http://temi.repubblica.it/limes/non-solo-ucraina-il-disastro-storico-dellue-al-vertice-di-vilnius/55259
Non solo Ucraina: il disastro storico dell’Ue al vertice di Vilnius
RUBRICA TRA NERO E CASPIO La linea dura di Bruxelles ha alienato Kiev a favore di Mosca. Stesso discorso per Bielorussia e Armenia, mentre Georgia e Moldova sono meno vicine all'Unione di quanto si pensi. Con l'Azerbaigian conta solo il discorso energetico.
Vent'anni senza Urss
Il vertice del Partenariato orientale tenutosi a Vilnius la scorsa settimana ha segnato una pagina nera per l’Unione Europea.
La decisione dell’Ucraina, ufficializzata in Lituania dal presidente Victor Yanukovich, di non liberare Yulia Tymoshenko e di non firmare quindi l’Accordo di associazione, ha rappresentato il fallimento della politica miope di Bruxelles nei confronti dell’ex repubblica sovietica. Il risultato ottenuto con la linea dura nei confronti della Bankova è stato quello di aver spinto di nuovo l’Ucraina nelle braccia del Cremlino.
Una strategia suicida, sperimentata già con successo nel caso della Bielorussia. Anche con Alexander Lukashenko, che al pari di Yanukovich ci ha messo ovviamente del suo per tenere a debita distanza l’Europa, l’Ue non è mai riuscita a trovare i toni giusti. E Minsk, come gli altri 5 paesi del Partenariato orientale, è oggi più vicina a Mosca che a Bruxelles.
Idem dicasi per Erevan. L’Armenia, poco prima del summit a Vilnius che è diventato storico solo per essere stato un disastro, ha deciso di abbandonare il cammino europeo e accettare le offerte della Russia per l’entrata nell’Unione euroasiatica. Il progetto dell’Urss light, lanciato da Vladimir Putin privato dell’ideologia comunista e basato sull’integrazione economica, sembra essere più attraente per le ex repubbliche sovietiche della casa comune europea. A ragione o a torto, si vedrà.
A Vilnius l’Unione Europea ha festeggiato i passi avanti di Georgia e Moldova. In realtà, come ha mostrato il caso dell’Ucraina, paragrafare l’Accordo di associazione non significa poi sottoscriverlo. La vera firma dovrebbe arrivare il prossimo anno. Tutto il tempo, soprattutto per Chisinau, per dare la prossima delusione a Bruxelles. La piccola repubblica incastonata tra Romania e Ucraina, con il buco nero della Transnistria legata in doppio filo a Mosca, potrebbe essere sottoposta nei prossimi mesi alle stesse pressioni che hanno convinto l’Ucraina a rimanere sotto l’ombrello del Cremlino.
Infine l’Azerbaigian. Il gas del Mar Caspio che viene e soprattutto verrà pompato in Europa è il fattore principale che lega Baku a Bruxelles. Poco contano gli standard democratici di un paese che l’Unione Europea corteggia invece per ragioni molto materiali. Ciò che interessa a entrambe le parti non è in fondo l’integrazione nell’architettura europea, ma il business energetico.
Per arrivare all’obiettivo non ci vuole certo la scusa del programma farsa del Partenariato Orientale di cui l’Azerbaigian é il fanalino di coda.
http://temi.repubblica.it/limes/la-...-lucraina/54874
La Russia batte l’Unione Europea e si riprende l’Ucraina
RUBRICA TRA NERO E CASPIO Le minacce di Putin hanno avuto la meglio sull'ultimatum di Bruxelles: Kiev non siglerà alcun Accordo di associazione con l'Unione e Yulia Tymoshenko rimarrà in carcere.
La firma dell’Accordo di associazione tra Ucraina e Unione Europea è saltata. Il vertice di Vilnius del 28-29 novembre, che da questo punto di vista poteva essere una tappa storica del processo di integrazione europea dell’ex repubblica sovietica, si è tramutato in un fallimento ancora prima di cominciare.
Al culmine di un duello durato dei mesi, Kiev, pressata da Bruxelles e da Mosca, ha deciso di arrestare il proprio cammino verso l’Ue per non pregiudicare i rapporti con la Russia. Dal suo punto di vista il presidente ucraino Victor Yanukovich non ha fatto che una scelta logica e pragmatica.
Da un lato c’è stato infatti il ricatto di Bruxelles, che ha messo il capo di Stato ucraino di fronte a un aut aut che suonava un po' così: “O liberi Yulia Tymoshenko o l’Accordo non si fa”. Dall’altro, quello di Vladimir Putin che, sostanzialmente, lo ha minacciato così : “Se firmi l’Accordo, saranno guai”.
Buridano-Yanukovich ha temporeggiato sino all’ultimo minuto. Ma non volendo perire come un asino qualunque, ha infine optato per la soluzione più semplice.
Siglare l’Accordo con l’Ue non solo avrebbe significato rilasciare l’eroina della rivoluzione arancione per riaccoglierla nell’agone politico, ma soprattutto assoggettare il sistema economico-politico del paese alle regole della casa comune europea con conseguenze immaginabili per i poteri forti che, in realtà, rimangono tali soltanto tramite il mantenimento dello status quo.
A queste considerazioni di natura interna si sarebbe aggiunto il fatto che il prevedibile peggioramento dei rapporti con la Russia avrebbe creato, sul medio-breve periodo, molti più danni dei pochi benefici offerti dall’Unione Europea. Inoltre, in vista delle elezioni presidenziali del 2015 il supporto russo sarà molto più importante, per Yanukovich, di quello europeo.
Con il ricatto suicida l'Ue ha rivelato, più che la sua miopia, la propria cecità, imponendo a Yanukovich un ultimatum la cui soddisfazione avrebbe rappresentato un vero e proprio harakiri politico.
A meno che non si voglia credere che la posizione dogmatica tenuta sul caso Tymoshenko, e non condivisa da tutti a Bruxelles, non fosse funzionale al risultato ottenuto. I dietrologi avranno del materiale su cui lavorare.
In realtà il fallimento pre-Vilnius potrebbe anche esser letto come un successo (quasi) per tutti.
Ovviamente per Yanukovich, che tra i 2 ricatti ha scelto di cedere a quello più lucrativo, e per Mosca, che così tiene ancora al guinzaglio Kiev.
E per la stessa (zoppicante) Unione Europea che, detto in soldoni, non dovrà accollarsi nel futuro prossimo le sorti dell’Ucraina.
A perdere è naturalmente la Tymoshenko, che resterà dietro le sbarre ancora a lungo.
Per gli ucraini cambia poco: continueranno a vivere in un paese ove le decisioni fondamentali vengono prese da un direttorio.
A ben pensarci, un po' come se fossero già in Europa.
http://temi.repubblica.it/limes/il-...ri-dallue/55243
Il ricatto di Mosca che tiene Kiev fuori dall’Ue
RUBRICA IL PUNTO La Russia tiene sotto scacco l'Ucraina con l'arma economica. Putin ha vinto questo round contro l'Ue, ma rischia di pagare un prezzo alto. La notizia della fine della guerra fredda si conferma esagerata.
Vilnius, Lituania, giovedì scorso. Lo sguardo fisso, quasi assente, Viktor Yanukovich sfrega il pollice della mano destra su indice e medio, gesto che in tutto il mondo vuol dire una sola cosa: soldi.
Angela Merkel l’osserva sconsolata. Il presidente ucraino non ha bisogno di aggiungere parole per spiegare alla cancelliera tedesca come mai abbia rinviato senza data la firma dell’accordo di associazione con l’Unione Europea, piegandosi alle pressioni di Putin. Le casse di Kiev sono vuote e Bruxelles non può rimpinguarle. Mosca sì.
Non ci stupiremmo se nei prossimi mesi la Federazione Russa offrisse all’Ucraina un prestito di salvataggio e forse anche uno sconto sul prezzo del gas, per evitarne la bancarotta. Non per generosità, né per un moto di simpatia di Putin nei confronti del suo omologo ucraino, verso il quale anzi non perde occasione di ostentare disprezzo.
Molto più banalmente, Mosca tiene Kiev sotto scacco con l’arma economica, specie energetica, per vincolarla alla sua sfera d’influenza geopolitica. Anche a costo di destabilizzare il suo massimo vicino occidentale, dove centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza in questi giorni per denunciare il dietrofront di Yanukovich e pretenderne le dimissioni.
Questa Ucraina invoca l’Europa. Non tanto per slancio europeista, ma come alternativa a Mosca. Europeismo, nazionalismo ucraino e russofobia sono oggi sinonimi nelle piazze di Kiev, come lo furono quasi 10 anni fa, ai tempi della “rivoluzione arancione”, presto abortita.
Gli slogan che inneggiano ai «nostri eroi» e annunciano «morte ai russi» non appartengono al lessico brussellese, ma rivelano la determinazione dei nazionalisti ucraini, per i quali Stalin e Putin sono due facce della stessa medaglia coloniale.
Mosca ha vinto questo round con l’Unione Europea. Ma ricorrendo ancora una volta alle maniere forti, al ricatto economico, rischia di pagare un prezzo alto.
Putin sta infatti eccitando l’opposizione antirussa proprio nel paese chiave dell’operazione geopolitica che lo ossessiona da quando, nel 2000, è assurto a leader quasi incontrastato della Federazione Russa: recuperare all’influenza di Mosca lo spazio ex sovietico. O almeno le sue terre più strategiche. Per formare il quinto impero russo, dopo quelli di Kiev (circa 850-1240), di Mosca (circa 1400-1605), dei Romanov (1613-1917) e dei bolscevichi (1918-1991). Un impero informale, di cui l’Unione doganale con Bielorussia e Kazakistan - alla quale potrebbe aderire anche l’Ucraina, completando il voltafaccia anti-occidentale - s’intende nucleo (ri) fondatore.
Questa confederazione del “mondo russo” non avrebbe senso senza Kiev. Per impulsi storico-culturali: il riferimento è alla Rus’ di Kiev, battezzata culla della Russia moderna, di cui nel luglio scorso Putin ha concelebrato, insieme ai vertici della Chiesa ortodossa, i 1025 anni dalla conversione al cristianesimo, sotto l’eloquente titolo “I valori slavo-ortodossi, base della scelta di civiltà dell’Ucraina”. Per ragioni economiche, stanti i fortissimi legami russo-ucraini in tutti i settori della produzione e del commercio, ereditati dalle precedenti epoche imperiali, in specie dal settantennio sovietico. E per la priorità geostrategica che nega all’Ucraina la prospettiva atlantica. Tanto che nel porto di Sebastopoli è sempre all’ancora la flotta russa del Mar Nero.
Nei laboratori strategici di Mosca lo slittamento dell’Ucraina nel campo occidentale è paragonato a un’esplosione nucleare. A chi non volesse intendere, si ricorda che cosa accadde nell’agosto 2008 alla Georgia, che aveva provocato la Russia agitandole davanti agli occhi il drappo rosso dell’integrazione atlantica.
I leader americani ed europei non hanno dimenticato, tanto che in alcune cancellerie della “vecchia Europa” il rifiuto di Yanukovich è stato accolto con appena velato sollievo. Per chi largamente dipende dal gas russo importato via Ucraina, una nuova crisi fra Mosca e Kiev che potrebbe sfociare nella destabilizzazione di entrambe è il peggiore degli scenari possibili.
Polacchi, baltici e altri paesi dell’Europa centro-orientale non sono affatto di questa idea, perché considerano la Russia geneticamente inaffidabile e minacciosa. Aggiogare l’Ucraina al campo occidentale, via Unione Europea e poi Nato, è il loro obiettivo strategico, che immaginano - forse ottimisticamente - condiviso dalla Casa Bianca.
Come in un gioco a somma zero, ciò che per Mosca è vitale trattenere entro il proprio cortile di casa, per i suoi ex satelliti è altrettanto essenziale trasferire nella famiglia occidentale.
La notizia della fine della guerra fredda, annunciata più di vent’anni fa, si conferma alquanto esagerata.
E gli ucraini? Restano divisi. Un recente sondaggio afferma che il 45% dei cittadini ambisce a integrarsi nell’Ue, mentre il 14% vorrebbe aderire all’Unione doganale guidata da Mosca. La classe politica, di governo e di opposizione, si segnala per la profonda corruzione - che a suo tempo contribuì a offuscare la fama dei leader della “rivoluzione arancione” - e non pare offrire alternative credibili al sempre più impopolare Yanukovich. Di fatto, le leve del potere restano nelle mani degli oligarchi che hanno lucrato sul crollo dell’Urss.
Quali che siano i rapporti di forza politici, un discrimine culturale, linguistico ed etnico divide l’Ucraina in tre parti [carta]: quella ucrainofona centrata su Leopoli, l’antica capitale della Galizia, segnata dall’impronta storica polacca e asburgica; la più ampia regione di mezzo, attorno a Kiev, dove ucrainofoni e russofoni, filo-occidentali e filo-russi convivono ma non si mescolano; e le province orientali, con la Crimea, prevalentemente russofone e sensibili agli umori di Mosca. Terre compresse a lungo nel contenitore imperiale, ma che una volta emancipate dal controllo diretto del Cremlino non hanno generato uno Stato nazionale. E difficilmente lo faranno, in questo clima da resa dei conti.
Non è impossibile che il braccio di ferro sull’Ucraina finisca per produrne più di una. O condanni questo grande paese - il doppio dell’Italia, con 46 milioni di abitanti - a un’instabilità permanente, vittima delle politiche predatorie dei suoi dirigenti e delle ingerenze di vicini interessati solo a coltivarvi i propri interessi.