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Tragicità della storia: discrimini di Stato e passap
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Rodofetto
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 Tragicità della storia: discrimini di Stato e passap
Questo è un caso esasperato, ma apre uno squarcio sui meccanismi escludenti di uno Stato.
Quando l'identità e la cittadinanza dipende dall'idea di Stato-nazione, di cui abbiamo già parlato altrove. So già che molti diranno: ma che c'entra questo con i discorsi già fatti? C'entra, perchè dà l'idea della forza che ha uno stato nel dare o non dare i diritti di esistenza e di cittadinanza a una persona e dà l'idea della tragicità della storia.
«[i:380ab54078]Contraddizione. La terrà è grande, troppo grande perchè un cinese affamato possa arrivare dove c'è da mangiare, troppo grande perchè un bracciante tedesco possa pagarsi il biglietto per arrivare dove trova un lavoro migliore.
La terra è piccola. Chi è inviso ai potenti che governano i paesi non trova una patria, essi non gli regalano un passaporto che induce i funzionari a salutare, e, colto nel suo peregrinare, è sospinto nottetempo oltre altre frontiere, in paesi altrettanto inospitali. Per lui non c'è posto. Quando la gente dabbene varca una frontiera di notte, la sera prima consegna biglietto e passaporto al controllore del vagon-letto, esprimendo il giustificato desiderio di non essere svegliata al momento del controllo. Quella gente è nella grazia del Signore[/i:380ab54078]».
Max Horkheimer, Crepuscolo, 1977 (il testo originale dell'autore fa parte di una serie di aforismi compresi tra il 1926 e il 1931 )
«[i:380ab54078]àˆ nella natura stessa dello Stato discriminare e, per questo, dotarsi preventivamente di tutti i criteri possibili di pertinenza necessari per una discriminazione, senza la quale esso non sarebbe possibile […][/i:380ab54078]».
Abdelmalek Sayad, La doppia pena del migrante. Riflessioni sul “pensiero di Statoâ€Â, 1996
Un abbraccio
Rodofetto
P.S.
vi segnalo questo sito interessante su Italia e stranieri:
www.ilpassaporto.it
[b:380ab54078]Asha, non basta il Dna
[/b:380ab54078]
Asha, nata il giorno zero, del mese zero del 1970. Un passaporto prodotto da un falsario ubriaco? No, quante volte l'ha spiegato Asha ai poliziotti: un passaporto "vero". Ma somalo. Carta straccia, dunque. Anche se a Mogadiscio avessero avuto l'accortezza di scrivere un qualunque giorno e un qualunque mese, il risultato sarebbe stato lo stesso. La Somalia, ex colonia italiana, dal 1991 è anche un ex Stato, una terra di nessuno governata dai cosiddetti "signori della guerra". I documenti fino a qualche anno fa si acquistavano al mercato Bakara, adesso a Nairobi, in Kenia, per 50-100 dollari: passaporti, ma anche diplomi di laurea in tutte le specializzazioni, onorificenze. Sono "veri" perchè i libretti, i timbri, i bolli, sono proprio quelli che si usavano quando ancora la Somalia era uno Stato. Sono falsi perchè lo Stato non c'è più e a emetterli sono quelli che, nella spartizione del bottino di qualche saccheggio, hanno avuto in sorte un po' di materiale sottratto agli uffici anagrafici e hanno deciso di farne commercio. Anche quando sono debitamente compilati, non dimostrano nulla.
D'altra parte, anche se fosse stato vero, sarebbe servito a poco. Asha non ha mai avuto bisogno di mostrarlo durante il suo viaggio verso l'Italia. Non gliel'hanno chiesto mentre usciva dalla Somalia per entrare in Sudan. Nè a lei nè agli altri disperati che boccheggiavano sul cassone di quel vecchio camion. Nè quando, dopo una marcia di venti giorni nel deserto, ha varcato i confini della Libia. Tanto meno quando è salita su quella barca che si è arenata sulla costa siciliana. Ha ripreso vita, il passaporto, quando Asha è arrivata a Roma e ha cominciato a lavorare come badante. Sarà per i giustificati sensi di colpa che abbiamo nei confronti della nostra ex colonia, ma in Italia il passaporto somalo le è bastato per ottenere il permesso di soggiorno. Hanno chiuso un occhio.
In quel momento Asha ha creduto di aver davvero concluso la lunga traversata. Lo ha detto, felice, ai suoi tre figli nella settimanale telefonata dal quel call center vicino alla stazione Termini. E Mohamed, otto anni, Amina, cinque anni e Osman, il più piccolo coi suoi quattro anni, hanno fatto festa tra le macerie di Mogadiscio. Anche la nonna, che li aveva presi in custodia due anni prima per consentire ad Asha di partire per l'Italia in cerca di sicurezza e di lavoro, ha gioito. La parola magica era adesso "ricongiungimento familiare". Il permesso di soggiorno consentiva di avviare la pratica.
Già , ma dove prendere i documenti? Come dimostrare che Mohamed, Amina e Osman sono veramente i figli di Asha? Certo, al mercato Bakara - tra i banchi che vendono kalashnikov, frutta, incenso, carni macellate che frollano al sole, tessuti cinesi, tecnologie birmane e tutto ciò che alimenta la misteriosamente florida economia di guerra di Mogadiscio - è possibile trovare qualche vecchio modulo. Ma gli italiani lo sanno bene. I documenti veri-falsi, dicono ad Asha in questura, non bastano. Poco importa che lei giuri che non vengono dai banchi del mercato, che la firma è di un vero, per quanto ex, funzionario della scomparsa anagrafe. Non c'è niente da fare.
Asha come è ovvio è disperata. Gli anni trascorsi in Italia le hanno insegnato che la burocrazia impone traversate meno pericolose ma non meno estenuanti di quelle che ha dovuto affrontare. Così quasi non le par vero quando, su consiglio di alcuni connazionali, si reca negli uffici dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni che tra l'altro non sono nemmeno lontani da Termini, e scopre che c'è una soluzione semplice e rapida.
All'Oim le domandano quanti figli ha. E lei risponde, scandendo bene i nomi: "Tre: Mohamed, Amina e Osman". Le spiegano che la scienza ha scoperto un modo per provare in modo inequivocabile, con una certezza del cento per cento, una certezza che nemmeno i documenti anagrafici occidentali sono in grado di dare, che quei bambini sono proprio i suoi. Si chiama "prova del Dna". E' semplice, basta un po' di saliva su una specie di spazzolino, quasi come lavarsi i denti. A lei la faranno a Roma. Quanto ai bambini, l'Oim si incaricherà di indirizzarli in un centro specializzato africano raggiungibile dalla Somalia. Poi i risultati saranno messi a confronto.
E' probabile che in quel momento Asha abbia avuto un piccolo dubbio, una piccola paura. Ha taciuto. Sperava forse che quella prova fosse sì precisa, ma anche, in un certo senso, "comprensiva", umana. Amina non è nata dal suo ventre ma da quello della sorella di Asha, Faduma, colpita da una pallottola vagante mentre sopra un pullman sgangherato fabbricato in Italia trent'anni fa tornava a casa. Non è sua figlia, ma lo è. Un po' come quei documenti veri e falsi nello stesso tempo. Lo è perchè fin da quando aveva pochi mesi ha mangiato assieme a Mohamed, ha visto crescere Osman, hanno diviso ogni giorno della loro vita, hanno respirato la stessa aria e la stessa polvere a Mogadiscio. Sono fratelli, sono i suoi figli.
E' superfluo dire qual è stata la risposta del test del Dna. La genetica, si sa, non è pietosa. Ma è importante sapere che a Roma c'è una piccola famiglia somala formata da una donna e da due bambini che aspettano una figlia e una sorella. Al mercato Bakara non ci sono moduli che attestino un'adozione. E anche se ci fossero - come i passaporti e i certificati di nascita - non varrebbero nulla.
L'Oim e la Farnesina stanno tentando di trovare una soluzione. Ogni telefonata che arriva dall'Italia, Amina spera che sia l'ultima.
La storia di Asha ci e' stata raccontata dall'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) di Roma.
da "la Repubblica" (23 febbraio 2005)
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#1 23 Febbraio 2005, 18:05 |
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Rodofetto
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"Io, poliziotto, vi racconto l'inferno dei Cpt' di Vladimiro Polchi «Di giorno poliziotto, di notte carceriere». Michele Pellegrino, ispettore di polizia, coordina dal 2002 l'ordine pubblico in un centro di prima accoglienza del Sud Italia: Borgo Mezzanone, a pochi chilometri da Foggia. Un ex aeroporto militare, dove i velivoli hanno lasciato spazio alle roulotte. Scatolette in lamiera, gelide d'inverno, torride d'estate. Un ammasso di recinzioni e filo spinato, spesso utilizzato come centro di permanenza temporaneo (Cpt), pur non avendone i requisiti di sicurezza.
Un lavoro duro, ingrato, quello dell'ispettore Pellegrino. «Non è nel Dna di un agente questo lavoro - sbotta - Nessuno sapeva di aver vinto un concorso per fare il guardiano di un lager». Pellegrino è un agente con una lunga esperienza alle spalle. Mai avrebbe pensato di finire a lavorare in un centro di prima accoglienza. «La prima volta che ci sono entrato - ricorda - sono rabbrividito. Il centro ha due enormi camerate che ospitano i poveri del nostro tempo: anime tormentate che scappano dalla loro terra per fame o per guerra, inseguendo il sogno di una vita migliore».
Pellegrino è il responsabile della sicurezza. «Facciamo i guardiani di povera gente - racconta - quasi tutti hanno venduto quel poco che avevano, talvolta indebitandosi per tentare la fuga da una vita di stenti, imbarcandosi in carrette galleggianti e sfidando la morte in mare per raggiungere la nostra Italia». Poi, una volta arrivati, «li rinchiudiamo in uno dei nostri centri “d'accoglienza†». Pellegrino fa il suo dovere scrupolosamente, ma ne soffre. «Gli stranieri con cui lavoriamo - afferma - non parlano una sola parola della nostra lingua e questo aumenta in loro la fobia del poliziotto in divisa».
«Il nostro Paese - è l'appello dell'ispettore - non può rimanere indifferente al dolore di questi cittadini del mondo, che hanno avuto la sfortuna di nascere in uno Stato povero e attanagliato da vecchie guerre etniche o religiose».
Aria torrida e vaccini.
Nel luglio 2002 Michele Pellegrino, in rappresentanza del sindacato di polizia Silp-Cgil, scrive al ministero dell'Interno per lamentare «lo stato pietoso delle condizioni di vita dei poliziotti e degli “ospitiâ€Â, che non sono nè detenuti, nè prigionieri di guerra o politici». Il sole, «l'aria torrida e soffocante mette a dura prova gli agenti impiegati a fare i secondini a gente disperata». E ancora. «Altro aspetto ignorato è quello delle vaccinazioni: nessuno si è mai preoccupato di eseguire una tutela sanitaria preventiva».
Conta notturna.
A fine novembre 2002, un'ordinanza firmata dal questore impone al personale di polizia e carabinieri, in servizio nel centro, di contare gli immigrati a ogni cambio turno. L'operazione va dunque ripetuta ogni sei ore, anche di notte dopo le ore 24 e la mattina alle 6. «àˆ una disposizione assurda - denuncia Pellegrino - che ci costringe a svegliare gli stranieri nel cuore della notte, a scoprirli da sotto le coperte e a contarli a uno a uno».
Fiamme.
Nella notte del 20 febbraio 2004 prende fuoco una roulotte. Le fiamme, alimentate dal forte vento, avvolgono in pochi minuti l'intero abitacolo. Gli agenti in servizio intervengono immediatamente. Corrono verso la fontana ai margini della pista, ma si accorgono con stupore che mancano le manichette antincendio. «Il personale è stato davvero coraggioso - ricorda Pellegrino - l'incendio è stato spento con secchi d'acqua e altri mezzi di fortuna. Solo per poco si è evitata la tragedia».
Una morte misteriosa.
L' 11 giugno 2004, Michele Pellegrino scrive una lettera al presidente della Repubblica. E' venuto a conoscenza di una vecchia e drammatica storia. Il 31 agosto del 1999 un mezzo delle forze dell'ordine ha investito, all'interno del centro d'accoglienza, due adulti e un minore. Un uomo muore. La Croce Rossa - che gestisce il centro - nega la veridicità della notizia: c'è stato solo un ferito. La Silp-Cgil conferma: «Il morto ci fu e si chiamava Kamber Dourmishi, nato a Pristina nel 1960. Basta andarsi a leggere il referto n°1220». Nessuno replica. Qual è la verità ?
Lavoro ingrato.
Oggi a Borgo Mezzanone ci sono solo 30 immigrati, in attesa di ottenere asilo politico (nei momenti peggiori gli “ospiti†sono stati anche 700). «La situazione ora è meno drammatica - racconta Pellegrino - ma rimane difficile». Il futuro del centro è quello di diventare un vero e proprio Cpt: cancelli e telecamere già sono state montate. «Questo lavoro non ci appartiene - sostiene l'ispettore - in pochi lo fanno volentieri, anche se si prende un indennizzo per fuori sede di 25 euro al giorno». Borgo Mezzanone è «un campo di detenzione», «negli occhi delle persone rinchiuse si può leggere la morte della speranza, la disperazione dell'attesa, il terrore del rimpatrio».
intervista tratta da www.ilpassaporto.it (04 marzo 2005 - ore 11.15)
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Rodofetto
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SCHEDA - I Cpt, cosa sono e dove si trovano I centri di permanenza temporanea (Cpt) sono stati istituiti nel 1998 dalla legge Turco-Napolitano per trattenere e identificare chi non ha il permesso di soggiorno e deve essere espulso. Con la Bossi-Fini (legge 189/2002) il tempo massimo di trattenimento è stato prolungato da 30 a 60 giorni.
Nei Cpt vengono trattenuti gli stranieri sottoposti a provvedimento di espulsione quando c'è bisogno di accertamenti supplementari sulla loro identità o nazionalità , o di acquisisre i documenti per il rimpatrio (non possono quindi essere accompagnati direttamente alla frontiera). Si parla di “trattenimento†e non di detenzione perchè la mancanza del permesso di soggiorno è un illecito amministrativo e non un reato.
Il trattenimento è però una limitazione alla libertà personale e quindi c'è bisogno di una convalida dell'autorità giudiziaria. Il questore comunica al prefetto il fermo dello straniero senza permesso di soggiorno. Il prefetto emette il provvedimento di espulsione, che viene notificato dal questore all'interessato. Il prefetto chiede la convalida del trattenimento al giudice territorialmente competente. Il giudice, che è tenuto comunque ad ascoltare lo straniero interessato, deve confermare il provvedimento nelle 48 ore successive. E' possibile fare ricorso contro il provvedimento di espulsione rivolgendosi al giudice di pace, che ha 20 giorni per decidere.
Attualmente i centri di permanenza temporanea in Italia sono 13, da Milano a Trapani, da Roma a Lecce, da Agrigento a Torino. Altri quattro, a Bari, Foggia, Perugia e Trapani, sono in fase di realizzazione. Uno, a Gradisca d'Isonzo, è pronto per essere aperto, nonostante le proteste dei cittadini e di molte assoziazioni non governative, che hanno indetto una manifestazione il 26 febbraio. Nel 2003 sono stati trattenuti nei Cpt 13.863 immigrati irregolari o clandestini.
La gestione e l'organizzazione dei centri è affidata ai prefetti e avviene anche con la stipula di apposite convenzioni con enti locali o con soggetti pubblici o privati. Il sistema di gestione dei Cpt viene fortemente criticato da molte organizzazioni non governative, anche internazionali. Medici Senza Frontiere ha redatto lo scorso anno un dossier molto dettagliato, dopo aver visitato tutti i Cpt italiani per verifcare le condizioni di salute dei trattenuti. Nello studio, di recente pubblicato dalla casa editrice Sinnos, si parla di “inadeguatezza degli edifici, scarsi contatti con il Servizio sanitario nazionale, insufficiente assistenza legale e psicologica, abuso nella somministrazione di psicofarmaci e eccessi negli interventi delle forze dell'ordineâ€Â.
Secondo Msf la carenza di mediatori culturali incide fortemente sulla possibilità di accesso ai diritti e la gestione è di fatto condivisa tra ente e forza pubblica. Msf e molte altre associazioni di tutela denunciano inoltre l'impossibilità di accedere a queste strutture. L'accesso è di fatto vietato anche ai giornalisti, tanto che il presidente della Federazione Nazionale della Stampa, Paolo Serventi Longhi, ha chiesto di recente che cessino immediatamente “le ripetute censure preventive a cui sono stati costretti, in questi mesi, decine e decine di colleghi che volevano far solo il loro lavoro visitando alcuni di questi Cpt â€Â. (f.c)
www.ilpassaporto.it (22 febbraio 2005 - ore 09.11)
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Sisde: "Solo con l'integrazione degli stranieri si combatte l'illegalità " di Bruno Bartolozzi “Italia a rischio di intolleranza razzialeâ€Â, la soluzione è una sola: “progressiva trasformazione della irregolarità in regolarità â€ perchè “è la condizione stessa di clandestino a spingere (se non a costringere) l'individuo a comportamenti illeciti… mentre all'immigrato deciso e motivato vanno forniti tutti gli strumenti per inserirsi nella società che lo ospitaâ€Â. E' la premessa che non volta le spalle, ma che, anzi, tira la volata, al diritto al voto.
A dirlo non è la Caritas o un'associazione impegnata nella cooperazione. A metterelo nero su bianco è il Sisde, il servizio di sicurezza civile. O meglio Gnosis, la rivista ufficiale della struttura di intelligence, che, a fine 2004, ha dedicato uno studio sull'argomento, tracciando preoccupanti scenari ma giungendo a robuste e clamorose conclusioni. Sull'immigrazione - dicono in sostanza al laboratorio strategico dei nostri servizi - si deve voltare pagina, sviluppando una maggiore azione politica di integrazione rivolta all'area dei clandestini, altrimenti il diffuso allarme sociale causato dalla infondata equiparazione fra aumento di stranieri e aumento di criminalità sfocerà in preoccupanti “fenomeni di intolleranza razzialeâ€Â.
La repressione, invece, per essere efficace, deve essere limitata e selettiva. La presenza dell'immigrato, in sostanza, non deve risolversi in quella di lavoratore in prestito, ma è necessario costruire attorno a lui un sistema di diritti da nuovo italiano. Filosofia agli antipodi di quella che fonda la cosiddetta legge Bossi-Fini sull'immigrazione.
Il punto di partenza di Gnosis è l'allarme del cittadino riguardo all'immigrazione e la confutazione della tesi “più immigrazione uguale più criminalità come dato di fatto oggettivamente comprovato†e si cita in proposito “un sondaggio dell'Osservatorio europeo contro il razzismo†dove “il 72% degli italiani è convinto che gli stranieri compiano nel nostro territorio più crimini rispetto ai localiâ€Â.
E' certamente vero - dicono al Sisde - che il numero di stranieri nelle nostre carceri in 12 anni è quadruplicato, ed è anche vero che nello stesso periodo è raddoppiata la percentuale di reclusi nati fuori dall'Italia rispetto alla totalità . Ma questo non significa che il pregiudizio che equipara l'aumento del numero degli stranieri con l'aumento della criminalità sia fondato. Tutt'altro. Spiega Gnosis: i detenuti stranieri con regolare permesso di soggiorno sono in percentuale del tutto simile a quelli italiani. Aumentano sì le percentuali di reclusi fra i clandestini, ma sono aumenti in parte motivati dall'ovvia ragione che, non avendo una residenza fissa, i clandestini non possono ottenere gli arresti domiciliari. Conclude Gnosis: “la lettura di questi dati induce decisamente a valutare come non supportato dalla realtà oggettiva il pregiudizio tra devianza e presenza di stranieri regolarmente presenti in Italiaâ€Â, mentre invece va analizzata la correlazione fra clandestinità e criminalità . E su questo il Sisde fa suonare l'allarme.
L'arrivo di clandestini in Italia passa per le organizzazioni criminali internazionali che si articolano in tre livelli con uno schema organizzativo da “holding†il quale distribuisce i proventi in base ai rispettivi ruoli avuti nel far arrivare in Italia il clandestino. Non solo. L'organizzazione o la persona che rappresenta la holding “diventa in pratica padrone dell'immigratoâ€Â, attraverso, per esempio, la fornitura di passaporti e visti falsi. “Il vincolo di soggezione di questo nuovo schiavo non si esaurisce se non con l'estinzione del debito contratto verso l'organizzazione. Tale conclusione non può che verificarsi dopo mesi e quindi l'irregolare, all'arrivo, viene di fatto facilitato nella scelta criminale entrando in contatto con elementi devianti e versando comunque in situazione di disagio ideali per essere attratto nella spirale del crimineâ€Â.
Le previsioni: i rapporti fra criminalità straniera e italiana si intensificheranno e si adegueranno alle disponibilità di un mercato che offre un altissimo fatturato. L'intero settore si riorganizzerà con ripartizioni territoriali ed è previsto l'approdo in Italia “di organizzazioni criminali esogene (come mafia russa, quella nigeriana, etc)â€Â. Contemporaneamente aumenteranno gli immigrati regolari e, molto probabilmente, tutto il fenomeno apparirà indistinto e verrà visto dal cittadino come un rischio “per i livelli di sicurezzaâ€Â. Per questo motivo “nel prossimo futuro potrebbero nascere†diffusi “fenomeni di intolleranza razzialeâ€Â. Ma da questo scenario preoccupante emerge una sola prospettiva per arginare sia il crimine che l'intolleranza: trasformare il clandestino in regolare, facilitare e generalizzare il sistema di garanzie per chi vuole immigrare in Italia.
www.ilpassaporto.it (02 marzo 2005 - ore 17.41)
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Non c'e` nessuna tesi da confutare...sono i numeri e i fatti che lo dicono....( nel mio Tribunale i procedimenti a carico di extra-comunitari sono l 80 % e passa).......mi sembra un articolo razzista......
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Rodofetto
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Ma di quale articolo parli?
In termini metodologici devi tenere presente che il tuo tribunale, sempre che quello che tu dica sia vero, non è sufficientemente rappresentativo dal punto di vista statistico e che la presenza di procedimenti, proprio perchè non ancora conclusi, non è rappresentativa di nulla. Se poi leggi bene la relazione del Sisde, sicuramente non un covo di comunisti :-D, la correlazione tra maggiore possibilità di entrare nel ciclo della devianza e clandestinità , è spiegata perfettamente. Poi se la tua opinione è più corretta di analisi e rapporti di chi queste cose le studia quotidianamente allora è un altro discorso ;-)
Ti consiglio di leggere comunque BARBAGLI M., GATTI U. (a cura di), La criminalità in Italia, ed. Il Mulino e BARBAGLI M., Immigrazione e reati in Italia, sempre ed. Il Mulino.
Un abbraccio
Rodofetto
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Bravo rodo, sta iniziando a piacermi come scrivi. :) Sei piu equilibrato.  Anzi sembri.....  In merito ti dico: sfondi una porta aperta...sai quanto sono sensibile alle garanzie. I procedimenti pendenti per me non significano quasi nulla. Forse mi sono espresso in maniera precipitosa...mi riferivo anche alle condanne....Il mio Tribunale sicuramente non e` completamente rappresentativo. Tre o quattro Tribunali lo sono di piu.....E poi i procedimenti a loro carico non saranno mica concentrati tutti nel Milanese? forse un po piu della media si.......
So che approfondisci queste tematiche. Pero lo fai da un punto di vista e io da un altro piu pratico e meno teorico forse.....Ogni settimana io difendo extra-comunitari e sono un po stufo....Mi capisci? capisci tutto quello che ci sta dietro?
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Rodofetto
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[quote:131bd6e3ed="EYES"]Bravo rodo, sta iniziando a piacermi come scrivi. :) Sei piu equilibrato.  Anzi sembri.....  In merito ti dico: sfondi una porta aperta...sai quanto sono sensibile alle garanzie. I procedimenti pendenti per me non significano quasi nulla. Forse mi sono espresso in maniera precipitosa...mi riferivo anche alle condanne....Il mio Tribunale sicuramente non e` completamente rappresentativo. Tre o quattro Tribunali lo sono di piu.....E poi i procedimenti a loro carico non saranno mica concentrati tutti nel Milanese? forse un po piu della media si.......
So che approfondisci queste tematiche. Pero lo fai da un punto di vista e io da un altro piu pratico e meno teorico forse.....Ogni settimana io difendo extra-comunitari e sono un po stufo....Mi capisci? capisci tutto quello che ci sta dietro?[/quote:131bd6e3ed]
Guarda che io sono sempre equlibrato. Difendere le proprie idee argomentando con passione, ma argomentando!!!, come ho sempre fatto, non è non essere equilibrati.
Io, come gli scritti che ho postato, non sto dicendo che non esiste la criminalità fra gli immigrati. Ma, come puoi leggere in qualunque manuale di sociologia della devianza e della criminalità , esiste una densità criminale all'interno di ogni popolazione, che è più o meno eguale ovunque. Poichè, fra le materie che insegno, c'è anche sociologia della devianza, e come tu sai da anni lavoro sull'immigrazione, ho seguito tante tesi e ho anche fatto ricerche sulla relazione tra criminalità , devianza e immigrazione.
Pensa invece che esiste una costruzione sociale dell'immagine deviante dell'immigrato che ha altri interessi, altri obiettivi. Tu sai poi che, proprio perchè segui tanti processi ad immigrati, per un immigrato in condizione di non regolarità è facile commettere un reato, anche amministrativo, e questo "gonfia" le statistiche. Bisogna anche distinguere le tipologie di reato infatti.
Infine, ma questo lo sai anche tu, più è difficile l'inserimento sociale e la garanzia dei diritti, più facile è cadere nelle maglie della grande criminalità organizzata per lo spaccio di droga ad esempio. Esistono poi i casi specifici delle mafie, albanese, rumena, russa e italiana, che spesso si alleano. Come qui in Italia si recuta nei quartieri degradati, Scampia a Napoli o Ballarò a Palermo, loro reclutano tra i "dannati della terra".
Un abbraccio
Rodofetto
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Cominciano a rendersi conto anche loro ;-)
Rodofetto
Gli esperti del Viminale: permesso per cercare lavoro
di Chiara Righetti
ROMA - Sì all'ingresso regolare in Italia per chi è in cerca di un lavoro: gli esperti del ministero dell'Interno ipotizzano un completo ripensamento dell'attuale normativa sull'immigrazione. E' quanto emerge nell'ambito delle osservazioni sul libro verde europeo che devono essere presentate entro il 15 aprile da tutti i soggetti istituzionali o privati che si occupano di immigrazione. La posizione degli esperti del ministero dell'Interno segna una svolta, un quasi-capovolgimento della Bossi-Fini.
Le ipotesi del Viminale
Il governo italiano sta preparando un documento unitario, per il quale sarà determinante il contributo del ministero dell'Interno. E le prime anticipazioni mostrano un'Italia che “supera se stessa†in quanto ad avanzamento delle posizioni. L'apertura sul permesso per ricerca di lavoro nasce dall'ammissione di una sconfitta: anche il decreto flussi 2005, ammettono al ministero, con le quote esaurite il giorno dopo, è stato in pratica una sanatoria mascherata, dopo l'altra colossale sanatoria costituita dalla Bossi-Fini. E delle 500mila domande arrivate - questo nessuno lo nega -, il 99 per cento provengono da lavoratori che sono già , in nero, in Italia. Allora forse, è il ragionamento degli esperti del Viminale, conviene creare un canale di ingresso regolare: così da avere di chi entra nome, cognome, numero di documento, impronte digitali. Certo, con dei paletti: ad esempio si potrebbero chiedere garanzie sui mezzi di sostentamento, perchè chi entra in cerca di lavoro non pesi sul sistema assistenziale italiano. Ma non per questo l'apertura ha minore significato.
Lo scetticismo di Caritas, Arci, Cgil, Cisl e Uil
Le risposte alle domande europee cominciano ad arrivare anche dagli altri settori della società italiana: i sindacati, l'Arci, la Caritas si stanno muovendo per articolare le loro osservazioni, anche se tutti esprimono il timore che il dialogo sia solo di facciata. Cgil, Cisl e Uil, dopo un plauso all'Europa per aver scelto il metodo della consultazione, esprimono il dubbio che quest'apertura porti a poco, viste le note difficoltà dei paesi europei a trovare un accordo sulle politiche migratorie. L'Arci, per bocca di Filippo Miraglia, sottolinea che il nuovo libro verde somiglia molto alla vecchia direttiva bocciata nel 2003, e teme che questo significhi che la tanto strombazzata consultazione è in realtà solo un atto demagogico. Su un punto comunque tutti concordano: ed è proprio quello del permesso per ricerca di lavoro, unanimemente considerato il solo modo efficace per combattere il traffico di persone, per contrastare il lavoro nero e garantire ai lavoratori migranti vera dignità di persone.
No alla preferenza comunitaria
Dai sindacati confederali, che hanno preparato un documento unitario, arriva un no - che potrebbe apparire sorprendente - al principio della “preferenza comunitaria†(in pratica, in base alla preferenza si può assumere un extracomunitario solo dimostrando che nessun italiano o europeo è disponibile per quel posto). Cgil, Cisl e Uil su questo punto sfidano il malcontento dei loro iscritti italiani. Perchè ormai è evidente, dicono, che il vero modo per tutelare i posti di lavoro (anche italiani) è combattere il lavoro nero, e aumentare le tutele per tutti: solo quando un lavoratore extracomunitario costerà quanto un italiano l'occupazione sarà davvero garantita.
Migranti visti come merci
L'Arci condanna la considerazione economicistica del testo, e afferma che - per un vero salto di qualità - ci vorrebbe un completo ribaltamento dell'approccio. “E' completamente assente, ad esempio - spiega Miraglia - il tema di come sia possibile stabilizzare la presenza di uno straniero. La cooperazione coi paesi d'origine non può essere più intesa, come è, come una collaborazione tra polizie per rendere più efficaci le espulsioniâ€Â.
Su posizioni simili anche Caritas Italiana, la cui risposta ufficiale arriverà insieme alle Caritas europee. Ma da parte di don Giancarlo Perego è già arrivata una forte critica a un libro “che non interpreta il paese reale, ma un paeseâ€Â. La critica più forte però riguarda il modo stesso di considerare il migrante, visto “come merce e non come personaâ€Â. Mentre una politica vera deve considerare il migrante in tutte le sue necessità : quindi politiche della casa, sgravi fiscali sulle rimesse, tutela del risparmio, garanzie per il ricongiungimento familiare.
(24 marzo 2005 - ore 18.58)
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Anche se ancora i problemi non sono del tutto superati :-)
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Roilo (Cgil Milano): "Sei mesi per cercare lavoro in Italia"
di Bruno Bartolozzi
MILANO - Giorgio Roilo, segretario generale della Camera del Lavoro metropolitana di Milano, scende in campo sul tema dell'immigrazione prendendo spunto dalle anticipazioni fornite da ilPassaporto. Roilo sposa la tesi degli esperti del Viminale riguardo un permesso che dia modo agli stranieri di trovare posto in Italia (sei mesi, suggerisce), ma si oppone ad una classificazione che determini criteri di arrivo. E illustra quali saranno le battaglie del sindacato milanese sull' immigrazione. Prima fra tutte la battaglia sui permessi di soggiorno che dovrebbero essere sottratti alle competenze delle questura, ma soprattutto la battaglia contro tutte quelle regole che introducono la flessibilità selvaggia sul lavoro, il terreno per creare nuovamente dei “senza dirittiâ€Â.
Gli esperti del Viminale e gli esperti di sicurezza di Palazzo Chigi la pensano alla stessa maniera. Bisogna creare un flusso regolare di arrivi degli stranieri. Come? Le proposte sulle quali si lavora al Viminale sono semplici: si crei un permesso per chi cerca lavoro. Un'idea che è figlia di filosofie diverse da quella della Bossi-Fini. Che ne pensa?
Innanzitutto è importante che esista comunanza di vedute tra Viminale ed esperti di sicurezza considerando l'incomunicabilità che esiste nell'ambito dell'esecutivo in materia di politiche dell'immigrazione. Dico questo perchè risulta ormai evidente che la cosiddetta legge Bossi - Fini si sta dimostrando sempre più inutile e per certi versi dannosa. Una legge ideologica che pretende di affrontare un fenomeno, quale quello migratorio, come se fosse temporaneo e non strutturale. Penso che non sia possibile fermare l'immigrazione perchè risponde a necessità reali di migliaia di persone in cerca di nuove prospettive per migliorare le proprie condizioni di vita. Inoltre l'immigrazione è una opportunità per la nostra società sia da un punto di vista economico sia sotto il profilo sociale. Quello che occorre oggi è una normativa adeguata che sappia coniugare le necessità di una società con forte calo della natalità con una politica di ingresso mirata, basata anche su quote, ma non legata strettamente al contratto di lavoro come la Bossi - Fini. Penso al permesso di ingresso per le persone straniere per un periodo di almeno sei mesi così da favorire l'arrivo senza alimentare il mercato della clandestinità . Ragionare in quest'ottica significa implicitamente riconoscere il clamoroso fallimento della Bossi - Fini.
L'inadeguatezza delle quote d'ingresso è sottolineata anche dagli imprenditori. La ricerca del lavoro avveniva per "procura", una volta, con il cosiddetto invito concepito dalla Turco-Napolitano. Quale potrebbe essere invece un organismo neutrale che garantisca sia il lavoratore straniero che cerca impiego in Italia, sia il cittadino italiano? Si potrebbe creare un'agenzia?
E' vero, le quote sono irrisorie e soprattutto irrealistiche. A Milano Unioncamere stimava lo scorso anno un fabbisogno di circa 20mila lavoratori stranieri, mentre le quote del decreto flussi hanno previsto 1.074 ingressi e per il 2005 altri 1.000. Considerando la forte richiesta, sono state circa 15mila le domande presentate alla direzione provinciale del lavoro di Milano, restano sul territorio migliaia di lavoratori che saranno costretti a continuare a lavorare in nero, sottopagati e sfruttati. Ciò che serve è rendere più adeguato l'incontro domanda-offerta e questo può avvenire prima di tutto agevolando l'ingresso regolare dello straniero. Come dicevo prima è utile l'introduzione di un permesso per ricerca lavoro. Non ritengo necessario pensare ad altre agenzie, basterebbe agevolare il lavoro dei centri per l'impiego che fanno capo alla Provincia.
La Cgil a Milano conduce una importante battaglia sul permesso di soggiorno. Chi non ha il permesso è sfruttato e mina gli stessi diritti acquisiti dagli altri lavoratori. E' arrivato il momento che sulla questione permessi di soggiorno e politica di immigrazione si attivino forme di lotta generali delle categorie e dell'intero sindacato, in Lombardia e in tutta Italia?
“Noi, insieme a Cisl e Uil, stiamo conducendo da tempo una forte iniziativa sul territorio milanese. Innanzitutto per convincere le istituzioni della necessità di interventi urgenti, penso alla proroga del rinnovo di almeno un anno così da consentire lo smaltimento del lavoro della questura (25mila permessi in scadenza e tempi di attesa di un anno per il rinnovo) e alla prospettiva del passaggio di competenze in materia amministrativa ai Comuni. Ricordo che la ricevuta in attesa del rinnovo (cedolino, ndr) sospende di fatto i diritti delle persone creando impedimenti sul lavoro, sulla casa, salute e il reingresso nel Paese. Questo consente la speculazione e il traffico illegale intorno ai permessi. Favorisce il ricatto dell'imprenditore senza scrupoli, alimenta pratiche come il caporalato, il lavoro nero e irregolare. Il sindacato proseguirà nella battaglia per la certezza e l'esigibilità dei diritti dei lavoratori stranieri ma servirebbe un forte impegno da parte delle istituzioni. Da anni denunciamo l'assenza del Comune di Milano che non mette in campo nessuna politica sull'immigrazione, cosa ancor più grave se si pensa che i cittadini immigrati residenti a Milano sono 180mila (circa il 14% del totale della popolazione)â€Â.
A Milano c'è un Assolombarda (associazione degli industriali, ndr) appiattita sulle posizioni del governo. E' possibile, a livello regionale, inserire nel confronto con gli imprenditori il tema della assunzione di responsabilità , visto che i casi di sfruttamento metodico del lavoro clandestino non sono più eventi casuali?
“Il ruolo delle associazioni imprenditoriali potrebbe essere importante ma a me sembra che in particolare proprio Assolombarda abbia finora rinunciato ad affrontare in termini propositivi la questione immigrazioneâ€Â.
L'art 27 e i permessi di soggiorno rilasciati in questa modalità (i lavoratori stranieri seguono le aziende straniere con una commessa in Italia) si prestano a una serie di espedienti per alimentare lavoro nero a basso costo e persino "strane" triangolazioni gestite con metodi poco trasparenti da chi controlla questo traffico di lavoratori dal paese d'origine. Ci spieghi quali sono i rischi di queste operazioni, e ci dica se le ipotesi allo studio del Viminale (visto d'ingresso per chi cerca lavoro) possono incorrere in questo stesso tipo di pericoli. E come evitarli.
“In generale molti imprenditori considerano l'immigrazione come elemento aggiuntivo di flessibilità del mercato del lavoro interno. In tal senso l'art 27 spesso viene utilizzato come forma estrema di flessibilità e rappresenta una modalità per non applicare i contratti di lavoro. Abbiamo già denunciato, in edilizia come nell'industria, casi di abuso e sopruso ai danni dei lavoratori. Ci sono stati accordi sindacali, sulla fiera in particolare, dove il sindacato è intervenuto a difesa e tutela dei diritti pretendendo l'applicazione dei contratti di lavoro nazionali per personale straniero. Occorre però un controllo maggiore da parte degli organi ispettiviâ€Â.
Dal punto di vista politico cosa chiede il sindacato alle forze politiche in relazione ai permessi sull'art. 27, all'istituzione dei Cpt, e ai criteri sui flussi. Quali sono stati a suo avviso gli errori della sinistra al governo su questi temi?
“Le cose da cambiare sarebbero molte. Anche la legge Turco - Napolitano non era una legge perfetta. Io penso che la differenza stia nella disponibilità dimostrata dal governo di centrosinistra di affrontare con realismo gli aspetti connessi all'immigrazione ricercando il coinvolgimento dei diversi soggetti politici e sociali. Questo vale anche per i Cpt che rappresentano un'esperienza probabilmente superata e da adeguareâ€Â.
Tornando ai permessi di soggiorno per chi cerca lavoro: si deve stabilire un criterio, suggerisce il Viminale. Entra chi ha certi requisiti.
“Non condivido l'impostazione che vede una preselezione di manodopera immigrata. Ciò può essere molto pericoloso, non solo perchè introduce una discriminazione, per noi non accettabile, all'ingresso, ma soprattutto perchè permanendo la necessità individuale che spinge all'uscita dal proprio paese, questa selezione si tradurrebbe ancora una volta in un incentivo all'ingresso irregolare nel nostro paeseâ€Â.
I tempi di rilascio di un permesso di soggiorno sono oggetto di una vostra battaglia. Quale è l'organo più adatto a gestire queste pratiche per evitare il caos in cui è trascinata ogni singola questura? Chi potrebbe gestire i permessi di soggiorno per la ricerca del lavoro?
“Come Cgil di Milano sosteniamo da anni la necessità che si passino le competenze per i rinnovi agli enti locali. Si tratta di pratiche amministrative, non si capisce dunque perchè un cittadino immigrati debba rivolgersi agli sportelli della poliziaâ€Â.
(30 marzo 2005 - ore 18.53)
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Immigrati: espulsioni illegali, la Corte europea indaga sul Governo italiano
di Andrea Scognamillo
Dal mese di marzo, più di mille immigrati appena sbarcati a Lampedusa sono stati espulsi in massa e deportati in Libia con un ponte aereo, senza che prima venisse accertata la loro cittadinanza e la loro identità . Molti di loro non provenivano dalla Libia ma è lì che sono stati scaricati, completamente abbandonati a loro stessi.
Diversi parlamentari dell'opposizione, Amnesty e l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati hanno più volte contestato le procedure di queste espulsioni forzate, ma il Ministro Pisanu, rispondendo in aula alle interrogazioni dei parlamentari ds e verdi, ha sempre sostenuto che il rimpatrio avveniva in modo conforme alle leggi.
Ora sarà la Corte Europea per i diritti dell'uomo a chiedere conto al Governo Italiano di quelle espulsioni. L'intervento della Corte era stato chiesto con un ricorso presentato per conto di 79 immigrati espulsi, come è stato spiegato martedì mattina in una conferenza stampa congiunta del Consiglio Italiano per i Rifugiati, dell'Alto Commissariato per i Profughi delle Nazioni Unite, di Amnesty International e dei parlamentari Francesco Martone di Rifondazione comunista, Tana De Zulueta dei Verdi e Chiara Acciarini, ds. «Il caso Lampedusa sta diventando uno scandalo europeo» spiega la senatrice Tana De Zulueta. «Giovedì prossimo il Parlamento europeo si riunirà in seduta straordinaria per discutere per la prima volta di gravi violazioni dei diritti umani avvenute all'interno dell'Unione Europea; le violazioni sono avvenute a Lampedusa per mano del Governo italiano, e questa decisione di convocare una seduta straordinaria sul caso italiano segue di pochi giorni l'apertura di una inchiesta della Corte Europea dei Diritti dell'uomo di Strasburgo».
Gli immigrati, giunti a Lampedusa in condizioni fisiche e psicologiche facili da immaginare, sono stati ospitati al Centro di Lampedusa per pochi giorni e poi rispediti in Libia sulla base di un accordo con il governo libico i cui termini non sono mai stati resi noti al Parlamento. La Libia è un paese che non ha alcuna struttura di accoglienza e non fornisce alcuna garanzia su come verranno trattati i migranti respinti. «Ci arrivano numerose testimonianze molto gravi di quello che avviene agli immigrati una volta arrivati in Libia» continua Tana De Zulueta. «La maggior parte dei profughi viene trattenuta dalle autorità libiche nel campo di detenzione di Al Gatrun in pieno deserto e poi rispedito a forza con mezzi di fortuna che devono attraversare il deserto libico fino al confine nigeriano. Ci sarebbero stati già più di 170 decessi, morti che pesano sul nostro paese».
L'allontanamento di queste persone dall'Italia senza averle adeguatamente informate del diritto di chiedere asilo e senza l'accesso alla procedura per l'eventuale riconoscimento dello status di rifugiato è un comportamento che si colloca al di fuori di ogni contesto normativo nazionale e internazionale. «A Lampedusa il governo ha ormai consolidato una prassi, fatta di espulsioni collettive immediate, senza identificazioni, attraverso l'accordo top secret stipulato con la Libia» dice Daniela Carboni di Amnesty.
Per questo, la terza sezione della Corte ha chiesto al Governo Berlusconi di fornire spiegazioni entro il 6 maggio. Il governo italiano dovrà fornire spiegazioni sulle procedure di identificazione, se siano state presentate richieste d'asilo da parte degli immigrati respinti, sullo stato attuale delle loro domande e infine, documentare le procedure di espulsione.
da "l'Unità " (12-04-05)
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Il nuovo schiaffo dell'Italia
alle vittime del naufragio
Zabihullah Bacha se n'è andato il 31 marzo con un volo Fiumicino-Karachi. Il giorno dopo era nuovamente nella sua casa di Tordher, nel nord del Pakistan, con in cuore la certezza che suo figlio Syed Habib non avrà mai giustizia.
Syed Habib è una delle 283 vittime del naufragio del Natale 1996, il cosiddetto "naufragio fantasma" per il quale proprio oggi, davanti alla corte d'assise di Siracusa, è fissata l'ennesima udienza di un processo che si trascina stancamente da mesi.
Ma la delusione di Zabihullah, che nella sua regione è un'importante autorità religiosa, non deriva dal processo, nè dal fatto che nella lista degli imputati ci sia solo un nome (o al massimo due, secondo come andrà a finire una complicata disputa tecnico-giuridica ancora in corso), nè dalla constatazione che tutti gli altri responsabili della tragedia - un'ottantina di persone, buona parte delle quali individuate - l'abbiano fatta franca.
Tutto sommato a quest'ingiustizia s'era rassegnato. Ormai da anni, da quando i genitori delle altre vittime gli hanno conferito il mandato di rappresentarli in tutte le sedi internazionali, Zabihullah ha a che fare con i tribunali italiani, greci e maltesi. E ha imparato che, a dispetto di quel che c'è scritto nelle loro costituzioni, i paesi occidentali danno un peso diverso alla vita e alla dignità umana. E' un uomo di mondo.
La delusione del padre di Syed Habib è fatta di sorpresa, di sconcerto, di amarezza. In effetti, quel che gli è capitato lascia sbalorditi.
Quando, alla fine dello scorso dicembre, arrivò a Fiumicino, in molti lo notarono. Piccolo di statura, turbante, tunica e barba bianchi, attraversò i corridoi dell'aeroporto sorridente e cordiale, si sedette al tavolino di un bar e bevve un cappuccino solennemente: come se compisse un rituale d'amicizia con l'Italia. Poche ore prima aveva ottenuto il visto e aveva preso il primo aereo per Roma. Una bella fatica per un uomo di settant'anni già molto provato dalla vita. Eppure quel giorno Zabihullah era soddisfatto. Avrebbe potuto, finalmente, raccontare a un giudice la storia di Syed Habib e dei suoi 282 compagni di sventura.
L'ha fatto a Siracusa nell'udienza del 19 gennaio. A volte la commozione l'ha costretto a interrompersi ma, alla fine, è riuscito a dire tutto ciò che gli premeva. In particolare che gli stessi trafficanti che nel 1996 organizzarono il viaggio della morte continuano a operare come prima, tranquilli e indisturbati, arricchendosi sulla pelle di migliaia di migranti asiatici.
Le sue dichiarazioni sono state totalmente ignorate dai giornali e dalle tv che pure avevano appena finito di recitare un corale mea culpa sull'indifferenza assoluta, la sciatteria professionale e il cinismo coi quali, nel 1996, trattarono la tragedia.
Ma nemmeno di questo Zabihullah si è stupito. Ormai ha una certa esperienza di Occidente. La cosa più importante per lui era esserci in questo Occidente: testimoniare, con la sua presenza, l'amore per Syed Habib i cui resti - come quelli di tutte le altre vittime - continuano a giacere nel fondo del Canale di Sicilia nonostante da quasi quattro anni si sappia esattamente dove si trovano e nonostante un altro mea culpa, quello recitato della classe politica dopo che, nel 2001, il relitto ancora circondato dai resti umani dei migranti fu individuato a filmato nel Canale di Sicilia.
Tutto sembrava andare per il meglio. Il presidente della Corte d'assise non aveva avuto alcuna difficoltà a rilasciargli una dichiarazione che attestava il suo ruolo di testimone. Si trattava solo di andare in questura e avere un permesso di soggiorno per motivi di giustizia valido fino alla conclusione del processo. Il problema è nato a questo punto. La dichiarazione del magistrato di Siracusa, a quanto pare, non bastava. Ci voleva qualcosa di più: un decreto. Questo, almeno, è quanto ha capito Zabihullah prima di ritrovarsi in un pantano burocratico, in una di quelle situazioni dove si fa fatica a individuare la persona o l'ufficio cui rivolgersi.
Nemmeno questo l'ha colto di sorpresa. Conosce molto bene la burocrazia italiana. E' stata, assieme ai mercanti di uomini, il killer di suo figlio. Syed Habib, infatti, viveva in Italia fin dall'inizio degli anni Novanta e nel gennaio del 1996 aveva presentato regolare domanda di permesso di soggiorno. Il documento purtroppo non era ancora pronto quando, due mesi dopo, la madre s'ammalò. Tornò in Pakistan senza alcun problema, perchè per partire non ci vogliono autorizzazioni. Per tornare invece sì: dovette rivolgersi ai trafficanti ed ebbe la disgrazia di imbattersi proprio negli organizzatori del viaggio della morte.
La memoria delle cause della tragedia della sua famiglia, in un certo senso tranquillizzava Zabihullah. Pensava, come gli avevano assicurato, che quel problema formale sarebbe stato risolto. Riteneva, a torto, che i meccanismi burocratici trovino un limite nell'umana pietà .
Così c'è rimasto malissimo quando, qualche giorno dopo Pasqua, la polizia l'ha fermato per un controllo, ha constatato che non aveva i documenti in regola, che insomma era un clandestino, e l'ha portato in un commissariato. Sarebbe anche finito in un centro di permanenza temporanea se, informata della vicenda, Tana De Zulueta, uno dei pochissimi parlamentari italiani che si sono occupati della tragedia del Natale del 1996, non avesse telefonato alla polizia spiegando che quel vecchio non era un clandestino ma solo un padre disperato che cercava giustizia.
Dunque Zabihullah è uscito dal commissariato, è tornato nella casa degli amici pakistani dai quali era ospite, ha fatto la valigia, ha acquistato il biglietto per Karachi e, in silenzio, se n'è andato via.
da "la Repubblica" (13 aprile 2005)
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#12 13 Aprile 2005, 21:45 |
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