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gringox
30 Giugno 2016, 15:14

Re: GRINGOX D'UCRAINA
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Ponte della Pentecoste (18-20.06.16).


Quante volte sono passato da qui nelle mie trasferte di lavoro in Zakarpatja (Transcarpazia), provenendo da Ivano-Frankovsk o Chernovcy e dirigendomi verso Mukachevo e Uzhgorod, o viceversa; talvolta, come questa volta, pernottandovi. E quante volte, percorrendo in macchina la strada che costeggia questa strana collinetta di circa 300 m. che sovrasta la cittadina di Hust, con lo sguardo rivolto verso l’alto a cercare di carpire qualcosa di quelle rovine, mi sono detto: “la prossima volta salgo a vederle”... e, puntualmente, ho sempre rimandato... Ma oggi mi sento ispirato, forse grazie ad una serie di coincidenze stimolanti che mi hanno messo l’umore giusto per salire fin quassù e soddisfare dunque questa insistente curiosità: il caldo e la bella giornata dopo la pioggia della notte che ha rinfrescato l’aria, l’ppuntamento col cliente già concluso il giorno prima e il fatto si non averne di nuovi per tutta la giornata che è dedicata al viaggio per arrivare a Ivano-Frankovsk, ed infine il pensiero che oggi è giovedì e ho davanti un week end in montagna sui Carpazi con la famigliola (che mi raggiungerà domattina a Frankovsk in treno) che ha tutte le premesse per essere eccitante e adrenalinico.

Come spesso accade qui in Ucraina ci si ritrova soli in certe situazioni “turistiche”. Il cartello che indica la salita alla fortezza c’è, e c’è anche un ampio parcheggio per lasciare la macchina, ed esso è totalmente libero... Per me questo è il bello di certe visite che assumono un sapore di esplorazione autentica e che ti lasciano addosso una reale soddisfazione. Certo la cosa non va a favore delle casse dello stato la cui economia, a causa della incuranza di quel poco di attrazioni che l’eredità storica gli ha lasciato, perde una sicura fonte di introito, ma tant’è...

Grondante di sudore e con le scarpe tutte vonce di fango, dopo una breve (circa 20-25 minuti) ma faticosissima camminata lungo l’erto sentierino ancora tutto bagnato dopo la pioggia di qualche ora prima, in mezzo ad una intricata boscaglia di vegetazione mista a prevalenza di betulle, malmenandomi senza interruzione con pacche sul corpo per allontanare stormi di voracissime zanzare che, malefiche e feroci, cercano di pungermi, arrivo finalmente in cima alla collinetta e tocco con mano ciò che resta di questa fortezza: le rovine del castello di Hust. 

Iniziata la costruzione nel 1090 da parte della monarchia ungherese per difendere la “via del sale” che partiva da Solotvino (il paese non distante da qui dove tuttora ci sono dei laghi di acqua salata ed una zona termale) dalle tribù di origine turca che minacciavano la regione; venne terminato solo nel 1191. Questa terra a quei tempi si chiamava Maramorosh  - e tuttora si chiama così la parte romena confinante con la Zakarpatja – ed era abitata da genti di etnia magiara, rumena e slava. Il castello venne poi distrutto in seguito all’invasione dei mongoli e ricostruito nel 1318. Da allora si sono susseguiti diversi tentativi di occupazione del castello che evidentemente svolgeva un ruolo importante per il controllo della regione. Prima i tatari, alla fine del XVI sec.; poi i turchi nella metà del XVII sec.; ma fallirono tutti in quell’intento. All’inizio del XVIII sec. proprio in questo castello venne proclamata l’indipendenza della Transilvania; che durò poco. Nel 1711 esso fu occupato dagli Austriaci, ma poco alla volta la sua importanza strategica diminuiva a vantaggio delle fortificazioni che venivano erette a Kosice (nell’odierna Slovacchia). Pochi anni dopo, nel 1717, il castello fu raggiunto dall’ultima orda dei tatari di Crimea in ritirata dopo le sconfitte subite nella guerra austro-turca, che cercavano di tornare verso la loro penisola sul Mar nero; ma la fortezza non venne assalita.
Il destino infine volle che il castello perì non per opera dell’uomo bensì a causa della forza della natura... fu infatti un fulmine durante un terribile temporale nell’estate del 1766 a colpire la torre del castello, da dove divampò un incendio che lo distrusse per sempre. Abbandonato, inutilizzato e soggetto alle intemperie dei secoli a venire si è dunque ridotto a quel cumulo di rovine che mi trovo di fronte io oggi...


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Le rovine del castello di Hust.

 
L’atmosfera qui dall’alto è intensa davvero. Non tanto per il paesaggio che si apre agli occhi, che sì è bello, ma nulla di super eccitante; quanto per la realtà selvaggia, il senso di solitudine che ti assale e la mente che ti porta lontano, a quei secoli passati in cui questo posto brulicava di soldati e aveva la sua bella fama come si intende dalla sua storia..., e ti fa riflettere su questa strana area geografica. Non siamo in Scozia, dove è facile incontrare rovine del genere in quelle nebbiose lande, bensì nella particolarissima regione, oggi ucraina, della Zakarpatja (Transcarpazia). Unica “oblast’” ucraina (insieme alla Volinja) che non prende il nome dal capoluogo di regione, bensì mantiene un suo termine specifco, appunto quello di Zakarpatja, cioè “al di là dei Carpazi”. Cosa tra l’altro vera relativamente... “al di là dei Carpazi” lo si può intendere provenendo da Kiev o dalla Russia... ma se si viene da Budapest o da Vienna, beh, sarebbe meglio dire “al di qua dei Carpazi”, oltre i quali si apre l’immensa pianura che porta fino a Mosca...  

E dunque qui, facendomi strada tra le ortiche e gli arbusti alti quasi quanto me, girovago per qualche minuto tra questi resti, buttando l’occhio attraverso le fessure che un tempo dovevano essere le finestre del castelllo, verso l’orizzonte che si estende lontano; verso ovest, poco oltre la città, intravvedo il fiume Tissa che si snoda in quel varco naturale tra le due colline chiamato “porte di Hust” (Hustskie vorota) e che segna il confine con la pianura ungherese; e poi verso est dove si stagliano le sagome dei Carpazi, che in linea d’aria non sembrano poi così vicini. Sotto di me la simpatica cittadina di Hust.


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La cittadina di Hust e il fiume Tissa che si snoda tra le "porte di Hust".


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E mentre ammiro il panorama penso proprio a questa strana ed unica terra. Una terra da sempre di confine, che è stata di tutti e di nessuno: ungheresi, mongoli, romeni, turchi, austriaci, slavi... fino poi a diventare estremità dell’Unione Sovietica ed oggi regione periferica dell’Ucraina. Il centro dell’Europa centro-orientale (nulla di più azzeccato in questo gioco di parole). Ed oggi rusini, ucraini, romeni, ungheresi, russi, slovacchi e polacchi si mischiano qui ed abitano questa regione. 

Forse è proprio questa sua essenza di terra di confine che mi attira; questo intreccio di storia, di razze, di guerre e di miscugli di lingue, così diverse tra di loro, suscita il mio interesse. Nessuna regione dell’Ucraina mi coinvolge così emotivamente nella sua unicità come la Zakarpatja. Ed è curioso come le terre di confine, soprattutto quelle “orientali”, hanno da sempre prodotto un fascino magico in me, sin da quando ero piccolo e “tendevo” verso il confine orientale italiano che ci divideva dalla Jugoslavia... 

E qui, in quella che popolarmente è oggi nota come la “solnichnaja Zakarpatja” (soleggiata Transcarpazia), per l’esposizione al sole che scalda la vasta pianura e le dolci colline, e che favorisce una florida produzione di vino e di cognac, la sensazione della zona di confine è più forte che mai: curioso e stimolante per me è “viaggiare” in macchina tra Ungheria, Romania, Slovacchia e fino alla Polonia, passando ovviamente da Ucraina e Russia, tutto nell’arco di poche decine di chilometri e sempre restando in territorio ucraino, con un semplice “clic” per cambiare le frequenze radio. Il classico “giochino” che mi diverto a praticare in queste circostanze è quello di mettere alla prova il mio talento verso le lingue... Ed ecco che se qualcosa riesco a carpire dello slovacco e un qualcosina del rumeno, con l’ungherese è davvero impossibile... una lingua assurda e indefinibile che mi irrita e che non riesco ad ascoltare per più di qualche secondo...

Poco più avanti di Hust, verso Tjachev e Solotvino si attraversa una zona in cui ci sono intereferenze di roaming romeno... e spero sempre che non mi chiami nessuno dall’ufficio proprio in questo frnagente altrimenti chissà poi cosa penseranno, che sono finito in Romania...

Per non parlare delle usanze locali che inseriscono questa regione nel fuso orario centroeuropeo (ora ungherese e slovacca), quindi un’ora in meno rispetto a Kiev. Non è ufficiale, ma la gente – soprattutto nelle campagne e nei villaggi – usa tuttora questo punto di riferimento nella vita quotidiana.

Insomma, questa breve ma avvincente escursione mi soddisfa pienamente. Finalmente un altro tassello dei “segreti” del Paese (e di una regione che amo tanto) dove vivo ormai da oltre 11 anni è stato svelato. 

Dopo questo tuffo nella storia della Zakarpatja mi rimetto in moto. Mi aspetta la strada verso Ivano-Frankovsk, una delle strade più belle, anzi per me forse la più bella di tutta Ucraina. Per il paesaggio. Man mano che si sale verso le montagne diminuisce la densità di popolazione, la strada a tratti è più stretta e l’asfalto più “devastato”, sono più rari i villaggi e, ad un certo punto si inizia a costeggiare il fiume Tissa che qui funge da confine naturale con la Romania. 


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Il cartello che indica la zona di confine, e, al di là del fiume Tissa, la Romania.


Qui una sosta la faccio sempre, bello trovarsi sulla sponda del fiume mentre faccio la pipì, e guardare di là, la parte romena. Una emozione simile nella percezione, benchè totalmente diversa nella geografia, la ricordo in Tajikistan, costeggiando nel Pamir il fiume Pianzh che separa il Tajikistan appunto, dall’Afganistan. 


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Immagini dal mio archivio video e fotografico del viaggio in Tajikistan del 1999. Al di là del fiume Pianzh c'è l'Afganistan. Io mi trovo dalla parte di qua, sulla strada a picco sul fiume, che da Khorog (regione del Gorno-Badakhshan - Pamir) conduce verso Dushanbè. 


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Certo è imparagonabile l’impressionante scenografia dell’ambiente del Pamir al paesaggio dei Carpazi, ma a loro modo questi posti così diversi, sono meravigliosi entrambi. Allora la gente tajika con la quale viaggiavo, indicandomi la sponda afgana e le mulattiere a picco sul Pianzh, ringraziava Lenin per avergli dato, tra le altre cose, la strada che permetteva loro di muoversi tra quelle impervie montagne, mentre di là – dicevano – gli afgani accompagnati da muli stracarichi di merce impiegavano fino ad un mese per giungere a Kabul... qui un pò la stessa cosa... dalla parte di qua, quella che fu sovietica, la strada, sulle cui condizioni si può discutere, ma pur sempre strada; di là, dalla parte rumena qualche casetta sparpagliata in mezzo al verde dei prati e ai boschi senza ombra di una pur minima forma di infrastruttura.

Questa è la strada in cui si incontra il centro geografico d’Europa, la cui esattezza pare tra l’altro sia opinabile; in qualche altro Paese d’Europa si rivendica questa centralità geografica, in particolare in Lituania, ma tant’è... qui c’è tanto di cippo con l’indicazione; qui c’è il mini-bazar che vende souvenir, c’è una simpatica e tradizionale “kolyba” (ristorante in legno tipico dei Carpazi) e il luogo è meta di qualche tursta che passa da queste parti; non certo però la mia che, ormai conoscendo bene la zona, non è più una novità.


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Il centro geografico d'Europa nei Carpazi (in Transcarpazia).


E proprio lungo questa strada, oltrepassata Rahov e a pochi chilometri dal passo Jablunitskij che separa la Transcarpazia dalla regione di Ivano-Frankovsk, nel villaggio di Kvasy, sulla sponda del fiume Tissa, si trova questo ristorantino-microbirrifico dal nome curiosissimo: “Gagarin ta Bokorash” (“Gagarin e bokorash”). Inutile dire che qui invece la sosta è d’obbligo. Non nascondo che mi sono preparato anticipatamente (anche un “orso” pachidermico e lento nei confronti della tecnologia come me non rinuncia oggigiorno ad utilizzare strumenti comodi al viaggiatore come l’utilissimo “tripadvisor” – sul quale poi lascerò una degna recensione), altrimenti di sicuro mi sarebbe sfuggito. Infatti, pur trovandosi ai bordi della strada principale, non è ben indicato e, se non si rallenta e non si presta bene attenzione, può passare inosservato. 


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Il ristorante micro-birrificio "Gagarin ta bokorash".


La leggenda vuole che Gagarin negli anni ’60 fosse solito venire da questa parti a riposarsi al fresco di questi bochi, di questi prati montani, godendosi la pace di questo paesaggio bucolico e fresco. Proprio qui viene a contatto con il bokorash, una figura antica, il predecessore dell’odierno spedizioniere, colui che trasportava i tronchi degli alberi (che venivano abbattuti nei boschi della zona) su zattere lungo il fiume Tissa, dalle montagne fino a valle.
A questo incontro e a questa conoscenza è dunque dedicato il ristorantino! Tanto che già all’ingresso un dipinto murale rammenta al visitatore questa curiosa storia e al secondo piano una simpatica statua fa sentire la compagnia immaginaria dei due personaggi seduti anche loro intorno a un tavolo per il pranzo.


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Gagarin e bokorash sul fiume...


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Gagarin a tavola con bokorash...


Vera o no che sia questa leggenda (a me viene raccontata dalla dolcissima camerierina che mi serve), di vero e sicuro c’è che la “panza” del buongustaio Gringox viene saziata in modo eccellente.

Un bograch così ricco di gusto, piccante al punto giusto, non l’avevo mai trovato in tutta la Zakarpatja! Un banosh così cremoso con una brinza così profumata non ricordo di averlo mai provato neanche nei locali più tipici della Bukovina (regione di Chernovcy, dove questo è il piatto tipico)! 
Ma soprattutto una birra così “viva”, aromatica e originale - pure nel simpatico nome (si chiama "tsipa", cioè "pulcino") - non l’avevo mai trovata da nessuna parte in Ucraina! Con sicurezza posso dire che la birra prodotta in questo micro-birrificio non è inferiore qualitativamente a quelle che oggigiorno sono popolari e di moda in Italia, prodotte da quella miriade di nuovi birrifici artigianali che sorgono come i funghi e che effettivamente però producono birre “serie” di alta qualità per palati fini. E, decisamente, è superiore al resto del panorama birresco ucraino. Questa birra, forse per l’atmosfera in cui la si beve, forse per l’originalità degli aromi, forse perchè accompagna cibi eccezionali e adattissimi a “morire” con essa, davvero non ti lascia indifferente e, una volta degustata, restano il ricordo ed il sapore di aver provato qualcosa di unico. La produzione include 5 tipi, un pò per tutti i gusti... ovviamente li provo tutti... ma il godimento maggiore viene sorseggiando quella “pid smerekoj” e “pid traviv” (alla smereka e alle erbe di montagna).


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Questo è il modo tradizionale per cucinare il bograch, tipica zuppetta di questa regione e anche ungherese.


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Il bograch nel pentolone...


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Il bograch come viene qui servito.


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Il banosh con la brinza.


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La produzione della birra.


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Il menu della birra "tsipa" (pulcino).


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E' arrivato il conto nella zampa di gallina...


Esco più che soddisfatto, pieno, ma senza esagerare. Soddisfatto per questa giornata che, grazie ai due colpi ben sparati della visita al castello di Hust e della “mangiatina” da Gagarin, potrebbe già concludersi qui. Ma davanti a me ho ancora qualche oretta di strada prima di giungere a Ivano-Frankovsk.

In breve raggiungo il passo Jablunitskij, entro nella regione di Ivano-Frankovsk, scendo verso Jaremche ed infine arrivo in serata a valle, in quella che viene chiamata la “Prikarpatja” (ossia la regione “ai piedi dei Carpazi), ai +30° di Ivano-Frankovsk. Quel poco che resta della serata prima di coricarmi non è meritevole di nota.


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Scendendo dal passo Jablunitskij si vede al centro la cima del Goverla, la montagna più alta d'Ucraina (2061 m.).



Gringox


