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ema
28 Mag 2006, 15:07


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PERDONA RAGO.....E' LUNGA......FACCIO UN COPIA/INCOLLA DA INTERNET



G come GORGONZOLA
Mio padre nacque nell'aprile del 1899 a Gorgonzola, provincia di Milano.
Me lo ricordo spesso nel momento in cui girava le spalle, larghe e
immense; me lo ricordo anche nella primavera del 1932 quando gir&ograve; le sue
groppe estese al Bel Paese, per stringere la nuova patria che ci attendeva
tutti, in Crimea, a Kerc'.
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Mio padre, un omone alto come un cipresso isolato, tratteneva la
bocca serrata per i suoi contemporanei che scelsero la carreggiata discorde
e, senza pensarci due volte, strizz&ograve; l'occhio a quella luce lontana e rossa
rossa. A Filippo Bertazzoni, esperto caseario, sembr&ograve; che la passatoia
carminio bolscevica che ruzzolava su quella terra distante, fosse l'invito
personale scivolato sino allo zerbino di casa nostra. Mia madre non fece
domande. Ci prepar&ograve; tutti come pacchettini regalo, per quella terra giusta e
promessa; secondo Filippo Bertazzoni, mio padre, Stalin aveva bisogno di
noi e del formaggio che sapeva preparare, eccome.
Dopo undici giorni esatti ci trovammo nella nuova patria, fedeli tutti
al compagno Stalin; la grande mamma Russia era pronta ad affiliare tutti
noi sotto il suo immenso sederone slavo. Mio padre, antifascista in fuga,
attracc&ograve; alla patria dei Soviet assieme alla moglie Annamaria Brambilla e a
ben quattro figliuoli, tutti decorati con nomi bolscevichi: Sergej, Lenin,
Olga e naturalmente io, il pi&ugrave; piccolo, Vladimiro.
Davanti alla nuova casa mio padre ci abbracci&ograve; tutti assieme,
eravamo piccoli ed esausti dal viaggio; la stretta di quelle spalle forzute e
lombarde, ci sembr&ograve; rassicurante davanti alla soglia del nuovo portone. Il
naso di mio padre gocciolava in mezzo a quella tundra selvaggia e bianca,
sono sicuro che pianse. I suoi occhi grigi si erano fermati in un piglio fisso
e glaciale, come le lastre d'acqua congelata che abbordavano i piccoli paesi
attorno. Quello sguardo non lasci&ograve; mai il volto di mio padre, un insieme di
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mesto respiro slavo e del senso del dovere che train&ograve; dal Bel Paese. Un
orgoglio misurato e tutto nostro, da italiano per bene, riconoscibile anche
dentro quella brodaglia bolscevica. Da bravo lombardo che non smarrisce
l'animo per il buon senso e gli affari, Filippo Bertazzoni cominci&ograve; a
produrre il cacio.
Dopo alcuni mesi, tutto prese una piega pressoch&egrave; ordinaria. Filippo
Bertazzoni preparava il caglio migliore della zona e i miei fratelli maggiori
cercavano di dargli una mano. Mia sorella Olga faceva le piroette nella
nostra gran cucina, dicendo a mamma che un giorno sarebbe andata a
Mosca per diventare una celebre danzatrice. Io ero piccolo, mangiavo
l'ottimo formaggio del babbo e osservavo. Ogni tanto incrociavo gli occhi
grigi di pap&agrave;Â , che vedendomi cos&igrave; frastornato e infreddolito si aprivano di
pi&ugrave;, come se volessero dire:
-Cosa c'&egrave;? Cosa non va Vladi?-
Poi mi metteva nel pugno della minuscola manina del formaggio
fresco che scricchiolava sui miei canini da latte. Io riempivo la bocca tutta,
appoggiavo le braccia sul suo gozzo massiccio e rimanevo appeso su quei
pendii. Mio padre mi afferrava con il suo palmo gigantesco, poi correvamo
per la cucina in lungo e in largo. Allora l&igrave; mia madre sorrideva, mentre io
perdevo i pezzettini di formaggio dalla bocca. Erano dei bei lampi, dove la
mia famiglia sprofondata nell'immacolato e insicuro della tundra, cercava
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qualche normalit&agrave;Â . Le scapole rassicuranti del mio vegliardo mi portavano
come una scialuppa in quel mar baltico di Kerc'.
G come GULAG
Nel dicembre del 1932 i soldati di Iosif Vissarionovi&#269; DzugaÃ…Â¡vili,
irruppero nel nostro quadro famigliare. La famiglia del nemico Filippo
Bertazzoni fu accusata di voler avvelenare il popolo russo. Per di pi&ugrave;, il
capo di famiglia fu maltrattato fisicamente, perch&egrave; i grandi esperti dell'arte
casearia del soviet, esaminarono e processarono il formaggio gorgonzola.
Conclusione: colpevoli. Si parte di nuovo. Destinazione: gulag. Tutti,
compresa la mia sorellina Olga che continuava fare le sue piroette
interminabili dentro la cucina dei controrivoluzionari lombardi, presumibili
avvelenatori dei fratelli comunisti. Inoltre fu un gran malanno che mio
padre fu accusato di doppio reato, perch&egrave;, a parte che secondo loro voleva
avvelenare il paese e perfino il compagno Stalin, rovin&ograve; completamente
una notevole dose di latte.
Ma bisogn&ograve; obbedire. Mia madre ci prepar&ograve; tutti come pacchettini regalo
per un recinto. Mano d'opera gratis e obbediente. Oggi penso che il
compagno Stalin ne sapeva una pi&ugrave; del diavolo, ma non lo dico a nessuno,
non sono cose che m'interessano.
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Quando entrammo nel gulag, Filippo Bertazzoni, l'italiano per bene,
continu&ograve; a fare il formaggio per i compagni; osservavo le sue spalle
gordiane che si piegavano pian piano dentro quelle notti rosse rosse.


