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direttore
08 Dicembre 2006, 15:18

Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
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SECONDA PARTE


A Cernokozovo lo picchiavano continuamente e molto duramente, ma lui era di tempra più salda dei ceceni. Sono stato anche nella prigione di Pjatigorsk, due mesi. Ma ecco, a Cernokozovo distruggevano la personalità. Un uomo era considerato meno di una bestia. In cella non potevamo neppure parlare e guardarci in faccia. Non potevamo sbirciare dallo spioncino della porta. Ed era vietato pregare. Bisognava stare seduti con la testa china e gli occhi bassi. Qualsiasi altro comportamento era considerato un tentativo di fuga.

Pregavamo di nascosto. A turno. Camminavamo pian piano nella cella in modo che chi pregava desse le spalle allo spioncino e potesse muovere le labbra. A Cernokozovo non resta che sperare in Dio: prima di finire in prigione non pregavo, ho cominciato in carcere – me lo hanno insegnato i wahhabiti in cella con me.
Una volta al giorno ci portavano a fare una passeggiata – noi commentavamo, scherzando 'Mettiamoci il giubbotto antiproiettile'. Fare la passeggiata significa mani dietro il capo, testa bassa, e all'ordine 'Via' devi metterti a correre. Non puoi rallentare, bisogna correre in corridoio e in cortile. Se cadi o rallenti il passo, te le suonano.
Quando arrivava l'ora della passeggiata, tutto il personale di Cernokozovo si radunava in cortile. Si disponevano a scacchiera e tutti avevano qualcosa in mano: manici di vanga, bastoni, manganelli… per picchiarti. Di giorno è l'unico divertimento. Tu fai lo slalom e tutti ti pestano. Fino al cortile della passeggiata. Anche là bisogna correre, ma in cerchio.

Se qualcuno inciampava lo bastonavano. Ma se uno cadeva tutti gli altri finivano addosso a lui, perché non si poteva rallentare e nessuno riusciva a vedere bene davanti a sé: la testa doveva essere china. E così uno cadeva, gli altri gli finivano addosso – e loro pestavano tutti. Il principio era sempre lo stesso: più uno è forte più bisogna suonargliele.
Nella cella numero 2 sono stato con Umarov Magomed, che aveva combattuto per Komsomolskoe. Classe 1978. Wahhabita. Era stato ferito a una gamba. Lo gonfiavano da far paura. Con Umarov sono rimasto per circa quattro settimane, poi mi hanno trasferito.
I wahhabiti le guardie li chiamavano 'waha'. Gridavano 'Sei waha?'. Uno prima non capiva cosa volessero dire, e rispondeva: "No, mi chiamo Magomed". I secondini andavano in bestia e lo picchiavano.
Ricordo Ajndi, sedici anni, del villaggio di Valerik. Ajndi era uno di quelli che puoi picchiarlo finché vuoi, ma non si piega. Era privo di qualsiasi istruzione. Non era mai andato a scuola. Non sapeva scrivere. Quando arrivò in cella aveva la testa coperta di cicatrici. Aveva combattuto a Komsomolskoe.
A Cernokozovo sono stato anche con gli uomini di Gantamirov – un leader ceceno che si era schierato con i russi, ma poi ha preso le distanze da Kadyrov. Gli avevano dato l'articolo 105, omicidio. Erano quelli che avevano attaccato Grozny, i primi a penetrare in città; poi i russi li avevano messi a difendere il posto di blocco. Dopo c'è stato un misterioso incidente con i federali. E a quel punto li hanno arrestati.

A Cernokozovo ho visto anche delle donne – dodici in tutto. C'era una russa, la moglie di un comandante di campo. L'hanno fucilata. Aveva con sé la figlia, una ragazzina di 16 anni. Però le donne non le picchiavano. Le fucilavano e basta. Lena gridava dalla sua cella, ogni volta che sentiva picchiare gli altri: 'Fascisti! Belve! Smettetela!'. E batteva freneticamente i pugni sulla porta. Dicevano di averla uccisa durante un tentativo di fuga.

Nella cella numero 3 ho incontrato Aleksej Beljakov di Karaganda. Il suo nome da musulmano era Sulman. Aveva combattuto. Diceva di essere stato campione olimpico di biathlon, Poi era finito in un giro di racket a Karaganda, e si era ritrovato in Cecenia con loro. Si era convertito all'islam, aveva combattuto ed era stato catturato. Non so che fine abbia fatto.


