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direttore
01 Dicembre 2006, 13:15

Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
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Ecco la seconda parte dell'articolo, nel pomeriggio inserirò la terza e ultima:

A forza di ostinazione, Marat Berdev ha ottenuto qualche risultato. È stato appurato che i tre ufficiali – un comandante, un capitano e un tenente – appartenevano alla divisione speciale delle truppe del ministero dell'Interno Don-2, acquartierata in un campo vicino a Shali, la capitale regionale.

Questa divisione era già stata oggetto di molte denunce presso i procuratori. Ma, quando Berdev e Rudykh hanno cominciato a parlare di una loro incriminazione, gli "uomini in passamontagna" hanno puntato le armi contro i procuratori, sono saltati sui blindati e hanno raggiunto la loro divisione. La mattina del 27 novembre 2001, i procuratori sono riusciti a entrare nel campo per effettuare una perquisizione e confiscare il prodotto della razzia: da qui il mucchio di oggetti che occupa un angolo dell'ufficio.

"È appena un terzo di quello che hanno rubato", conclude Marat Berdev. "Il resto, le cose più preziose, sono riusciti a nasconderlo: orecchini, anelli, catenine, orologi. La complicità della gerarchia militare è totale. Pensate che io, il procuratore aggiunto regionale, un giorno in cui percorrevo la mia giurisdizione mi sono imbattuto in un soldato di un posto di controllo che pretendeva una mancia per lasciarmi passare. Gli ho mostrato la mia tessera: è diventato furioso all'idea di non prendere un soldo. Non aveva neppure paura che lo accusassi di tentativo di estorsione. Sapeva che gli ufficiali l'avrebbero coperto".

"Ci troviamo fra l'incudine e il martello", aggiunge Aleksandr Rudykh. "I militari sono il martello, e i ceceni che li combattono, l'incudine". Anche se mi hanno chiesto di tacere questa frase, desidero citarla per spiegare meglio quello che succede. "Fra l'incudine e il martello" significa che i procuratori sono costantemente sotto la minaccia delle pallottole. Dovunque, da parte di tutti. È questa la Cecenia attuale: quelli che sono dalla parte della legge devono aspettarsi in ogni momento che qualcuno gli spari addosso.

"Ma, soprattutto, scrivete la cosa più importante", mi chiedono i procuratori. "Per ripristinare l'ordine, bisogna prima proibire i passamontagna. Categoricamente. I militari non ne hanno alcun bisogno se non sono dei banditi".

I generali con cui i procuratori hanno parlato di questa storia erano sinceramente stupiti che avessero osato opporsi ai blindati. "È un miracolo che siate ancora vivi! I nostri militari non perdonano questo genere di cose". Ecco che cosa dicono i superiori diretti degli ufficiali che sono insorti contro i procuratori. Stando così le cose, può la giustizia civile opporsi al banditismo militare?

"Siamo riusciti ad avviare un procedimento per il saccheggio delle case nella località di Avtury". "Ma dove sono gli ufficiali che accusate?" gli ho chiesto. "Nella loro unità. Adesso tocca ai generali prendere una decisione". Naturalmente, i procuratori di Shali non hanno più avuto occasione di sorvegliare le operazioni durante le retate. Altrettanto naturalmente i predoni offesi hanno trovato in fretta qualcuno su cui vendicarsi.

Il 18 dicembre 2001, ad Avtury, via della Cooperativa rimandava l'eco di interminabili urla di donne. Al numero 13 era in corso da due giorni il pranzo funebre di Timur Ismailov, di 25 anni. Gli uomini facevano arrostire la carne nel cortile, e non ho avuto subito la forza di varcare la soglia. I piccoli orfani lasciati dal defunto stavano allineati accanto alla giovanissima mamma, Asmalika, che aveva lo sguardo spossato dalle lacrime e perso nel vuoto.

Tutto è accaduto semplicemente, in maniera sporca, come sempre oggi in Cecenia. Il 2 dicembre scorso, gli uomini della divisione Don-2 hanno circondato Avtury e dato il via a una crudele operazione punitiva. I bruti in passamontagna hanno saccheggiato tutto quello che potevano prendere, poi hanno portato via 25 persone: 24 uomini e una donna. Immediatamente il sindaco Ibrahim Umpashaev è corso alla procura di Shali.

Aleksandr Rudykh ha trascorso il resto della giornata a rastrellare il territorio, da una zona boschiva all'altra. È riuscito a ritrovare e a far liberare 17 persone, tenute prigioniere nei boschi presso Zhigurta, nella regione vicina di Noiaj-Jurt. Senza la sua determinazione, quelle persone sarebbero sparite per sempre. La sera i militari hanno abbandonato sulla strada cinque cadaveri. Recavano tutti le tracce di atroci torture. Timur Ismailov era quello più segnato.

Suo zio Ghelanij assiste anche lui al pranzo, in mezzo ai lunghi lamenti, e non riesce ad articolare parola. Il nipote è stato torturato sotto i suoi occhi. Gli ufficiali gli gridavano: "Perché sei così grasso?" – Timur era alto quasi due metri, ed era effettivamente abbastanza robusto – e lo colpivano. Gli hanno spezzato le costole, fratturato il cranio, i polmoni, i testicoli, i reni, ridotto il fegato a brandelli. Alla fine gli hanno fatto delle iniezioni di gasolina – il cui maledetto odore aleggia ancora nella casa.

Il 16 dicembre è morto. Ma la divisione Don-2 non si è limitata a questo. Ad Avtury, via Mamakaev costeggia il fiume. Il 16 dicembre, all'aurora, gli uomini della divisione hanno risalito la strada senza tralasciare una sola casa, seminando la distruzione. Questa volta, non volevano rubare niente, desideravano solo vendicarsi. Emma Dudaeva si era azzardata a sporgere denuncia in seguito agli avvenimenti del 26 novembre: i militari le avevano rubato tutte le coperte, la biancheria da bagno, le stoviglie nuove, sei sedie e un aspirapolvere. Il 16 dicembre hanno saccheggiato tutto ciò che le restava. Seguo le loro tracce. La casa seguente, numero 127, ospitava i Mahomadov.

"Ho deciso di lasciare tutto com'è. È finita, non ne posso più", sospira il capofamiglia Muhaddin Mahomadov. "È il terzo pogrom quest'autunno". Gli hanno rotto tutti gli sgabelli, frantumato il registratore in mille pezzi. Dal suo vicino, Sherip Saduev, i militari hanno demolito i bagni con il loro blindato, e la cosa li ha molto divertiti. Hanno anche crivellato di colpi il tubo della stufa, che ormai non scalda più. La casa è ghiacciata. Avtury non ha più gas né elettricità. Anche il sindaco è rimasto senza.

Ibrahim Umpashaev è un uomo nervoso, duro d'orecchio. Ha appena quarantasei anni e ne dimostra sessanta. Racconta veri e propri orrori. I suoi due figli adolescenti ascoltano. "Sono un uomo braccato, perché mi oppongo a queste violenze. E sono braccato da entrambe le parti". Come i procuratori. Una notte, una cinquantina di ribelli ceceni hanno assalito il borgo. Si sono precipitati immediatamente a casa di Ibrahim Umpashaev. Hanno percosso con il calcio dei fucili suo figlio di 9 anni, Nurdi, poi l'hanno chiuso in una stanza e hanno dato fuoco alla casa.


