https://www.russia-italia.com/viewtopic.php?f=5&t=10624&p=6660656#p6660656
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Losagen
17 Settembre 2009, 11:06

Re: Aspetti Negativi Italia
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[quote]Prima della cosiddetta “Unità d’Italia” non se n’era mai sentita l’esigenza tra le popolazioni italiane, né esistono documentazioni o pubblicazioni di alcun genere che parlano di “spirito nazionale” antecedente ai “fatti risorgimentali”. L’idea unitaria, infatti, non ebbe mai alcun sostegno popolare efficace e fu soltanto un movimento di pochi, soprattutto di massoni “borghesi”, cioè legati soltanto ad interessi materiali. L’“ideale” del cosiddetto “risorgimento”, propagandato dai settari, era, in effetti, un’esigenza dei territori del Nord dell’Italia, che, oltre ad essere governati ancora in modo feudale, erano occupati da potenze straniere. Il colmo era poi dato dal Piemonte, governato dai Savoia che erano francesi, e che, proprio loro, dicevano di voler “liberare l’Italia dagli stranieri”.[/quote]

Ed è da qui che deve partire un'analisi ponderata per rendere comprensibile quali possono essere i problemi "italioti"
Lo squilibrio tra nord e sud è solo una inversione della clessida eseguita con l'unità.

[quote]Il Regno delle Due Sicilie, all’atto dell’invasione piemontese, nel confronto con gli altri Stati europei era considerato per la sua ricchezza, per la sua cultura e per le sue condizioni sociali tra i primi Stati dell’Europa. Ancora oggi, tuttavia, si continua ad affermare che lo Stato delle Due Sicilie era economicamente arretrato rispetto all’area lombardo - piemontese. Questo non era possibile per una sola considerazione: gli Stati preunitari e, per certi versi, ancora feudali del Nord, erano troppo piccoli perché potessero dare vita ad uno sviluppo industriale consistente, non solo perché non avevano capitali, ma anche perché non avevano un mercato di dimensioni considerevoli come lo era quello del Regno delle Due Sicilie, il quale, inoltre, aveva un’ottima flotta mercantile che gli permetteva di avere rapporti commerciali con tutto il mondo.
In Piemonte il sistema sociale ed economico era ben povera cosa. Vi erano solo alcune Casse di risparmio e le istituzioni piú attive erano i Monti di Pietà. Insomma esistevano solo delle piccole banche e banchieri privati, generalmente d’origine straniera, che assicuravano il cambio delle monete al ridotto mercato piemontese. In Lombardia non c’era alcuna banca d’emissione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la banca austriaca. Tutto questo già da solo dovrebbe rendere evidente che prima dell’invasione delle Due Sicilie, nell’Italia settentrionale non vi potevano essere vere industrie, né vi poteva essere un grande commercio, né che i suoi abitanti erano ricchi ed evoluti, come afferma la storiografia ufficiale. Valga ad esempio il fatto che le locomotive della prima linea ferroviaria del Piemonte furono acquistate nelle Due Sicilie dalle officine di Pietrarsa a Napoli.
Nell’Italia settentrionale i primi ad avere una vera banca furono i genovesi con la Banca di Genova, fondata per sconti, depositi e conti correnti da alcuni commercianti. Questo avvenne soltanto nel 1844. Poi tre anni dopo (vale a dire appena 13 anni prima dell‘invasione) si costituí la Banca di Torino, che nel 1849 si fuse con la Banca di Genova, originando la Banca Nazionale degli Stati Sardi (ma di proprietà privata). Cavour, che aveva interessi personali in quella banca, impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato.
A quei tempi l’emissione di carta moneta era fatta solo dal Piemonte, mentre al contrario l’antichissimo Banco delle Due Sicilie emetteva monete d’oro e d’argento, e in piú, per velocizzare la circolazione monetaria, fedi di credito e polizze notate, le quali corrispondevano ad altrettanta quantità d’oro depositato nel Banco (la quantità di denaro circolante nel Regno delle Due Sicilie assommava a circa 443 milioni di lire dell’epoca). Un sistema che, per alcune norme, possiamo certamente paragonare alle carte di credito di oggi. La carta moneta del Piemonte si basava anch’essa su una riserva d’oro (il circolante nel regno sardo assommava a circa 20 milioni di lire), ma il rapporto era di 3 a 1, in altre parole tre lire di carta valevano una lira d’oro e questo significava la quasi inesistenza di capitali utili per finanziare imprese e commerci.
Tuttavia, per le continue guerre che i savoiardi facevano, anche quel simulacro di convertibilità in oro non era mai rispettato, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese non rappresentava nemmeno piú il suo valore nominale a causa dell‘emissione incontrollata che se ne fece.
Il Reame aveva due amministrazioni: quella delle province napolitane che comprendeva tutte le regioni continentali dagli Abruzzi alle Calabrie e quella siciliana. L’amministrazione dello Stato, divenuta piuttosto farraginosa dopo i cambiamenti apportati dall’occupazione francese (nel periodo dal 1799 al 1815), era in via di trasformazione, ma in sostanza era efficiente e funzionale. La giustizia era proprio borbonica, in pratica era la migliore in assoluto in Italia, ed i suoi codici erano di riferimento per tutta la legislazione della penisola italiana e dell’Europa. Negli affari interni, inoltre, la legislazione era molto tollerante nei confronti delle altre religioni e nei confronti degli stranieri residenti.
Nel 1860 la popolazione del Regno delle Due Sicilie era poco piú di 9 milioni di abitanti, di cui la parte attiva era un po’ meno del 48%. Il Regno in quell’anno poteva sicuramente essere considerato in campo economico al terzo posto in Europa. Questo era stato il risultato di previdenti leggi che avevano regolato le importazioni e le esportazioni proprio con lo scopo di favorire la nascita dell’industria, dosando opportunamente i dazi doganali e le misure fiscali. L’industria tessile (seta, cotone e lana) e quella metalmeccanica erano già dal 1818 i due principali settori trainanti dell’economia duosiciliana, tanto che portarono anche numerosi stranieri ad investire nel Regno.
La politica industriale era stata insomma lungimirante e coerente, anticipando di un secolo in Italia, la formula dell’iniziativa pubblica nell’industria, senza peraltro avvantaggiare le industrie statali che erano sempre in concorrenza con le iniziative private. Lo sviluppo industriale del Regno di Napoli, vale a dire il trasferimento di risorse dal settore agricolo al settore industriale, non avvenne, infatti, per opera di privati come negli altri Stati (grossi proprietari terrieri, come in Inghilterra, o Banche, come in Germania), ma per diretto intervento dello Stato, che tuttavia fu anche coadiuvato da imprenditori privati con capitali agrari, commerciali, bancari e di paesi esteri già sviluppati.
Per quanto riguarda il territorio continentale, gli addetti alle grandi industrie, escludendo in pratica tutte le attività meramente artigianali o in ogni caso non impieganti meno di 5 addetti, erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva. Il capitale investito nella sola industria si può valutare intorno ai cento milioni di ducati e dava utili che raggiungevano in numerosi casi il 15 o 20 %, con una media dell’8% circa.
Il reddito medio pro-capite era poco piú superiore a quello medio italiano, per un totale di 275 milioni di ducati l’anno. Per quanto riguarda la vita economica bisogna dire che i prezzi erano molto stabili ed il Governo era sempre attento a garantire sia un’attività produttiva redditizia, sia paghe adeguate all’insieme sociale ed economico.
Il settore agricolo, aumentata del 120% la sua produttività negli ultimi 40 anni, dava un’eccedenza di risorse alimentari che erano cosí disponibili sia per la manodopera dell’industria, sia per l’aumento della popolazione.
Il Regno aveva dunque una forte economia, una stabile e solida moneta e una veramente ottima flotta navale mercantile e militare. La Marina Mercantile duosiciliana, la terza in Europa con oltre 9.800 bastimenti, aveva avuto un forte sviluppo perché aveva dovuto soddisfare le crescenti esigenze dei trasporti commerciali, che dai registri doganali dell’epoca erano valutati per circa 500.000.000 di ducati tra import ed export. Nel Regno esistevano allora circa quaranta cantieri navali di una certa rilevanza, ove erano varati in media circa 50 navigli l’anno.
In questo quadro è necessario anche illustrare, sia pure brevemente, la situazione delle varie regioni, iniziando con la CALABRIA, che è veramente un esempio significativo. Prima dell’unità d’Italia era la piú ricca regione d’Italia, ora è la piú povera d’Europa. In Calabria lo sviluppo delle industrie iniziò con lo sfruttamento delle miniere di ferro e di grafite che vi erano state rinvenute. Per questo fu fondato il Real Stabilimento di Mongiana, dove su un’area coperta di 12.000 metri quadri, furono costituiti una fonderia e un grandioso stabilimento siderurgico, potenziato con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson e sei raffinerie. Accanto vi era anche una fabbrica d’armi su un’area coperta di circa 4.000 metri quadri. La produzione della ghisa e del ferro era di eccellente qualità e da essi si ricavavano trafilati, laminati e acciai da cementazione. Alla fine del Regno la Calabria era, insomma, fortemente industrializzata e negli stabilimenti di Mongiana, di Pazzano, di Fuscaldo, di Cardinale e di Bigonci vi lavoravano circa 2.500 operai, numero veramente notevole per quell’epoca. Altre attività importanti in Calabria, per antica tradizione, oltre alla notevole produzione agricola, erano quelle tessili, in cui essa primeggiava per la produzione della seta, gli arsenali ed i numerosi cantieri navali. I calabresi impiegati nelle sole industrie erano allora poco piú di 31.000.
Nelle PUGLIE ed in BASILICATA vi erano importantissimi opifici di lana, di cotone e del lino, la cui produzione era esportata in tutto il mondo. Vi erano anche molte centinaia filande quasi tutte motorizzate. Molto importanti erano anche le fabbriche di presse olearie e di macchine agricole prodotte negli stabilimenti di Foggia e di Bari. Di notevole peso sul piano economico erano le ottime aziende agricole e chimiche, le numerosissime flottiglie per la pesca ed i cantieri navali. A Barletta vi era un’efficientissima salina che riforniva tutta l’Europa. Centro di riferimento, per tutto il Regno, era l’attivissima Borsa di Commercio di Bari.
Negli ABRUZZI e nel MOLISE, era eccellente e notissima la produzione d’utensili, di lame di acciaio, rasoi e forbici, fabbricati a mano e molto richiesti all’estero per la loro bellezza e funzionalità. Vi erano anche numerosi opifici tessili e per la produzione della carta. Notevoli, infine, erano gli allevamenti pregiati di bovini e caprini che consentivano una eccellente produzione casearia.
La CAMPANIA del 1860 era la regione piú industrializzata d’Europa, particolarmente l’area napoletana, lungo l’asse Caserta - Salerno. In essa vi erano sia il grandioso Opificio di Pietrarsa dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari, sia i famosi cantieri navali tra i migliori d’Europa, come quello di Castellammare di Stabia, fabbriche d’armi e di utensileria, aziende chimiche - farmaceutiche e per la produzione della carta, del vetro, concia e pelli, alimentari, ceramiche e materiali per edilizia. Importante in tutto il mondo era la produzione della seta di S. Leucio (Caserta). Numerose anche le fabbriche di strumenti tecnici, orologi, bilance, e insomma tutta una miriade di fabbriche minori, nei piú svariati campi di attività, diffuse geograficamente in tutto il territorio. Da ricordare, naturalmente, i numerosi e diversi prodotti dell’agricoltura, allora famosi in tutto il mondo.
In SICILIA, infine, l‘economia si basava, oltre che sulla pesca, sui cantieri navali e su ottime industrie meccaniche, sull’esportazione di zolfo, olio d’oliva, agrumi, sale marino e vino. Le principali correnti di traffico erano dirette verso l’Inghilterra (del 40%), verso gli Stati Uniti (con un terzo della produzione d’agrumi) e verso gli altri paesi europei. La Sicilia per questi suoi commerci aveva costantemente un saldo attivo.
LE PIÚ IMPORTANTI REALIZZAZIONI

Lo Stato delle Due Sicilie fu il primo al mondo a far navigare una nave a vapore in mare: Il battello, con caldaia inglese, era il Ferdinando I che fu varato il 24 giugno 1818. In Inghilterra il primo battello a vapore fu varato nel 1822: il rimorchiatore Monkey.
Da ricordare anche la prima costruzione al mondo dei ponti in ferro ad impalcato sospeso, il “Ferdinandeo”, che fu completato nell’aprile del 1832 sul Garigliano, e quello sul Calore, il “Cristino”, inaugurato il 5 aprile del 1835.
Il 4 ottobre 1839 fu inaugurata la prima ferrovia italiana con il tratto Napoli - Portici, di circa 9 km e, prima dell’invasione piemontese, erano già quasi completate tutte le opere (ponti e gallerie) di una rete ferroviaria che avrebbe collegato la capitale alle cittadine del versante adriatico, fino a Brindisi, e di quello tirrenico, fino a Reggio Calabria. Contemporaneamente erano già state progettate e in fase d’appalto per la Sicilia le linee ferroviarie che avrebbero collegato Palermo con Catania, Messina e Girgenti.
Nel 1840 fu inaugurato il grandioso complesso industriale del “Reale Opificio di Pietrarsa” con oltre mille addetti, all’epoca il primo e l’unico della penisola italiana. L’Opificio ebbe vasta risonanza in Europa e fu visitato dallo zar Nicola I che lo prese ad esempio per la costruzione del complesso ferroviario di Kronstadt. Per fare un paragone il complesso simile della Breda ebbe la possibilità di nascere 44 anni piú tardi, ma solo dopo il saccheggio e la distruzione di quello di Pietrarsa. Sorsero in tutto il Regno anche diverse e numerose scuole di “Arti e mestieri” per la formazione tecnica del personale. In quell’anno Napoli, dopo Londra e Parigi, fu la terza capitale in Europa ad avere le strade illuminate con 350 lampade a gas.
Rilevantissime furono le colossali opere di bonifica, delle paludi Sipontine (Manfredonia), di quelle di Brindisi, del bacino inferiore del Volturno e dei Regi Lagni, che resero fertili tutte quelle terre, distribuite poi gratuitamente al popolo.
Nelle Due Sicilie le scoperte scientifiche trovavano subito applicazione. Nel 1841 fu installato a Nisida il primo faro lenticolare a luce costante. Tali fari furono installati negli anni successivi su tutte le coste del regno.
A Napoli, il 28 settembre 1844, costruita sulle falde del Vesuvio, fu inaugurata la prima struttura scientifica nel mondo per lo studio dei fenomeni vulcanici, l’Osservatorio Meteorologico Vesuviano, dove fu realizzato dopo qualche anno il primo sismografo del mondo.
Napoli, nel giugno del 1852, fu la prima città d’Italia ad organizzare un esperimento d’illuminazione elettrica. L’esperimento fu abbastanza importante per l’epoca, tenuto conto che la lampada di Edison fece la sua comparsa solo nel 1877 e che la prima lampada a filamento fu realizzata due anni dopo.
Nel marzo del 1855 Napoli fu collegata attraverso una linea telegrafica con Roma, Parigi e Londra.
Certamente sono da evidenziare i numerosi successi nel campo navale. Nell’arsenale di Castellammare di Stabia fu varata il 24 ottobre 1843 la prima nave da guerra a vapore, la pirofregata a ruote Ercole, progettata e costruita interamente nel Regno. Da ricordare che le navi da guerra napoletane furono le prime ad entrare nei porti statunitensi e nelle Americhe del Sud, dove venivano anche fatte le crociere con gli allievi dell’Armata di Mare. Nel maggio del 1847 fu impiegata, per la prima volta in Italia, una nave a propulsione ad elica, la Giglio delle Onde. Il 14 novembre, si ebbe il varo della pirofregata a ruote Ettore Fieramosca che era la prima nave progettata e fornita con macchina a vapore costruita interamente nella penisola italiana dal Real Opificio di Pietrarsa. Lo stesso anno fu inaugurato il nuovo bacino di raddobbo in muratura (bacino di carenaggio) nell’Arsenale di Napoli, il primo del genere ad essere realizzato in Italia. Il 18 gennaio 1860 fu varata a Castellammare di Stabia la nuova fregata ad elica Borbone di 3.444 tonnellate, che era la prima nave militare ad elica della flotta duosiciliana ed era anche la piú potente.
È indicativo, a questo punto, fare una semplice riflessione e cioè che se nelle Due Sicilie erano state realizzate tante importanti opere, che avevano posto il Regno ai vertici degli Stati piú progrediti del mondo, queste smentiscono con i fatti le affermazioni di arretratezza delle Due Sicilie. Se cosí non fosse, perché queste opere non erano state realizzate prima dal Piemonte o dagli altri Stati preunitari? La complessità di queste opere, infatti, presuppone la presenza di scuole di alto livello, di valenti tecnici, di grandi industrie e di una sana economia e finanza, quindi se ne deve dedurre che tutti questi fattori evidentemente non esistevano, o almeno non in tale misura, negli altri Stati preunitari. Tanto per fare un esempio, come prova di questa situazione di arretratezza del Nord, a Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870.[/quote]


