Gringo, scusa, ma se ci rifacciamo al concetto di patria in senso stretto, io, da ex cittadina dello Stato borbonico, dovrei votare per la secessione dall'Italia e la riannessione alla Spagna (o alla Francia, qui si va a simpatia), ci hanno sterminato di più i piemontesi che gli spagnoli.

Anzi, all'epoca le truppe borboniche combatterono contro l'Italia.
Citazione:
Cosa significa dunque essere patrioti del proprio Paese (Italia) in un mondo globalizzato? Significa anzitutto percepire di essere portatori di un’identità storica e culturale che ha forgiato la nostra essenza, e che esprimiamo nella nostra lingua e nel nostro modo di pensare e di essere, un bagaglio che si è creato tramite l’educazione che abbiamo avuto da bambini, l’istruzione che abbiamo avuto, l’ambiente sociale nel quale siamo cresciuti, e molto altro ancora...
Significa essere consci delle contraddizioni che ci caratterizzano, ma anche delle virtù, tra cui la creatività, l’estro, l’ingegno, ecc.
Quale identità storica e culturale? Posso sentirmi affine ad un campano o ad un lucano dato che anche loro hanno combattuto per il Regno (sebbene siano tante le differenze anche fra noi), ma cosa c'entro con un lombardo, per esempio? Sul discorso lingua, poi, non ne parliamo. L'italiano è stato costruito artificiosamente, la lingua ufficiale del Regno era il napoletano, insieme al castigliano. E la gente delle provincie parlava il dialetto. Cmq se mi trovi qualche affinità che un abruzzese ha con un piemontese rivedrò le mie idee.
Creatività, estro e ingegno si trovano anche fra gli stranieri.
Ti faccio notare che, mentre oggi è il Nord a snobbare il Sud, nel Risorgimento il Sud non voleva assolutamente essere annesso al Nord e molti combatterono contro i Piemontesi, furono chiamati briganti e impiccati, tantissime donne furono violentate, interi paesi rasi al suolo. E io, oggi, devo pure festeggiare sta giornata?
Kashka ma stai scherzando??
Ma tu credi che la sola armata garibaldina di 1000 soldati da sola ha unificato militarmente l’Italia? Certo, senza nulla togliere all’arditismo garibaldino e alla preparazione dei 1000, senza l’entusiasmo di grandi fette della popolazione locale meridionale non si sarebbe potuto compiere l’opera garibaldina.
Ti dicono qualcosa Crispi? Rosolino Pilo? Giusto per citare un esempio di patrioti meridionali.
Per non parlare di Cuoco (a Napoli) o Pepe, a inizio ‘800...
Ti dicono qualcosa le rivolte del 1848? E ancora prima la rivoluzione napoletana? E il tentativo di Pisacane?
E i plebisciti del 1860? Vai a vedere le cifre dei votanti a favore del nuovo Regno d’Italia, cifre relative al sud (ex-regno di Napoli e Sicilia) e vedrai qualcosa che forse ti sbalordirà... nel regno di Napoli quasi 1 milione e mezzo di gente, su 2 milioni di votanti, ha sostenuto l’unificazione....
E’ vero che non si può dire che non esistesse del patriottismo borbonico, per carità. Certo che – come ha scritto Stalker – ancora oggi da qualche parte nel sud si maledica Garibaldi (tra l’altro per lo stesso motivo lo maledicono – poveretto – anche nel nord).
Ma non si può negare, nè sminuire il ruolo svolto sia dagli intellettuali meridionali, sia dai rivoluzionari (come appunto Rosolino Pilo a Palermo) che hanno apportanto un enorme supporto e morale, e culturale e militare all’unificazione di Italia!
Si potrebbe davvero parlare a lungo di questo argomento.
Quindi (lo ritengo io, ma è anche riconosciuto dalla storia) non si può parlare di sopraffazione dei Savoia nei confronti del meridione; bensì di compartecipazione e di ruolo attivo dello stesso nel processo di unificazione nazionale (i plebisciti che ho citato poi ne sono anche la conferma).
...Che poi, come qualcuno ha detto, in 150 anni di unità, non si siano ancora fatti gli Italiani, questo è un altro paio di maniche... ma non è certo stata colpa di Garibaldi.
Gringox
http://www.eleaml.org/sud/stampa2s/...ezzogiorno.html
"Il 12.10.1860 le truppe di Vittorio Emanuele II, senza dichiarazione di guerra, passarono il Tronto, così penetrarono nel napoletano 39.000 piemontesi, a cui poi si aggiunsero 25.000 garibaldini, avevano contro 50.000 napoletani; dopo la feroce battaglia al Volturno, per l’assedio di Capua, i garibaldini passarono la mano ai piemontesi. I napoletani furono sconfitti al Volturno e al Garigliano, mentre le navi napoletane passate al Piemonte sostenevano, con i bombardamenti, l’esercito piemontese e garibaldino."
"A Gaeta le bombe colpirono ospedale e chiesa e Cialdini si rifiutò di sospendere il fuoco, le vittime furono gettate in una fossa comune, perirono 895 militari e 100 civili, Gaeta fu ridotta ad un cumulo di macerie; per impedire la diffusione di tifo, centinaia di cadaveri furono coperti di calce, l’economia gaetana fu messa in ginocchio, furono devastati 300 frantoi e la flotta peschereccia, in un trentennio partirono dalla città 10.000 emigranti."
Kashka, al giorno d’oggi grazie a internet siamo tutti bravissimi a trovare tutto e il contrario di tutto, per avallare determinate proprie posizioni o per cercare di controbattere quelle altrui che non si condividono. Non che voglia sminuire la tua opinione, anzi ti ringrazio per avermi fatto conoscere una realtà virtuale di cui ignoravo l’esistenza.
Ma, in tutta sincerità, non comprendo il motivo di aver riportato il testo da te indicato.
Se volevi convincermi della crudeltà dei Savoia durante la guerra per l’unificazione d’Italia, non hai ottenuto lo scopo. Lungi da me il “mitizzare” i vincitori – come direbbe Max

; sono del tutto consapevole che i metodi usati non erano certo “ortodossi”... indubbiamente l’aspetto sanguinario degli eventi bellici non è mai da sminuire; come, da parte mia, il rispetto dei morti, dei caduti da entrambe le parti è tenuto in grande considerazione; ma la sanguinarietà caratterizza tutte le rivoluzioni da che mondo è mondo e tutte le guerre. Perchè la rivoluzione americana è stata all’acqua di rose? O quella russa? O quella francese? Morti, eccidi, fosse comune, giustiziazioni si sono susseguiti in ogni tempo e avvengno tuttora... così come per chi combatte la propria causa sono validi i propri ideali e per essi egli è disposto a morire, così sicuramente valeva per chi sosteneva i Borboni e il suo regno. Così come per chi, nella rivoluzione russa è morto per la conservazione dello stato zarista; così pure per i “repubblichini” di Salò...
L’aspetto della sanguinarietà non deve essere usato per revisionare il risultato di un processo storico; al massimo può (e deve) essere utilizzato per descriverlo con maggiore oggettività e renderlo più corretto e veritiero, senza dunque farci cadere nella totale mitizzazione dei vincitori.
Ma alla fine la storia e i destini dei popoli li scrivono i vincitori. Che i vincitori poi siano quelli giusti o sbagliati, ognuno può dare la risposta che crede, in base alle proprie idee, ma nessuno può opporsi all’essenza stessa della storia.
Ed il destino dell’Italia nel Risorgimento non poteva che essere quello di (ri)trovare la sua unità. Un destino non certo casuale e non certo “forzato”, ma una conclusione logica di un processo millenario di avvicinamento allo stesso.
Se invece volevi trovare un supporto storico o, direi io pseudo-storico, al tuo pensiero sulla legittimità del Risorgimento, a mio parere, sei cascata male. Ho dato un’occhiata al sito che hai linkato e, permettimi, è tutto fuorche valido per un’analisi storica seria. Se può avere una qualche validità per ricordare le brutalità commesse dai Savoia, nel racconto della cronaca di certi episodi storici, come ho detto sopra allora va bene; ma, permettimi, se deve essere preso come documento per controbattere il risultato della storia, allora questo no.
Il destino dell’Italia in quel tempo era segnato; Garibaldi ha fatto la sua parte; i Savoia pure, così come la borghesia liberale e gli intellettuali e i rivoluzionari; così come non aveva più senso in quel mondo italico che si stava rinnovando l’esistenza dello Stato Borbone.
Nel mezzogiorno d’Italia fior di intelletuali e rivoluzionari (tra cui i nomi che ti ho citato nel mio post precedente) in tutta quella prima parte dell’800 riflettevano già sull’idea di ribellarsi e liberarsi dal giogo borbonico. Napoli certo era la bella capitale del regno, ma al di fuori c’era la miseria nera e il malcontento popolare era altissimo. E proprio facendo leva su quel malcontento e sulle speranze di un mondo diverso si ebbe il successo garibaldino e quello finale che portò all’unificazione.
Quindi, se è vero che oggi l’analisi del Risorgimento si può prestare ad una “doppia visione”, è altrettanto vero che non si può e non si deve negare – perchè la storia lo riporta e le vite e i pensieri di certi personaggi del meridione lo testimoniano – che il sud abbia contribuito all’unificazione del Paese e non abbia subito passivamente una sopraffazione sabaudia.
Non discuto che, in seguito all’unificazione, le cose non andarono come molti nel sud avevano auspicato; ci fu da più parti anche una certa delusione per un certo approccio impositivo in merito alla gestione dello stato che venne dai Savoia, ma tale approccio, a mio parere, va giustificato in quanto fu l’unico modo per poter “salvare” l’unità statale appena creata ed evitare che si tornasse indietro. Ripeto, ora stiamo discutendo del processo risorgimentale di unificazione e NON delle problematiche post-unità d’Italia (questione meridionale), le quali ahimè non sono state risolte nè nell’immediato periodo post-unitario, nè fino ai nostri giorni; e ciò meriterebbe un altro approfondimento.
Infine, per tornare alla “doppia visione” del Risorgimento, oltre all’inutilità del vittimismo, che ricordava Max nel suo intervento, io aggiungerei quella dell’inutilità di un revisionismo borbonico assolutamente fuori luogo; revisionismo che poi soprattutto appartiene anche a certi ambienti politico-culturali del nord Italia (vedi Lega, movimenti “serenissimi”, campanile di Venezia, ecc.), e che viene strumentalizato per giustificare ipotesi di separatismo che sono pericolose e, a mio parere, sbagliate e anti-storiche.
“Siamo stati un grande popolo, abbiamo una grande storia. Non c'era alcun bisogno che arrivasse Garibaldi per insegnarci la libertà, sapevamo difenderla per antiche virtù, l'avevamo difesa in cento passaggi della storia. Siamo stati grandi quanto gli altri, qualche volta più degli altri. Siamo stati civili quanto gli altri, qualche volta più degli altri.
Il nostro passato non è lontano millenni, come si racconta, ma solo centocinquant'anni. E' necessario che la coltre di bugie che circonda la nostra identità collettiva sia fugata. La consapevolezza del passato ci aprirà gli occhi e ci permetterà di guardare al futuro.
Nicola Zitara, 22 dicembre 2006”
Testi come quello sopra riportato e proveniente dal sito:
http://www.eleaml.org/chi_siamo.html
(linkato da Kashka) non hanno nulla di diverso da manifestazioni del pensiero analoghe provenienti da Nord...
...assurdità... e, a mio modo di vedere, idiozie...
Se invece di impuntarsi su un assurdo revisionismo che non porta da nessuna parte, si impiegassero le energie per cercare di incanalare le diversità regionali nell’Idea che esse costituiscono la forza e non la debolezza del nostro Paese, beh... forse l’Italia sarebbe più unita e più forte di quella che è adesso. E, comunque, in 150 anni di unità d’Italia – che tutto sommato non sono tanti – di grossi progressi se ne sono fatti. Ma c’è ancora molto da fare e l’approfondimento e la conoscenza della nostra storia sono a mio parere un aspetto imprescindibile per arrivare ad unirci di più.
Gringox