel paese pullulano le scritte “therme”, a confermare la notorieta' della zona come centro termale. Purtroppo non ho ne' tempo ne' voglia per fermarmi ad una delle tante bancarelle lungo la strada che vendono bottiglie di bianco tokaj di produzione propria.

E' gia' scuro quando attraverso il confine ungherese-slovacco. Velocemente, senza intoppi. Questi due Paesi amici ormai hanno anche deciso di optare ad un risparmio di strutture e di personale. E cosi' ecco che di barriera doganale ce n'e' una sola comune. I due doganieri quello ungherese e quello slovacco sono insieme. Non imagino come facciano a capirsi… sta di fatto che mi guardano velocemente il passaporto, senza nemmeno prenderlo in mano e poi con un breve cenno mi fanno proseguire. E' gia' buio. Sono in Slovacchia. Mi dirigo verso Koshice.

Fine quarta puntata.

Gringox


gringox [ 17 Giugno 2011, 8:54 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
post del 22 settembre 2005.

Poche macchine mi fanno compagnia nella lenta mia corsa verso Kosice. Logicamente l'orario, ma piu' probabilmente la mancanza di paesi e citta', fanno si' che in questa parte di Slovacchia non ci sia assolutamente quasi nessuno per le strade. Purtroppo non riesco neppure a rendermi conto di cio' che ho intorno, solo sagome di casette sparse per la campagna, di alberi e cespugli, e un continuo saliscendi della strada che alterna curve a gomito, tornanti, a tratti diritti e lisci. Intravedo tanto verde, tanta campagna, anzi collina dolce. Nulla da dire sulla qualita' della strada. L'asfalto e' in ottima condizione, meglio sicuramente rispetto alle strade ungherese, neanche paragonabile a quelle ucraine.
Durante questi lunghi momenti solitari, governati da un'alta concentrazione, non ascolto neanche la radio, neanche un disco; beh, a dir la verita', e' gia' qualche ora che ho spento tutto. Sembra quasi un rifiuto dei suoni esterni e una ricerca della concentrazione. Un'immersione nei propri pensieri. Guardo fuori, guardo il volante, guardo dritto avanti a me. Nonostante sia sceso il buio, e senta fortemente la stanchezza, non ho sonno. Sicuramente in me, mi conosco, sta giocando il fatto dell'emozione di trovarsi in un nuovo Paese, che ancora non era stato visitato da me. E quindi la voglia di scoprire, di vedere, anche se si vede poco niente fuori, la voglia di arrivare a Kosice, che so, per sentito dire, che si tratta di una citta' importante slovacca e grande; infine la speranza di poter stavolta valicare il benedetto confine ucraino e potersi poi rilassare ad Uzhgorod, prima di riprendere il cammino domani mattina. E intanto rifletto ad alta voce su come questa volta devo approcciarmi ai doganieri, cosa fargli vedere, cosa inventare. Sicuramente il fatto che sia sera e che comunque arrivi al confine di Uzhgorod tardi gioca a mio favore. In queste ore chissa' che ci siano dei turni di militari piu' “docili” e sensibili e che possano venirmi incontro. Le ho provate tutte in Ungheria, tanto da rassegnarmi ormai che questa volta i soldi non aiutano, ma era giorno, c'era movimento e, anche per loro, uscire allo scoperto ed accettare denaro poteva costituire fonte di rischio nei confronti di qualche superiore che poteva piombare a controllare la situazione da un momento all'altro; ora no. E' sera inoltrata. I superiori dormono o si stanno ubriacando da qualche parte, e zacchete, io riusciro' nel mio intento. Pensieri folli che si inseguono. Una cosa e' ormai chara. Questo di Uzhgorod sara' l'ultimo tentativo, dopo il quale, se dovesse andare buca, beh, non rimane altro che prendere l'amara decisione del ritorno a casa, a Milano. Non ho alcuna intenzione di lasciare la nuova “gring-mobile” da qualche parte in Slovacchia, in attesa di venire a riprenderla chissa' tra quanto tempo!
Oltrepassato Presov, una lunga discesa semidiritta mi apre una visuale su una pianura puntellata di lucine arancioni contornate da un alone molto intenso, le classiche luci dei lampioni della citta', evidentemente mi sto avvicinando a Kosice. E sono quasi le 22,30. Questo fatto mi consola, significa che, in base alla cartina, sono a circa 140 km dal confine di Uzhgorod e se tutto va bene tra un'oretta e mezza dovrei esserci.
Nonostante l'orario tardo e il fatto che fosse la mia prima visita in questa citta', grazie a delle indicazioni chiarissime e ad un sistema stradale moderno di cavalcavia, viadotti e speci di tangenziali, in poco tempo mi lascio alle spalle Kosice e proseguendo in salita mi dirigo verso Mihalovce, l'ultima grossa cittadina prima del confine. La strada sale parecchio, evidentemente siamo in montagna ed inizio a sentire un po' di freschino. Anche lungo questa statale trovo poco traffico, qualche camion con targhe straniere, ucraini, polacchi, ungheresi…
Attraverso diversi paesini spenti, bui. Tutto tace, tutto fermo. Improvvisamente penso: “cavolo, ma pensa te dove sono finito, hehehe, sono in Slovacchia, ma chi poteva mai immaginarlo” e adesso entrero' dal confine di Uzhgorod; mah, speiamo in bene. Va bon, andiamo avanti, e rido tra me e me, definendomi un pazzo!! Ripenso brevemente alla giornata di oggi, sono in piedi dalle 8,30 e in movimento dalle 9,30 e ne ho fatta di strada, con tutte le batoste che ho preso e lo stress che ho accumulato; sono in piedi con un boccone dell'amico MacDonald ingurgitato senza neanche troppa fame nel pomeriggio e basta; potevo a quest'ora essere gia' di la', sui Carpazi, verso Strij o magari gia' a Leopoli, e invece…
La strada perennemente a curve mi rallenta la corsa, la mancanza di indicazione del confine e della citta' di Uzhgorod ogni tanto mi tiene in allerta, ma l'impressione di giungere nei pressi del confine in poco tempo e' reale e palpabile. Probabilmente il buon umore e l'interpretazione positiva di pensieri non troppo confortanti hanno trionfato in me sulla stanchezza e lo sconforto per la giornata trascorsa e non ancora finita.
E' passata da qualche minuto la mezzanotte, forse mezzanotte e dieci, e dodici, non ricordo esattamente, che mi trovo improvvisamente a rallentare dietro una macchina ferma, a luci spente, che fatico a vedere e per poco nongli vado addosso; a fianco a me un camion enorme. La strada in teoria dovrebbe essere a doppio senso, ma buona parte della corsia opposta e' occupata da macchine in fila, fila nella quale mi rendo conto di esserci finito anch'io. A fianco alla nostra fila c'e' quella dei camion, enormi bisonti addormentati. Rimango con la macchina accesa per qualche minuto, perche' non mi sono ancora completamente accorto della situazione e per mantenermi un po' al calduccio e per far un secondo lavorare un po' la testa per pensare sul da farsi. Poi mi decido, spengo il motore, indosso la giacchetta ed esco in perlustrazione. Nel frattempo dietro di me si erano gia' accalcate altre tre macchine! In breve realizzo la situazione, il confine e' poco oltre, beh; non proprio poco! Cammino per circa 10 min e lo stesso non riesco ad arrivare nei pressi della barriera del confine. Una cosa sconvolgente, una fila interminabile di macchine e camion in attesa di valicare il confine. Qualcuno lo sa e soavemente ha attrezzato la cabina dell'auto a camera da letto, sedili giu', cuscino e copertina, in attesa che arrivi il proprio turno; qualcun altro lo sa anche lui ed e' fuori a fumare e ciacolare con altre persone, tanto siamo tutti sulla stessa barca, con la bottiglia di birra in mano e il sorriso fatalista di chi accetta sempre le cose come capitano perche' cosi' e' scritto da qualche parte chissa' dove!! Altri ancora ascoltano la radio in macchina… insomma tutti lo sanno che ogni giorno e' cosi', si ripete lo stesso rituale, macchine diverse, gente diversa, ma condizione identica. E nessuno si lamenta. Nella mia camminata verso la barriera noto tutti questi atteggiamenti e noto che le macchine sono quasi tutte con targa ucraina e ce ne sono di tutti i colori, dalle vecchie “zaparozhec” e “Zhiguli” a nuovi Jeepponi Tojota e Lexus. La stessa situazione, anzi probabilmente peggiore l'avevo trovata quando, mesi fa, ero rientrato in Italia con le “marshrutke” di Molino Dorino. La' eravamo a Chop e abbiamo fatto 7 ore di fila prima di passare il confine, ma l'orario era piu' comprensibile e poi non avevo fretta e poi faceva parte delle emozioni ancora da provare e da vivere. Qui, al contrario, la cosa mi pareva incomprensibile. E' mezzanotte e mezza - penso - ma che cavolo ci fanno tutte queste macchine. E la cosa buffa e' che durante la mia camminata avanti e poi indietro verso la macchina, il tutto circa 20 min., non ci si e' mossi di un millimetro!!!
Rientrato in macchina, mani e testa sul volante rifletto. Se la situazione e' cosi' drammatica, rischio che il mio turno sara' domani mattina, e poi se oltre al danno della perdita di tempo, mi becco anche la beffa (che poi non e' lecito definirla cosi') del rifiuto, beh, che cavolo faccio?? Domani e' domenica e lunedi' devo essere in ufficio a Kiev! No, non va bene! Pero', non va neanche bene che mi sono sparato tutti questi chilometri, dal confine con la Romania, fino alla Slovacchia, per niente, per non fare neanche l'ultimo tentativo di valico, come programmato. Non mi arrendo. Aspetto ancora qualche minuto, nell'attesa che magari si smuova la situazione e nel frattempo, carta alla mano, do' un'occhiata alle possibili varianti. “Ormai sono in ballo, balliamo”! Devo almeno provare un confine slovacco e poi, solo dopo l'ultimo eventuale ennesimo rifiuto, prendere la via del ritorno! Vedo che effettivamente c'e' una stradina segnata in giallo, microscopica, che costeggia il confine, verso nord, verso la Polonia. La carta segna: 22 km e poi, sempre sulla carta, ci dovrebbe essere il valico di Vel'ke Kapushani, una dogana secondaria, speriamo in bene. Devo solo tornare indietro di qualche chilometro e imboccare la strada giusta, perche' con questo buio c'e' il rischio che mi possa perdere. Non era segnato quasi fino all'ultimo questo confine, ben piu' importante, figuriamoci quello!! La decisione e' presa.
Faccio dietro front con un po' di fatica, perche' siamo tutti accalcati uno dietro l'altro e lo spazio di manovra e' limitato; lascio la colonna e rientro nella piu' totale oscurita, verso l'ignoto…

Fine quinta puntata.

Gringox


gringox [ 17 Giugno 2011, 8:55 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
post del 21 ottobre 2005.

…risalendo verso ovest noto un bivio, del quale non ne avevo colto l'esistenza prima; ed in effetti, ora che ripenso, anche la stessa cartina indica che il confine di Uzhgorod e' suddiviso in due parti, un po' come quello/i di Gorizia che tagliavano la citta' in due con la parte ex-jugoslava. Gia', la colonna di macchine nella quale mi ero imbattuto portava evidentemente al confine principale, quello che poi, al di la', ti avrebbe condotto direttamente sulla statale nella direzione dei Carpazi e poi di Kiev; quell'altro (sempre di Uzhgorod) era probabilmente quello cittadino, al di la' del quale, cioe', la strada ti conduce direttamente alla citta' di Uzhgorod. Beh, sta di fatto che, con una certa curiosita', decido di fare questa deviazioncina e seguire il cartello con l'indicazione “Ucraina – Uzhgorod”. Tanto - penso - ormai, non e' che un quarto d'ora in piu' o in meno mi cambi la vita. La discesa e' brevissima, oltrepasso tre casette all'apparenza abbandonate e mi trovo fermo ad un incrocio abbastanza bene illuminato, a differenza della strada di prima nella quale ero incolonnato. Questa luce intensa mi permette di realizzare la situazione che poi, nonostante la mia testa non fosse ormai piu' tanto in grado di connettere, non era poi cosi' tanto logica e comprensibile. La barriera e' molto piu' vicina, rispetto a prima, e la vedo ad occhio nudo, poco oltre l'incrocio. Macchine ovunque, tutti fermi, gente sulla strada: davanti a me, a sinistra, dietro se ne erano gia' aggiunte un paio, ma soprattutto alla mia destra, da dove una serpentina di auto e camion conduce i miei occhi fino ad un punto, ad una curva, la' in fondo dove c'era gia' il buio e dove mi pareva di esserci arrivato nella mia passeggiata a piedi di poco prima.
Insomma in breve la mia mente poco lucida e stanca mi porta ad una conclusione, che purtroppo non avro' comunque modo di confermare: si tratta di un'unica dogana, ma raggiungibile da due diversi punti. Insomma, la discesa forse e' presa d'assalto dai piu' furbi o dagli “abitue'” di questo confine, che viene intesa come una scorciatoia; ma, d'altra parte, i piu' furbi si accorgono presto di diventare i piu' fessi, quando giungono a quell'incrocio, nel quale mi trovo io ora, e si rendono conto che non possono andare oltre perche' la precedenza ce l'hanno quelli della serpentina. Chissa' - penso - magari questa gente ci riprova ogni volta con la scorciatoia, pensando e sperando che sia la volta buona di metterla in quel posto agli altri, mentre invece ogni santa volta si ripete lo stesso copione e sono proprio questi qui a prendersela in quel posto!
Comunque sia, vero o non vero che si tratti dello stesso confine, questo mio breve sopralluogo qui termina, faccio di nuovo dietrofront e ritorno, su per la salita, ad imboccare la strada statale.
La stradina gialla della cartina, quei 22 km che da Tibava conducono a Velikij Bereznij (gia' territorio ucraino) sono davanti ai miei occhi, sono l'ultima speranza di poter attraversare questo benedetto confine e sono anche l'ultima concreta possibilita' che mi rimane da tentare. So che ora devo concentrarmi piu' che posso, perche' il bivio per questo confine sicuramente non sara' indicato o, dato che si dirama dal centro del paesino di Tibava, nel quale ci saranno anche diverse altre stradine laterali che portano ad altri angoli della cittadina, tale bivio sara' indicato con qualche cartello seminascosto o comunque invisibile per il buio che mi circonda. Sarebbe d'uopo chiedere a qualcuno eventualmente, ma, a quest'ora la vedo grigia!
Le ultime sagome delle casette di Tibava sono alle mie spalle. Dopo tre tentativi e svolte in stradine sbagliate, finalmente imbocco quella giusta! E qui la stanchezza, l'oscurita', la strettezza della strada tutta a curve e il paesaggio circostante mi catapultano in una realta' da favola fantastica; alberi da inferno dantesco, sul ciglio della strada, dai grossi tronchi e dai rami che ti passano sopra, che sembrano braccia che cercano di avvinghiare nelle proprie maglie la macchina quasi a volerti impedire di proseguire per il puro gusto di dimostrare che a quest'ora della notte sono loro i padroni del tempo e dello spazio. Rumori e scricchiolii strani, complice il vento che spira leggero, interrompono la mia concentrazione facendomi di tanto in tanto sussultare sul seggiolino e di conseguenza frenare d'istinto nonostante vada a passo d'uomo e, come se non bastasse, qualche animaletto strano con code lunghe che mi attraversa la strada accecato dai miei potenti fari abbaglianti che tengo accesi durante tutto il percorso lungo questa magica stradina. Non una macchina incontro, non un essere umano, solo un misero paesino - beh, chiamarlo paesino e' un complimento - un piccolo agglomerato di quattro case di pietra, che nella mia immaginazione di quei momenti vengono da me identificate come le dimore di qualche strega o personaggio strano che popola le notti di questi boschi. In quei momenti provo la paura, dimentico tutto cio' che ho vissuto in questa giornata interminabile, perdo l'identita' spazio-temporale, ma non riesco neppure a cogliere cosa potrebbe succedermi; sicuramente qualcosa di irreale, di fantastico, perche' la situazione che sto vivendo ha semplicemente dell'innaturale; chissa', magari, nella migliore delle ipotesi, incontro uno gnomo della foresta che mi ferma e mi saluta. Incredibile l'essere umano in balia della sua immaginazione quando le circostanze sono tali da accenderla e da fomentarla al massimo. Allora, in quei momenti, l'essere umano ritorna bambino improvvisamente e arriva ad immaginare cose che solo poco prima non avrebbe neanche mai pensato; scaturisce una fantasia recondita, che nella quotidianita' rimane repressa e atrofizzata dalla realta' di ovvieta' che ci circonda, anche se l'ovvieta' della realta' e' spesso atroce e peggiore di qualsiasi fantasia! Un ritorno all'infanzia, alle paure e alle immaginazioni di quando capita, da bambini, si rimane per esempio per la prima volta a casa da soli per qualche ora, senza genitori. E cosi' questo bosco incredibilmente tenebroso mi opprime e mi spaventa, ma allo stesso momento mi stimola a vincere la paura e ad andare avanti. Sono momenti spaventosamente lunghi e tesi…
All'improvviso un bivio e una fioca luce di un lampione in mezzo alla stradina. Mi fermo qualche secondo in mezzo alla strada e prendo in mano la cartina. Ci sono. A sinistra la strada porta a Snina, a destra al confine. Svolto a destra, seguo il cartello con la scritta “Ucraina”. Il bosco e' alle spalle e con lui, come quando ci si sveglia da un sogno, o da un incubo, tutta la fantasia che era fuoriuscita dal mio animo e dalla mia mente scompare e ritorno ad essere il Gringox, seduto al volante della sua macchina che sta per raggiungere l'ultimo confine, sperando di varcarlo da vincitore!
Sono le 01,30 di notte, ripenso alle mie precedenti tappe della giornata di oggi, anzi, ormai di ieri!
Poco oltre ecco la sbarra e la barriera di confine. Velikij Bereznij. Sull'asta una bandiera slovacca buia sventola e poco piu' sotto, a neanche 50 m, la barriera ucraina con la relativa bandiera. Due macchine mi precedono in uscita, una sola sta subendo i controlli qui, in entrata in Slovacchia. Penso ottinmisticamente: “questa volta la vedo bene, dai che passo, dai; dai, dai!!! Questa volta sono io a metterla in quel posto a tutti quei fessi che 30 km piu' a sud fanno la fila in quel dannato confine di Uzhgorod, hehehe!”. L'orario in teoria gioca a mio favore, sicuramente ci sara' qualche povero doganiere che non avra' certo voglia di complicare il mio attraversamento con qualche cavillo burocratico e si accontentera' piuttosto di gonfiare leggermente il suo portafoglietto.
E' il mio turno. Con volto meravigliato i doganieri slovacchi mi scrutano e poi si guardano e sorridono. Mostro i documenti, dopo aver udito un “buonasera” in un italiano con marcato accento slavo. Consegno ancora una volta il solito “foglietto”. Il solito copione, gia' visto due volte oggi; il doganiere, che prende il foglietto in mano, lo apre, lo legge bene o fa finta, ma gli riesce bene, lo gira e rigira, alza gli occhi e mi guarda, poi li riabbassa e riguarda il foglietto, poi lo da' in mano al suo collega, poi si guardano in faccia, sorridono, ma forse vorrebbero sghignazzare. Insomma, il risultato lo colgo subito, da come si sviluppa la scena. Il doganiere capo, una personcina di mezz'eta', molto affabile, gentile e disponibile, mi chiede di parcheggiare un secondo l'auto poco oltre. Mi dice subito a chiare lettere che con questo foglietto non ho alcuna speranza di varcare il confine ucraino: “hehehe, la' vogliono entrare in Europa, ma passeranno ancora 50 anni, forse, o forse di piu'! hahaha”, mi dice in un russo, con forte cadenza cecoslovacca, che riconosco per la sua marcata cantilenosita', tipica di questa lingua slava, misto di polacco, ucraino e russo. In questo modo mi rammenta tra le righe che mi trovo in Slovacchia, un nuovo membro dell'Unione Europea, o quasi, ma comunque che per molte cose ormai si uniforma allo standard europeo e, nel mio caso, permette tranquillamente di circolare col foglietto provvisorio. E la sua battuta ironica fa trapelare implicitamente l'orgoglio di essere slovacco e non ucraino, nazionalita' forse da lui considerata come sfigata e povera. E pensare che, fino a poco tempo fa, non c'erano poi grosse differenze socio-economiche tra queste genti e questi Paesi!
Sta di fatto che dialogo parecchio con lui, cerco di spiegargli la situazione, fargli capire quanto sono stanco e gli racconto le mie peripezie. So che sto perdendo tempo; non devo raccontare a lui la storiella, ma devo convincere la parte ucraina a farmi entrare, non quella slovacca a farmi uscire! E poi, nonostante l'affabilita' e la poca considerazione per la nazione ucraina, questo militare pare molto convinto di voler rispettare le regole vigenti in quel Paese, forse piu' per evitare di far correre dei possibili rischi successivi a me, nel mio tragitto in Ucraina con un documento non valido. No sa lui, o forse immagina dai miei racconti, ma insiste sul contrario - da buon militare ottuso -, che la mia esperienza ucraina mi ha gia' piu' volte messo in contatto stretto con la milizia stradale e con situazioni di irregolarita' e che ne sono sempre uscito senza alcuna conseguenza seria, se non con un portafoglio appena appena piu' leggero. Figuriamoci, in un Paese dove molte macchine girano senza targa, l'assicurazione non si capisce se sia obbligatoria o meno, la patente la si puo' comprare a buon mercato, e comunque se circoli senza patente, e vieni beccato, te la cavi al massimo con 5/10 Euro di multa sottobanco al “militsioner” di turno che ti controlla!!
Non so perche', ma continuo a percepire la sensazione che questa volta e' quella buona. Di la', a 50 m. oltre c'e' un ragazzotto in mimetica. Dovro' parlare con lui e convincerlo. Ho gia' i 50 euro in tasca per l'evenienza. E 50, nell'altra tasca, nel caso la prima somma non bastasse! La simpatia nata tra me e questo slovacco, purtroppo, rovina i miei piani di approccio solitario alla dogana ucraina. Questo insiste nel voler venire con me per parlare con il doganiere ucraino, mentre io vorrei andarmene da solo. Sento che se vado con lui, poi questi due si mettono a parlare e alla fine della fiera, quell'altro mi rispedisce indietro. Sento che quest'uomo, pensando di farmi del bene, fara' capire al suo collega di la', che non gli conviene rischiare di farmi passare e di non prendere alcuna tangente, altrimenti sarebbe peggio per lui, in caso mi succedesse qualcosa in territorio ucraino. E cosi' e' che, in un attimo, ci ritroviamo in tre: io, l'amico slovacco e il ragazzino in divisa ucraino, intorno il silenzio, il buio, il gracchiare delle cicale e il vento che soffia leggero. L'ucraino prende in mano il “foglietto”, lo gira e poi senza neanche aprir becco fa un cenno negativo col capo, lo riconsegna al collega slovacco e fa per andarsene. A quel punto intervengo, con un cenno faccio capire allo slovacco che sto per tirare fuori i soldi e lui mi risponde delicatamente, ma in quel momento mi provoca un nervoso inimmaginabile, di lasciar perdere. Allora apro bocca e cerco di spiegare la situazione all'ucraino; cerco di fargli capire che gia' dopodomani (cioe' ormai domani) devo essere a Kiev in ufficio e che non puo' negarmi la possibilita' di passare. Provo a giocare sul piano psicologico, cerco di smuovergli la coscienza e di vincerlo nel cuore; cerco di farlo ragionare ed agire come uomo e non come militare… Per l'ennesima volta dalla mia bocca esce il racconto della mia avventura (ovviamente trascuro i dettagli dei tentativi andati a vuoto, di varcare il confine nelle dogane precedenti), dei chilometri percorsi da Milano. Nulla da fare. Non cede; non passo!
Sconsolato, deluso profondamente ed irritato per quella pressante e fastidiosa presenza al mio fianco che la mia mente stanca addita come colpevole per il fallimento di questo ultimo tentativo, me ne torno verso la macchina, sempre accompagnato dal doganiere slovacco. Inutili i miei ultimi tentativi esasperati di fargli cambiare idea e di tornare dall'ucraino per farla cambiare anche a lui. Inutile il suo ultimo tentativo di convincermi a lasciare la macchina a Snina (pochi chilometri indietro) per poi prendere il giorno dopo un taxi fino al confine, varcarlo a piedi e da li' prendere un altro taxi fino ad Uzhgorod, e da Uzhgorod in treno o in aereo proseguire per Kiev. E la macchina la sarei venuta a riprendere non appena fosse stato pronto il libretto originale. Tale proposta, seppur conferma di benevolenza e affabilita', mi innervosisce maggiormente e non mi porta ad alcuna risposta nei suoi confronti.
Quando apro il passaporto e vedo il timbro della frontiera slovacca barrato con una croce fatta a biro blu e la scritta chiara “zruschene” (che immagino che in slovacco voglia dire “annullato”), mi trovo gia' oltre la sbarra, seduto in macchina, con qualche lacrima agli occhi.
Guardo l'orologio: 2,15. Mi assalgono i brividi al solo pensiero di dove mi trovo, di dove dovrei essere dopodomani, di dove ero stamattina e di dove ero ieri! Annientato dalla stanchezza non mi rimane altro che stringere i denti ed avviarmi sulla strada del ritorno a Milano.
La stradina gialla che ripercorro a ritroso non mi da' piu' alcuna sensazione. Non ci sono piu' ne' streghe, ne' gnomi e non c'e' piu' alcuno spazio mentale per lo sfogo della fantasia. Solo lo sguardo fisso alla strada con occhi sbarrati e mente assente. In breve giungo a Tibava ed imbocco nuovamente la statale che mi riportera' a Kosice e poi in Ungheria.
Pochi chilometri dopo Tibava una luce fioca sulla destra distoglie il mio automatismo e la mia concentrazione, sento un rumore di portiera di macchina che si chiude, mi volto e vedo che un localino, un piccolo bar, e' ancora aperto e tre macchine sono ferme nell'area antistante. “Beh, a questo punto chi se ne frega” - penso - “vado a veder che aria tira la' dentro e casomai mi bevo un birrozzo”. Quando apro la porticina sento un tepore piacevole, vedo tanti tavolini di legno massiccio tipo osteria, un gruppetto di persone dalle faccette paciarotte seduto poco piu' in la' schiamazza e solleva boccali di birra schiumante; improvvisamente ritorno a percepire sensazioni umane e penso che in effetti mi trovo in Slovacchia, una delle patrie della buona birra e devo assolutamente dissetarmi provandone una. In qualche modo mi rivolgo alla bella camerierina biondina e ordino un bel boccale di birra chiara e fresca, non so quale, ma ne voglio un boccale e di quella chiara. Lei, gentilissima, mi fa sedere e mi dice che in un attimo me l'avrebbe portata. Mi dice anche la somma che devo pagare in corone slovacche, cosa che mi entra da un orecchio e mi esce subito dall'altro; capita a volte, soprattutto quando ci si presenta con persone nuove, al momento di scambio dei nomi, che subito dopo aver sentito il nome della persona alla quale hai stretto la mano, non te lo ricordi piu', rischiando poi di fare delle figuracce. Lo stesso in questo caso, complice la devastante stanchezza, nonostante la cosa mi poteva incuriosire, non capisco neanche quanto debba pagare. Poco male, tanto non ne ho di corone slovacche e penso “sicuramente accettera' gli Euro; in questi Paesi sono tutti voraci di Euro”. Chiedo a lei di tradurmi in Euro quella somma e, al colmo dello stupore, quando mi scrive sul foglietto la cifra di 50 centesimi, cioe' 0,50 di Euro, non trattengo un sorriso di meraviglia… Non e' possibile - penso “non puo' costare 50 centesimi di Euro una birra! Si sara' sbagliata”; manco in Ucraina costa cosi' poco. Non ho mai trovato una birra cosi' economica in un bar forse solo in Cina, quando bevevo come una spugna una birra dietro l'altro per le vie di una Pechino con il 95% di umidita' e che costavano forse 10 centesimi circa… In tasca non trovo monete, vado in macchina, recupero una monetina da 50 centesimi e gliela porto, e vado a sedermi. Mentre continuo a ridere tra me e me e pensare a questa cosa curiosa mi arriva la birra. Inizio a trangugiarla come acqua, poi mi fermo. Me la devo gustare e devo riposarmi un po'. Bevo e sorrido e dico qualcosa con voce sommessa, parlo da solo, come i matti, categoria umana nella quale mi ci metto in questi frangenti, considerata la situazione generale che sto vivendo.
Con il buon sapore della birra rimasto in bocca, saluto la biondina dal sorriso tenero ed umile e riparto. Uno sguardo di nuovo alla cartina. La strada me la ricordo, almeno fino a Kosice, devo solo ripeterla in senso contrario. Parto. L'unica cosa che ho in testa ora e' quella di rientrare in territorio ungherese e poi cercare di riposare fino a domani mattina, cioe' fino a qualche ora dopo, dato che e' gia' mattina! Tanto ormai non rimane altro che rientrare a Milano e lasciare la macchina in garage, per poi ripartire al piu' presto in aereo per Kiev.
La stanchezza mi toglie ogni consapevolezza della distanza che mi separa da Milano e di quanta strada devo ancora macinare per rivedere la mia casa. Meglio cosi'. Una preoccupazione in meno alla quale far fronte.
Guido, e la nebbia mentale mi avvolge nella sua coltre pesante e mi annienta ogni pensiero. Non sento e non vedo nulla di cio' che attraverso nell'oscurita', compreso il praticamente ormai inesistente confine slovacco-ungherese, attraverso il quale passo senza praticamente neanche fermarmi, al solo cenno di un rallentamento da parte dei doganieri stanchi e svogliati a quest'ora della notte.
Non ce la faccio piu', sono in Ungheria. E sono quasi le 04,00 di mattina. Entro in un autogril, ho solo la forza di parcheggiare la macchina di fianco ad un camion; e' forse l'ultima manovra istintiva volta alla ricerca di un riparo e di una forma di protezione, da chi e da che cosa non si sa; e spengo il motore. Mi addormento, ma poco dopo i brividi mi assalgono e mi risveglio. Da questo momento accendo il motore ed il riscaldamento e cerco di riassopirmi. Non riesco a dormire ed un lento ed interminabile dormiveglia mi accompagna fino allo spuntare del sole.

Fine sesta puntata.

Gringox


gringox [ 17 Giugno 2011, 8:56 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
post del 01 novembre 2005.

In breve giungo a Miscolc, sono da poco passate le 7,00 di mattina. Ho riposato in macchina neanche 3 orette, inchiodato, ibernante, in un autogril poco dopo un paese ungherese di cui non ricordo manco il nome, comunque tra Hidasnemeti e Encs, un dormiveglia stressante interminabile; faccio il pieno e mi proietto sull'autostrada che avevo preso 2 giorni prima, ora in senso opposto, verso Budapest. Frastornato, deluso ed enormemente stanco, coi 1300 km che ancora mi aspettano, non bado a velocita', e come un automa mi posiziono sui 190-200 km/orari per mantenermi concentrato e per vincere la distanza! Di questo viaggio sconsolato di ritorno non v'e' molto da dire, la testa e' annebbiata, le mani rigide sul volante. Vedo a tratti il letto della mia casa e mi ci vedo dentro. La sorte vuole che questo viaggio sia piu' lungo e faticoso del previsto: coda di circa 2 ore al confine ungherese-austriaco, incidente e rallentamento di 2 ore dopo Viennna, diluvio universle verso Klaghenfurt, 9 km di coda alla barriera di Venezia Mestre (ritorno dei bagnanti felici dalla Croazia!!), nubifragio con palline di grandine del diametro di 3 cm da Peschiera a Ponte Oglio con conseguente andatura a passo di lumaca…

Vedo la Gringax e il letto verso le 22.00, dopo aver fatto 15 ore di strada, dal confine slovacco, ma non ho neanche la forza di bofonchiare. Il contachilometri segna: 3329 Km. Giovedi', venerdi' e sabato. Tre giorni di macchina che non dimentichero', attraverso mezza Europa centrale!

Gringox

PS: …e la domenica, 4 settembre 2005, riparto dal buon vecchio aeroporto di Malpensa, ancora una volta in aereo, ancora una volta con la Malev, ancora una volta via Budapest (dove, ironia della sorte, ci ero passato in macchina qualche ora prima!).
Quando all'uscita dall'aeroporto a Kiev sento l'abbraccio del webboss, capisco che finalmente e' finita l'avventura di questi 4 giorni folli che mi hanno non poco messo alla prova, ma che mi hanno dato tanto tempo per vedere, pensare, riflettere e vivere qualcosa di unico ed irripetibile.


Fine.

Gringox


gringox [ 17 Giugno 2011, 9:00 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
post del 01 novembre 2005.

Domenica 30 Ottobre 2005 il Gringox ha inaugurato ufficialmente il primo volo diretto Kiev - Milano dell'Alitalia. Un grande evento per gli Italiani di Kiev e per tutti gli Italiani ed Ucraini che si muoveranno dall'Italia verso l'Ucraina e viceversa...

2,25 minuti di volo... fantastico!

Non nascondo di aver provato una certa emozione a salire sull'aereo alitalia a Kiev e ad atterrare poi dopo due ore e mezza a Malpensa.

"Era ora": e' cosi' che ho salutato il capitano dell'Alitalia che ci ha accolto sull'aereo... Eravamo solo in 10 a bordo e ci hanno anche omaggiato con un bellissimo portachiavi dell'Alitalia, oltre ad averci dato precedentemente, al check–in il "pass" per accedere alla VIP sala in attesa di salire a bordo. Un bel volo inaugurale....

Forza Alitalia!

Gringox


gringox [ 17 Giugno 2011, 9:55 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 21 gennaio 2006.

...la “gringmobile” e' ormai ferma, immobile da 2 giorni...non vuole avviarsi ed e' sempre piu' coperta da uno strato di neve e ghiaccio che si solidifica sempre piu'!!!
Cosi' vengo accolto a Kiev, da un gelo mai visto. Si vive tra i -28 e i -24 e il gelo e' pungente e costringe a stare a casina! Ma anche a casina, ovvero in caserma, le cose non vanno meglio. Non c'entra la Russia o la battaglia del gas che si sta combattendo in questi giorni tra i due Paesi a suno di parole e minacce; il fatto e' che i caloriferi non riescono a scaldare gli ambienti grandi e il gelo penetra dalle finestre chiuse e traspira dalle pareti...sono costantemente ancorato al mio piccolo termosifone elettrico e cerco di scaldarmi come posso!

Anche internet qui da me funziona male...

Gringox


gringox [ 17 Giugno 2011, 9:56 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 06 aprile 2006.


Cronaca di dieci minuti sotto la neve al Parco Golosejvskij (Novembre 2005 - Kiev).

Oggi cade la prima neve a Kiev. Non e' una domenica come tutte le altre. C'e' nell'aria qualcosa di speciale, qualcosa di fiabesco. Almeno questa e' la sensazione che io percepisco. Non sono abituato a uno spettacolo del genere. Dovevo uscire di casa per qualche acquisto ma, di primo acchito, pensando al freddo che ci sarebbe stato fuori riconsidero il mio programma. Mi fermo qualche minuto affacciato alla finestra a vedere fioccare; ma improvvisamente qualche brivido mi assale e la sensazione visiva non mi basta piu'. Sento una voglia strana. Tutto d'un tratto scaturisce in me un grande desiderio di estraniarmi per un po', di mescolarmi con la natura per parlare un po' con essa e di godermi questa prima neve che viene giu' fitta e silenziosa. Devo uscire e incamminarmi verso il parco Golosejvskij per godere piu' intensamente di questa piacevole sensazione.
Cammino nel parco, voglio spingermi il piu' possibile all'interno per non sentire piu' il rumore delle macchine che scorrono veloci lungo la Sorokoletija*.
Eccomi qui, finalmente solo, fermo, in piedi, unico elemento vivo ad interrompere la monotonia di una natura che sembra morta e che pare accettare con felice rassegnazione l'inevitabile incontro con l'inverno.
Intorno a me solo betulle magre e spente, tronchi sottili che si stagliano verso il cielo bianco e basso sopra di me, che si confonde con il bianco e il grigio che sono intorno. La neve implacabile scende fitta e si deposita su quelle forme inerti vestendole con un manto di purezza. Guardo in profondita', un gioco visivo incantevole; i rami che si intersecano tra loro e formano griglie intricate e multiformi.
“E voi che fate rametti solitari che portate ancora addosso un piccolo residuo di chioma? Chissa' perche' quelle fogliette marroni e morte vi sono ancora rimaste addosso”. Forse esse volevano ribellarsi al ritmo delle stagioni, volevano rimanere attaccate per dimostrare di resistere all'inverno, forse serbavano la speranza di poter sopravvivere alla rigida temperatura incalzante, alla neve, al gelo e al vento che soffia pesante. Forse, quando erano ancora in vita, hanno sviluppato una linfa particolare che ha permesso loro di rimanere attaccate al ramo che andava pian piano in letargo insieme con tutto l'albero. “O avete forse stipulato un tacito accordo con loro - i rametti - di poter rimanere attaccate fino alla primavera per poter poi ritornare verdi, in cambio di tener loro compagnia per tutto l'inverno e apportargli un po' di calore?”. Con la voce dell'intimo mi rivolgo alla natura, ma non riesco a percepire alcuna risposta e rimango nel mistero. E le fogliette sono li, tante, ripiegate su stesse, raggrinzite e penzolanti, in balia degli spostamenti d'aria, senza alcuna speranza di poter rivivere, di poter fronteggiare la natura. Beffate forse da una promessa che non può in alcun modo essere mantenuta perche' così scritto nel libro sacro della natura. In attesa che una folata di vento piu' forte o il peso della neve che si accumula su di esse, le faccia cadere definitivamente.
Intorno a me il silenzio. L'immagine comune che la neve diffonde al genere umano di purezza e candore e' tutta qui, di fronte ed intorno a me, viva e profondamente vera. Il bosco, custode eterno di innate e misteriose percezioni per l'essere umano, delle paure più profonde e delle sensazioni di oppressione e del profondo senso di solitudine, svela in quest'atmosfera tutta la sua limpidezza. Chiudo gli occhi nella speranza che questa immagine entri dentro di me e si depositi creando uno strato morbido di purezza sulla mia anima, che possa emergere ogniqualvolta ve ne fosse il bisogno, sotto forma di vivido ricordo di questo momento. Pensieri vari mi scorrono come sequenze confuse di un film che solo a tratti ricordo. Sono confuso e triste e completamente assorto nel vortice di quei pensieri che inseguo come un gatto che cerca di mordersi la coda.

Improvvisamente mi risveglio squarciato dalla voce di un cane che qualche metro più in là scorrazza felice zompettando nella neve fresca; evidentemente anche lui sente la novita' e si diverte come puo'! Io, d'un tratto, mi ricordo che ho finito tutti i miei cambi e se non lavo le mie mutande, rischio di rimanere al fresco; era forse per questo, se non ricordo male, che sono uscito di casa, per andare a far due compere al Velika Kishenja**; o forse quella era solo la scusa “terrena” per nascondere l'imbarazzo di ammettere lo stimolo di una ricerca interiore che la mente fatica a volere o ad accettare, ma a cui l'animo tende inevitabilmente, svincolato da ogni razionalità e suscettibile alle situazioni anomale che lo riescono a turbare e che ogni tanto lo “svegliano” dalla condizione di sottomissione alla mente, ponendolo - in quei momenti - a prevalere sulla ragione stessa e a ritagliarsi un suo piccolo spazio…

Gringox


* Ul. Sorokoletyja: Via “Sorokoletija”.
** Velika Kishenja: supermercato vicino a casa nel quale mi reco sempre a fare la spesa.


gringox [ 17 Giugno 2011, 10:51 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Kiev, 27/06/06

L'Italia vista dall'Ucraina.

Il giorno dopo due grandi eventi: il passaggio dell'Italia ai quarti di finale e quello sorprendente dell'Ucraina che supera ai rigori la Svizzera, nonostante il primo rigore sbagliato da Shevchenko.

Silenzio sulle strade, le larghe e dissestate strade della capitale giacciono tranquille in una calda serata estiva che volge al tramonto portandosi con se' la calura di una delle piu' calde giornate di questo inizio estate. E sulle strade cala il buio, quello tipico ucraino appesantito dalla mancanza di illuminazione che coinvolge parecchie angoli, anche centrali, della città. Evidentemente si palpa un'atmosfera anomala, di attesa, di speranza e di preoccupazione ed io mi immedesimo in questa situazione surreale e ammiro, inchiodato al televisore, le due squadre affrontarsi in una condizione di parità fisica e psicologica.

L'Italia, come ultimamente accade nell'ambito calcistico, mi ha deluso molto, ma non ho potuto nascondere le urla di gioia nel momento del clamoroso gol del “Totti nazionale” al 94° su rigore, che ha colpito mortalmente un'Australia inesistente e povera di signficato, urla che sono rituonate violente all'interno del ristorante del Walter, dove con alcuni amici, ormai da quando sono iniziati i Mondiali, mi ritrovo a condividere gioie e dolori della nostra Italia.

Non tanto la partita in se', che appunto conferma la solita Italietta, senza palle e senza ardore; quanto la sensazione nuova, mai provata prima, di seguire le avventure della nazionale dall'estero, da emigrante. Subito alla mente ruotano pensieri che vanno lontano, alle Americhe, alle comunità italiane del mondo che da anni si ritrovano davanti al televisore a qualsiasi fuso orario, con le pupille vitree inchiodate a seguire i giri strani del pallone, sperando che un tiro ben piazzato lo mandi dentro la rete avversaria; e cosi' le urla di gioa, i sacramenti lanciati alle spalle di chi sbaglia un gol gia' fatto, i sospiri durante l'attacco degli avversari, le chiacchiere sdrammatizzanti estemporaee col vicino di tavolo che parla diversi dialetti italici - simbolo della molteplice Italia all'estero, il sorseggiare la birra fredda mentre i minuti sul campo scorrono veloci, lo sbandierare di tanto in tanto la bandiera tricolore - orgoglio nazionale e unico frammento vivo d'Italia che mi ritrovo tra le mani; ed ecco che in queste giornate di Mondiale mi trovo a vivere questa emozione. Unica ed eccitante. Da Italiano all'estero. La voglia di tifare diversamente, di manifestare la vicinanza alla nazionale con gesti forti, plateali e rumorosi. Il Walter cerca di placare la mia foga, ma ormai la piccola comunità intorno a me mi conosce bene e sa della mia vivacità. E mi sostiene. Dall'altra parte del televisore il telecronista svizzero (bisogna qui ricordare che la partita viene criptata dal satellitre e quindi non e' possibile seguirala sulla RAI, quindi per poter sentirla in Italiano, l'unico rimedio e' il canale ticinese svizzero di lingua italiana) cerca in ogni occasione di denigrare i “nostri” lanciando malocchi e discredito forse augurandosi in cuor suo la sconfitta dell’Italia. In questo si puo' ben capire il suo agire, visto che la Svizzera, battendo eventualmente l'Ucraina la sera stessa, potrebbe trovarsi di fronte la pericolosa Italia e quindi sarebbe meglio che al posto dell'Italia l'avversario fosse l'Australia. E cosi' la piccola comunità del Walter lancia i suoi epitteti ingiuriosi nei confronti del povero telecronista che non puo' sentire! E la sofferenza dura a lungo, per piu' di 90 minuti, e con essa la gioia di vivere questo momento da qui. E piu' questo momento si prolunga, piu' la sofferenza cresce, ma, accanto all'ansia, si rafforza l'unità della piccola comunità e l'emozione di tifare Italia. Chissà se l'Italia degli Italiani d'Italia sa di quello che avviene fuori dall'Italia stessa, tra gli Italiani all'estero. Chissa' se potranno mai comprendere i nostri compatrioti quallo che prova l'italiano lontano dalle proprie terre di nascita, quando si trova di fronte ad avvenimenti di questo genere. Qui non ci sono piu' i comunisti o i fascisti, i prodiani o i berlusconiani; qui siamo tutti Italiani! Soffriamo e sospiriamo e tifiamo Italia. E la difendiamo a spada tratta, contro ogni obiettività, anche se sbaglia o gioca male, perche' si tratta pur sempre del nostro sangue!

Ma torniamo all'Ucraina, che il caso ha voluto, ci ritroveremo di fronte venerdi' 30 giugno 2006. Lascio il Walter a meta' del primo tempo quando due squadre deludenti, i gialli di Shevchenko e i rossi dei cantoni sono sul risultato di parità e mi avvio verso casa. Ed è in questi attimi che mi accorgo del silenzio e della strana atmosfera sulle strade buie. Gia', per gli ucraini si tratta comunque di uno storico risultato. Comunque vada. E' la prima volta infatti che la squadra ucraina gioca in un Mondiale e l'aver raggiunto gli ottavi di finale è del tutto una piacevole sorpresa per questa giovane nazione che non ha ancora una vera identità unitaria e forse non l'avrà mai. Ma in questi frangenti il popolo ucraino si ritrova unito e capisce di amare uno sport non cosi' popolare come potrebbe sembrare, ma che sicuramente, dopo la fine del Mondiale saprà trovare un degno posto negli svaghi e negli interessi sportivi della popolazione.

Giungo a casa e mi rimetto a guardare la televisione. Onestamente, in cuor mio, spererei che vincesse la Svizzera (a mio parere meno pericolosa dell'Ucraina), ma vorrei che vincesse l'Ucraina. Gia', vivendo qui, un certo legame e affetto per questa Terra si e' creato e solo per poter vivere la suprema emozione di trovarmi a seguire un'eventuale partita Italia-Ucraina, tifo Ucraina. I minuti scorrono lenti, la partita a tratti noiosa mette in luce giocatori stanchi e imprecisi; e cosi' si arriva ai supplementari. E poi ai rigori. Solo, nel mio appartamento, non grido piu' ad alta voce, ma sono concentrato e ansioso; e' un momento topico per le due squadre, una delle quali affronterà la Nazionale azzurra venerdi'. E' il momento di Sheva. Il primo calcio di rigore. Parato!! Penso, a questo punto la Svizzera passerà ai quarti di finale. E invece no. Il turno dello svizzero va anch'esso a vuoto e si riparte dalla parità. E continuo ad emozionarmi. Solo dopo qualche minuto, dopo il terzo calcio di rigore segnato dai gialli e soprattutto quello sbagliato dai rossi realizzo che si e' avverata la speranza, che mi procurerà la suprema emozione. L'Ucraina vince e affronterà l'Italia. Ed io - Italiano d'Ucraina - vivro' questi giorni di attesa con ansia e gioia e mi preparero' al grande incontro incamerando il piu' possibile la grinta e l'ardore da sprigionare al momento opportuno insieme con gli amici della compagnia. Sarà comunque vada un giorno memorabile!

Un abbraccio al Forum,

Forza Italia!!

Gringox


gringox [ 17 Giugno 2011, 11:00 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
20 marzo 2007.


Eccomi amici ad un momento importante della mia vita, due anni fa esatti, sbarcavo in terra ucraina! E da domani inizia il 3° anno qui.

Per l'occasione, i festeggiamenti sono iniziati gia' ieri con l'amico Cagliostro (che ai tempi era il webboss di cui parlavo nel "quote") e stasera con il Pero e il Fezol...gia' Cagliostro, Pero e Fezol, amici ai quali devo molto. In particolare al cagliostro, grazie al quale si e' potuta realizzare questa avventura...

Due anni intensi, di lavoro, di vita sociale, di incontri, di amicizie, di quotidianita russofila, di appagamento di quell'anima russa che finalmente aveva trovato il suo habitat.

Ormai l'Ucraina, Kiev, Chernovcy, Ternopol', Uzhgorod, L'vov, Lutsk...l'Ovest ucraino in generale sono un po' come la mia seconda patria. Mi sono fatto tantissime conoscenze, ho imparato a conoscere un Paese difficile, diverso al suo interno, per molti aspetti simile all'Italia, a meta' tra un passato sovietico che durera' ancora a lungo e una voglia di modernita' che conferma i forti paradossi della societa' ucraina.

Ed e' proprio la vita quotidiana a darmi la maggior gratificazione e ad alimentare di giorno in giorno la passione e la felicita' stessa. Sono orgoglioso e fiero di poter gridare a me stesso, in pace con la mia coscienza, e al Forum tutto la mia gioia e la mia soddisfazione interiore per questa mia condizione.

Gringox


gringox [ 17 Giugno 2011, 11:06 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
21 settembre 2008


Pezzettini di vita quotidiana kieviana.

Calipso.

Giornata di lavoro in ufficio, tranquilla, ma noiosetta oggi. Fuori infuria la tempesta. Piove a di rotto tutto il giorno, e fa un freddo porco. Siamo solo al 18 settembre, ma i 6 gradi là fuori, mi proiettano in un attimo all’idea dell’inverno. E ciò mi spaventa un poco. No, per carità, l’inverno “russo” è meraviglioso, è forse più l’idea del freddo che arriverà, rispetto al freddo stesso, che mi spaventa.
Ma oggi, oltre al tempaccio fuori, un’altra “sorpresina” in stile ucraino appesantisce uno stato d’animo già abbastanza triste. Infatti da stamattina ci hanno chiuso l’acqua. In tutta la via Bubnova, compreso quindi l’edificio del “quartier generale del Gringox d’Ucraina” hanno tolto l’acqua, non solo quella calda, ma proprio tutta l’acqua. E, tanto per cambiare, alla domanda su quando sarebbe tornata, giunge la risposta più tipica “ucraina” fatta di braccia che si alzano al cielo spalancate che confermano tutta la rassegnazione fatalista di cui è intriso questo popolo. Mannaggia a quei lavori per la metropolitana che da più di un anno creano a noi abitanti della zona, variegate complicazioni nella vita quotidiana: a volte salta l’elettricità, a volte chiudono l’acqua, altre ancora crolla un pezzo di strada asfaltata…

Insomma, tra una cosa e l’altra, sono ormai le nove di sera. Non sono stanco, non ho sonno, non ho fame, sento quella svogliatezza e senso di noia di fine giornata. In più ci si è messo pure il tempo e l’acqua…d’un tratto mi balena in mente un’ideuccia accattivante. Guardo l’orologio. È un po’ tardi, ma che importa! In quattro e quattr’otto decido di andare al “solito” Calipso. Ma sì! È vicino a casa, è un ambiente pulito, c’è sempre posto e il luogo nel complesso è degno e rilassante. Me ne vado a trascorrere due orette di sauna! Calipso, in effetti, un po’ il nome “esoticheggiante” da sauna ce l’ha. L’ho trovato qualche tempo fa, dopo aver girato e provato diverse saune qui a Kiev. E mi sono poi trovato bene e sono sempre tornato lì. Nel finesettimana costa 200 grivne per un’ora, ma oggi è giovedì e me la cavo con 150 grn./ora (poco più di 20 euro). Diciamo che da questo punto di vista è nella media, ma ripeto, io mi trovo bene al Calipso e allora perché cambiare?

La sauna è come sempre il luogo del relax e dello scioglimento dello stress. Bah, per me oggi è anche un modo un po’ costoso, ma utile per lavarmi, vista la situazione dell’acqua (che non c’è!) a casa.
L’appartamento adibito a sauna è ampio e addobbato con accortezza affinché non manchi niente per soddisfare le spesso esigenti voglie del cliente: oltre alla cabina della sauna in legno, alla Jacuzzi e alla botte di legno con l’acqua fredda, ci sono anche una bella panca “a due piazze”, anch’essa in legno, per eventuali momenti di intimità con la propria “lei” occasionale o fissa che sia, un originale tavolo a forma di tronco d’albero tagliato con delle curiose seggioline di legno per potersi sedere, tra una seduta in sauna e l’altra, e gustarsi della fresca birra; e un televisore al plasma, sempre acceso che proietta programmi di cui ignoro il contenuto… il box doccia è arricchito del cd “vodopad” (cascata), cioè un secchio ancorato sul soffitto con una corda penzolante che non appena viene tirata, zacchete, ti fa piombare sulla testa uno scroscio di acqua gelata, che ti scuote tutto il corpo provocandoti una sensazione improvvisa di svenimento, accompagnata da uno spontaneo urlo di reazione, che precede il sollievo corporeo per essersi “liberati” del bollore atroce che ti ardeva fino a pochi secondi prima.
Ritornando alla “bochka” (botte) di legno, sembra quasi un tinello di quelli dove anticamente veniva pigiato il vino. Profonda poco più di un metro e con un diametro delle stesse dimensioni, è piena anch’essa di acqua gelida ed è pronta per ricevere il corpo umano accaldato e bollente, appena uscito dalla sauna.

E così, senza perdere troppo tempo, mi spoglio velocemente e mi fiondo in sauna. Oggi come sempre (in sauna ci vengo abbastanza spesso) capovolgo anzitutto la clessidra per ritentare la solita sfida con me stesso di riuscire a restare dentro per 15 minuti – sfida che puntualmente perdo!; stendo il mio asciugamano e mi ci siedo sopra. Ahh…che bello! Non so perché, ma la sensazione iniziale di distensione che mi procurano i primi momenti di sauna, quel lasciarsi completamente andare, sciogliendosi al calore secco che avanza, non trova paragoni se non vagamente nello stato di abbandono del corpo che si concede alle mani esperte di una qualche brava massaggiatrice. Ma in sauna è comunque diverso.
Le prime goccioline di sudore iniziano a scivolare dalla fronte dopo pochi secondi, mentre la temperatura lentamente sale da 80° a 100° gradi. Dapprima tre-quattro goccioline, in breve dalle braccia, dalla faccia, dalla pancia, dalla schiena, fino ad arrivare alle gambe, il corpo prende sempre più le sembianze di una spugna che trabocca liquido da tutti i pori. Gli occhi diventano talmente umidi e lucidi che a fatica riesco a tenerli aperti. Chissà perché, ma nei momenti in cui sono in sauna nella calura estrema, i primi pensieri sono rivolti alla mia condizione fisica, al mio peso che non cala da anni, alla mia pancetta, che non riesce a diminuire da anni…rinchiuso in quel gabbiotto di legno, chiudo e apro gli occhi a intermittenza, e mi vedo. Mi osservo, non mi piaccio. Pensieri ronzano vaghi sulle possibili, eventuali, potenziali soluzioni per rimediare a questa situazione. Ma durano poco mentre a poco a poco il godimento e la soddisfazione per la “purificazione” corporea salgono. È la fase dell’assuefazione: mi sdraio sulla schiena, chiudo gli occhi e non penso a niente. Lascio che il calore si impossessi totalmente di me e mi penetri nella pelle, fino a toccare le ossa. Sdraiati si sta meglio che seduti, il calore ti raggiunge in modo lineare ed uniforme senza dislivelli ed eccessi tra le parti del corpo.
Passano circa 10 minuti che qualcosa mi scuote dal torpore. Non si tratta di un scossone improvviso, bensì di un crescendo lento di malessere. In breve inizio a percepire la sofferenza del caldo che si fa sempre più intenso e pressante. Chi l’avrebbe mai detto che la prima parte del corpo a soffrire di più sono le estremità superiore delle orecchie?? Io questa cosa non l’ho mai capita, ma sta di fatto che per me è così. Ed ecco che inizio ad accarezzarmi le orecchie con le mani per tentare di lenire questo dolore, ma inutilmente. Nel frattempo il battito del cuore, quel cuoricino che dapprima sopito e silenzioso, inizia a far sentire la sua regolare e costante voce. È l’inizio della fine. Ed ecco che quella sensazione di distensione iniziale si trasforma in oppressione. Sento un improvviso desiderio di scappare, di tornare nell’aria, respirare e tuffarmi nell’acqua gelata. In quei microsecondi la mia azione è più veloce del mio pensiero…in un attimo mi catapulto fuori dalla sauna e piombo dentro la “bochka”, immergendomi completamente nell’acqua gelata. L’impatto è micidiale ed un inevitabile urlo accompagna questa mia azione, ma è un segno del godimento che quella massa d’acqua fredda ti propaga per tutto il corpo. Sto lì, a mollo qualche secondo, un minutino, forse più. Non sento né freddo, né caldo. Sto benissimo. E ripenso a questa meravigliosa invenzione chiamata sauna, al beneficio di cui sto godendo.

Insomma, per farla breve, ripeto l’operazione diverse volte: sauna, “bochka”, Jacuzzi; poi ancora sauna, “vodopad”, Jacuzzi; nell’intervallo tra una seduta e l’altra mi bevo un sorso di birra fresca e godo. Ehh sì. Anche la birra fa parte di questo gioco. Io amo la birra, ma in nessun’altra occasione come in sauna, o subito dopo la sauna, ne apprezzo le qualità dissetanti e rinvigorenti. A volte capita che la bevo tutta di un fiato, non badando alla raschiatura frizzante che sento in gola.

Poco dopo guardo il grosso orologio appeso alla parete: 23,20…mi rimangono solo poco più di dieci minuti per rivestirmi, cavolo – penso – certe volte, più di altre, è proprio vero che ti accorgi di come vola il tempo…! E così, completamente rilassato e un po’ “ciucco” dell’atmosfera nel complesso (e della birra), esco.

Fuori non è cambiato nulla: piove a di rotto e il freddo è ancora più intenso…


Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 13:28 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 21 novembre 2008.


Non ho resistito alla tentazione di fermare questa immagine...

Ecco un'altra scenetta di quotidianità kieviana. Nella Kiev che vuole modernizzarsi e crescere occidentalmente, c'è ancora spazio per il ricordo del tempo che fu... e così oggi, in un negozio per materiali edili all'ingrosso, dove dovevo comprare del materiale, ecco in cosa mi imbatto...


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Un saluto da Kiev,

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 13:31 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 30 gennaio 2009.


Ecco un'altra scenetta di quotidianità invernale kieviana... ultimamente il tempo è stato pazzerello anche qui. Si è messo a piovere, si è alzata un pò la temperatura e si è formato il ghiaccio, le strade erano enormi lastre di ghiaccio cosi' come le macchine erano coperte da un curioso strato di ghiaccio, come ben si può vedere, hehhehe...

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...il finestrino ghiacciato visto dall'interno della mia macchina...


Un saluto da Kiev,

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 13:34 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 16 aprile 2009.


Della serie: "le foto quotidiane".

...giusto ricordare che bisogna tenere pulito un ambiente comune (è il cessetto della мойка dove io di solito lavo la macchina)...

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Ciao,

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 13:36 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 17 aprile 2009.


Della serie: "le foto quotidiane".

Archeologia industriale sovietica - selo Bobrik, provincia di Romny, regione di Sumy.
Foto scattata durante la mia ultima trsferta in quella regione.

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La scritta sulla parete "Slava Hleborobam Ukrainy" - "Gloria ai produttori di pane dell'Ucraina"...

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 13:40 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 23 aprile 2009.


Ragazzi,

ieri sera al Палац Спорту di Kiev sono stato ad un grande concerto. Non so quanta gente c'era, 10.000, forse più, ma che importa... lo stadio era gremito e lo spettacolo da brivido.
Ebbene, con i suoi 60 anni, lei era, è, e rimane un "monumento" della musica russa... parlo di ALLA PUGACHEVA!!!

Già, ieri sera sono stato al mega concerto di Alla Pugacheva, il cd. "юбилейный тур" che la vedrà in tutte le piazze mondiali ovunque ci siano forti comunità di russi (dai Paesi ex-Urss, a Israele, agli Stati Uniti).

Se da una parte, durante le quasi 3 ore di concerto, sono state poche le canzoni che ha cantato che conoscevo, dall'altra lo spettacolo e la scenografia sono state effettivamente emozionanti. Il filo conduttore del concerto era "l'amore" e nel mega schermo alle sue spalle, sul palco scorrevano spettacolari immagini di una natura in movimento che ti trascinavano senza sosta e ti proiettavano in un mondo lontano... i giochi di luce, di colore e la sua incredibile arte nell'esprimere sensazioni col volto e con le espressioni e con la gestualità hanno poi dato il tocco finale allo spettacolo.

Ci tenevo tanto a vederla dal vivo. Non posso negare che è una grande artista, poi si può dire tutto e il contrario di tutto su di lei e sulle sue canzoni. A me non piace tutto il suo repertorio, ma parecchie canzoni sì.
E vederla dal vivo è stato entusiasmante.

Alla fine, sul palco, è salita pure Julia Timoshenko a portarle i fiori e a salutare il pubblico (ecco la chicca populista della solita Julia!) e a dedicare il saluto degli ucraini (милион украйнских сердец...) alla primadonna della musica russa degli ultimi 40 anni; è stata la prima volta che ho sentito parlare la Timoshenko in russo (e si sente che il russo è la sua lingua madre e quando parla in ucraino finge).

Piccolo aneddoto finale: seduti a fianco a me c'era una coppia sulla 50ina, forse lei era l'amante di lui, non so perchè ma avevo questa impressione. Beh, lui era seduto proprio di fianco a me, aveva un alito da far paura, forse aveva mangiato del pollo con aglio a pranzo, e per tutto il concerto è stato impassibile, mentre ogni tanto la sua donna, che si agitava ben più di lui, lo abbrancava e gli staccava qualche bacetto sulle labbra...ma su questo tutto normale. All'inizio del concerto, no, qualche minuto prima, la gentil signora prende un coltello dalla borsetta e con fare assolutamente normale e discreto si mette a tagliare la bottiglietta vuota di plastica della cocacola per creare due sottofondi, tipo bicchierini. Io con la coda dell'occhio continuo a fissare la scentetta e a fatica trattengo la risata. Questi vanno avanti nel loro intento, impassibili, spontanei e "tipicamente russi". Insomma, creati i bicchierini di plastica artigianali, la signore bionda riapre la borsetta e zacchete, tira fuori la bottiglietta di cognac, una bottiglietta 0,5 di litro, piccolina ma comodo per queste situazioni. Ed inizia a versare, e poi tira fuori la confezioncina di "ferrero roscher" e ne dà uno al suo uomo. Ed io guardo ed inizio a ghignare. E loro neanche una grinza. beh, cioccolatino in una mano, bicchierino con cognac nell'altra, breve "tost" e via...iniziano le danze bevitorie. fantastico, così oltre all'alito che sapeva di pollo all'aglio si è creato il miscuglio con l'alito da cognac...ma era uno spettacolo vederli. E per tutto il concerto sono andati avanti a ripetere diverse volte questa scenetta. E senza dare fastidio a nessuno, senza alcun clamore, senza mai voltarsi o rendersi conto che c'era gente di fianco...
Beh, sta scenetta mi ha divertito parecchio.
Peccato non aver condiviso con loro questa gioia, avrei fatto volentieri un "tost" con loro ad Alla Pugacheva!!

Un abbraccio da Kiev a tutto il forum,

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 13:43 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 12 giugno 2009.


Voi sapete che spesso, quando mi trovo in trasferta nella "mia" Ucraina dell'Ovest, spesso e volentieri colgo l'occasione di soffermarmi in escursioncine culturali per visitare ciò che la storia ed il passato di queste terre ha lasciato a noi...certo non il paragone con la nostra Patria non regge, c'è ben poco qui di veramnete antico, ma qualcosina di carino si trova.


"Меджибізький замок" (XIII sec).


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Una caratteristica "хата" della regione di Хмельницький...

user_72_hata



Ciao,

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 13:46 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 30 giugno 2009.


...nel frattempo, in queste finalmente caldissime giornate kieviane ho trovato il tempo per rilassarmi in spiaggia.
Ieri era festa, e per la prima volta in 4 anni ho provato l'acqua del Dnepr. In compagnia del Pero e del Fezol ci siamo trovati nell'affollatissima spiaggia di Obolon (che non è solo la famosa birra ucraina, ma anche un popolare quartiere di Kiev). Sabbia fina, ombrelloni, tanta gente; sembrava di essere a Rimini, ma soprattutto l'acqua giallastra del Dnepr.
Un'emozione nuotare in quell'acqua tiepida e poi voltarsi e vedere i palazzoni del quartiere, e dall'altra parte il porto e di fronte le verdi isole che punteggiano il fiume.
Ahhh...mentre nuotavo riflettevo su questa città chiamata Kiev, sulla sua "polistratificazione" che permette al cittadino di viverla a 360 gradi in ogni stagione; d'inverno abbiamo le piste da sci in centro città; d'estate abbiamo il nostro "mare", con spiagge e divertimenti...ma che bisogno c'è di andarsene in vacanza se dopo il lavoro, alle 6 di sera smonti, ti prendi l'asciugamano e ti fiondi ad Hidropark o ad Obolon e ti fai un "sano" bagno nel fiume??? E poi finito il bagno ti fai una bella passeggiata sul lungo fiume e ti bevi una freschissima birrettina, e poi te ne torni a casa bello rilassato.

Ahh...che bella Kiev d'estate!!


Un saluto a tutti,

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 13:52 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
12 agosto 2009


Kiev e i limoni! (piccoli aneddoti kievliani)

Che l’estate a Kiev sia già finita non è ancora detto. Mi auguro di no! Ciò che però è evidente è che negli ultimi giorni non fa caldo e una pioggerellina in stile autunnale rende le mie giornate pregne di una strano senso di nostalgia e tristezza…beh, se penso che tra tre giorni è Ferragosto e la gran parte dei miei connazionali e non solo, se la spassa nei vari luoghi di vacanza al caldo, al sole o in compagnia, quella strana sensazione si acuisce e mi rende svogliato anche al lavoro. Ma è la sera che occorre reagire e combattere quella apatia e svogliatezza e spesso, conoscendomi, il modo più vivace è quello di mettermi ai fornelli e prepararmi qualcosa di buono da mangiare. Chissà perché ma oggi ho voglia di pesce, forse per sognare un pò, per volare lontano, in qualche posto di mare, immaginando di poter degustare del buon pesce appena pescato. E invece mi tocca finire ciò che ho nel freezer da tempo, cioè un “som” comprato dai pescatori nella zona del fiume Vovk, nella Hmel’nitskaja obl., durante una mia trasferta da quelle parti. Non che sia un gran pesce, bello grasso, ma con poche spine, una sorta di salmone, ma di colore bianco e dal sapore “fangoso” e salmastro tipico di fiume. Ma è tutto ciò che offre il “Quartier generale” del Gringox oggi.
Tiro fuori dunque il pescione ma subito mi accorgo che tra i vari ingredienti mi manca il limone. Non è che io faccia in generale gran uso di limoni in cucina e quasi sempre nel frigorifero mi manca. Ma sicuramente dopo questa esperienza, d’ora in poi un limoncino lo terrò sempre, piuttosto mi va a male – ma non si sa mai! E così, senza troppo pensarci, ma un pò di controvoglia per la pigrizia di dover fare un salto al supermercato solo per prendere un limone, per di più in questo uggioso inizio di serata, esco di casa e mi metto in macchina.
Ore 18,40: giungo al “mio” supermercato vicino a casa, dove sono solito fare la spesa. Si tratta del “Velika Kishenja” (un nome che infonde speranza: la speranza di poter trovare e comprare ogni tipo di prodotto per poter riempire le proprie tasche, eheh! “Grande tasca” significa infatti in ucraino…se noi a Milano abbiamo la “Esselunga”, qui a Kiev abbiamo la “Grande tasca”…), mi fiondo al reparto ortaggi e frutta, cerco qua e là ma non vedo i limoni. Chiedo alla commessa: con un filo di voce mi dice “nema limoniv”, solo lime. E che me ne faccio del lime? Io ho bisogno di limoni! Vabbè, sconsolato, giusto per non uscire a mani vuote dal supermercato vado a prendermi una confezione di succo di pomodoro, mi è balenata nel frattempo in mente l’idea di farmi un bel “bloody mary” quando torno a casa; la vodka non è un problema trovarla, e poi anche a casa mia è sempre presente. Esco dal “Velika Kishenja” e mi dirigo al “Furshet”, quello in ul. Gorkogo, vicino alla metro Lybydskaja, non lontanissimo da casa mia e – dicono in molti qui – ben fornito, forse più del “Kishenja”. Ore 19,20. Io ci sono stato un paio di volte, non mi sembra ci sia tutta questa differenza col “mio” supermercato, però proviamo…eccomi dentro, arrivo al reparto frutta e verdura, cerco qua e là, ma anche qui non vedo limoni! Chiedo alla commessa indaffarata a pesare dei pomodori ad un cliente e a chiuderli nel sacchettino di plastica trasparente. Si perché qui in Ucraina il cliente non si chiude il sacchettino con la frutta e la verdura da solo e non se lo pesa da solo. No, occorre riempire il sacchettino e consegnarlo alla commessa che tutto il giorno se ne sta lì, in piedi, accanto alla bilancia e non fa altro che prendere i sacchettini dei clienti, pesarli, staccare l’etichettina col prezzo, chiudere i sacchettini e riconsegnarli al cliente. Beh, lei mi risponde gentilmente che i limoni da un pò di tempo non li consegnano al supermercato e che hanno solo lime. O porca miseria, penso, ma come è possibile? Come fanno a mancare i limoni? Sarà effetto della crisi anche il deficit di limoni? E così, nuovamente sconsolato, giusto per non uscire a mani vuote anche dal “Furshet”, vado a prendere un pezzo di pane che così a casa mi faccio un antipastino con del salame e del formaggio che ho ancora dall’ultima spesa fatta in Italia (l’ultima volta che son stato a Milano era un mese e mezzo fa), mentre mi sorseggio il “bloody mary” fatto col succo di pomodoro comprato prima al “Velika kishenja”.
Esco, sono le 19,45. Conoscendomi so che non mi posso fermare davanti a questa difficoltà improvvisa ed inaspettata. Devo trovare questi limoni del cavolo! Faccio mente locale; rientrando più nella mia zona, su verso Amurskaja ploshad’ c’è il supermercato “Perekrestok” (che significa “incrocio”; si tratta di una catena russa di supermercati, presente anche a Kiev). Anche lì sarò stato al massimo due o tre volte, e se non altro – penso io – anche se non trovo i limoni, poi in un attimo sono a casa e preparerò qualcos’altro.
Sono circa le 20,00 e arrivo al “Perekrestok”. Supermarket semivuoto! Al reparto frutta e verdura la solita commessina annoiata, accanto alla bilancia, mi dice che limoni non ce ne sono e che non sa quando e se arriveranno! Hehehe, non ci credo! E’ il terzo supermercato che visito, sono in giro da un’ora e mezzo, sono a Kiev, città di 5 milioni di abitanti, mi trovo in una zona non lontana dal centro, sono entrato in due delle catene di supermercati più popolari e diffuse in Ucraina e a Kiev…e non ho trovato un benedetto limone! A questo punto diventa una questione di principio! Altro che tornarmene a casa. Pesce o non pesce, anzi, la voglia di cucinare il pesce mi è pure passata, ma la cocciutaggine di trovare il limone mi spinge a non fermarmi, a costo di girare la città e di arrivare in “Troeshina” (quartiere popolare a circa 40 km. dal mio, sulla riva sinistra del Dnepr, oltre il “Moskovskij most”)…
Anche qui non posso non comprare niente: esco dal “Perekrestok” con tre – dico tre – cipolle!
Ore 20,20. Credo di sapere dove posso trovare il mio “tesoro” giallo. Al “Mega Market” di ul. Gorkogo. Sì, proprio nella stessa via del “Furshet”, ma molto più in centro rispetto a quello. Avrei dovuto pensarci e passarci prima, invece di venire qui, ma forse la speranza di trovare ciò che cercavo o la rassegnazione della sconfitta, rimanendo comunque più vicino a casa, mi ha spinto a tornare nella mia zona…ma adesso non ho altra scelta. Provo ad andare là.
Il “Mega Market” è di nome e di fatto “mega”! Un grandissimo supermercato, ben illuminato, con reparti ampi e fornitissimi di tutto. Ci sono anche prodotti di provenienza europea (formaggi italiani, salumi italiani, vini di vari Paesi del mondo, ecc…). Non che tutto ciò al momento mi interessi, anche se la curiosità di sapere cosa hanno di “italiano” è molta, la priorità del momento è il limone. Mi dirigo al solito reparto frutta e verdura. Prima di chiedere dò un’occhiata in giro: porca miseria, c’è di tutto. Pure la rucola, il radicchietto rosso trevigiano – anche se leggermente marcito nelle foglioline più esterne; manghi, papaye, addirittura foglie di palma (a cosa serviranno, non so!)…mi giro ed improvvisamente vedo la cassetta coi limoni. Evvai! Finalmente li ho trovati! Cosa strana la soddisfazione che percepisco per avere ottenuto un risultato sulla “carta” così banale e così teoricamente facile…ma a Kiev, di questi periodi, nulla è da considerare “facile” o banale! E l’esperienza dei limoni lo dimostra palesemente. Ne compro tre.
Felice per l’acquisto, faccio un giro veloce per il supermercato, vedo tante cose belle e mi riprometto che tornerò qui a far spesa presto.
Nel frattempo mi è pure passata la fame e la voglia di mettermi a cucinare il pesce al forno.
Ore 21,00 circa. Arrivo finalmente a casa…con tre limoni, il succo di pomodoro, il pezzo di pane e le tre cipolle. Il “tour” dei supermermercati durato due ore e mezzo è finito. Adesso so dove parare se ho bisogna di qualcosa.

Mentre mi sorseggio finalmente il mio “bloody mary” ripenso a questa piccola avventura di vita kievliana. Io che ormai da quattro anni e mezzo vivo qui, so che non mi devo più sorprendere di nulla, eppure certe volte è più forte di me, non riesco a non meravigliarmi di certe situazioni che mi capitano…ma in fondo è bello viverle così, senza sentimenti estremi, nella semplicità e col buon umore necessari per poter affrontare una quotidianità ed adattarsi ad essa, per molti aspetti completamente diversa da quella nella quale sono cresciuto.

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:00 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 22 settembre 2009.


Riflessioni ucraine...

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E’ autunno. (riflessioni ucraine)

Un brivido di commozione mi assale e cedo alla tentazione di fermarmi per qualche minuto in silenzio ad ammirare questo “quadretto” ottocentesco.
Sono nella Ternopolskaja oblast’ (regione di Ternopol’) e, come spesso mi capita, la trasferta di lavoro si trasforma ora in un meraviglioso momento di “viaggio”, la tipica situazione in cui improvvisamente la ragione lascia spazio al predominio del sentimento e le cose che vedo diventano nutrimento per l’animo. Mi fermo, chiudo gli occhi per un istante, di colpo resuscitano i ricordi di scuola e delle poesie che si imparavano a memoria; mi pare prendano forma e vita quelle rime del Leopardi o del Carducci o del Pascoli che tanto amavo per la loro profondità e che procuravano in me già allora una dolce nostalgia e la commozione in chi, come in me, scorre in parte nel proprio corpo, del sangue contadino…non siamo nella Romagna o nella Toscana ottocentesca, ma poco importa. Il romanticismo palpabile nell’aria annulla il tempo e cancella le distanze ed io sono qui, spettatore improvvisato, a condividere questa simbiosi con la natura.
Il ritmo delle stagioni in nessun luogo come qui, nella campagna ucraina, “solca” la vita dell’uomo. Così come questi cavalli quieti, spinti da questi uomini lenti e costanti, solcano rassegnati una terra morbida e ricca di quel “frutto” che più di ogni altro costituisce la base dell’alimentazione per questa gente. Inizia l’autunno e la raccolta delle patate è un momento importante per la vita di campagna. Penso a loro, penso a questi uomini e donne, ai loro padri, ai loro nonni ed antenati che sin dall’origine del tempo compivano con abnegazione questo duro lavoro stagionale, in silenzio e meticolosamente. Nulla pare cambiato da allora: i cavalli, gli aratri di legno, il carretto di legno, la nebbiolina triste che sbiadisce i colori della natura, offuscandone le forme… Per questi uomini ogni anno, al ripetersi della stagione, si ripetono le stesse azioni. Poco importa se a qualche centinaio di metri dal loro campo sfreccia ogni tanto una macchina che vorrebbe ricordare loro la civilizzazione. Una civiltà così vicina e al tempo stesso così lontana da loro! Essi non si badano di ciò, di ben più vitale importanza per le loro semplici esistenze è il portare a termine il proprio lavoro. E poi, a sera, rientrare stanchi al focolare domestico per scaldarsi intorno alla stufa, che spesso, nelle campagne ucraine, è ancora a legna!
Io li ammiro, intravvedo appena le sagome dei loro ruvidi volti, che immagino solcati da rughe profonde, che rendono questi giovani uomini già vecchi; ammiro la loro orgogliosa e muta rassegnazione; chissà a cosa pensano mentre lavorano. Vorrei “tuffarmi” nei loro pensieri, parlare con loro. Chiedere loro se sono felici, se hanno delle aspirazioni, dei sogni, se pensano di poter in qualche modo cambiare la loro vita. Ma no, forse a loro non è dato pensare, non riescono a immaginare qualcosa di diverso, non hanno certo avuto la possibilità di scegliere un qualche destino diverso da quello che gli è stato assegnato alla nascita. Ciò a conferma di un ordine naturale misterioso che attribuisce chissà perché ad alcuni una sorte ed altri una diversa, pur essendo tutti uomini e tutti teoricamente uguali. Sì, è vero, alcuni lasciano le campagne, alcuni arrivano alla città, altri addirittura giungono in altra Terra a cercare fortuna, un lavoro “civile” e “normale”…ma per quanti ne emigrino, altrettanti restano, a perpetuare la cultura e la tradizione di questa Terra; ed ecco il mio pensiero si ferma a costoro, che sono qui davanti a me, e che si muovono lenti! No, non è dato a me immaginare i loro pensieri…mi posso solo limitare a guardarli stupito e a rispettare questa loro semplice ma dura esistenza. Il rispetto! In silenzio!
Ed io sono forse felice?
D’un tratto squilla il telefono cellulare: un cliente riporta me alla mia quotidianità, al lavoro, e mi ricorda che la strada per Kiev è ancora lunga… lascio lì quell’umanità dignitosa, nel campo in compagnia dei loro cavalli e della nebbia che pare ora meno fitta, e mi rimetto in moto.
La strada è ancora lunga…

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:05 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 15 ottobre 2009.


…il villaggio di TATARYNCY (regione di Ternopol’, ovest Ucraina).

Il tempo si è fermato! La pura campagna ucraina è ora tutta per me, ferma, romantica, dolce…
Questo villaggio sperduto non è altro che un’entità superstite di un mondo lontano nella mia immaginazione e nella mia cultura, ma che qui in Ucraina è tuttora il presente e, credo, almeno il futuro prossimo. Nulla sembra cambiare qui, di stagione in stagione, di anno in anno. Poche casette, alcune di fango secco, altre di mattoni o di un misto di legno e mattone, con gli intonaci scrostati e cadenti e dai tetti di vecchia lamiera arrugginita; casette come quelle dei “Puffi”, divise tra loro da recinti e palizzate di legno che a malapena si reggono in piedi e a poco servono come divisori territoriali, a sottolineare oltre allo stato di abbandono la condizione di stretta convivenza della piccola comunità umana che va oltre le staccionate...



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La chiesetta, immancabile nel villaggio ucraino; simbolo di una religiosità arcaica che significa unità, fratellanza e condivisione. Una religiosità che spesso si confonde e si mescola con la tradizione profana, con la magia, col ripetersi di usanze in cui il confine tra il sacro e il profano è praticamente impercettibile. La gente qui non ha mai messo in discussione e mai lo metterà, la funzione della chiesa e allo stesso tempo non rinuncerà mai alle credenze che tutto hanno meno che l’essere di origine religiosa.
Queste chiesette spesso hanno resistito agli anni feroci dello stalinismo, piegandosi, tacendo, ma mai soccombendo definitivamente, ed ora hanno ripreso ad essere il fulcro della vita di villaggio.
Belle, pure. Vere!


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...la tenera coppietta di vecchietti va a fare la spesa al chioschetto...


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Spesso mi fermo in questi villaggi, osservo le cose, gli animali, gli uomini e vorrei interagire con loro, ma mi rendo conto che sono di passaggio e che potrei turbare la quotidianità di questa realtà. E allora mi limito ad osservare in silenzio…

Chissà perché questo villaggio si chiama “Tataryncy”, che abbia qualche connessione con l’etnia tatara? Questo interrogativo me lo sono portato a dietro per tutto il viaggio di rientro verso Kiev, ma senza poter trovare una risposta.

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:08 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 16 ottobre 2009.


Riflessioni ucraine.


Il volto dell’Ucraina dei piccoli paesi di provincia, lontano dalle grandi città, dove il presente stenta ad emergere e l’eredità del passato continua incredibilmente a garantire la sopravvivenza della popolazione.
Che spettacolo! Uno spaccato di “archeologia sovietica”, una delle cose che più coinvolge e sconvolge la mia sensibilità quando penso alle Russie. E che, non ho mai capito bene il perché, ma riesce sempre a colpirmi ed emozionarmi.



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Nel parcheggio di una piccola fabbrica ancora tutta sovietica nell’apparenza (e probabilmente nella sostanza e nella qualità della produzione), poche macchine, anch’esse tutte sovietiche, quasi ad imprimere agli occhi un concetto: che oggi, nel 2009, nonostante quasi vent’anni siano passati dalla morte dello stato socialista, qui, in questa parte di Ucraina dell’Ovest il tempo si è fermato. Credo di trovarmi nella regione di Hmel’nitskij o già in quella di Zhitomir, ma poco importa.


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Mentre osservo il quadretto, sorrido al pensiero che questa immagine, questa foto, poteva essere identica 25-30 anni fa! Stesso edificio, stessa torretta di controllo, stessa cancellata, stesse inferiate alle finestre (mi hanno sempre colpito queste inferiate, a forma di sole emanante lunghi raggi ferrosi – ovviamente il “sol dell’avvenire”), stesse automobili, stessi autobus, stessi colori…
E non solo, questa immagine, questa foto, poteva provenire dall’Armenia o dal Tajikistan, o dalla Lituania o da Sakhalin…e sarebbe stata assolutissimamente e drammaticamente identica!

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:13 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 27 ottobre 2009.


Archeologia sovietica e stato di conservazione!

Non per dare giudizi, ma sempre per dar sfogo all’animo. Non so perché, ma queste realtà riescono a suscitare in me tanto fascino e uno strano senso di nostalgia…


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Nulla di più palpabile questo decadentismo architettonico che riflette il decadentismo morale della comunità umana di queste terre verso la “cosa pubblica”. Nei paesi di periferia, nei villaggi è ora quasi tutto abbandonato, decadente, dimenticato. Eppure certe strutture, pur in tale stato di conservazione, continuano a mantenere gli stessi “nomi” sovietici e a svolgere la funzione sociale per la collettività, che il socialismo le aveva attribuito: cinema, stazioni degli autobus, strade, stazioni di rifornimento di benzina, palazzi della cultura (ex centri culturali del partito), vecchie fabbriche o “centri commerciali”, ecc.


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Edifici praticamente uguali ovunque, sul piano architettonico e dello stile. Emblema della grandiosità strutturale e ideologica del sistema socialista sovietico.
E ripenso a ciò che significava per questi popoli l’Unione Sovietica nella quotidianità: l’unità ideologica era impressa dall’immancabile Lenin onnipresente, o da simboli della guerra, di eroi sovietici, di carrarmati, di aerei; ideologia era anche uniformità architettonica degli edifici e delle strutture del bene comune; l’unità reale del territorio era garantita e promossa dalla ramificazione dei collegamenti (stradali e ferroviari), pure nei posti più impervi ed impensabili (e ripenso al Pamir in Tajikistan, o qui nei Carpazi, o a Sakhalin).


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E ripenso allo sforzo collettivo di queste genti, di questi uomini, di queste donne, delle generazioni, e alcuni di loro ci credevano, eccome ci credevano, a ciò che facevano. E a quante vite sono state date per la realizzazione di questo progetto sovietico…


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E ora? Mi chiedo, e ora che sono passati quasi vent’anni dalla caduta delle statue di Lenin, perché queste realtà rimangono così, cadenti, abbandonate, ma pur sempre in utilizzo? Perché questa gente, queste nuove generazioni non si preoccupano di dare un volto diverso al loro bene pubblico?


Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:16 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 28 ottobre 2009.


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Zhitomir, 140 km. da Kiev, 284.000 abitanti: una delle città ucraine più drammaticamente rimaste “sovietiche”.
Piazza Lenin. Oggi come ieri il centro della città. Oggi come ieri l’asfalto è decrepito e nessuno lo risistema. Oggi come ieri la viabilità sovietica regola la circolazione delle auto (niente semafori, solo strisce appassite che indicano come muoversi). Oggi come ieri, il "nonnino" Lenin è ancora in piedi, troneggia davanti al palazzo del parlamento cittadino e nessuno qui ha intenzione di toglierlo dalla piazza. Oggi, a differenza di ieri, la tecnologia ha introdotto nuove autovetture che, ai miei occhi un pò indelicatamente, stonano nell’ambito di questo quadretto.
Oggi come ieri…


Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:18 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 05 novembre 2009.


Ragazzi, ieri sera delirio. Sono ancora infreddolito e senza voce! Il nostro gruppetto italico era lì, sugli spalti tranquillo e apparentemente invisibile circondato e accerchiato dalla marmaglia di rifosi della Dinamo! Solo il Gringox di tanto in tanto si ergeva sul seggiolino a gridare "Forza Inter" facendo breccia tra le urla ben più possenti e roboanti della tifoseria nemica. Però mi sentivano eccome! E quando io mi alzavo e gridavo, loro si mettevano a ridere e a gridare più forte. Fino all'80° circa era tutto un altrenarsi di cori pro-Dinamo. Nel secondo tempo qualcosa sembra cambiare nel gioco sonnecchioso dell'Inter. Poi improvvisamente il gol di Milito al 86° riaccende le speranze ed io inizio ad urlare più forte. Il tipo davanti a me che si continuava ad alzare ogni due per tre e a voltarsi per farmi i gestacci, improvvisamente si tranquillizza e inizia ad abbassare la voce, hehehe… e siamo 1-1. E mancano 5 minuti alla fine della partita! Poco dopo una situazione confusa e scalpitante in area della Dinamo, pochi attimi, azione rocambolesca e gooooooooollll!! Schneider siglava il gol definitivo della vittoria nostra! Incredibile! A quel punto gli spalti dietro di noi si chiudono in un silenzio tombale ed il Gringox si innalza solo di nuovo sul seggiolino gelato e iniiza a saltellare e stendere la sciarpetta dell'Inter urlando a squarciagola "Forza Inter"... nessuno osava più fare gestacci o controbattere!
Bello, bella emozione! Bella serata.

In prima fila cmq è una figata. I giocatori erano lì, a 5 metri da me...

Per quanto concere il gioco stesso, bah...poco da dire. A ma l'nter ieri non è piaciuta tanto. Ma l'importante è aver portato a casa i 3 punti!

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:20 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 20 novembre 2009.


Non mandatemi a c....re !!
Soprattutto per chi è musicista o artista o suona, ecc...

Ieri sera al Palats Ukrajina ho assistito ad un concerto stupendo. 3 ore di melodia italica, pezzi che sentivo quando ero piccolo, pezzi storici di sanremo, dei sanremi degli anni 80....

Il mitico Toto Cutugno, era li', claudicante per la malattia, in vestito bianco che pareva una figura d'oltretomba nella scenografia con cielo stellato del palco. Alla fine di ogni pezzo, nuguli di ragazzette bellissime, salivano sul palco lasciando meravigliosi fiori, chiedendo l'autografo al sussurro di: "Toto ja tebja ljublju"...

Ahhh che spettacolo!

E Toto si gongolava di ciò, ringraziava queste ragazzotte e alcune le baciava sulle labbra con enorme "uuhhhhh" di risposta dalla platea!

E Toto introduceva i pezzi, interagendo col pubblico, dialogando (con ausilio della sua interprete bellissima di Mosca – che, come dice lui, lo segue sempre!) e il pubblico rispondeva con sorrisi di massa e applausi.

Bello. Non sto scherzando.

Una volta nella vita è bello! Sentirlo a Kiev, da Italiano... mi ha lasciato un senso di piacere, mi ha fatto sentire italiano...

Bello!


E così il Giubileo Forumistico l'ho festeggiato con Toto!


Un abbraccio,

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:23 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 02 febbraio 2010.


...il grande gelo di settimana scorsa...la mia prima trasferta dell'anno nell'ovest Ucraina è stata un'avventura!

Già a mezzogiorno la temperatura segna: -17; la mattina e la sera era arrivata fino a -24!


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...la condizione delle strade ed il paesaggio intorno. Guidare in queste situazioni non è facile. Si incontra una macchina "ogni morte di Papa" e si deve mantenere la macchina nei solchi segnati tra il ghiaccio, altrimenti si scivola via. Questo inverno a mio parere è il più freddo di tutti i cinque inverni che finora ho vissuto in Ucraina, ed è sempre emozionante viverlo nel profondo, anche grazie a queste avventure.


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...a qualcuno purtroppo le cose non vanno molto bene! Ne ho viste tante di situazioni del genere durante la mia trasferta...


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Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:28 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 18 febbraio 2010.


...e ancora scenette della quotidianità kieviana...l'inverno che, incurante delle beghe politiche, della crisi, dell'economia, continua a far sentire pesante e massiccia la sua voce!

Le "montagne" di neve (sugroby) che "ornano" il cortile e il nostro territorio intorno all'edificio dove si trovano i nostri uffici e magazzini; e in tutta la città queste montagnette di neve e ghiaccio accompagnano i marciapiedi e le strade.

Quest'anno c'è veramente tanta neve, e, tanto per cambiare, anche oggi sta nevicando!


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Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:31 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 08 giugno 2010.


Lasciate ogni speranza o voi che entrate…ehehe, perché dal mitico "Kalinka Malinka", luogo di “antiche” e profonde perdizioni, non si può uscire in condizioni “normali”… la scritta sulle porte dell’ascensore è chiarissima in questo senso.


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Ahhh…il “buon vecchio” Kalinka, uno dei miei klub (discotecca) preferiti, lontano dalla banalità dei locali del centro, e con tanta buona e piacevole musica russa “retro”…


Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:39 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
29 giugno 2010 - (pensieri ucraini).


ore 19,40

Questa è una di quelle situazioni in cui ho voglia di scrivere. Non so bene per chi, sicuramente per me stesso anzitutto, ma è uno di quei momenti in cui più sento la gioia di questa vita ucraina e russofila che da più di cinque anni ha cambiato la mia esistenza. Una di quelle situazioni in cui il confine tra la vita di routine quotidiana e la percezione del “viaggio” inteso come avventura, come alienazione dalla “normalità” quotidiana, è sottilissimo.
Sono “svaccato” sulla cuccetta superiore del quarto vagone del treno “firmennij” Kiev – Chernovcy (treno chiamato “Bukovina”, dal nome della regione di cui Chernovcy è il capoluogo); in ciabatte, pantaloncini e canotta, come molti degli altri sconosciuti compagni di viaggio che sono sul vagone negli altri scompartimenti. Nelle “Russie” è molto diffusa l’usanza del viaggio in treno per lavoro: manager, tecnici, venditori, spesso compiono le proprie trasferte in treno ed è bizzarro vedere come molti uomini salgono sul treno eleganti, in camicia e cravatta e, dopo pochi minuti dalla partenza, li rivedi in ciabatte e maglietta, per poi ritrovarteli come se nulla fosse successo, la mattina dopo (dopo la notte di treno) nuovamente impettiti, eleganti e pronti per affrontare il proprio lavoro nella città di destinazione.
Oggi non dovevo essere qui; ma come spesso accade nel mio lavoro in Ucraina l’improvvisazione è parte del “gioco”. Il cliente mi ha telefonato ieri per chiedermi di aiutarlo a risolvere una questione urgente “in loco”, presso un cantiere e che serve al più presto la presenza del nostro tecnico e la mia. Non avevo voglia di mettermi in macchina per “spararmi” 1.200 km. circa di strada per raggiungere Chernovcy e tornare indietro, in due giorni! E col rischio di impantanarmi nell’acqua alta che da qualche giorno sta ahimè devastando le campagne della Bucovina a causa delle forti piogge che hanno provocato l’esondazione dei fiumi Dnestr, Prut e di altri fiumiciattoli minori, isolando villaggi e paesi ed interrompendo in diverse parti la comunicazione stradale.
Eccomi dunque qui! Nel mio “amico” treno: un viaggio lungo 15 ore (che roba… 15 lunghe ore per percorrere 600 km.) verso di là e rientro domani sera – altre 15 ore – alla volta di Kiev. Ci impiega così tanto perché ad un certo punto, credo dopo Ternopol’, il binario si fa unico e il treno inizia a correre più lentamente; prima, ai tempi dell’Unione Sovietica e forse anche un pò dopo, il treno per Chernovcy, una volta oltrepassata la città di Hmel’nitskij, si spingeva verso sud, entrando in territorio moldavo, superando il fiume Dnestr e costeggiando qualche chilometro il confine moldavo-ucraino (ma in territorio moldavo) per poi rientrare in Ucraina e giungere a destinazione in un tempo più ragionevole. Oggi Ucraina e Moldavia sono due Stati diversi e al treno Kiev – Chernovcy non è più concesso di passare su e giù per il confine ed ecco dunque che si spiega il lungo viaggio. Ha sempre suscitato la mia curiosità il guardare le cartine degli Stati dell’ex-Unione Sovietica, osservare le linee che indicano le strade e in particolare le ferrovie che paiono compiere dei percorsi arzigogolati stranissimi, talvolta intersecando i confini di Stati vicini… oggi l’Unione non c’è più ma quelle strade ferrate esistono tuttora e spesso purtroppo la nuova configurazione statale impedisce di poter percorrere quelle tratte, obbligando a ripiegare su altre, magari secondarie, ma rientranti nel proprio territorio.
E così il treno: un “momento” di vita sociale russa di grande intensità. Ho scritto altre volte delle mie esperienze ed avventure in treno, dei miei viaggi all’interno della Russia; chissà perché il treno è fonte di ispirazione per me…guardo fuori e mi rilasso, lasciandomi trasportare dal ritmo lento ed incostante che caratterizza l’andatura di questo catafalco ferroso…
Goccioline di sudore mi scendono sul volto e sulla schiena, il caldo è penetrante, e solo a tratti è mediato dalle folate di vento che provengono dal finestrino aperto e che sbattacchiano le tendine su e giù. L’aria condizionata non è ancora arrivata da queste parti e tutto sommato per me e per la mia testa è un bene, preferisco l’aria, anche se calda, che viene da fuori…
Fuori la campagna, l’immensa, sterminata e talvolta ondulata distesa verde ucraina, punteggiata di casette varie, alcune di mattoni bianchi, altre di mattoncini rossi, altre ancora, ben più antiche, fatte del miscuglio di terracotta, escrementi e paglia e pitturate di bianco (le tipiche “хата” ucraine), ma tutte sempre ad un piano solo e a forma quadrata, con tettucci a “v” al contrario spigolosi, e con le finestrelle decorate; casette, soprattutto queste ultime, che da secoli sono sempre uguali, in barba alla modernità, ad eccezione del tetto, dove ormai quasi ovunque il mattone o il legno hanno sostituito la paglia.

La sensazione di gioia che provo è indescrivibile e si mescola con la nostalgia di pensieri che mi riportano indietro nel tempo…percepisco la sensazione del “viaggio”…e penso che sono in giro per lavoro!!

…ops…Vova mi sta chiamando, evidentemente ha già fame, eheh…è ora di andare a rifocillarci un pò nel vagone buffet, ci aspetta, come da usanza, una bella bevuta…


Il Gringox “svaccato” sulla cuccetta del quarto vagone del “фирменный поезд” Bukovina, Kiev – Chernovcy.


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Il vagone “buffet”: divertente la bilancina con le iconcine… per la serata in treno io e il mio collega Vova selezioniamo la “Tselsij” (Целсій), tra le diverse opzioni di vodka che si presentano a noi; prendiamo una bottiglia di vodka, succo di pomodoro e ordiniamo qualche “zakuska”…


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Il bagnetto del vagone. Ancora oggi, dopo tanti viaggi su questi treni mi chiedo chi abbia avuto la geniale idea, igienica e ottimizzatrice d’acqua, di realizzare questi lavabi dai quali l’acqua esce solo quando si tiene premuto un tastino sotto il rubinetto; praticamente impossibile riempirsi le mani d’acqua per lavarsi la faccia…


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Immagini degli allagamenti causati dalle piogge e uragani degli ultimi giorni nella Bucovina. Purtroppo le foto del telefonino non rendono benissimi, ma io ammetto di non aver mai visto nulla di simile coi miei occhi! Tutto allagato, gente che si muove di casa in casa coi gommoni, campi trasformati in palude e tutto per chilometri chilometri…


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Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:42 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 28 aprile 2011.


È veramente tanto tempo che non aggiorno il “Gringox d’Ucraina”. Lo faccio adesso scrivendo due righe sul mio wekend di Pasqua ucraino trascorso in Crimea, a Yalta.
Nelle mie solite trasferte di lavoro nell’ovest Ucraina (ormai sono 6 anni che giro sempre gli stessi posti) sono ormai abituato a confrontrami con una realtà ucraina diversa da quella di Kiev, fatta di campagne sterminate, di colline dolci, di paesini e villaggi fermi nel tempo attraversati da carretti trainati da cavalli fino alle boscose montagne dei Carpazi. Forse la vera Ucraina, quella di una popolazione di lingua ucraina, nazionalista, con le sue tradizioni molto più vicine alla mittleuropa più che alla Russia. Ma l’Ucraina non finisce mai di stuprimi! In Crimea sono stato catapultato in tutt’altra realtà – sebbene lo sapessi sulla carta. Qui al contrario dell’ovest non c’è quasi traccia di “ucrainicità”, tutto scritto in russo, la gente parla solo russo, addirittura all’interno delle macchine molti espongono la bandierina russa…se non si incontrasse ogni tanto la bandiera ucraina gialla e blu che sventola e non si pagasse con le grivne, direi che potremmo tranquillamente trovarci in una regione della Russia!

Un piacere passeggiare lungo la набережная Ленина (naberezhnaja Lenina – lungomare Lenin), dal Parco Kalinin alla Piazza Lenin dove trionfa ancora la statua dellorgoglioso padre della Rivoluzione d’Ottobre, anche se ora deve condividere lo spazio con un vivacissimo McDonald di fronte. Tra palme, bar, discoteche e chioschetti che propongono suovenir ed escursioni si cammina per circa due kilometri: da una parte il mare col piccolo porticciolo e le minuscole spiaggette ghiaiose, dall’altra parte i bei edifici bianchi restaurati che danno sulla strada, e sullo sfondo le alte montagne rocciose con le vette ancora innevate. Si scorge bene la vetta del monte Ay-Petri (Ай-Петри,1233 m.).


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lungomare



Yalta è davvero bellissima. Certo bisogna comprenderla nella prospettiva di “kurort” sovietico (ora post-sovietico) cioè non bisogna scandalizzarsi nel vedere i rigogliosissimi e verdissimi pendii delle montagne puntellati di “casacce” e palazzoni soviet che come funghi bianchi enormi spuntano dal suolo e mostrano al cielo tutta la loro bruttezza…di contrasto invece è la vecchia Yalta con le sue casette basse semidiroccate di mattoni e legno e le viuzze piccole dove certo la pulizia non è di casa, ma le danno un tocco pittoresco unico! Stupenda è la chiesa di Aleksandr Nevski con le sue cupole dorate.

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Chiesa Aleksandr Nevski.


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Una intensa emozione mi ha assalito durante l’ascesa in bidonvia che porta dal centro di Yalta fino al belvedere; da una parte un po’ di preoccupazione per lo stato della struttura che tra scricchiolii, ruggine e dondolii strani, dà la sensazione che non sia stata revisionata da decenni; dall’altra per il ricordo di quel “mal’chik bananan” che saliva con la sua bella, della quale si era perdutamente innamorato, e in sottofondo la toccantissima colonna sonora degli Aqvarium…parlo del film “Assa” (Асса) e della dolcissima canzone “Gorod zolotoj” (per chi non l’abbia mai visto, consiglio di vederlo, a me è piaciuto un casino! È uno di quei film sovietici che vedo almeno una volta all’anno! http://www.youtube.com/watch?v=G0F_rFcASRw).


bidonvia



Ciò che colpisce quando dopo aver lasciato l’orrenda Sinferopol’ (capitale della Repubblica Autonoma di Crimea), attraversato il passo e inizato la discesa verso la ЮБК (Южный Берег Крыма – sponda meridionale della Crimea) è la diversità della vegetazione: dagli ulivi, alle rose, ai tassi, a piante di pistacchio, ad abeti, a pini marittimi, a ciliegi, a magnolie…ma sono i vigneti ad impressionare maggiormente. Questa è la zona ucraina più rinomata per i vini (Massandra, Inkermann, Koktebel’), forse più dei Carpazi, anche se le qualità che si producono sono per lo più dolci, liquorosi e da dessert. Tanti appezzamenti di vigneti poggiano sui pendii delle montagne e guardano verso il sole.
La strada che scende a Yalta è un tuttuno di tornanti, ma l’asfalto è in buone condizioni – cosa strana per l’Ucraina. Una nota curiosa: sulla strada Sinferopol’ – Yalta funziona il filobus che percorre la tratta più lunga del mondo, ben 85 km! (io non l’ho provato, ma la prossima volta giuro che lo faccio, hehehe, quasi 3 ore per percorrere 85 km., su un vecchio e sbilenco trollejbus sovietico).


trollejbus



I dintorni di Yalta sono veramente interessanti e qui sì che si respira un po’ di storia, quella degli ultimi due secoli; ma almeno le attrazioni non mancano.
La casa museo di Chekov, con le suppellettili ancora rimaste così come le aveva posate il grande scrittore russo che qui cercava di curarsi dalla tubercolosi e trascorse gli ultimi suoi 5 anni di vita. Molto rilassante è l’atmosfera che si respira in questa dacia immersa nel verde, a due passi dal mare.

Proseguendo verso ovest, sempre zizzagando tra i tornanti e tra un sanatorio e l’altro (i sanatori, così si chiamano, oggi sono tipo alberghi, ma erano dedicati e lo sono ancora alle cure varie per diverse malattie), si raggiunge dopo pochi kilometri il Livadiskij Dvorets (Ливадииский Дворец), un palazzo bianco, anch’esso in mezzo ad un enorme parco dove io ho percepito i brividi della storia. Camminando all’esterno ma soprattutto dentro quelle enormi stanza rivedevo i grandi della terra che nel febbraio del 1945 si ritrovavano per spartire l’Europa del dopo Hitler, della Germania che ormai stava inesorabilmente perdendo la guerra. Grande emozione nel vedere la “sala bianca” col grande tavolo e le bandierine inglese, americana e sovietica che segnano i posti dove si sono seduti Churchill, Roosvelt e Stalin…me li vedevo lì, il “panzone” col sigaro in bocca, il vecchio con un piede già quasi nella fossa e il “baffone” col suo solito pastrano e il berretto in testa, così come nella storica foto appesa alla parete dietro quel tavolo. Qui si sono decise le sorti dell’Europa e la divisione ideologica del mondo post-nazismo.
Che effetto poi salire al secondo piano dove si trovano le stanze con i ricordi della famiglia imperiale dei Romanov e dello zar Nicola II, che qui trascorse solo poche estati, prima di essere arrestato e poi ucciso insieme alla famiglia dai bolscevichi. Grande lusso e splendore, ma anche ricordi di una vita “umana” di vacanza, quella che mostrano le foto dell’epoca della famiglia imperiale che si godeva il riposo del mare… una strana sensazione mi assaliva nel pensare che qui hanno vissuto prima lo zar e la sua famiglia e poco dopo il suo carnefice…


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Palazzo Livadia


Ma l’impatto più suggestivo delle escursioni nella zona di Yalta viene dalla visione del cd. Ласточкино Гнездо (Lastochkino Gnezdo – Nido di Rondine): un piccolissimo castelletto fiabesco posto sul cucuzzolo di un faraglione a picco sul mare. Non vi è nulla di storico in questo edificio costruito nel 1912 da un barone tedesco per la sua amante, per di più che all’interno ci hanno addirittura fatto un ristorante italiano!! Ma l’effetto scenografico è notevole, soprattutto se si arriva – come ho fatto io – dal mare e lo si coglie dal basso, dalla barca. Una volta scesi al molo sotto il castello, ci si inerpica a piedi su delle ripide scale e si arriva al castello.


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Nido di Rondine


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faraglione



Vale la pena visitare anche e il Воронцовский Дворец (Vorontsovskij Dvorets, che si trova ad Alupka, 15 kilometri da Yalta) e il Массандровский Дворец (Massandrovskij Dvorets, a Massandra, poco fuori Yalta). Il primo è un bellissimo palazzo dell’ottocento costruito per il conte Vorontsov, in stile alnglosassone all’interno e all’esterno bizzarra combinazione di stile arabeggiante da un lato e scozzese dall’altro. All’interno anche qui colpiscono la maestosità delle sale e delle pitture alle pareti; ma l’aspetto più piacevole anche in questo caso è il giardino che circonda l’edificio, pieno di una varietà incredibile di piante e di siepi e la bellissima vista sul Mar Nero.


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Vorontsovski Dvorets



Il Palazzo Massandra non sono riuscito a visitarlo all’interno, perché già chiuso quando sono arrivato, ma è un edificio carino, non grande, situatо sulla collina a pochi kilometri dal centro di Yalta, in mezzo al verde, tanto per csambiare! Qui ci veniva Stalin a passare le estati, e prima, ai tempi degli zar, da Alessandro III a Nicola II, era usata come residenza estiva e punto di partenza per le battute di caccia nei boschi circostanti.


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Massandrovskij Dvorets



Vicino al Palazzo, nel centro del microscopico paesino di Massandra, si trova la fabbrica del vino Massandra, qui si possono degustare i vari tipi di vino. Io ovviamente non potevo mancare la degustazione…siamo lontani anni luce dalla nostra cara Italia, soprattutto dalle mie papille gustative che sono state educate sin da piccolo ai vini secchi, fermi e dal colore rosso rubino; però devo ammettere che anche questi vini dolci, intensi e pastosi sono di qualità e validi, ma se ingeriti in piccole dosi! Dei 10 vini assaggiati, 6 o 7 li ho trovati praticamente identici. Potrebbero essere paragonati ai nostri Moscato o Zibibbo siciliani, ma ancora più dolci!


degustazione



Infine un altro piccolo aneddoto realtivo alla cucina. Proveniente da Kiev tra le cose che più desideravo provare arrivando in Crimea c’era il pesce del Mar Nero; mi aspettavo una grande varietà di prodotti di mare e di pesci, mi immaginavo chioschetti che proponevano shashlyk di pesce alla griglia, antipasti di mare al limone…ahimè anche in questo caso l’Italia è lontana anni luce! Cosa mi trovo in risposta? Carne di montone e zuppette tartare!! Eh sì, perché la Crimea è terra tartara (Batir qui ci sono i tuoi parenti, ehehehe…i Tartari della Crimea!) e come si sa i Tartari sono musulmani e la loro cucina non prevede il maiale bensì carne di pollo e montone. Insomma in riva al mare si mangia shashlyk di montone…che tristezza! Ma con accanimento e testardaggine sono comunque riuscito a soddisfare la mia curiosità – pagandola con lauta ricompensa (ristorantino carissimo!) – e a provare, almeno una sera, una grigliata mista di pesce. Tra i vari tipi di pesce assaggiati sono riuscito a riconscere solo le triglie (qui chiamate barabulka – барабулка); degli altri pescetti ricordo i nomi, ma non ho trovato la traduzione in italiano. Chissà, magari Ludamila o Irina mi possono aiutare a tradurli. Si tratta di sargan (сарган), pelengas (пеленгас) e gorbyl (горбыл). Piatto invece molto comune e veramente delizioso, come antipasto, sono i rapany (рапаны), una specie di mollusco che vagamente ricorda la lumaca.


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Ultimissima nota – dettaglio più che altro per chi vive in Ucraina che ha possibilità di confronto – riguarda i prezzi: Yalta è cara. Ma è cara quanto Kiev. E la qaulità del servzio in generale non corrisponde del tutto ai prezzi che si pagano per averlo. Io ho alloggiato in un appartamento monolocale vicinissimo al lungomare e ho pagato 400 grn. a notte (poco meno di 40 euro), ma ne valeva meno di 20… le escursioni e le entrate ai musei sono sempre intorno ai 20-40 grn. (da 2 a 3 euro); per mangiare bene si sta intorno ai 250 grn a testa (circa 23 euro). Adesso non è ancora alta stagione; da giugno a settembre i prezzi sono più cari.


Un abbraccio al Forum,

Gringox


gringox [ 20 Giugno 2011, 14:46 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 16 giugno 2011.


La “mia” Ucraina non finisce mai di stupirmi! Sono reduce da un finesettimana “esplorativo” che mi ha catapultato in un ambiente naturale assolutamente intatto e incredibilmente puro, lasciandomi sensazioni e ricordi bellissimi e forti. Questa volta sono stato nella Bessarabia meridionale (Odesskaja oblast’) – Бессарабия (Одесская обл.) e precisamente nella Riserva naturale del delta del Danubio – Дунайский биосферный заповедник.

Arrivare a Vylkovo (Вилково) in macchina è un’impresa. Gli ultimi 55 km di strada, dopo la deviazione dalla “trassa” principale Odessa-Ismail, sono uno stillicidio di buche di varie dimensioni, di voragini spaccamacchine più o meno profonde che ti costringono ad andare a 30 km all’ora e non di più. Credo di intendermene abbastanza di strade ucraine (sono 6 anni che le bazzico per lavoro!), ma negli ultimi anni un tratto così devastato non ricordo di averlo più incontrato in altre zone del Paese! Ai lati della strada una campagna verde dove si alternano vigneti, frumento, granoturco, fagioli, girasoli e paludi con canneti. Pochissime zone abitate, se si escludono un paio di villaggetti semiabbandonati e un paio di stazioni di benzina fatiscenti. Dopo più di un’ora finalmente giungo a Vylkovo.


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La barchetta come mezzo di trasporto cittadino.


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In alcuni canali si possono trovare questi bellissimi fiori acquatici.


Un paese di 10.000 anime, sull’estrema propaggine meridionale della Bessarabia ucraina, lungo la sponda sinistra del Danubio. Qui finisce la strada fatta di asfalto e cominciano i canali, chiamati da queste parti “jerik” (ерик). Sì, perché questo paese è noto – anche se, a dir la verità non sono poi molti quelli che lo sanno! – come la “Venezia d’Ucraina”. Certo è improponibile il paragone con la “vera” Venezia italica, l’unica, l’ineguagliabile, l’aristocratica… questo è un normalissimo paese della campagna ucraina, se non fosse per la peculiarità dei canali che gli hanno appunto regalato quel soprannome. È forse l’odore, il colore verdognolo dell’acqua dei canali, le passerelle di legno e i ponticelli che collegano le case tra loro e più in generale la vita che si incentra sull’acqua, a ricordare vagamente la Serenissima.

Nel piccolo ma nuovo e carino hotel (non c’è manco l’ombra di un turista!) che non poteva altro che chiamarsi “Venetsja” riesco in qualche modo ad accordarmi per l’escursione sul Danubio, per il giorno seguente. Non voglio rivolgermi alle agenzie che propongono tour organizzati; preferisco gestirmela da solo, come piace a me… e così, chiedendo qua e là, arrivo a conoscere Gennadij, colui che ci guiderà sul fiume.


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Un brivido di gioia mi assale poco dopo che la stretta ed allungata barchetta di legno (che qui chiamano “chajka” – чайка – “gabbiano”) salpa dal piccolo pontile della casa di Gennadij mentre le braccia si alzano per salutare la moglie e la figlioletta che rimangono in casa; gesti che si ripetono ogni volta che qualche turista curioso si rivolge a lui per l’escursione.
La brezza accarezza i capelli e il sole inizia a farsi sentire, mentre imbocchiamo il canale che ci conduce al Danubio.


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Sono nel delta del Danubio! Mentre navighiamo vedo l’altra sponda verde, che pare disabitata, quella rumena, e una nave mercantile dirigersi verso nord, e la mia mente inizia a navigare pure lei, a ritroso, risalendo queste acque e rivedendo le grandi città che sono bagnate da questo meraviglioso ed imponente fiume che attraversa mezza Europa dell’est: Vienna, Budapest, Belgrado…città che io conosco e sui quali ponti ho camminato, ammirando dall’alto questo fiume. Un fiume lungo ben 2900 km di lunghezza che dalla Foresta Nera tedesca scende fino a qui attraversando ben 9 stati europei (Germania, Austria, Slovacchia, Croazia, Serbia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Ucraina). Ed ora sono qui, alla sua foce, e sto per gettami nel Mar Nero insieme a queste acque, per una volta nella vita! E sale l’emozione…


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Lasciamo il ramo principale e viriamo a sinistra, imboccando un canale abbastanza largo, ai lati vedo casette in muratura e legno, ognuna che dà sulla sponda e col proprio piccolo pontile di legno sgangherato. Intorno a queste casette segni di vita confermano che esse sono abitate, si intravedono degli orti, delle gallinelle scorrazzare su e giù, ogni tanto si sente qualche cane abbaiare e poi tante piante da frutto, soprattutto ciliegi e piccoli appezzamenti di viti. Gennadij ci dice che questa gente vive in modo praticamente primitivo: senza energia elettrica né acqua potabile, né fognature. Ed in effetti noto che mancano sia i tralicci dell’elettricità, sia condutture e tubature per gas o acqua. Incredibile! Tra l’altro qui praticamente non funzionano neanche i cellulari; ogni tanto c’è rete e ogni tanto scompare: quei furbacchioni di rumeni – racconta Genna – riescono ad inserirsi nella rete ucraina e parlare gratis! Rimangono qui gli anziani, mentre i giovani di queste famiglie se ne vanno sulla terra ferma, a Odessa, a Kiev o in altre città per studiare e per cercare fortuna.


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Gabbia per seccare il pesce.


Ad un certo punto accostiamo presso una di queste case, si avvicina a noi un uomo dall’età imprecisata, sembra giovane, ma allo stesso tempo porta malissimo la sua età, con quattro denti d’oro in bocca e vestiti strappati addosso, ma simpatico e socievole. Scendiamo dalla barchetta, gli consegnamo un sacchettino di cibaria (del pane, latte e qualcos’altro), scambiamo due chiacchiere con lui, io faccio un paio di fotografie e poi ci rimettiamo in moto verso sud. È un pescatore, ha la casa anche in paese, a Vylkovo, ma vive per lo più qui sell’isola dove si dedica alla pesca e agli orti.


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Sulle staccionate intorno alle casette spesso è appeso il cartello “vino” (вино): chi abita questa casa produce vino e lo vende. E Gennadij simpaticamente scherza dicendo che quella scritta “в.и.н.о” (vino) è una parola in codice; essa in realtà ci indica: “вот и наша остановка!” (“ecco la nostra fermata!”); oppure, leggendo la parola al contrario, ovvero “онив”, si tratta di un invito gentile da parte del padrone di casa a fermarsi per bere un bicchiere di vino: “остановись несчастный и выпей!” (“fermati, sfortunato, e bevi!”).
Chiedo a Gennadij se sia possibile trascorrere qualche giorno su una di queste isole nel totale distacco dalla civiltà; mi risponde che basta accordarsi in anticipo e lui può trovare una sistemazione. Ad organizzarsi per tempo poi è possibile mettersi d’accordo coi pescatori e farsi preparare una grigliata di pesce fresco con tutte le varietà di pesce che qui si pescano e degustare un tipo di uhà (уха) che si prepara con i pesci della zona, che è diversa dalla zuppa di pesce classica che si conosce in Russia. Sarà per la prossima volta sicuramente…

Da Vylkovo al c.d. “km 0” (il punto finale in cui le acque del Danubio si mischiano con quelle del mare), ci sono ben 18 km di navigazione. Ad un certo punto la vegetazione improvvisamente cambia.


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Ci lasciamo alle spalle gli isolotti con le casette e la vegetazione varia e folta, e si apre l’immenso canneto a perdita d’occhio. Stiamo entrando nel vero e proprio parco naturale del delta del Danubio (Дунайский биосферный заповедник). Sopra le nostre teste uccelli bianchi e neri volteggiano nel cielo azzurro e intanto sono sempre più preso a darmi sberle su tutto il corpo per scacciare quei fastidiosissimi e perniciosi mosconi che punzecchiano la mia pelle! Ma non mi rimetto la maglietta, mi voglio godere la brezza e il sole più che posso, anche sopportando quegli insetti malefici…

Mentre navighiamo Genna, come un fiume in piena, racconta curiosità e aneddoti, insomma di tutto e di più su questa parte di Ucraina. Parla di Vylkovo, dice che in tutto il paese ci sono solo 300 macchine (anche se a me è parso che ce ne fossero ancora meno) e 3000 barchette poiché la gente preferisce utilizzare questo mezzo di trasporto, più consono alla realtà locale rispetto alla macchina. E ci sono famiglie che hanno anche più di una “chajka”! Parla del “melting pot” di gruppi etnici che vivono qui: la stragrande maggioranza della popolazione è russa, poi ci sono ucraini, bulgari, qualche rumeno; ma i gruppi più particolari sono i Gaugazi e i Lipovani (Липованы). I primi sono turchi cristianizzati ortodossi, di origini bulgare che finirono in Bessarabia quando la Russia sconfisse la Turchia nella guerra russo-turca del 1806-1812; questi parlano una lingua strana, un misto di turco e russo, e vivono soprattutto in Moldavia (appunto nella loro piccola repubblica autonoma di Gaugazia), ma parecchie unità si trovano anche a Vylkovo e in Bessarabia.


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Antiche icone lipovane su un’isola del delta del Danubio.


I Lipovani, i “vecchi credenti” ortodossi (старообрядцы), coloro che si fanno il segno della croce con due dita (e non con tre come gli ortodossi “classici”) perché – dicono – Gesù impartiva la sua benedizione con due dita; perseguitati da Pietro il Grande per non essersi adattati alle riforme religiose del XVIII sec., furono esiliati da queste parti lungo il Danubio e da allora vivono qui. La chiesetta di San Nicola a Vylkovo è una chiesa lipovana. La Bessarabia meridionale in effetti fu terra dell’Impero Ottomano, e poi di quello russo, fino ad essere inclusa nella Romania nel periodo tra le due guerre mondiali e poi finire nell’Urss ed ora nell’Ucraina; ed ecco che si spiega questo miscuglio di etnie. È curioso come ancora oggi siano rimasti al di là del fiume, in terra oggi rumena, tre villaggetti russi, dove la gente tuttora parla in russo…

Gennadij poi racconta della sua vita che, a parte una parentesi di lavoro dai parenti a Krasnoyarsk, è sempre stata legata a questo angolo di mondo.
Parla della flora e della fauna che abitano questa terra… insomma questa è la patria per pescatori, ornitologi, naturalisti. Ci sono talmente tanti tipi di pesci e uccelli e piante che manco lui sa chiamarli tutti per nome. Tra le piante che riconosco vedo i salici e i pioppi. Racconta a questo proposito di un aneddoto risalente a qualche tempo fa, quando chissà come e da dove siano spuntati, in questi canali del delta sono stati pescati degli storioni (beluga e sevruga) tipici pesci del Mar Caspio e ci hanno pure ricavato del prezioso caviale nero. Altri pesci che si trovano in abbondanti quantità sono i carassi, le carpe, le anguille, i pesci gatto, la “mitica” aringa del Danubio (дунайская селедка).


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La specie di uccelli più famosa che si può incontrare sono i pellicani bianchi; anzi si dice che qui viva la più grande comunità di pellicani del mondo in pianta stabile. Occorre un pò di fortuna per vederli da vicino, io sono riuscito a scorgerli in lontananza, intravedendo i loro becconi gialli; più semplice invece incontrare e sentirne il cacofonico starnazzare cigni, sterne, cormorani, oche ed anatre selvatiche e quei grossi uccelli neri di cui ho già scordato il nome, che possono gettarsi in acqua per cacciare le prede e restare sott’acqua anche fino a 40 secondi. Oltre ovviamente a gabbiani e avvoltoi.


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Eccoci al “Km 0”: una grande emozione toccare con mano questo curioso monumento, tanto per cambiare di eredità sovietica, che segna il momento in cui le acque del Danubio, dopo ben 2900 km entrano e si confondono con quelle del Mar Nero. Giusto per togliermi la soddisfazione di averlo fatto al “Km 0”, approfittando del caldo, mi butto in acqua e mi faccio un bel bagno: l’acqua in questo punto non è né completamente dolce né ancora salata.

Rientrati a casa, non ci lasciamo ancora con Gennadi. Non si può rifiutare l’invito a degustare un pò di suo fresco vino rosso. Bere il vino da queste parti può essere un’esperienza pericolosa. Si tratta di un vino fresco, giovane, secco (non dolciastro come quello della Crimea), dal colore rosso rubino, morbido e dal leggero retrogusto di fragola, poiché l’uva ricorda un pò la nostra uva fragola. Insomma un vino che apparentemente ha la gradazione del nostro novello (12° circa). Giusto per la cronaca qui lo chiamano novak (новак, новочек) e lo producono per sé praticamente tutte le famiglie. Per l’uso quotidiano lo conservano in secchi e lo versano nel bicchiere con un mestolo. Il bicchiere – che poi è il bicchiere per l’acqua e non il calice per il vino – te lo riempiono fino all’orlo; poi si beve a sorsi grossi, quasi come se si stesse bevendo acqua o un succo, e in breve zacchete, ti sei già scolato il primo bicchiere, quasi senza accorgerti. Ovviamente si prosegue, ti versano il secondo, poi il terzo… questa usanza mi ricorda tra l’altro il Caucaso, la Georgia in particolare, anche lì bevevano il vino come se fosse acqua. Il risultato: in pochi minuti la testa inizia a girare, anzi, come dicono da queste parti, la testa continua a pensare e a ragionare, ma le gambe pian piano diventano pesanti fino a non riuscire a muoversi, a camminare (голова соображает а ноги не ходят…). Poi come d’incanto, dopo un paio d’ore, la sbornia passa e resta il bel ricordo della simpatica bevuta in compagnia. Sarà forse l’aria del Danubio, ma giuro che capita proprio così!

Finisce così un’altra mitica avventura del Gringox d’Ucraina! Prima di salutarci con Gennadij e con la sua famiglia (e di saldargli il conto di ben 850 grn. per l’escursione, che tra tutto è durata quasi una giornata intera!), gli compro una bottiglia di quell’ottimo “novak”, così che una volta rientrato a Kiev, degustandolo, possa ricordarmi di lui e di questo angolo di paradiso, dove sono sicuro di tornare ancora…


Gringox


gringox [ 31 Agosto 2011, 16:22 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Vacanza di Crimea – agosto 2011.


Новый Свет (Новий Світ) – Novij Svet (Nuovo Mondo).

Che la Crimea fosse una terra stupenda me ne sono già accorto nella mia prima sortita a Yalta, in aprile di quest’anno. Abituato come sono all’ovest Ucraina, alla sua inconfondibile identità nazionale e ucrainicità profonda, in Crimea vengo catapultato nell’altra direzione. Qui tutto sa di Russia, a cominciare dalla lingua parlata dalla gente locale (tatari e russi) e dai turisti, praticamente tutti russi, fino a quelle piccole situazioni che tendono a rimarcare un senso di appartenenza radicato che la gente non ha alcuna intenzione di tranciare (bandierine russe sui cruscotti delle macchine, insegne scritte in russo, bandiere russe sventolanti fuori dai locali, macchine dei vacanzieri in maggioranza targate RUS, cucina per lo più legata alla tradizione russo-tatara e dell’Asia Centrale).

Ma Novij Svet non è Yalta. Là lo struscio, l’apparenza, il desiderio di farsi notare, le discoteche, la gioventù rampante e i figli degli oligarchi, le boutique, gli yacht, gli hotel di lusso; qui la pace, la tranquillità, la gente che a torso nudo e in ciabatte si cucina shashlyk a casa e trascorre il periodo di vacanza facendo una vita spiaggia-casa-spiaggia, senza darsi ai divertimenti notturni vari, che qui tra l’altro mancano; dunque tante famigliole con bambini e pochi sbarbati in cerca di avventure estive…


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Il monte Orel.


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Il monte Sokol.


Novij Svet non è altro che una piccola baia dominata ai lati dal monte Koba-Kaja (che in lingua tatara significa “orel” - aquila) e dal monte Sokol alto 472 m.; due panettoni rocciosi dalle forme vagamente richiamanti quei rapaci di cui portano il nome (aquila e falco). Il paesino si estende a semicerchio tra questi due monti, lungo il pendio dolce nell’inclinazione, ma aspro nella vegetazione, ricoperto di boschetti radi di pini marittimi, ginepri, pistacchi, mirti e altre varietà di cui ignoro il nome; visto dal mare appare come un tappeto ondulato e irregolare dove il verde degli alberelli si alterna al color paglia giallastro della terra secca per culminare ai lati nel grigio della roccia che potrebbe essere tranquillamente di tipo dolomitico. Dove le montagne si gettano nell’acqua diversi dirupi a picco sul mare e calette deliziano la vista di chi le osserva.
Da “vecchio” scalatore non nascondo la tentazione di potermi cimentare in qualche intrigante arrampicata, ma ahimè non ho più né l’allenamento né la dimestichezza di una volta e il “peso” degli anni e della pancetta si sente già da tempo.

Il paesino di Novij Svet è minuscolo: un paio di filari di grigi “pjatietazhki”, orribili come al solito, con tanto di facciate scorniciate e di panni appesi alle finestre da una parte; un alto hotel – pure in stile soviet – con l’immancabile forma quadrata e di colore bianco dall’altra, e in mezzo ad essi una miriade di casette sparpagliate nel bosco senza ordine, alcune sopraelevate, di diversa fattura; alcune di legno, altre di mattoni, altre ancora di lamiera che sembrano baracche, collegate tra loro da sentierini mezzi asfaltati e mezzi sterrati, sconnessi e pieni di buche, che se non si sta attenti a come si cammina, si rischia di prendere una storta. Ma è davvero pittoresco! Molte di queste casette hanno un piccolo appezzamento di terreno intorno che viene addobato con fiori variopinti, talvolta con piccoli orti, e tutte con la cisterna sopraelevata e arrugginita per l’acqua.
Ogni tanto, mentre si passeggia nel parchetto respirando il profumo dei pini marittimi, si può scorgere un’orribile serpentina di tubi gialli sopraelevati, anch’essi mezzi arrugginiti, che a volte ti corrono ai lati, quasi nascosti tra gli alberi, altre volte ti passano sopra la testa a mò di ponte, e smistano il gas – credo – o l’acqua, per tutto il paese. Eredità del tempo soivietico in cui si usava esporre le tubature all’esterno, per comodità nel caso di riparazione di qualche guasto.

Infine la nota dolente della spazzatura: pochi cestini, sempre pieni zeppi; di tanto in tanto, mentre si passeggia, qualche folata puzzolente annuncia che si sta passando vicino ad un container di ferro aperto con la scritta “musor” in vernice, dove vengono gettati i sacchi delle immondizie. E non è difficile, ahimè, trovare sul proprio passo sporcizia di vario genere abbandonata così, all’aria aperta, soprattutto bottiglie di plastica.

La sera il buio totale. Solo nella centrale ul. Golitsyna qualche lampione illumina con luce flebile la strada; ma dal lungomare risalendo verso le proprie abitazioni non c’è assolutamente illuminazione se non quella proveniente dalla luna e del cielo stellato…sempre bello il cielo di notte al mare, con il carro maggiore che si staglia limpido e maestoso…


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La casetta della vacanza.


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Il sentierino che conduce alla casetta.


La casetta dove alloggio è una sistemazione niente male. Di due piani, io sto al piano superiore. Una soluzione non molto economica (560 grn. al giorno, ma la Crimea in generale è cara!), ma in circa 40 m2 c’è tutto ciò che serve per una vacanza al mare; fatta in legno e carina esteticamente: una semplice cameretta con un lettone comodo, un degno bagno spazioso, con doccia e acqua calda sempre (questo particolare non è da poco, perché non in tutti gli appartamenti qui c’è sempre l’acqua calda) e un largo balcone che fa anche da cucinotto, con stufetta a gas e frigorifero, chiuso ai lati da sottili pareti di legno forate sulle quali si avvinghiano piante rampicanti, che danno l’idea di essere all’interno di una veranda, lasciano filtrare la luce del sole, evitano che il locale si riempia di mosche e zanzare e consentono di intravvedere il mare poco più giù.
Ovviamente qui è tutto incendiabile e misure antincendio non esistono…

Queste casette, come tutte le altre intorno, sono per lo più su due piani, immerse nel verde e collegate tra loro da sentierini in cemento; alcune hanno un giardinetto privato, altre no; praticamente fuori da tutti gli usci si trova un “mangal” perché qui la gente in vacanza ama prepararsi succulenti shashlyk e gustarseli in casa.

Si tratta di casette per le vacanze, credo che d’inverno esse siano praticamente disabitate, infatti non vedo impianti di riscaldamento. Molto spesso si incontrano cartelli appesi alle pareti con la scritta “zdaetsja zhilje” (здается жилье) e col numero di cellulare, significa che sono libere al momento. In effetti non c’è questo gran pienone di turisti.


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Le baracche vicino alla spiaggia.


In ogni caso a me è andata meglio di altri! Scendendo verso la spiaggia si vedono diverse baracche di lamiera – perché non si può far altro che chiamarle col proprio nome “baracche”, dove la gente alloggia tranquilla e trascorre la propria vacanza! Non immagino il caldo che si respira la dentro…


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La spiaggetta e sullo sfondo il monte Sokol.


La spiaggetta è corta, libera diremmo noi (cioè gratuita) e gremita di gente; pochi ombrelloni aperti e poche sdraio – queste sì sono a pagamento (40 grn./giorno). Arrivare verso le 10.30 – 11.00 di mattina significa non trovare un buco libero dove stendere il proprio asciugamano, e dover percorrerla su e giù un paio di volte almeno prima di rassegnarsi ad una sistemazione stretta, praticamente appiccicato a qualche vacanziero già svaccato da tempo sotto il sole. Quella stessa gente che arriva presto la mattina ad occupare il posto sulla spiaggia è la stessa che poi, verso sera, ordinatamente sta in fila ad aspettare la marshrutka che la riporta a Sudak o a Feodosja; dopo un paio di giorni capisco il sistema: questi turisti (poco) furbi vengono da altri paesi della zona costiera per trascorrere qui la giornata, perché il posto è più bello, e la sera se ne tornano da dove sono venuti. Dovreste vedere che file per attendere la marshrutka…roba da pazzi, anche in vacanza! E la sera il paesino di Novij Svet si svuota e sul lungomare poca gente passeggia.

La sabbia non è proprio finissima, ghiaietta e sassi più grossi rendono il camminare sulla spiaggia non tanto piacevole per i piedi, oltre al fatto dello zigzagare tra le persone sdraiate.
La ricerca del posto dove piazzarsi deve essere accurata, da evitare assolutamente di posizionarsi vicino al tipo che bofonchia col megafono ogni 4 minuti, con voce pastosa e sbiascicata, interrompendo la placida quiete nella quale si vorrebbe riposare, che invita i bagnanti a provare le attrazioni locali: il “bananchik” e la “shajba” (шайба – il “dischetto” dell’hockey su ghiaccio). Il primo è una specie di gommone giallo, a forma appunto di banana, dove otto persone, quattro su un bordo, e quattra sull’altro, dopo essersi seduti a cavalcioni vengono trascinati dal motoscafo al quale il gommone è legato da una corda, che a tutta velocità si proeitta in mare aperto facendo virate e giri bizzarri, provocando urla di divertimento da parte dei fortunati che si vedono saltare su e giù per le onde. La “shajba” o “dischetto”, si basa sullo stesso principio del “bananchik”, solo che invece di ospitare più persone, si tratta di un gommone rotondo a due posti, e qui l’emozione è garantita. Ti senti “bistrattato” e scaraventato a forte velocità sull’acqua da una parte e dall’altra, col gommoncino che schizza sull’acqua, salta, si piega, rotea, e tu devi tenerti forte alla maniglia sui lati per mantenere l’equilibrio ed evitare di ribaltarti in mare. Roba un po’ da luna park, ma, dopo averlo provato, confermo che è assai divertente.
Tra le altre cose, anche qui come in Italia ci sono i pattini (pedalò o mosconi, come la gente li chiama da noi). Credo che questi abbiano almeno 30 anni, a giudicare dal loro aspetto; eppure son lì e la gente li noleggia più che volentieri. A fianco del pattino retrò, si trovano le moderne e tecnologiche moto d’acqua Yamaha, che ogni tanto si notano sfrecciare nel mare.


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Ad un’estremità della spiaggia c’è il pontile dove sono ormeggiati diversi motoscafini: qui ci si può mettere d’accordo per fare escursioni marittime lungo la costa.

Se durante il riposo in spiaggia, tra un bagno in mare e una dormitina sotto il sole caldo, ma non concente, si percepiscono gli stimoli della fame c’è solo l’imbarazzo della scelta. A poterli soddisfare giungono con quasi regolare frequenza, preannunciati da voci cantilenanti, ma mai invasive, vari tipi di aperitivi: “svezhaja rybka, vjalenaja, kopchenaja rybochka” (“pesce fresco, secco, affumicato pesciolinooo”), “kukuruza varennaja” (“pannocchia bollita”), “krevetki, midii, rapany” (“gamberetti, cozze, rapany”), “malinka vitaminka, ezhevika lesnaja” (“lampone vitamina, mora di bosco”), “blinchiki s mjasom”. Nei miei ricordi d’infanzia e di adolescenza delle spiagge riminesi dove per anni trascorrevo tutto il mese di luglio, c’era il negretto di turno che girava col cocco o con souvenir vari e che in modo insistente e stressante cercava di propinarti la sua merce facendo il simpatico…qui sono volenterosi ragazzetti locali, o “babushki” che per arrotondare la misera pensione preparano a casa queste pietanze e poi le offrono in spiaggia ai bagnanti. Certo la visione di quei pescetti affumicati, striminziti e penzolanti, potrebbe far andar via l’appetito a qualcuno, ma con una fresca birra si gustano che è una meraviglia!

Un’ultima annotazione a proposito della spiaggia: non si vedono guardie costiere o bagnini da nessuna parte.


Il piccolo lungomare ha un che di retrò e la cosa lo rende più “vero” e divertente, e un po’ kitch. Se la spiaggia è al livello del mare, il lungomare corre parallelo ad essa, ma al piano superiore. Lungo tutta la spiaggia, in diversi punti, alcune sgangherate scalette a volte metalliche in altri casi di cemento, conducono al livello del lungomare. Aiuole ben curate con fiori colorati abbelliscono l’ambiente tutt’intorno. Passeggiando su e giù per il lungomare si incontrano diversi locali, carini, dove si può mangiare shashlyk o bere una birretta.


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Aptechnij kijosk.


Chioschetti ovunque, alcuni propongono souvenir vari o abbigliamento e accessori da mare e da spiaggia, altri sono residuati soviet come l’ “aptechnij kiosk” o la bancarella che vende birra alla spina e “limonad” di marca “Krym”. Noto che va moltissimo il kebab. Ma se si ha intenzione di consumare un più degno pasto, si può provare in uno dei tanti ristorantini sistemati lungo la strada, alcuni sporgenti verso il mare e poggianti su colonne a mò di palafitta, altri orientati a monte.


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Al ristorantino Paradiz, sorseggiando dell’ottimo vino bianco “Meganom”, io…


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…e la “pesciolina”.


Io mi sono trovato bene al “Paradiz”, e come mio solito, se mi trovo bene in un posto, difficilmente lo cambio. E così qusto Paradiz è stato il ristorantino della vacanza dove mi sono tolto tutti gli sfizi e le mie curiosità enogastronomiche.


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Samsa “incollate” sulle pareti interne del tandyr (stufa) mentre si cuocciono.


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Uhà – la zuppa di pesce.


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Chernomorskaja kefal’.


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Il mio piatto preferito: l’antipasto di rapany con cipolline e pomodorini soffritti.


Dalla samsa il cui impressionante modo di cottura cattura la mia attenzione (самса – specie di panino ripieno con carne trita di montone e cipolla, tipico della cucina dell’Asia Centrale e tatara), all’uhà (уха) con vari tipi di pesce; dalla shurpa (шурпа – zuppa con carne di montone) al shahlyk di “baraninoe mjaso”; dalla lipjeshka ustionante in puro stile uzbeko (лепешка – pane rotondo cotto nel tandyr, una specie di forno a legna, tipico della cucina dell’Asia Centrale e tatara), ai chebureki ripieni di carne, al shashlyk di pesce di “chernomorskaja kefal’” (черноморская кефаль)…ma il piatto che non manca mai è l’antipastino di rapany (рапаны) con cipolline e pomodorini soffritti.
Ovviamente mi dò alla degustazione ogni volta di un vino diverso, poiché la Crimea, e in particolare questa zona, è rinomata per una produzione interessante sia di shampanskoe, ma anche di vini secchi bianchi e rossi; qui è famoso il bianco Meganom della “Solnichnaja dolina” (Меганом – Солнычная долина), che ricorda molto il pinot chardonnay.

Il lungomare e la spiaggia sono nel complesso puliti, anche se i cestini sono sempre zeppi di spazzatura.


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Il sentiero Golitsyn.


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Il sentiero Golitsyn visto dalla baia blu sovrastata dal monte Orel e sullo sfondo, in lontananza, il promontorio Meganom (che dà il nome al vino di cui ho parlato).


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Il sentiero costiero ideato e realizzato dal conte Golitsyn nel XIX sec (Голицынская тропа) è un’esperienza che non lascia indifferenti, e per le visioni di paesaggi mozzafiato e per il fiatone che ti porti a dietro per tutti i 2,5 km del percorso su e giù per le rocce a picco sul mare. Fa parte della piccola riserva naturale di Novij Svet e inizia poco sopra il lungomare, alle pendici del monte Orel, inerpicandosi prima a picco sul mare, poi pian piano aggirando il monte Orel, per finire nuovamente in paese, ma nella parte superiore, vicino al mercato.


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La baia blu (sinjaja buhta).


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La vista della “spiaggia dello zar” (tsarskij pljazh) dal sentiero Golitsyn. La spiaggia è chiusa ai bagnanti affinchè si conservi pulita…così mi pare di aver capito!


Nella prima parte si passa dalla veduta della baia verde (зеленая бухта), a quella della baia blu (синяя бухта), fino alla meravigliosa “tsarskij pljazh”, tra calette, spuntoni, rocce emergenti dal mare e formanti piccoli isolotti e passaggi stretti e scivolosi a strapiombo sul mare. In questa prima parte c’è una componente di pericolo non indifferente a causa del terreno ghiaioso, sconnesso e non sempre protetto del sentierino che, a tratti, è a picco sul mare.
Nella seconda parte del percorso si cammina nella “mozzhevelovaja rosha” (можжевеловая роща), il boschetto di ginepri, dove si incontrano alberi di vario tipo e si mischiano i profumi di resina, di erba secca, e di mirto. Sì, perché con mia grande sorpresa riconosco tra queste piante il mirto, ed i rametti con le bacche blu scure e profumate mi riportano alla mente l’etichetta dello “Zedda Piras”; ed io che pensavo crescesse solo in Sardegna…ahh, se qui la gente sapesse che ottimo digestivo si potrebbe ricavare dalla lavorazione di queste bacche!

Ad un certo punto, quando il mare ormai sparisce dietro il bosco che diventa sempre più fitto, girando lo sguardo verso destra ci si trova alle pendici del monte Orel e da qui si dirama una specie di sentierino che si inerpica verso la montagna. Questa volta il pensiero del “vecchio” Gringox alpinista si fa sempre più penetrante e la curiosità e la voglia di sfida prendono il sopravvento. Obiettivo: vetta del monte Orel! L’ascesa è ripida e ansimo pesantemente ma non mollo. Il livello di difficoltà è tra il facile e il medio-facile, nulla di impossibile; ogni tanto faccio uso delle mani, ma per lo più bastano le gambe. Man mano che salgo si fa più rada la vegetazione e la roccia prende il sopravvento.


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Il Gringox in cima al monte Orel.


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La vista della baia e sullo sfondo il paese di Sudak (che dista 7 km. da Novij Svet).


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Le rocce a strapiombo sulla baia blu.


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Novij Svet dall’alto.


In poco meno di mezz’ora raggiungo il crinale della cima: qui un gruppetto di ragazzotti con delle guide fotografa a più non posso tutt’intorno. E ne hanno ben d’onde! Il paesaggio da quassù è mozzafiato e un accenno di vertigine mi assale. Si vede tutto a 360°: il paese di Novij Svet, più in là il paesone di Sudak, sotto di me la baia blu e il mare aperto, poi la “tsarskij pljazh”, e infine il pendio che domina Novij Svet con la sua boscaglia. Mi siedo una decina di minuti, riprendo il fiato e scatto qualche foto. In breve poi, saltellando nel mio vecchio stile di “cavallo pazzo”, tra una roccia e l’altra, mi ritrovo a valle e riprendo il sentiero Golitsyn che mi riporta in paese. Da qui, attraverso il piccolo mercato, rientro a casa.


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L’ingresso della fabbrica dello “shampanskoe” Novij Svet.


Novij Svet: lo “shampanskoe”. In passato tra le mie bevute nelle terre russe ricordo di avere già avuto l’onore di bere uno champagne etichettato “Novij Svet”, ma prima d’ora non avevo mai riposto grande attenzione alla provenienza di tale prodotto. Tra l’altro non ricordo neppure se lo avessi o meno apprezzato. Una cosa è certa: qui a Novij Svet esso non passa inosservato! Tutto fa parlare di questa marca antica di shampanskoe, e del suo fondatore, quel conte Golitsyn del sentiero, che iniziò l’attività produttiva nel lontano 1878: c’è la piccola fabbrichetta che funziona ancora col metodo tradizionale, c’è il carinissimo museo dello Shampanskoe, con foto d’epoca, colezione di bottiglie e una cantina spettacolare dove si può partecipare ad una vera e propria degustazione di 6 diversi tipi di champagne; ai “firmennie magaziny” sparsi per il paesello dove non solo si possono acquistare le bottiglie, ma lo servono pure alla spina, in quantità varia, così che poi lo si possa portare in spiaggia e degustare tra un bagno e l’altro. Non è uno scherzo, vedo coi miei occhi tanta gente bere allegramente shampanskoe in spiaggia come fosse acqua o te freddo o birra…


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“shampanskoe” polusuhoe krasnoe (champagne semidolce rosso).


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La selezione di bottiglie storiche Novij Svet.


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La pittoresca degustazione, all’interno del “podval” del museo, con tanto di stacchetti musicali a suon di violino tra un assaggio e l’altro.


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Che dire: ci sono delle varianti di brut extra dry, e di semi-secco, sia bianco che rosè, che sono eccezionali! Tra l’altro scopro una cosa curiosa: il mitico “Sovetskoe shampanskoe” che da Kaliningrad a Sakhalin, passando per Ucraina, Moldavia, Asia Centrale e Caucaso, si beve tuttora e trova grande riscontro di piacere soprattutto tra il gentil sesso russo, è stato in tempo sovietico prodotto in questa fabbrica. In seguito il marchio “sovetskoe shampanskoe” è stato applicato a produzioni di altre fabbriche sparse un po’ in tutti i Paesi dell’Unione e la qualità è andata sempre più peggiorando, tanto che si parla di “shampanskoe” fatto con la polverina.


Fortezza di Sudak (Судакская крепость – Генуэзкая крепость; fortezza genovese). Pochi forse si ricordano dai tempi della scuola in cui si studiava il buio medioevo, quando ancora l’Italia unita era assai lontana a divenirsi, che esistevano le potenti repubbliche marinare. Tra queste Venezia e Genova la facevano da padrone e si spartivano a fasi alterne la dominazione sui mari allora conosciuti e fondavano colonie commerciali, confrontandosi nel caso del Mar Nero, a volte alleandosi, altre volte scontrandosi coi Bizantini, coi Khan dell’Orda d’Oro fino ad essere totalmente eliminate dal gioco con l’avvento dei Turchi Ottomani negli anni 70 del XV sec.


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L’ingresso nella cittadella fortificata.


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Le mura che conducono in alto fino alla torre Dozorna.


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Oltre le mura, al di sotto, la baia di Sudak.


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Le mura lungo il crinale della montagna.


Non nascondo una vera emozione nel toccare le pietre del XIV sec., che hanno un sapore italiano, posate da quei nostri lontani antenati genovesi, giunti fino a qui, che fortificarono l’antica cittadella di Soldaia (oggi appunto Sudak) ed ersero la fortezza intorno al 1365, struttura che controllarono per poco più di un secolo. Mentre cammino all’interno della fortezza, le cui mura si sono conservate in un discreto stato, penso che qui sette secoli fa mercanti, navigatori, avventurieri e coloni conducevano una vita frenetica in un contesto multietnico variopinto: veneziani prima, genovesi poi, armeni, greci, ebrei, bulgari, tartari musulmani…ogni comunità aveva un suo luogo di culto e un piccolo quartiere a sé, e tutti vivevano insieme, ma isolati e parlavano diverse lingue, anche se quelle ufficiali restavano il latino, il greco e il tataro.


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L’ascesa verso la torre Dozorna.


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Il territorio della cittadella vista dall’alto. Le tende bianche sono quelle degli organizzatori del festival medievale.


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Oltre le mura, il dirupo a strapiombo sul mare.


Non è agevole né veloce l’arrampicata lungo il pendio scosceso che porta alla torre più alta (Дозорная башня – torre Dozorna), ma la soddisfazione è grande nel vedere il meraviglioso panorama da quassù. E ancora una volta torno a riflettere sulla caparbietà e l’abilità di quei genovesi che ebbero la forza di erigere una così imponente struttura. Il bello è che non esiste un unico percorso, tracciato, lungo il quale i visitatori dovrebbero attenersi per l’ascesa, bensì ognuno sale come gli pare ed è quindi curioso vedere miriadi di turisti che dappertutto avanzano verso la cima e la torre più alta in modo sparpagliato e disordinato.

Alla fortezza di Soldaia ha ancora più senso capitarci – come è avvenuto nel mio caso – in occasione del festival medievale che si svolge in diverse date durante tutto il periodo estivo. In sostanza si ha la possibilità di partecipare ad una manifestazione un po’ bizzarra in cui strani personaggi di diverse epoche storiche si incontrano: dai pirati, ai cavalieri medievali, ai mujaheddin con tanto di keffiah al collo (che non so come facciano a resistere sotto i 30° e il sole!) e con kalashnikov nelle braccia, ai caschi blu dell’ONU…e si ha la fortuna di essere spettatori di una riproduzione teatrale viva con tanto di battaglia tra cavalieri di opposte fazioni vestiti con armature, elmi, brandenti spade e scudi che si menano per davvero sollevando polveroni di terra durante i combattimenti; da una parte quelli che tentano di difendere delle mura di legno erette per l’occasione, che lanciano dardi veramente infuocati, e dall’altra coloro che cercano di sfondarle a suon di spallate! Ogni tanto vieni letteralmente scosso dai colpi a salve dei fucili sparati da uomini delle due fazioni, che ti frantumano le orecchie, ma che ti coinvolgono nel contesto e ti tengono appiccicato fino alla fine per vedere chi ne esce vinvitore.
Un’esperienza davvero intrigante!


La mia breve vacanza di Crimea giunge al termine. Soddisfatto per questi giorni sereni trascorsi completamente “alla russa”, riprendo il lavoro kievliano, ma con la consapevolezza che la scoperta della Crimea non si ferma; dopo Yalta, Novij Svet e Sudak altri angoli devono essere ancora esplorati…


Gringox


gringox [ 17 Febbraio 2012, 12:03 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
"Vid na zhitel’stvo”.

Oksana Petrovna mi chiama. È appena rientrata nel suo ufficio con in mano diversi plichi di documenti. Tra cui sicuramente il mio. “Sadites’, poluchajte!” Con voce sommessa che a malapena udisco, a testa bassa, mi invita a sedere, apre il mio “lichnoe delo”, cioè la “mia” cartelletta, che ormai riconosco da tempo dopo decine di visite da queste parti, ed estrae un cartoncino gialliccio, che sa già di vecchio, anche se è fresco fresco di emissione: il mio “vid na zhitel’stvo”; anzi, come si dice qui, “posvidka na postijne prozhivannja”! Insomma, il permesso di soggiorno! L’agognato e sudato permesso di soggiorno ucraino a tempo indeterminato! Senza altre parole, con fare meccanico e annoiato, mi fa firmare un ultimo documento, mi dice che entro 10 giorni devo recarmi al “Zhek” (sorta di amministrazione di quartiere) a far timbrare il permesso, affinchè esso sia completamente valido, poiché è il Zhek che verifica e conferma la mia registrazione nell’appartamento che si trova in Ul. Vassilkovskaja, 27 – korpus 1, kv 37.
Oksana Petrovna non alza nemmeno lo sguardo per salutarmi, quando esco dal suo ufficio; chissà quanti ne ha registrati di stranieri e quanti ne registrerà ancora; è la tipica donnona sovietica che svolge il suo lavoro burocratico quotidianamente, talvolta scorbutica, talvolta dolce, dove la dolcezza bisogna pure interpretarla e coglierla nell’abbozzo di sorriso; questo succede quando è di buon umore…Mi dà invece più soddisfazione Julia, la ragazzotta ricciolona e morettona, che più che ucraina sembra una calabresotta; ella mi ha seguito e aiutato decisamente con più pazienza e simpatia di Oksana Petrovna, nella lunga procedura in cui raccoglievo la documentazione necessaria per ottenere il permesso, cinque mesi or sono. “Pozdravljaju vas”, con un sorriso…e ci salutiamo. Chissà se le rivedrò ancora… Ah, se ripenso a quanti sbattimenti, a quanti “su e giù” per questo Ovir e diversi altri organi comunali, e poi l’attesa lunga ed estenuante con la preoccupazione che tutto vada per il meglio e che non mi chiamino un bel giorno per dirmi che a causa di qualche complicazione o di cambi di legge (qui ogni tanto cambiano le leggi che uno manco se ne accorge!) viene dichiarato il rifiuto alla concessione del mio permesso.

Mattina gelida oggi a Kiev (-16°), ma l’emozione del momento riscalda tutto il mio essere. Ammiro questo cartoncino giallo, tenendolo delicatamente in mano per paura di non spiegazzarlo; lo giro e lo rigiro: la mia foto a colori, come sempre venuta male, è l’unico aspetto di “modernità” che vivacizza il documento; se non fosse per quella, potrebbe tranquillamente trattarsi di un qualsiasi certificato del tempo sovietico, di un qualche modulo compilato, espressione della massiccia burocrazia cartacea che faceva parte di quella società. Lo Guardo e mi sforzo di comprendere quelle scritte in corsivo nero che riempiono il “foglietto”. Distinguo nettamente i miei dati personali, molto meno le informazioni scritte nell’altra metà; ma l’occhio riconosce subito la parolina magica: “bezstrokovo”, ossia “indeterminato”. Dentro di me una grande gioia e fierezza: finalmente divento a tutti gli effetti residente in Ucraina.
Tanti pensieri mi frullano in testa, primo tra tutti l’ironia del destino che vede me – cittadino di nazionalità italiana, con passaporto italiano – godere ed inorgoglirsi per aver ottenuto un permesso di soggiorno indeterminato ucraino; quando migliaia di Ucraini pagherebbero chissà cosa per avere la possibilità di regolarizzarsi in Italia, sbarazzandosi della propria ucrainicità di documenti. Sicuramente il loro stupore nel vedere il mio stupore darebbe loro motivo di considerarmi “ne normal’nij”! Ed io, con in mano questo permesso, mi immedesimo in quelli di loro che, uscendo da una qualsiasi Questura italiana, sventolano per la prima volta con soddisfazione il loro agognato permesso di soggiorno italiano. Può apparire esagerata la mia trepidazione, ma io so che è sensata, e so, perché lo vivo quotidianamente, che in un Paese ancora per certi versi legato al passato sovietico e molto burocratico, il “pezzo di carta” è cosa importante.
E poi ancora penso rapidissimamente ai miei quasi 7 anni di vita in Ucraina (6 anni e 10 mesi per l’esattezza, ad ora). Mamma mia, quanto tempo; se penso che sono arrivato che avevo 30 anni ed ora ne ho quasi 38…quasi un quarto della mia vita vissuto qui! Burocraticamente parlando ho provato di tutto: la permanenza sul suolo ucraino sulla base del visto, il primo anno e mezzo, quando ancora funzionava il regime dei visti; poi per 4 anni il permesso di lavoro del Ministero del Lavoro ucraino, che mi concedeva il diritto di risiedere nel Paese per un anno e che doveva essere rinnovato di anno in anno, ma per un periodo complessivo massimo di 4 anni; poi un periodo di irregolarità e di incertezza, senza né visto, né altri documenti, in cui il rischio di essere espulso esisteva realmente; incertezza infine colmata con la nascita di mio figlio, del “Gringhinox”, che mi ha dato il diritto di poter ricevere il permesso di soggiorno. Ecco dunque che il pensiero vola a ringraziare questo mio “esserino”, che – ignaro totalmente di ciò di cui è stato promotore – è a casa tranquillo che sta giocando o dormendo.
E in un attimo penso alle nuove opportunità che mi si aprono da oggi. Ragiono ormai “all’ucraina”, sono cosciente che queste problematiche farebbero sorridere qualsiasi altro mio connazionale, ma che farci? Io vivo qui e devo riferirmi a questo Paese. E così da oggi niente più patemi d’animo alla dogana (come nell’ultimo anno in cui ero irregolare e rischiavo multe ed altri inconvenienti molto spiacevoli): ora posso entrare e uscire dal Paese quando voglio e per quanto tempo voglio.
E così da oggi sono a tutti gli effetti residente fiscale: già da anni con l’iscrizione all’Aire ed in conformità ad una Convenzione in questo ambito tra Italia e Ucraina, avevo scelto l’opzione fiscale ucraina, ma a questo punto viene confermato, anche da parte ucraina, il mio status di residente fiscale.
E così da oggi posso infine compiere una vasta gamma di atti burocratici che prima non potevo fare, tra questi penso ai versamenti di denaro contante in banca senza la dichiarazione della provenienza di esso, allo sdoganamento di automobili, ecc… e chissà quanti altri altri diritti e doveri mi dà questo pezzo di carta…


Oltrepasso la cancellata arrugginita dell’Ovir, esco sulla strada con la sensazione di essere un “uomo nuovo”, davvero!: ehh sì, da oggi sono dunque “mezzo ucraino”!
Penso: stasera si festeggia!


Gringox

Kiev, sabato 28 gennaio 2012




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gringox [ 17 Febbraio 2012, 12:06 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Scartabellando qua e là nei documenti che ho salvato nel computer ho ritrovato la lettera - mai consegnata al destinatario - che avevo scritto all'amico Alan (Alandd2001 del Forum) nel novembre scorso, poco dopo la sua partenza definitiva dall'Ucraina.
Mi è venuto un attimo di nostalgia e ho deciso di pubblicarla ora, qui, in questo "mio" spazio, poichè essa rappresenta un mio particolare stato d'animo di quel momento, per me triste.







Ad “Alandd2001”, amico italiano di Kiev, che lascia l’Ucraina!


“Alanuccio” sei partito ormai da qualche giorno e già c’è un vuoto! E a Kiev la piccola comunità italiana di amici (e del Forum) si riduce un’altra volta. Tre anni fa se ne andava – tornava in Italia –“Stefanuccio” (il “fu” Italjanets, gestore del sito “italia-kiev” sul quale si appoggiò la comunità russofila del dopo “Rivoluzione Morale Forumistica”, tra la fine del 2004 e l’inizio del 2005, diventato poi webmaster e successivamente “Cagliostro”), il mio “maestro” kievliano – colui che mi aiutò a compiere i primi passi in questa terra allora a me ancora sconosciuta, quando sbarcai in Ucraina nel lontano ormai 2005; ora è il tuo turno.

Ci siamo conosciuti poco più di due anni fa, ancora una volta grazie a questo meraviglioso Forum – non tanto, se pensi che io stavo già a Kiev da 5 anni e tu ci vivevi da un anno – ma ciò non è importante; quello che conta è l’evoluzione di questa nostra amicizia che ci ha regalato nel corso del tempo la consapevolezza di poter contare l’uno sull’altro perché amici con la “A” maiuscola! Tu serio, a volte serioso – nonostante la tua giovane età – quadrato e “regolare”; io all’opposto estremamente gioviale e perennemente desideroso di socialità, di movimento, di baldoria; tu riservato, io aperto; tu freddo, io più sensibile e romantico; tu economo, io più spendaccione; tu bravo marito, io farfallone; tu che ti sentivi scomodo in questa terra, io che invece mi sento appagato… insomma io e te molto diversi sotto molti aspetti. Ma umanamente molto uniti e sempre pronti a venirci incontro vicendevolmente, consci delle difficoltà che questa terra spesso ti presenta. Ancora freschi nella memoria i ricordi dei nostri “pasta party”, delle nostre fumatine di kaljan, delle partite a calcetto, dei finesettimana estivi ai laghetti fuori Kiev, della compagnia telefonica che mi tenevi durante le lunghe ore di macchina caratterizzanti le mie trasferte ucraine…

Il tempo è un aspetto atroce dell’esistenza, non si ferma mai; calpesta tutto con la sua inesorabile sfrontatezza e non concede tregua mai e a nessuno di noi! Negli ultimi tuoi giorni a Kiev ci siamo visti più spesso del solito quasi a voler fermare ogni attimo e ritardare la tua partenza. Ma io vedevo in te la frenesia della partenza, il desiderio di iniziare finalmente la tua nuova quotidianità in un nuovo ambiente, in un nuovo Paese.
L’amicizia tra noi italiani all’estero, quando essa è sincera, spontanea, non legata ad affari, assume un carattere particolare, in cui gli aspetti della compagnia, della vicinanza, della condivisione di una quotidianità che nel bene e nel male unisce noi stranieri nelle stesse problematiche, convivono e contribuiscono a rafforzare i legami tra le persone. E così ci si cerca spesso, sia telefonicamente che realmente, ci si racconta aneddoti di esperienze quotidiane; ci si consiglia vicendevolmente su questioni pratiche o burocratiche locali; si cerca di condividere spesso l’italianità sotto forma di cibo, di partite di calcio, semplicemente di dialogo nella nostra lingua madre; quando ci si incontra si ricorda il passato “italiano”, si fanno paragoni; si colgono gli aspetti regionalistici che ci differenziano, ma che ci ribadiscono con fermezza la bellezza del nostro Paese, così variegato, ma unico ed indivisibile; si ride, si scherza, ci si prende in giro; si commenta la politica e lo sport visti “da fuori”; si progettano situazioni da vivere insieme; si bofonchia di tante cose…

E così rivedo i tuoi occhi vispi mentre ti accompagno all’aeroporto, in essi la freddezza della gioventù e l’ottimismo vivace di chi è convinto che è giunta l’ora di un “addio” e non di un “arrivederci”, ed io so che questo è il tuo volere! Tu in Ucraina non ci tornerai più, se non come turista o di passaggio per qualche giorno…

Si conclude una fase della tua ancora giovane vita, un primo importante fardello di esperienza che hai accumulato e che ti ha forgiato riempiendoti di quella sicurezza necessaria per affrontare le nuove sfide di una vita, che il destino vuole che tu continui all’estero; ma sappi, per me tu resti sempre lo “sbarbato” del gruppo kievliano.
È arrivato per te il momento di voltare pagina, sempre da emigrato: ti attende la potente e severa Germania, Paese europeo diverso totalmente da quello dove hai vissuto per tre anni, forse più consono a te, per come sei fatto. Ti aspetta la moderna ed evoluta Berlino, una grande capitale, che nulla ha a che vedere con Kiev! Sono sicuro che ti troverai bene, anche se dovrai faticare per farti spazio poiché là sei un giovane straniero tra tanti…chissà che ne sarà di te!

Ebbene con questo breve pensiero che riflette la malinconia che mi assale in questo momento, ti saluto amico mio. Questa è la vita, c’è chi parte, c’è chi resta, e sarà il tempo a mettere i puntini sulle “i” e ad abituarci alle nuove situazioni.
Cerca di trovare l’armonia con te stesso e la serenità di chi trova l’appagamento in ciò che fa ed è felice.


Un forte abbraccio,

Gringox


Kiev, 30 ottobre 2011.


gringox [ 25 Aprile 2012, 11:54 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Rovno, 20 marzo 2012

Oggi è un giorno particolare, che tocca l’uomo Gringox e il forumista Gringox, poiché in questi ultimi anni della mia vita molto spesso l’uomo e il forumista sono andati a braccetto lungo lo stesso sentiero, sostenendosi vicendevolmente con la consapevolezza dell’importanza che il Forum ricopre per l’uomo Gringox e del valore e responsabilitа che l’uomo Gringox rappresenta per il Forum. All’uomo Gringox oggi cade una gocciolina di nostalgia sul viso ed il forumista Gringox trova la forza per descrivere il proprio stato d’animo in questo giorno e condividerlo nel Forum.

Oggi sono 7 anni che vivo in Ucraina, coronamento di un sogno russofilo inseguito per tanto, tanto tempo…festeggio questo giorno non a Kiev – non è un caso che non sia a Kiev, bensì in trasferta nell’Ovest Ucraina, quella parte di Ucraina che in tutti questi anni mi ha visto “viaggiatore” per lavoro, ma pur sempre “viaggiatore”, e ha riempito tante giornate e tante vicende della mia vita qui. Sono a Rovno, città sconosciuta ai più, a 330 km da Kiev, non lontano dal confine bielorusso e mi ritrovo ora in compagnia di due colleghi a brindare a questo “giubileo”, a guardare indietro, a questi anni trascorsi, alle conquiste personali, lavorative e burocratiche ottenute e alle perdite subite. Non nascondo la mia soddisfazione per avere costruito qualcosa! Non importa che ciò sia piccolo o grande, ma qualcosa ho fatto e l’ho fatto nell’ambito della realizzazione di quello che 7 anni fa era il sogno di poter cambiare la mia vita orientandola e realizzandola nella russofilia.

Il 25% della mia vita l’ho trascorso qui, sette anni su 37…non è cosa di poco conto! Questo Paese mi ha cambiato sotto diversi aspetti, umano, sociale, psicologico, ma un punto voglio focalizzare in particolare; mi ha cambiato come Italiano e mi ha cambiato come russofilo. Da una parte mi ha rinforzato come patriota e dall’altra ha smorzato la mia “totalità” russofila in un più maturo realismo. Ciò non affievolendo comunque mai la mia passione per questo mondo e la mia soddisfazione nel vivere qui. Ora sono più conscio davvero e orgoglioso di essere figlio di un grande Paese – non è retorica nè parlo ovviamente della “pochezza” politica o di altre derive sociali degli ultimi tempi – e credo di esserne degno rappresentante qui dove sono: la cultura, la storia, l’autorevolezza di cui l’Italia è simbolo nella storia delle Nazioni e nel mondo attuale sono fatti e non parole. Questa convinzione si è rafforzata in questi anni vissuti qui attraverso la conoscenza, la frequentazione e il dialogo con persone di varie età ed estrazione sociale con le quali ho avuto e ho a che fare sia per lavoro che nella vita quotidiana e mi ha portato nel tempo alla conclusione sopra descritta. Dall’altra parte la sempre maggiore constatazione che quella russofilia di cui ero intriso, era più il frutto di un’idea che forse trovava trasposizione nella realtà in un’epoca storica che ormai fa parte del passato, di quel passato sovietico di cui forti tracce si calpestano tuttora, ma che in generale è stato travolto dalla globalizzazione socio-economica e dalle sue conseguenze che qui si concretizzano in drammatiche contraddizioni.
Ed io, in questo “gioco” ho trovato la mia integrazione, che non è solo l’adattamento ad un territorio, a delle situazioni e ad una società che piacciono, ma è qualcosa di più; è il compromesso psicologico tra la mitizzazione di quell’idea russofila che è sempre dentro di me, e la quotidianitа che mi fa sentire a mio agio, in una realtà che, seppur lontana da ciò che la mia mente immaginava, conserva tuttora nella sua contradditorietà spunti di quel passato, e che tanto stimola il mio entusiasmo. Ed in questo contesto ho iniziato pian piano a muovermi, a comprenderne le dinamiche e a farmi spazio trovandomi una degna sistemazione.

Che cosa strana: è aumentato il senso patrio verso il mio Paese, ed è mutata la russofilia che avevo anni fa; eppure non torno in Italia ma sto qui, e qui sto bene. Perchè questo? Perché qui ho trovato il mio degno posto e la “mia” forma di integrazione! Chissà, forse è una tappa di passaggio della mia vita...ma questa mia “missione” non la sento ancora volgere al termine...

Ebbene caro Forum, voglio festeggiare anche con voi questo momento, poiché mai dimenticherò che è grazie a questo Forum che 7 anni fa si è potuto realizzare il sogno. Certo la tensione verso quel sogno viene da lontano, e va ricercata indietro nel tempo…ma solo l’interconnessione col Forum ha reso possibile la sua concretizzazione. Ed ecco che molto si spiega della mia passione forumistica e del mio affetto quasi morboso verso il Forum.

Vi abbraccio tutti, uno ad uno con l’augurio che ciascuno possa trovare la propria “integrazione” e la propria realizzazione di vita.

Gringox


gringox [ 29 Agosto 2012, 9:25 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Kumpel’!

Un nome che è garanzia di soddisfazione per il palato e pienezza per lo stomaco! Letteralmente “compagno di bevute”, nel dialetto leopoliano che è un misto tra polacco e ucraino, questo locale è il posto giusto per chi ama la birra buona e la cucina a base di carne. La musica stile “polka” e tradizionale polacca di sottofondo si concilia soavemente col brulichio delle voci delle variopinte compagnie di amici che qui si ritrovano per trascorrere una serata simpatica nel buon umore sorseggiando una “burshtinove” ambrata (бурштинове) o una “svitle” (світле) dal colore ocra intenso, le due principali birre che il microbirrifficio Kumpel’ produce. L’ambiente è simpatico e tutto, dall’arredamento interno a metà tra il bavarese e il polacco agli ornamenti d’arredo, riporta ad un unico filo conduttore: la birra.

Qui addirittura in una parete del locale gli affezionati “compagni di bevute” conservano i propri boccali, individuali e personalizzati, in bacheche di vetro chiuse di cui ciascun proprietario conserva la propria chiave.

Una cena qui, solo o con clienti, è tappa fissa in ogni mia trasferta a Lvov, da quando nel 2008 nel centro storico della città ha aperto questo locale. Qui incredibilmente ho ritrovato la trippa alla milanese, piatto che non mangiavo da anni, forse da quando ero bambino...“флячки” (fljachki) – così viene chiamata qui, forse anch’esso nome di origini polacche – è piatto pure tradizionale della Galizia. La Galizia («Галичина») era all’estremità opposta dell’impero d’Austria e Ungheria: da una parte il Lombardo-Veneto, dall’altra la Galizia…chissà, forse le origini di questa somiglianza culinaria vanno ricercate in altro, magari nella tradizione contadina, ma a me piace pensare che in qualche modo ci sia un collegamento geografico-culturale tra queste due macroregioni che al tempo degli Asburgo si trovavano nella stessa entità statale. Dunque Milano (la mia città natale) e Lvov nello stesso stato fino alla prima metà e oltre del 1800, fino a quando la Lombardia non entrò nel nuovo Regno d’Italia…il pensiero a questa situazione mi apre nella mente immagini e visioni di carretti, di strade, di genti che viaggiavano nelle varie parti di questo Impero multiforme e multietnico e chissà, magari anche i “fljachki” o trippa in qualche modo è arrivata da queste parti (o viceversa) grazie proprio al passaggio di genti che portavano con sé le proprie tradizioni anche culinarie. È Andrej, mio fedele cliente e già da tempo sincero amico lvoviano – nazionalista (o antirusso) tanto da rimpiangere i tempi in cui Vienna era la loro capitale, ad avermi inculcato questa fantasia, questo strano collegamento culturale; ma in fondo è bello degustare della buona birra e fantasticare su un passato lontano ormai che ha visto noi lombardi e loro galiziani insieme…

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I "fljachki".


Al kumpel’ la birra è fantastica! L’ultima trovata è il boccale in plastica da 3 litri con rubinettino per spillare la birra, situazione ideale per le compagnie di buoni bevitori che a volte non è sufficiente per saziare la voglia e occorre ordinare un altro boccale per tirare a fine serata. Nella mia ultima trasferta, un paio di settimane fa, la “burshtinove” ambrata ha accompagnato degnamente il tagliere con la “metrova kolbasa”, un metro di salsiccia della casa, composta da carne di maiale, pollo e manzo; un piatto eccezionale.

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Il boccalone da 3 l. di "burshtinove"


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...e la "metrova kolbasa".


A fine serata dal Kumpel’ si esce sempre decisamente col buon umore. Ma è d’uopo fare quattro passi per le romantiche viuzze del centro di Leopoli, per smaltire la sana sbornia guardando con altri occhi – quelli lucidi ed ebbri di birra – gli edifici a tratti cadenti della città e le sue forme, che la notte risultano ancor più suggestivi per i giochi di luci ed ombre, rievocando i tempi passati dell’Impero asburgico…


Gringox


Lvov, 11 aprile 2012


gringox [ 29 Agosto 2012, 9:28 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Sevastopol’ (Севастополь).

Sevastopol’ – «город герой»! Anzi città per ben due volte eroica! Quando l’ammiraglio Nahimov guidò la resistenza contro la coalizione anglo-franco-turco-italiana (o meglio sabaudia, dato che l’Italia ancora non esisteva) nella sanguinosa guerra di Crimea tra il 1854 e il 1855, quando la città venne quasi rasa al suolo dalle cannonate sparate dalle navi che come api punteggiavano e ronzavano nella piccola baia antistante la città… lui era lì; ed ora lui è ancora lì a sovrastare la grande e bella Piazza Nahimov a lui dedicata, e a ricordare ai sevastopoliani e a me, visitatore di passaggio, le vicissitudini della città e il suo valore.

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Statua di Nahimov.


La seconda volta si ripetè meno di 100 anni dopo, quando Sevastopol’ fu oggetto di aggressione nazista e dovette organizzare un’accanita resistenza, durata 250 giorni, prima di cedere al nemico. E così, come Kiev, come Leningrado, come Odessa, come Minsk, come Smolensk, come Kerch’, ecc… e forse ancor più meritatamente delle città sopra indicate, anche Sevastopol’ è ricordata tuttora come gloriosa “gorod geroj”.

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Altare della Patria.


Monumenti alla gloria della città ce ne sono ovunque in una quantità mai vista da altre parti: statue, memoriali, cippi, busti, insegne, colonne e chi più ne ha più ne metta.

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«Матрос и солдат»; ("Matros i Soldat" - il poderoso monumento al marinaio e al soldato).

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Памятник Затопленным короблям» - Colonna dell’aquila (o monumento alle navi affondate durante l’asssedio della guerra di Crimea).

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Monumento alla resistenza nella guerra di Crimea.

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«Обелиск в честь города-героя Севастополя» - obelisco in onore della città eroica Sevastopol’.


E così eccomi di nuovo in Crimea, una terra che mi sta già attirando da tempo e che ho iniziato a visitare l’anno scorso; dopo Yalta e il suo circondario, dopo Sudak e la tranquillissima baia di Novij Svet eccomi dunque a Sevastopol’.

Di bello a Sevastopl’ c’è l’atmosfera cittadina e la gente. Se Yalta è il “kurort” per eccellenza, dove prima la nobiltà zarista, poi l’elite dell’apparato statale sovietico, sfoggiavano l’eleganza e dove ora troneggia la sbruffoneria, pur in un contesto cittadino sotto molti aspetti retrò, dell’oligarchia contemporanea e degli eredi di quelle oligarchie post-sovietiche; Sevastopol’, disposta in modo esteso lungo un dolce pendio che scende verso la baia, è la grande città portuale – la vera capitale della Crimea (sebbene politicamente la capitale sia Simferopol’) – che conta circa 350.000 abitanti e dove tutto ruota intorno al porto e al commercio marittimo. Essa è del tutto conforme, esteriormente, allo standard delle altre città “soviet”: palazzoni ancor più fatiscenti e dalle facciate degradate dalla salsedine nella periferia sulla collina, strade larghe e polverose, un centro carino con qualche edificio neoclassico sul lungomare, parecchie “stalinki” e poca roba del tempo precedente, poiché le guerre qui hanno raso al suolo per bene la città; nonostante ciò essa appare ordinata e davvero piacevole.

Il lungomare è molto ben curato e i sevastopoliani amano molto passeggiare qui, soprattutto in queste tiepide giornate di primavera e durante la calda estate.

La marshrutka è, come sempre nelle Russie, il modo più comodo per girare la città, ed è anche piacevole: era da tempo che non sentivo la musica in marshrutka; la radio che il conducente tiene sempre ad un volume garbato ti alletta il viaggio mentre guardi fuori dal finestrino.

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La baia dinnanzi a Sevastopol'.

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«Графская пристань» - (“Grafskaja pristan’”), la facciata in stile neoclassico, inaugurata nel 1846, dove si svolgevano le parate dei marinai alla corte di vari imperatori, da Caterina II, ad Alessandro II, a Nicola I, a Nicola II…

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Il lungomare.

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Intrattenimenti sul lungomare: il «запорожский самовар» ("samovar di Zaporozhe").


La gente dicevo… forse la consapevolezza del valore storico che la città ha assunto sin dai tempi degli antichi greci è all’origine dei modi civili e colti della gente, in generale. È dai piccoli atteggiamenti, dal modo di rispondere, dagli sguardi della gente che si nota la differenza rispetto alla maggior parte del mondo russo che conosco. Un “grazie” in più, una persona che ti accompagna fino a destinazione alla richiesta di indicazioni stradali, una marshrutka che si ferma lungo la strada, e non necessariamente alla fermata, al semplice cenno del braccio e ti raccoglie; lo stesso particolare della consegna dell’ “obolo” al conducente per la corsa in marshrutka (2 grn!) a fine corsa, prima di scendere e non al momento della salita; i volti sorridenti della gente…

In giro pochi marinai russi fanno da cornice alla realtà cittadina. Ciò mi sorprende deludendomi un poco. Nonostante gli accordi politici ucraino-russi che prolungano il “dominio” russo sulla città, essa non è più quella di un tempo; non è più la potente Sevastopol’ che dal dopoguerra al 1991 rappresentava la gloriosa città strategica del mar Nero, dove era ancorata la più grande flotta dell’Armata Rossa nella parte meridionale dell’impero sovietico… l’importanza di Sevastopol’ è soprattutto simbolica ora; sta a confermare il diritto che i russi si attestano di poter stare qui, in un territorio che la storia ora assegna ad un altro Stato. Se si notano pochi marinai russi, in compenso le bandiere a strisce orizzontali bianco, blu e rosso sventolano orgogliose ovunque, in cima ai tetti degli edifici della città a ribadire appunto il legame forte ed inscindibile della città con la madrepatria russa. Che cosa strana, già a Yallta e a Novij Svet mi aveva impressionato questo particolare delle bandiere russe, ma qui ha a dir poco dell’incredibile tante esse ne sventolano sopra la città...

Anche le navi militari sembrano appartenere ad un’altra epoca; sebbene tuttora funzionanti, e abitate – si scorgono i marinai indaffarati nella pulizia a bordo – esse stanno lì placide con la chiglia a tratti arrugginita e non fanno più paura a nessuno, anzi sembrano più che altro un oggetto di attrazione per visitatori. Avvicinarsi ad esse è comunque una grande emozione, e mentre la guida racconta i nomi e i particolari delle navi alle quali passiamo vicine, la mia mente vola indietro nel tempo, ai tempi della Guerra Fredda quando queste navi facevano paura per davvero...

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Alcuni esemplari della gloriosa flotta russa del Mar nero...

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...e ancora.


Impressionante, ma sul serio! – accolgo con un’esclamazione spontanea ad alta voce la sorpresa per ciò che mi si apre davanti, o meglio tutto intorno, dopo aver salito la scaletta ed essere entrato nella grande e centrale sala del c.d. “Panorama dipinto”! Un dipinto tridimensionale: cioè un telo dipinto integrato da inserti tridimensionali, alto 14 m., lungo 115 m. che, includendo gli oggetti e l’area tridimensionale, ricopre uno spazio totale di circa 1000 m2! Mentre si gira intorno al dipinto, si ha la sensazione incredibile di essere là, tra quei soldati russi baldanzosi dipinti che con foga combattono, si organizzano, discutono, curano i feriti, caricano le munizioni dei cannoni, ecc... la gloriosa resistenza della città durò 349 giorni, ma fu vana: la coalizione anglo-franco-turco-sabauda ebbe la meglio!

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Spezzoni del "Panorama dipinto"...

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...e ancora.


Khersones non ti lascia indifferente! Una volta entrati nel parco in cui giacciono le rovine greche ci si immerge davvero in un’altra dimensione. Sembra di stare ad Agrigento nella valle dei Templi o ad Atene sull’Acropoli, ma qui il contesto più selvaggio e la possibilità di gironzolare dove e come vuoi tra queste pietre, ti dà una sensazione di maggior assorbimento col passato. L’ideale è venirci qui al tramonto, come ho fatto io, all’imbrunire, in modo da immergersi totalmente in questo mondo pre-cristiano. I resti più belli sono decisamente quelli del teatro... toccare queste pietre e pensare che esse hanno 2400 anni (data della fondazione della città greca è il 422 a.C.), ti fa riflettere. Non per niente Khersones, che in italiano chiamiamo Chersoneso, è patrimonio dell’Unesco dal 1996. In questo contesto ha preso origine anche la Chiesa Russa Ortodossa, quando il principe Vladimir il Grande nel 989 d.C. fu battezzato e si convertì al cristianesimo; la bellissima Vladimirskij sobor – la cattedrale dedicata al principe Vladimir, è lì ad osannare questo evento storico.

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Херсонес - Chersoneso, le rovine della città greca del 422 a.C.

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...e ancora...

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Ciò che resta del tempio e nello sfondo la bellissima cattedrale di Vladimir.

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Vladimirskij sobor.

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La "Pesciolina" tra le rovine greche.


Balaklava (Балаклава) è un paesetto placido disposto a semicerchio nella piccola baia e sovrastato da brulle collinette che scendono dolci verso il paese ma che cadono a strapiombo dalla parte opposta sul mare aperto.

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Vista su Balaklava.

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A picco sul mare aperto - vista da sopra Balaklava.

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Alle spalle, Balaklava.


Da Sevastopol’ ci si mette poco ad arrivare in marshrutka, ma vale davvero la pena trascorrere qui una giornata e farsi una bella mangiata di pesce sul lungomare, sempre se le finanze te lo concedono, dato che qui ho la riconferma che la Crimea è equiparabile a Kiev dal punto di vista dei prezzi (il bel pranzo a base di pesce, con boccia di "shampanskoe" mi è costato circa 500 grn. per due persone!).

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La squisita "uhà" di pesce.

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I deliziosi e da me adorati "rapany", antipasto di mare della Crimea.

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L'ottima grigliata a base di triglie e sogliola.

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...il tutto annaffiato da del morbido "shampanskoe" («Золотая Балка» - “Zolotaja Balka”), prodotto proprio a Balaklava.


Chi avrebbe mai immaginato che qui, in questo placido paesino di mare, si nascondesse la segretissima base militare sotterranea dove si procedeva alla manutenzione e riparazione nonché all’installazione delle testate nucleari dei sommergibili nucleari sovietici. Il racconto della guida, man mano che ci si addentra nei cuniculi e nei tunnel rivestiti di massiccio cemento armato, ti lascia a bocca aperta: qui fino al 1991 lavoravano circa 650 marinai, in tutta segretezza per cinque anni e nessuno, neppure i parenti più stretti, era al corrente di dove si trovassero i propri famigliari; costoro, una volta terminato il servizio in questa struttura, avevano il divieto per altri cinque anni, di uscire dall’Unione Sovietica. La struttura sotterranea e il lavoro svolto da questi marinai e tecnici erano coperti dal segreto di stato. Di sottomarini ahimè non se ne vedono ora – il che mi lascia un po’ male; ma alcune sale sono adibite a museo con oggetti, fotografie e rappresentazioni della vita che si svolgeva qui nella quotidianità, e ciò abbellisce la visita e fa volare un pò la mente. Resta il fatto che l’impatto con quei canali bui, della dimensione giusta per farci passare il sottomarino, quelle passerelle, quei portelloni di cemento ti mette un brivido sulla pelle, emozione che poi però va a scemare un pò nel proseguo della visita. In tutta onestà questa escursione vale la pena farla una volta nella vita ma non di più, giusto per farsi un’idea di questo mondo sotterraneo, antiatomico, segreto a tutto il mondo, che ora giace per lo più abbandonato e in degrado.

ingresso_tunnel2
In ricordo alla II Guerra Mondiale.

ingresso_tunnel
Apparentemente una baracca per pescatori, in realtà l'ingresso al tunnel antiatomico di Balaklava.

tunnel
All'interno nei meandri antiatomici...

tunnel_buoi
...i canali bui dove venivano riparati i sommergibili, o venivano caricate le testate atomiche...

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...e l'interno della base...

tunnel3
...di forte impatto la frase impressa sul muro "не все говори, что знаешь, но всегда знай, что говоришь!" ("non dire tutto ciò che sai; ma sappi sempre ciò che dici!)...

sottomarino
...un modellino di sommergibile nucleare sovietico...

foto_sottomarino_entra_nel_tunnel
...e infine una foto dell'epoca della Guerra Fredda, mentre un sommergibile sta per entrare nella base.


L’altra attrazione di Balaklava è la fortezza di Cembalo (крепость Чембало), o meglio ciò che rimane della presenza genovese del XII e XIV sec.; da essa si apre una vista mozzafiato sul mare aperto da una parte, e sulla baia di Balaklava dall’altra. A differenza della fortezza di Sudak, qui è rimasto ben poco, tre torri di cui una che stanno ristrutturando (anche se mi hanno detto che è anni che è in ristrutturazione e pare lasciata ugualmente a sè stessa...) e un pezzo di mura. Ma ripeto, il bello di questi luoghi e di queste escursioni è la totale libertà di movimento e di azione: si può toccare, si può esplorare, ci si può arrampicare ovunque… brutto invece è vedere il “solito” degrado e la “solita” mancanza di civiltà che si traduce in sporcizia con immondizia, bottiglie e barattoli buttati qua e là per il territorio.

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Resti della fortezza genovese di Cembalo.

balaklava3
Arrampicandomi tra le rovine.


Dedico l’ultima mezza giornata alla visita del paesino di Inkerman (Инкерман), a una mezz’oretta di marshrutka dal centro di Sevastopol ma in direzione opposta rispetto a Balaklava, giusto per completare la visita di Sevastopol’ e dintorni e dunque il programma da me stabilito. Meritano la visita qui sostanzialmente due cose: il monastero nella roccia di San Clemente e Martino: un capolavoro architettonico dell’VIII-IX sec., tuttora abitato, che, sebbene molto più piccolo e raccolto, mi ricorda il monastero di Ostrog, in Montenegro, dove anni fa ci passai pure una notte tra monaci e pellegrini; carinissimo il giardinetto dalle aiuole varipinte all’interno.
E un altro resto di fortezza, non genovese però, la fortezza “Kalamita” (крепость Каламита), posizionato sul dirupo proprio sopra il monastero. La sua posizione in mezzo ad un prato verde verde, il suo essere così diroccato e quelle forme, mi danno l’idea che si tratti più di un qualche resto celtico in Irlanda o in Scozia, piuttosto che un pezzo della presenza russa del XV sec…

monastero_nella_roccia
Пещерный монастирь Св. Климента и Мартина - Il monastero nella roccia di San Clemente e Martino.

rovine_inkerman
Resti della fortezza Kalamita di Inkerman.


A tutti in Ucraina e nelle Russie è noto il marchio “Inkerman”, che è sinonimo di vino di qualità e valore (lontanamente paragonabile comunque alla qualità italiana!): ecco dunque che dopo aver sperimentato e degustato in fabbrica i vini di Massandra (a Yalta) e lo “shampanskoe” di Novij Svet, la curiosità di provare il vino Inkerman è tanta… ed è questo il secondo motivo buono per venire qui. Purtroppo questa volta mi va male! Lunedì è giorno di chiusura! Forse perchè è il lunedì di Pasqua. Tento di “convincere” la guardiana della fabbrica a farmi entrare o per lo meno ad aprire il negozietto per comprare due bocce di vino, ma è tutto inutile: il lunedì nessuno lavora ed è tutto chiuso. Sconsolato mi avvio alla fermata della marshrutka, manca poco alla partenza del treno…

inkerman
L'ingresso della fabbrica di vini Inkerman.


Un peccato tranciare la giornata a metà e partire da Sevastopol’ poco prima delle 14.00; ma il rientro a Kiev è lungo, ben 17 ore di treno, sebbene si prevede comodo e tranquillo; e così, svaccato sulla “cara” cuccetta del “mio” caro treno russo, studio già la prossima avventura in Crimea, tra un paio di mesi.

rientro
Il mio vagone del treno "firmato" - Sevastopol' che mi riporta a Kiev.



Gringox

Sevastopol', finesettimana di Pasqua, 14-16 aprile 2012


gringox [ 29 Agosto 2012, 9:31 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 12/06/12


Si respira grande euforia in queste calde serate kievliane in cui l'evento calcistico degli Europei ha scosso questa giovane Nazione ed apportato un grande entusiasmo e una gioia generali.

Maidan e Khreshatik sono chiusi al traffico per tutta la durata del torneo ed è stata creata una "fan zone" - quella che ho chiamato la "grande ammucchiata" - dove il popolo si ritrova davanti a dei megaschermi posizionati in diversi punti della strada e quello più grande proprio in Maidan.

Tanti giovani, ragazzi e ragazze, passano qui queste serate, bevendo birra e sventolando bandiere a seconda delle partite che vengono disputate e delle loro simpatie calcistiche. Volti pitturati dei colori delle varie Nazionali, bandieroni, magliette variopinte, fragore, fiumi di birra...ed io spesso sono là, in mezzo a loro, a condividere questi momenti unificatori, il cui significato credo che vada oltre il calcio...

Ieri sera una sola voce "Ucraina Ucraina", un solo coro...una miriade di magliette gialle e un tripudio di bandiere!! Un carnaio: mai visto il centro di Kiev così strapieno di gente.

Grande Sheva, ha messo l'anima, grande Gusev, grande Timoshuk, grandissimo Voronin...e la commozione di Blohin è epica. Mi sono commosso anche io. Ero solo, unico italiano, in mezzo a una folla gialla, anche io privato della mia "pelle" e fede italica a gridare a squarciagola "Ucraina Ucraina" e a vivere quell'emozione come uno di loro. Del resto questa è la mia seconda Patrria che amo ormai e della quale non posso farne a meno...
Bellissima e trepidante la telecronaca della partita, il telecronista ucraino è fantastico nel riuscire a trascinarti con l'emozione delle parole e dei toni di voce, spesso con battute che provocano scroscianti risate da parte della platea di ascoltatori. Altro che le negne di certi commentatori nostrani.

La gioia per la vittoria e per la doppietta del "vecchietto" Shevchenko è incontenibile a fine partita. Fuochi d'artificio, urla infinite spesso sbiascicate e postumo di fiumi di birra ingurgitati durante la partita.
Siamo solo alla prima vittoria (e prima partita) e pare che il popolo giallo stia festeggiando già la vittoria del campionato europeo!! Staremo a vedere...

In bocca al lupo Ucraina!!


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Gringox


gringox [ 29 Agosto 2012, 9:34 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 07/07/2012.


Chernobyl, 9 maggio 2012.


9 maggio – den’ Pobedy! La gloriosa festa della Vittoria che si celebra in tutta l’ex-Unione Sovietica, in memoria della grande guerra patriottica vinta dai sovietici contro i nazisti può essere celebrata dal semplice cittadino in diversi modi: chi va alla parata (non più tantissima gente come anni fa), chi si ubriaca con gli amici, chi va a passeggio se la giornata è bella, chi va al cimitero (dato che è tradizione dopo la Pasqua ortodossa fare visita ai propri morti e trascorrere la giornata “insieme” a loro mangiando e bevendo intorno alla tomba); insomma ognuno in questo giorno di festa si diletta come più gli garba. Qui in Ucraina c’è anche chi ne approfitta per fare visita ad un luogo, chiuso e vietato per tutto il resto dell’anno, ed aperto solo ed esclusivamente in questo giorno per chi in questo posto ha i propri cari sepolti o ci ha vissuto, prima che succedesse la grande catastrofe del 1986…mi riferisco a Chernobyl!

Tanja ha abitato per diversi anni con la famiglia a Pripjat’, vicinissimo alla centrale nucleare dove suo padre ha lavorato per tanti anni. Abitavano nella ul. Gerojev Stalingrada, 27 al 7° piano. E Tanja quasi ogni anno, ogni 9 maggio, con Vova suo marito, torna a rivedere l’appartamento e a passeggiare per quella che ora è considerata la “città fantasma”. Vova e Tanja fino a un mese lavoravano con me, prima di prendere la decisione di licenziarsi.
E a loro quest’anno mi unisco anche io. Finalmente posso realizzare quel desiderio di viaggio che da tempo, da anni, mi assilla; la curiosità di vedere di persona certe cose, di parlare con chi là ha abitato, di sentire racconti umani di chi ha vissuto quella tragedia, di vedere la natura circostante, la realtà rimasta ferma al 1986. Continua dunque il mio viaggiare alla scoperta di ogni angolo di questa terra ucraina che da oltre 7 anni è diventata la mia seconda patria.

In poco più di un’ora e mezza con la mia macchina giungiamo al КПП Детятки (il posto di blocco Detjatki), la barriera che segna l’inizio della zona ad alta radioattività intorno alla centrale di Chernobyl. C’è coda al posto di blocco, non sono turisti ma famiglie, uomini, donne, anziani soprattutto che si accingono a portare fiori ai cimiteri dei villaggi nella zona intorno alla centrale, villaggi abbandonati dai vivi, ma che ospitano ancora i morti…; Vova ci aveva avvisati del possibile traffico e per questo saggiamente siamo partiti la mattina presto. Mentre siamo in fila la militsja distribuisce il foglietto – datato ancora “2001”! – con le indicazioni di come comportarsi all’interno della zona, pezzo di carta che deve essere firmato e restituito all’uscita. Nel leggere i vari punti già sale l’emozione e una certa preoccupazione: vietato porre cibaria e mangiare nei campi, vietato sedersi sulla terra, vietato accendere fuochi, vietato portare via oggetti e piante, ecc. Al nostro turno Vova mostra alla militsja il documento che attesta che la moglie è una ex abitante di Pripjat’ e così entriamo.


foglietto
Il foglietto che viene consegnato al posto di blocco.


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KPP Ditjatki (il posto di blocco di Ditjatki).


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Strana l’aria che si respira al di là della barriera. Il paesaggio appare la stesso di tanti altri qui in Ucraina, eppure…forse è la suggestione, la tensione, l’idea di trovarsi a pochissimi chilometri dalla centrale, ma sta di fatto che mi sembra di respirare un’altra aria, più pesante, più maleodorante. La vegetazione appare più densa e intricata e disordinata; mentre proseguiamo lungo la strada – stranamente in discrete condizioni – mi vengono in mente i racconti della gente e le leggende che girano da queste parti e che narrano di animali di dimensioni abnormi che si aggirano nei boschi, cinghiali, caprioli, lupi…chissà cosa c’è di vero in tutto questo, vorrei avere la fortuna di fare degli strani incontri, ma il regno di queste presenze è la notte e forse è meglio così.

Se ne sono raccontate tante di storie su questa catastrofe umana, su quei drammatici momenti e sulle conseguenze che per anni e tuttora ne sono derivate a tante vite umane; tanto materiale, foto, ricerche, reportages; c’è anche un interessantissimo museo a Kiev, che io ho visitato diverse volte, esso è fortemente toccante; ma un’altra cosa davvero è trovarsi lì, a pochi passi dalla centrale.


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Chernobyl, il paese che ha dato il nome alla centrale non è in effetti così vicino ad essa, dista circa 12 km; esso è curiosamente tornato a vivere nei tempi recenti. Entriamo nella cittadina e ovunque gente, qualche chiosco e negozi di alimentari aperto; fiori sui davanzali di qualche finestra, in quelle case sovietiche uguali a tante altre, ma ancor più degradate. Allucinante! Qui, all’interno della zona vietata e in un territorio considerato ancora altamente radioattivo, è tornata la vita umana: sicuramente ci abitano i “manutentori”, coloro cioè che si occupano della manutenzione alla centrale e le loro famiglie. C’è poi tutta un’umanità “sommersa”, nascosta, di cui non si conosce bene la vera entità ed identità – si tratta di criminali che da varie parti dell’ex Unione Sovietica hanno trovato rifugio qui, di Ucraini, Moldavi, Russi, Bielorussi che riescono qui a nascondersi e a sfuggire alla cattura delle polizie poiché questo territorio non è controllato. Almeno così mi dicono i ragazzi. E io ci credo, perché qui davvero sembra di essere fuori dalla civiltà, in un microcosmo autonomo, staccato dal resto dell’Ucraina e del mondo. Attraversiamo la cittadina con calma e ci fermiamo qualche minuto davanti al monumento dedicato ai soccorritori della prima ora, a coloro che si gettarono eroicamente all’interno della centrale senza essere adeguatamente protetti, quel 26 aprile 1986, e che per due settimane si alternarono nelle operazioni di spegnimento delle fiamme (ben due settimane ci sono volute per spegnere il fuoco!): costoro sono tutti morti…


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...per la strada principale di Chernobyl...


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Il monumento ai soccorritori.


In breve Chernobyl è lasciata alle spalle. Si aprono a destra e a sinistra della strada campi brulli a perdita d’occhio, dal terreno irregolare, tutti a cumuli di terra, punzecchiati di cespuglietti e betulle sparse qua e là e disseminati di inquietanti cartelli col simbolo della radioattività, quasi come fossero dei campi minati e quei cartelli ad indicare la presenza di mine ovunque. Un paesaggio a dir poco agghiacciante! Qualche chilometro più avanti uno strano ronzio che si fa sempre più pressante man mano si prosegue, ci sorprende e ci scuote le orecchie, si intravvedono diversi tralicci mastodontici che collegano tra loro cavi elettrici ad alto voltaggio e capisco che il rumore proviene da lì, ma non riesco a spiegarmi il perché di questo fenomeno. E io che pensavo che qui manco ci fosse più l’energia elettrica…la vista poi impallidisce poco più avanti quando in lontananza, oltre ai campi, dietro alla folta vegetazione spunta la sagoma della ЧАЭС (la centrale nucleare di Chernobyl), vedo l’edificio di colore rosso e bianco e il sarcofago del reattore, e le gru intorno (perché come è noto si lavora ancora di tanto in tanto intorno al reattore 4 della centrale). Impallidisco e una mitragliata di brividi mi assale per tutto il corpo. Per diversi secondi non riesco a distogliere lo sguardo da essa…


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La centrale di Chernobyl...


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Poco più avanti il bivio stradale, da una parte, a destra si andrebbe alla centrale, ma la strada è presidiata da una misera pattuglia della militsja che impedisce di procedere, la centrale è luogo vietato ai non addetti, anche in questo giorno; a sinistra invece si va in direzione di Pripjat’. Prendiamo questa strada, e in qualche minuto ci imbattiamo nel cippo con la scritta Pripjat’.


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Pripjat’. Penso al destino di questa città. Fondata dal nulla nel 1970 e costruita sulle sponde dell’omonimo fiume, a 2 km circa dalla centrale, esclusivamente per dare alloggio ai lavoratori della centrale e alle loro famiglie ed abbandonata nel 1986: 16 anni di vita. Una città che è durata solo 16 anni! Da tutta l’Urss sono giunti qui operai, ingegneri, architetti, tecnici con le loro famiglie per scelta o perché spediti qui dalle autorità, ma comunque sia con la speranza di un futuro tranquillo e prospero. Per la maggior parte giovani, tanto che nel 1985 una rivista di Kiev aveva pubblicato un ritratto della città, dipingendola come angolo felice dove molti giovani sovietici hanno legato i propri destini a quello della centrale. Ahh che destino funesto…erano in 49.000 abitanti quando è scoppiata la catastrofe!

La desolazione è ora dominante qui; ahimè anche all’ingresso della città c’è la militsja e non si entra! Davvero un peccato non poter girovagare per le strade vuote, vedere da vicino quell’immagine “storica” (famosa probabilmente a tutti) che ho nella mente delle giostre e delle altalene abbandonate, ma il pericolo di crolli di cornicioni è troppo alto e da quest’anno le autorità hanno stabilito il divieto di entrare, per evitare che la gente possa salire ai piani delle case ed entrare in quelli che erano i suoi appartamenti (tra l’altro era anche il nostro obbiettivo) e dunque incorrere nel rischio che possa succedere qualcosa di spiacevole. In questa città non cambia niente da anni; dal 1986 è rimasto tutto così come è stato lasciato dopo il repentino abbandono da parte della cittadinanza. Anzi, ogni anno è sempre peggio e le condizioni degli edifici sono sempre più precarie. Non rimane altro che girarci intorno alla città, costeggiando il reticolo di filo spinato arrugginito e bucato, fino al cimiterino che dista poco lontano. Qualcosa si riesce a vedere e quel qualcosa non ti lascia certo indifferente…mentre passeggiamo vedo diversi edifici in condizioni terribili, quasi ci fosse passata una guerra qui: finestre rotte, dove esse sono rimaste; balconi devastati, pareti scrostate, case sventrate… E tutto intorno alle case una vegetazione intensa e disordinata che irrompe sventrando l’asfalto vecchio delle stradine e dei marciapiedi e cresce sempre più folta ed incontrollata.


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...passeggiando ai margini della città fantasma di Pripjat'...


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...e ancora uno slittino abbandonato...


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Qui, mentre passeggiamo, Tanja mi racconta di quei tragici giorni, lo fa senza lasciar trapelare alcuna emozione, come se fosse il racconto di un ricordo di un momento passato come tanti altri. Di quando solo due giorni dopo lo scoppio le autorità, che si erano rese conto della tragicità della situazione, comunicarono via radio alla popolazione – ignara di cosa fosse successo – di raccogliere il necessario personale per trascorrere un paio di giorni nel bosco, come se si trattasse di un’esercitazione militare in cui prende parte anche la popolazione cittadina, che poi tutti sarebbero rientrati nelle proprie case; di raggrupparsi fuori dai portoni degli edifici e di salire sugli autobus predisposti a trasportarla via. Ebbene non rientrò più nessuno…e anche a Tanja e alla sua famiglia fu assegnata una nuova destinazione di vita. Qualche anno dopo parecchia gente che abitava a Pripjat’ è riuscita in qualche modo a rientrare in possesso dei propri valori che erano rimasti negli appartamenti (venivano dati permessi speciali per mettere piede nelle proprie case e poi uscire); restò il divieto di portarsi via i tappeti poiché pregni di radioattività. A questo proposito Tanja racconta una storia agghiacciante che ha per protagonista una famiglia, sua vicina di casa di Pripjat’, che riuscì a portare via un tappeto dall’appartamento – quello più amato dalla figlia, che allora, al momento dell’evacuazione della città era piccolina. Ebbene quella figlia è morta a 15 anni per avere nella sua nuova dimora tenuto sempre vicino quel tappeto…
Arriviamo al cimitero di Pripjat’, fa effetto vedere quelle lapidi e quelle foto dai colori sbiaditi di quei morti. Le date delle morti si fermano come per incanto all’aprile 1986; nessuno qui è stato sepolto dopo la catastrofe. Vedo gente che in silenzio è raccolta intorno a quelle tombe; alcuni mangiano, altri le puliscono e depositano fiori. Rientrando verso la macchina, parcheggiata al di fuori dell’ingresso della città bloccato, entriamo nella “avtostancija” (la stazione degli autobus di Pripjat, che era stata costruita fuori dalla città). Qui si può entrare liberamente: dentro distruzione e abbandono! Vedo le cabine telefoniche gialle del tempo sovietico, vedo gli armadietti del deposito bagagli arrugginiti e spalancati, vedo le casse e gli sportelli per le informazioni…sembra di trovarsi in un’ambiente dopo un bombardamento!
Rientriamo alla macchina, io sono zitto, davvero senza parole!


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La avtostancija di Pripjat'.


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Il ritorno è veloce, non vedo l’ora di uscire da questo territorio strano, sento uno strano malessere e un senso di disagio. Mi dicono i ragazzi che appena arrivo a casa è consigliabile farsi una bella doccia e lavare i vestiti che indossavo durante l’escursione. Una piccola precauzione igienica, non si sa mai…

Alla barriera la macchina viene fermata e al nostro turno un uomo con un strano aggeggio in mano che pare una specie di aspirapolvere ci fa scendere, ci passa quello strumento sopra i piedi, lo passa nel salone della macchina in particolare sopra i tappetini e nel bagagliaio, controlla che non abbiamo trasportato via niente dalla zona contaminata e, dato che è tutto a posto, ci lascia uscire. Quel marchingegno è un dosimetro come mi dice Vova, serve per misurare il livello di radioattività. Fortunatamente non siamo radioattivi, e in un attimo siamo fuori.

Per tutto il resto della giornata strani pensieri e suggestioni mi lasciano di cattivo umore. Mi dispiace non essere entrato a Pripjat’, ma tutto sommato va bene così. Ancora una volta, per l’ennesima volta, mi sorprende il fatalismo di questa gente che riesce ad accettare con indifferenza anche catastrofi di questa entità.

Credo che in quel posto non ci tornerò mai più.



Gringox


gringox [ 01 Luglio 2016, 14:09 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 17/12/12.


Reduce dall'ultima trasferta dell'anno 2012...forse una delle più dure e impegnative di tutti questi anni di vita e lavoro in Ucraina, per la pericolosità delle strade a causa delle grandi nevicate di questi ultimi giorni.



strada

Un tratto della strada che ho percorso da Ivano-Frankovsk a Kiev. Ci ho messo oltre 14 ore di tempo per percorrere i 600 km che separano le due città.




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...attraversando un paesino coperto di neve...i carretti trainati dai cavalli d'inverno si trasformano in slitte...




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tramonto

Un momento di romanticismo per "pisciare" (a -15°) e per godersi un meraviglioso tramonto invernale.




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...sprofondando nella neve...






Gringox


gringox [ 01 Luglio 2016, 14:11 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 23/03/2013.



Benvenuta primavera Kiev!!

23 marzo 2013...ecco il risultato del ciclone balcanico.

Fuori è tutto bloccato, non passa una macchina per la ul. Bubnova, e neanche lo spazzaneve. Sono bloccato al Quartier Generale senza possibilità di uscire, per fortuna ho scorte a sufficenza per trascorrere il weekend tranquillo


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Il davanzale della cucina del Quartier Generale del Gringox d'Ucraina...


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Vista sulla ul. Bubnova dalla finestra della cucina del Quartier generale...


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Il cortile del Quartier Generale...





Gringox


gringox [ 01 Luglio 2016, 14:12 ]
Oggetto: Re: Gringox d'Ucraina (sola lettura).
Post del 23/03/13.


E' veramente incredibile. La neve continua a cadere, è due giorni che fa bufera di neve con raffiche di vento in stile bora, davvero sembra di essere in alta quota, questo vento è roba da montagna...lo stato d'emergenza è decretato, la gente cammina in mezzo alla strada perchè i marciapiedi sono impraticabili.
Pochissime macchine circolano.

Ecco altri momenti della giornata odierna:


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Il Gringox di ritorno dal supermercato. Nonostante tutto dovevo comprare il latte e ho deciso di sfidare il tempo...


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La Ul. Vassilkovskaja e il sentierino di neve sul marciapiede.


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Un'ambulanza impantanata nella neve, poveretto chi sta là dentro...


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La montagna di neve lungo il cancello del Quartier Generale del Gringox d'Ucraina.


...se si pensa che siam al 23 marzo....

Io in 8 anni di vita in Ucraina una cosa così non l'ho mai vista...


Gringox




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