Il volto buono dell'America
Come ogni grande evento della storia degli uomini, il maremoto dell'Oceano Indiano rivela ogni giorno più chiaramente, assieme alla sua immensa e tragica dimensione umanitaria, le diverse visioni politiche che condizionano le reazioni internazionali. La prima chiave di lettura, evidentemente, è fornita dagli aiuti che giungono, o tentano di giungere, alle zone colpite e ancor più dagli annunci che i singoli governi e le istituzioni internazionali fanno circa gli aiuti che intendono fornire. E' una ridda di cifre, talvolta contraddittorie, che si inseguono e si accavallano, assai difficili da comparare tra loro in quanto vi si mescolano il pubblico e il privato, la generosità dei singoli e le intenzioni dei loro governanti; ma qualche riflessione di più lungo periodo può già essere fatta sulla scorta di ciò che si è visto sinora.
Colpisce anzitutto l'intenzione manifestata dal Giappone di essere il maggior donatore in senso assoluto e di avere comunque una posizione di preminenza nell'area asiatica. Il Giappone non è uso a gesti spettacolari e una posizione di punta come quella espressa dal premier Koizumi non gli è consueta. E' dovuta in primo luogo al fatto che due dei Paesi maggiormente colpiti - Thailandia e Indonesia - conservano ancora lo sgradito ricordo dell'occupazione giapponese negli anni di guerra. In questo senso, la generosità di oggi conferma una politica di collaborazione con il Sud-Est asiatico in cui il Giappone si è impegnato da tempo. Ma la dichiarazione di Koizumi si colloca soprattutto in un momento in cui tutti guardano con crescente rispetto e timore alla dimensione economica e politica della Cina, quasi si volesse in qualche modo rassicurare il mondo che non c'è la sola Cina in Asia. In un certo senso, la singolare reticenza cinese pare confermarla.
Gli Stati Uniti, partiti in sordina e accortisi in ritardo dell'impatto mediatico suscitato dalla catastrofe, ne proiettano le implicazioni politiche ancora più lontano, guardando con animo bipartisan ai sentimenti anti-americani visibili o latenti ovunque e progettando una rinascita dell'America come forza benefica e generosa nel mondo.
La Russia tace. Assorbita da altri problemi, non degna il Sud-Est asiatico di attenzione. E' un dato che deve far riflettere: dopo sessant'anni in cui attraverso il comunismo ha cercato di dominare il mondo, oggi la Russia rischia di astrarsene. Se l'unilateralismo americano ci ha allarmati, non possiamo essere indifferenti a una Russia tentata da un isolazionismo che già dà altri segni di esistere.
L'Europa, infine, tentenna, come ha fatto spesso in questi anni, tra sforzi unitari e sforzi nazionali. Forse, sul piano strettamente finanziario i primi supereranno i secondi ma sul piano mediatico si può essere certi che ai gesti nazionali sarà data preminenza. Si poteva pensare a una collaborazione atlantica con gli Usa, ma non si è potuto o non si è voluto. Gli Stati Uniti collaboreranno invece più strettamente con Australia, Giappone e India, a conferma della preminenza asiatica nella loro strategia globale. E' stata forse un'occasione perduta.
(fonte La Stampa articolo di Boris Biancheri )












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