Provenzano fugge ancora
Arrestati 50 presunti fiancheggiatori del superlatitante di Cosa nostra. Ma la Primula rossa la fa franca per l'ennesima volta. Il procuratore Grasso: «Qualcuno informa il boss». E sull'attentato: «Sapevo di essere nel mirino»
ALFREDO PECORARO
PALERMO
Binnu Provenzano ce l'ha fatta ancora una volta. Il superboss si è aggiudicato l'ennesima partita a scacchi con gli investigatori. Nella rete degli inquirenti sono caduti 50 presunti fiancheggiatori, ma lui, la primula rossa di Corleone, è riuscito a farla franca. Non ha lasciato alcuna traccia, a parte quel malloppo di «pizzini» grazie ai quali gli investigatori sono risaliti alla rete di connivenze che fino ad ora ha protetto la sua latitanza, consentendogli di dettare gli ordini e gestire gli affari della Cupola. Ciò che emerge dall'inchiesta è l'abilità di Provenzano ad anticipare le mosse degli investigatori, a pianificare nel dettaglio i suoi movimenti, a tenere in piedi un gruppo di complici che a volte non si conoscono tra di loro. E, sebbene il ministro Pisanu parla di un «boss braccato», appare sempre più chiaro che il boss goda di appoggi che vanno al di là della sua stessa rete di fiancheggiatori. Non si spiegherebbe, altrimenti, il fatto che in più di una circostanza, nell'ambito dell'inchiesta della Procura, gli investigatori siano arrivati a un passo dall'appuntamento seguendo un uomo di fiducia di Provenzano, ma alla fine per motivi oscuri l'incontro decisivo non c'è mai stato. Perchè? Chi c'è dietro la latitanza di Provenzano? Chi lo protegge? Per il procuratore di Palermo Piero Grasso, c'è un «canale di comunicazione» tra gli apparati investigativi ed il boss, come dimostra l'inchiesta sulle talpe alla Dda che nel novembre 2003 ha portato all'arresto del maresciallo del Ros Giorgio Riolo, sotto processo per concorso associazione mafiosa. Basta o c'è altro? A conclusione dell'operazione, che ha portato alla luce solo un pezzo della vita oscura di Binnu «u tratturi», Grasso allarga le braccia: «Purtroppo non siamo arrivati alla fase finale, all'ultimo uomo». Tra l'altro, secondo un'inchiesta parallela condotta dalla Procura di Caltanissetta, lo stesso Grasso sarebbe uno dei bersagli dei prossimi attentati che Cosa Nostra vorrebbe mettere a segno: «Sono stato informato dell'inchiesta», ha spiegato il procuratore, affermando che si tratta tuttavia di un filone estraneo ai fermi avvenuti ieri.
Dove si nasconda il capo di Cosa nostra, dunque, rimane un mistero. Nemmeno un mese fa la Dda di Roma era convinta di averlo trovato. Senza comunicare nulla ai colleghi di Palermo, il pm Luca Tescaroli aveva coordinato un blitz in un appartamento nel centro di Palermo, ma nella camera da letto non c'era la primula rossa, ma un piccolo boss. Al fallito blitz, la Procura di Palermo ha reagito male. Anzi, malissimo. Alcuni magistrati palermitani ci sono andati giù duro, sollevando il rischio che il fallito blitz poteva mettere a rischio alcune indagini in corso su Provenzano. E c'è chi non esclude, a questo punto, che la decisione di chiudere il cerchio sui presunti fiancheggiatori, senza il pesce più grosso (Provenzano, ndr), sia stata assunta per evitare che l'intera inchiesta andasse in fumo. Dubbi. Ipotesi o illazioni? «Nelle intercettazioni raccolte ¡ spiega Grasso - si sentivano discorsi su progetti di ulteriori azioni delittuose, sia di tipo estorsivo che di tipo omicidiario. Dovevamo fermarli anche perchè c'era chi era pronto a fuggire dicendo di volersi costruire un nuovo futuro in America Latina». I pm della Dda hanno ordinato anche il sequestro di due aziende a Bagheria e di un milione di euro in denaro e titoli, scoperti durante le perquisizioni e ritenuti «il provento di probabile attività estortiva, che rimane la principale fonte delle entrate di Cosa nostra, come emerge da tutte le più recenti indagini».
L'inchiesta, conclusa all'alba tra lunedì e martedì con il fermo di 46 persone, ha portato alla scoperta di una fitta rete di favoreggiatori e fiancheggiatori di Provenzano che stavano organizzando nuovi piani di morte. Non solo, come sostiene Grasso, «è stato scompaginato il ministero delle poste e delle telecomunicazioni di Provenzano, ovvero il circuito che assicurava il flusso di messaggi scritti da tutta la Sicilia al padrino di Corleone, consentendogli di esercitare il suo dominio sulle cosche».
L'indagine, durata tre anni e che mette insieme tre procedimenti penali, ha portato ad accertare la composizione, anche a livello di vertice, di alcune famiglie di Cosa nostra vicine a Provenzano e alla scoperta dei mandanti e degli esecutori dell'omicidio dell'imprenditore Salvatore Geraci, avvenuto a Palermo lo scorso ottobre. Gli inquirenti sono convinti che la fuga di Provenza, che dura da 41 anni, sia coperta da un apparato di informatori. «La conferma che Provenzano ed i suoi più fidati uomini avessero notizia delle indagini in corso, con tanto di specificazione dei mezzi tecnici di volta in volta impiegati - scrivono i pm coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone - si trae da alcune delle lettere che alcuni suoi favoreggiatori, come Pasquale Badami, periodicamente scrivevano al boss latitante, utilizzando un personal computer installato in un ufficio del depuratore delle acque potabili di Villafrati, in cui si segnalava la presenza di microspie e telecamere».
da "il manifesto" (26 gennaio 2005)












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