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direttore
01 Dicembre 2006, 16:15

Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
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Questa è la terza e ultima parte di un articolo di Anna Politkovskaya sulla Cecenia:

La moglie di Ibrahim, madre di altri quattro figli, ha detto: "Io resto con lui, dovete bruciarci insieme". Devono la loro sopravvivenza a un caso provvidenziale. "Quella notte", racconta Ibrahim Umpashaev, "ho chiesto aiuto per radio. Ho spiegato piangendo che eravamo attaccati. I militari mi hanno risposto soltanto: ‘Ti sentiamo male', e hanno interrotto la comunicazione".

I ribelli sono rimasti tre giorni. Passeggiavano per le strade. Quelli che erano originari di Avtury portavano dei passamontagna, gli altri no. Fra loro, c'erano molti giovani russi che non parlavano il ceceno. Nessuna delle unità militari acquartierate nelle vicinanze è intervenuta, e tutti i posti di controllo erano stati tolti.

Dopo tre giorni, i ribelli sono ripartiti verso le foreste e le montagne a est del borgo devastato. Le truppe russe sono uscite dai loro rifugi solo dopo la loro partenza. Recentemente ho cercato di incontrare il generale Igor Artekbaev, che comanda la divisione Don-2. Ho dovuto prima rivolgermi a un tenente sull'orlo dell'esaurimento fisico e nervoso, responsabile del posto di filtraggio mobile della divisione. Dovevo presentare i miei documenti, esporre le mie domande che sarebbero state trasmesse al generale, e la procedura avrebbe seguito il suo corso. Forse. Il tenente ha fatto tutto secondo le regole.

Ma le ore sono trascorse, e alla fine il tenente è venuto a scusarsi. La "gerarchia" aveva risposto per radio: "Se la giornalista ha delle domande da fare, non deve far altro che venire avanti. Siamo qui, appena in fondo al campo di mine". Almeno erano sinceri.

Il 7 dicembre Rizvan Lorsanov ha lasciato la sua casa al volante della sua Niva 4x4, per recarsi a Khankala, alla base principale delle truppe unificate. A casa sua, vicino a Shali, si erano svolte le trattative fra Aslan Maskhadov e il generale Lebed che avevano portato, nel 1996, alla "pace di Khasavjurt". Rizvan Lorsanov era molto conosciuto in Cecenia. In questi ultimi mesi era stato coinvolto a poco a poco nei negoziati. Si erano stabiliti dei "contatti" fra Akhmed Zavkaev, l'emissario del presidente Maskhadov, e il generale Kazantsev.

Le cose non procedevano, ma all'inizio di dicembre Rizvan Lorsanov era riuscito a incontrare il comandante della regione militare del Caucaso del Nord, Ghennadij Troshev, e Aslan Maskhadov. Il 7 dicembre 2001 la sua Niva – conosciutissima in tutti i posti di controllo della zona – attraversava Shali, quando un blindato coi numeri accuratamente ricoperti di fango l'ha costretta a fermarsi.

Alcuni testimoni hanno visto Rizvan Lorsanov scendere, agitare le braccia e chiedere che cosa stesse accadendo. Poi, ognuno è risalito sul proprio veicolo e, poco dopo, si è sentita un'esplosione. Mentre Rizvan Lorsanov e i due uomini che l'accompagnavano voltavano le spalle alla Niva, qualcuno ci aveva messo sotto una bomba e, alla partenza della macchina, l'esplosione era stata comandata a distanza.

Così, l'uomo che avrebbe potuto realmente contribuire ai negoziati di pace è stato vigliaccamente assassinato quando cominciava appena ad avviarli. Il blindato degli assassini, da parte sua, ha continuato tranquillamente a sguazzare nel fango ceceno verso Mesker-Jurt.

È tempo di accomiatarci dai procuratori di Shali. Nel loro ufficio è già notte fonda: sono circa le 7 di sera. Improvvisamente, la suoneria del telefono lacera il silenzio. Marat Berdev solleva il ricevitore e lo passa al suo collega. E Aleksandr Rudykh, lo stesso procuratore Rudykh sfiorato ogni giorno dalle pallottole, ci volta le spalle, a noi e a tutto l'inferno che ci circonda, e mormora all'apparecchio: "Svetlanochka, Svetlanochka… Te lo giuro… Hai la mia parola…". Ci vergogniamo di ascoltare. Ma cosa promette l'intrepido giovane procuratore? Il suo amore? "Svetlanochka, Svetlanochka… Avrai del denaro per le feste di fine anno. Te lo manderò".


