Russia asiatica, due voti sotto gli occhi dell'ovest
Chiuse le urne in Kirghistan e Tagikistan, rimangono aperti i molti problemi che riguardano il futuro di queste due repubbliche dell'ex Unione Sovietica. Dal rispetto dei diritti umani e politici alla centralità di un'area sulla quale si scontrano gli interessi strategici di Washington e Mosca
MICHELE GIORGIO
Si sono chiuse ieri sera le urne in Kirghistan e Tagikistan. Rimangono aperte invece importanti questioni che riguardano il futuro di queste due repubbliche dell'ex Unione Sovietica, alle porte della Cina. Il rispetto dei diritti umani e politici, prima di ogni altra cosa, un tema che riguarda tutta l'Asia centrale divenuta uno dei terreni sul quale si scontrano gli interessi strategici di Washington e Mosca, nonchè obiettivo delle grandi compagnie petrolifere a ragione delle sue risorse naturali. Nelle scorse settimane l'attenzione degli osservatori internazionali si è concentrata in particolare sul Kirghistan (5 milioni di abitanti), dove la campagna elettorale è stata segnata da tensioni e manifestazioni, a causa dell'esclusione di alcuni candidati dell'opposizione.
Ringalluzzita dalla vittoria della «rivoluzione arancione» in Ucraina, l'opposizione kirghisa accusa il presidente Askar Akayev (al potere dal 1991, dai giorni dell'indipendenza) di voler imbavagliare il dissenso. A Bishkek si parla con insistenza di «rivoluzione gialla». Il Cremlino segue con attenzione gli sviluppi che potrebbero portare ad un ulteriore ridimensionamento della sua influenza in un paese situato in un'area del mondo ormai cruciale e dove gli Stati Uniti, dopo l'11 settembre, hanno potuto allestire importanti basi aeree.
Nelle ultime settimane, i dirigenti kirghisi hanno messo in guardia da qualsiasi tentativo di ripetere lo scenario ucraino. Lo stesso presidente ha avvertito: niente contestazioni portate in piazza, «questa è una regione completamente diversa, l'Asia Centrale non è l'Europa e si rischierebbe la guerra civile». La situazione si è fatta fluida dopo che Akayev ha annunciato che non si ricandiderà alle presidenziali in programma per il prossimo ottobre. Un annuncio che ha dato fiato all'opposizione. Alle elezioni di ieri il partito del presidente Alga (in kirghizo significa «Avanti»), ha dovuto fronteggiare Ata-Zhurt (Madrepatria), un movimento filo-occidentale capeggiato dall'ex-ministro degli esteri Roza Otunbayeva. Il risultato del voto non sembra in discussione. Alga dovrebbe assicurarsi i due terzi dei 75 seggi in palio.
Tuttavia un successo meno ampio del previsto potrebbe fornire nuovi motivi alla protesta dell'opposizione che ieri ha denunciato brogli in numerose sezioni elettorali. Su ciò stanno ora indagando i 200 osservatori inviati dall'Ocse. Secondo i dissidenti, con le elezioni Akaev intenderebbe garantire alla sua famiglia (sia il figlio che la figlia erano candidati) il controllo del parlamento in vista delle presidenziali. Accuse che il presidente smentisce con decisione e denuncia un presunto tentativo di Ata-Zhurt di voler destabilizzare il paese allo scopo di sbilanciare la sua politica estera a favore di Washington e contro gli interessi russi.
Ieri si è votato anche in Tagikistan (6,6 milioni di abitanti), la più povera delle repubbliche asiatiche del periodo sovietico ma anche l'unica dove l'opposizione islamica ha potuto registrare un suo partito (grazie agli accordi che posero fine alla guerra civile che aveva insanguinato il paese per buona parte degli anni Novanta). Gli elettori erano chiamati ad eleggere i 63 deputati della Camera bassa con un sistema misto: 41 con il maggioritario uninominale, 22 sulle liste di sei partiti. E' prevista una netta vittoria del partito del presidente Emomali Rakhmonov. Le opposizioni tuttavia hanno denunciato l'esclusione di molti dei loro candidati e pressioni da parte del regime sulla stampa, considerata sino a qualche tempo fa la più libera dell'Asia centrale. Rakhmonov ieri ha detto di volersi ricandidare nel 2006. Ipotesi che spaventa le altre forze politiche che chiedono più democrazia, la fine del potere dei clan (come quello del presidente, il kuliaby) e risposte ai problemi di un paese molto povero. Il Tagikistan peraltro rimane uno dei transiti principali dell'eroina e dell'oppio provenienti dall'Afghanistan.
In politica estera se da un lato si dice fedele a Mosca, dall'altro ascolta le sirene di Washington che promettono finanziamenti in cambio, naturalmente, di cooperazione militare. Per un paese che nel 2000 aveva un bilancio statale di solo 300 milioni di dollari, ogni «regalo» americano è un sogno di ricchezza.
Dietro le quinte delle elezioni tagiche si aggira il presidente uzbeco Islam Karimov, alleato di ferro di George Bush e «guardiano» dell'Asia centrale. Lui le elezioni le ha vinte a dicembre violando sistematicamente i diritti umani e negando la partecipazione ai soli tre partiti di opposizione: Birlik, Erk e Partito dei contadini. Karimov incalza il Tagikistan che, a suo avviso, darebbe ospitalità a militanti del Movimento islamico uzbeco e di Hizb Tahrir, gruppi che sarebbero responsabili degli attentati dello scorso anno a Tashkent, Bukhara e altre località del paese.
da "il manifesto" (28 febbraio 2005)












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