https://www.russia-italia.com/viewtopic.php?f=1&t=9639&p=6644812#p6644812
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Losagen
19 Mag 2009, 21:31

Re: Stipendio In Italia
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Allora, per tenere su il discorso, credo sia necessario portare un po di dati
Uno studio dello scorso anno, sondando quali siano le imprese più ambite dai neolaureati significa
1                     Intesa Sanpaolo
2                     ENI
3                     Nokia Siemens Network
4                     Microsoft
5                     Barilla
6                     Mondadori
7                     BNL - Gruppo BNP Paribas
8                     Ferrari
9                     Bayer
10                     Unicredit
11                     Apple
12                     Enel
12                     L'Oreal
13                     Fiat Group
13                     Mediaset
13                     Rai
14                     Accenture
15                     HP
15                     Poste Italiane
15                     Procter & Gamble
16                     Ikea
17                     Editoriale l'Espresso
17                     Ferrero
17                     Novartis
17                     Sky
18                     Ferrovie dello Stato
19                     Telecom Italia
20                     GlaxoSmithKline
20                     Il Sole 24 Ore
20                     Intel
20                     Johnson & Johnson
21                     Finmeccanica
21                     Sony Ericsson
22                     Deutsche Bank
22                     Gruppo Generali
22                     McKinsey & Company
22                     Roche
22                     Unilever
23                     Acer
23                     Adecco
23                     Coop
23                     Ernst & Young
23                     Pirelli & C.
24                     Altran
24                     Borsa Italiana
24                     Cisco Systems
24                     Granarolo
24                     Merck
24                     Pfizer
25                     Angelini Farmaceutici
25                     Antonveneta
25                     Vodafone
26                     Jp Morgan
26                     Rcs
26                     Sun Microsystems
27                     Coca Cola
27                     Esselunga
27                     IBM
27                     KPMG
27                     Luxottica
27                     Manpower
28                     Decathlon
28                     Eli Lilly
28                     Indesit Company
28                     Morgan Stanley
28                     Nestlé
29                     Alstom
29                     Auchan
29                     Banca Mediolanum
29                     Bracco
29                     Capitalia
29                     Citigroup
29                     Kraft Foods
29                     La Rinascente
29                     PricewaterhouseCoopers
29                     Ras
29                     SAP
29                     Volkswagen
30                     AstraZeneca
30                     Bosch
30                     British Telecom
30                     Gruppo Carrefour Italia
30                     Credem
30                     Dell
30                     Deloitte
30                     Philips
30                     Randstad
31                     Conad
31                     Electrolux
31                     Fater
31                     General Motors
31                     Leroy Merlin
31                     Lidl
31                     Merrill Lynch
32                     Alcatel Lucent
32                     Bpu Banca
32                     Bristol Myers Squibb
32                     Fastweb
32                     Gruppo Zurich Italia
32                     Kimberly Clark
32                     Seat Pagine Gialle
32                     Shell
32                     Wind
Nessuno che dice Mapei, Fisher, Nord Bitumi, Ceda, Viessman, Riello, Reale Mutua, Alubel, Gruppo Ordine, eppure sono aziende esistenti, sane, eppure ignorate.
Uno studio della London School of Economics, opera di quattro ricercatori italiani: Oriana Bandiera, Luigi Guiso, Andrea Prat e Raffaella Sadun, chiamato "What does a Ceo do?" risponde all'interrogativo: ma poi, che cosa diavolo fa, esattamente, un amministratore delegato? Come spesso, la realtà è un'intuizione, ma tocca alla scienza suffragarla con prove. Per farlo i 4 studiosi hanno valutato la carriera di 600 manager, di cui 121 amministratori delegati. Sono entrati in possesso delle loro agende ricostruendo gli impegni di una settimana lavorativa. Hanno verificato all'Inps le loro retribuzioni (al netto dei bonus e della soave prassi delle aziende italiche di pagarne una parte in nero). Il risultato? Prevedibilmente sconfortante. Ineludibilmente di cattivo auspicio. Vediamo in dettaglio.
Come viene scelto un manager in Italia? Una minoranza di imprese (quelle non familistiche e a vocazione multinazionale) si basa sulle performance, incarica cacciatori di teste, mette annunci, fa riferimento a precedenti contatti d'affari. Ma la maggioranza decide altrimenti. Come? Sulla base delle relazioni personali. Al limite di quelle familiari. Tradotto: non si sceglie qualcuno che ha dimostrato di valere, ma uno con cui si è fatto il liceo, o il compagno di merende del cugino. I dirigenti delle aziende di Silvio Berlusconi non sono forse stati in maggioranza suoi compagni di scuola? E non è poi venuta la volta dei compagni di Pier Silvio (cooptato per eredità)? Ci sono sistemi peggiori? Forse sì: il presidente Moratti affidò la panchina dell'Inter a Orrico dopo averlo sottoposto a prova grafologica e Gabriella Spada, moglie del fondatore della Giacomelli Sport, non si fidava di nessuno che non fosse stato approvato dalla cartomante (poi Orrico fu esonerato e la Giacomelli ha fatto crac).
Proviamo a confrontare i manager italiani usciti da questa ricerca con quelli di un sondaggio effettuato in 4mila aziende di 12 Paesi esteri. Per età sono simili. Per genere l'Italia si rivela più misogina (benché sia risalita negli ultimi vent'anni e abbia una donna alla guida di Confindustria). Più che altrove, da noi la scelta è domestica (solo il 4% dei manager è straniero). Se il paragone regge: 1 sola squadra italiana delle 4 presenti in Champions League aveva un allenatore straniero. Risultato: tutte fuori. Tre squadre inglesi su 4 si affidavano a un tecnico venuto da fuori. Esito: tutte in corsa. Ma dove, quasi letteralmente, casca l'asino è nel livello di studi del manager italiano. La metà non possiede laurea. E quando ce l'ha, è lontana dalla lode.
Ora, se deponiamo un attimo la ricerca e proviamo ad incrociare questi dati con l'esperienza recente per cercare il modello perfetto, l'impresa italiana che riassume tutte queste condizioni, struttura familistica, management maschile, scelto nel cortile di casa e con basso livello culturale, che risultato otteniamo? Parmalat. Otteniamo il più grosso crac made in Italy degli ultimi anni. Otteniamo un'azienda gestita da Calisto Tanzi come un padre padrone. Dove entravano figli e nipoti con cariche non commisurate alle capacità. Dove a parte due donne (ovviamente una figlia e una nipote) tutti i dirigenti erano maschi. Dove le carte d'identità recavano inevitabilmente la scritta "Nato a: Collecchio (Parma)". Dove tutti erano, con orgoglio, ragionieri, Tanzi incluso. Dunque, questo modello porta allo sfascio? Non necessariamente. È tuttavia provato che l'altro, quello che valuta le performance, è più fruttuoso per l'azienda.
Che i manager scelti per il curriculum e i risultati lavorano di più, sono più soddisfatti, spingono l'impresa più avanti, avendo più propensione al rischio. Il problema è che la maggioranza non solo viene assunta per affidabilità, ma fa anche carriera per le stesse ragioni e viene licenziata non quando manca gli obiettivi, ma se non si sdraia sulla linea tracciata dal padre-padrone.Questo determina il larga misura l'esito del secondo studio: che cosa fa un manager? Dei 121 a cui è stata "rubata l'agenda" questo sappiamo: lavorano in media 48 ore alla settimana. Ogni giorno svolgono 7 diversi tipi di attività. Quali? Metà del tempo lo spendono in "riunioni". Il 14% soli alla scrivania. Il 12% in viaggi. Nel restante 25% telefonano, partecipano a videoconferenze, pranzi di lavoro, eventi speciali. Chi incontrano? Questa può apparire una sorpresa. Principalmente consulenti esterni all'azienda. Piuttosto che i capi divisione interni vedono persone che ruotano in altre orbite. A seguire: clienti, investitori, banche, politici, fornitori. Come si spiega? Perché un amministratore delegato passa più tempo con un faccendiere, un ministro, un banchiere che con il direttore marketing o il capo del personale della propria azienda?
Mettiamola così: tu sei un manager rampante, pensi che ti sarà più utile per fare carriera il risultato ottenuto nell'attuale incarico o la conoscenza non superficiale di Gianni Letta? In un universo in cui la determinazione delle posizioni non è legata ai titoli né ai risultati, ma ai rapporti, i manager dedicano più tempo a tessere questi che a far funzionare le aziende di cui hanno la responsabilità. Ecco che il circolo vizioso si chiude: in mezzo restano aziende che non brillano più da oltre un decennio, lavoratori che ne pagano le conseguenze, un marchio, "Made in Italy", appannato. Segnali di un'inversione di tendenza? Nessuno. Hai una laurea con il massimo dei voti, hai un carattere indipendente, non sei propenso alle relazioni pubbliche, tendi a dire quel che pensi e contrastare anche chi ti paga se pensi che sia per il bene comune? Sei magari perfino donna? Non pensare di fare il manager in Italia. Al limite vai all'estero, alla London School of Economics a fare un'impietosa ricerca sui manager.

Ora, bisogna anche dire, frase presa di sopra, che sento spesso ovunque e che mi sta notevolmente sullo stomaco "vivi per lavorare? O lavori per vivere?" è una cosa senza senso e che esiste, critica solo personale, poi ogniuno la pensi come crede, di un proliferare di lauree pseudo-inutili (scienze delle comunicazioni, sociologia, et similia) oppure inflazionate, vedi giurisprudenza, o non intercambiabili, portano a disoccupazione naturale


