[b:cdb6fdcb6f]Russia, l'eterno underground[/b:cdb6fdcb6f]
Più di quaranta scrittori provenienti da Mosca, Pietroburgo (e non solo) nella vetrina Lettres russes del recente Salon du Livre a Parigi. Una selezione all'insegna della continuità , ma anche un'occasione per sottolineare il successo di un'editoria che aveva subito un grave trauma dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991
MARIA TERESA CARBONE
Una imponente foresta di finte betulle incombeva sopra il padiglione della Russia, ospite d'onore al Salon du Livre di Parigi, che si è chiuso nei giorni scorsi alla Porte de Versailles. Su alti rotoli verticali di carta chiara i nomi di grandi scrittori classici e contemporanei, da PuàÅ“kin, Tolstoj e Dostoevskij giù giù fino a Sorokin e a Pelevin, sembravano infatti evocare da lontano i segni scuri sulla corteccia bianca dell'albero più caratteristico delle foreste nordiche. «Simbolo di grazia, di purezza, di onirismo, insomma della primavera russa» secondo il suo ideatore, lo scenografo Pavel Kaplevic, questo dècor - per la verità non molto apprezzato da numerosi visitatori che avevano di gran lunga preferito la scenografica struttura rosso lacca del padiglione della Cina, protagonista della manifestazione parigina lo scorso anno - aveva tuttavia il pregio di rappresentare visivamente tre concetti essenziali della cultura russa: la diffusa passione per i libri, un amore quasi viscerale per la natura e infine, o soprattutto, l'importanza della continuità fra passato e presente. A dispetto delle colossali fratture che hanno attraversato la sua storia nell'arco del tempo, e soprattutto nell'ultimo secolo, infatti, la Russia è un paese in cui la tradizione ha un ruolo importante e centrale (così importante e centrale, anzi, che verrebbe da pensare che quelle drammatiche cesure debbano forse essere lette come le uniche reazioni possibili per imprimere un cambiamento, scuotendosi dal peso soffocante del passato). Proprio intorno a questa idea di continuità , comunque, è stata operata la selezione dei quarantuno scrittori invitati a Parigi. Nel testo di presentazione dell'iniziativa i due consulenti di Lettres russes (questo il titolo dell'omaggio del Salon du Livre), Anne Coldefy-Faucard e Michel Parfenov, avevano del resto scritto - citando un'affermazione del critico moscovita Andrej Nemzer - che «la letteratura russa di oggi è libera, ricca e diversificata», e che dunque la delegazione degli scrittori invitati avrebbe voluto «riflettere in pieno questa diversità Â», includendo «rappresentanti di tutte le generazioni»: con una spiccata prevalenza (secondo i detrattori) per gli autori più anziani e consolidati. Non a caso, inizialmente, era stata annunciata anche la partecipazione, in veste di «ospite eccezionale», di Aleksandr Solzenicyn, figura ingombrante ma difficilmente eludibile della letteratura sovietica del ventesimo secolo. In mancanza di Solzenicyn (rimasto in Russia per problemi di età e di salute), ma comunque a dimostrazione di questo deliberato ecumenismo, l'elenco degli scrittori presenti al Salon comprendeva autori a lungo considerati «dissidenti», da Iurij Mamleev a Vasilij Aksà«nov, insieme ad altri, come Mark Kharitonov o Vladimir Makanin, che - pur non essendo mai stati etichettati come autori «integrati» al sistema - avevano cominciato la loro attività ai tempi dell'Unione Sovietica, pubblicando i loro testi sulle riviste «ufficiali».
Il caso di Makanin è sotto certi aspetti paradigmatico proprio per cogliere quel senso di continuità che sottende la letteratura russa contemporanea: dopo essersi fatto conoscere appunto in anni sovietici, lo scrittore ha poi pubblicato nella seconda metà degli anni Novanta un testo non ancora tradotto in Italia, Underground o un eroe del nostro tempo (un titolo che rimanda alle Memorie del sottosuolo di Dostoevskij e a Lermontov), un lungo romanzo molto ben accolto dalla critica e dal pubblico, il cui protagonista, Petrovic, è - come lo definisce il suo autore - «un eroe metafisico», uno scrittore che non aveva potuto pubblicare ai tempi dell'Urss e che anche dopo continua a trascorrere le sue giornate bevendo vodka. «Quella dell'underground - commenta oggi Makanin - è una categoria dello spirito, e continua ad esistere anche nella Russia di oggi, dove all'apparenza quello che conta è solo il denaro. Ma esiste in modo sotterraneo, come in fondo è giusto che sia». Forse per questo lo scrittore, che ormai in Russia è definito come un «classico contemporaneo», preferisce condurre una vita appartata, in un sobborgo di Mosca. Tutto diverso è il caso di Viktor Erofeev, un altro dei protagonisti della vita culturale russa che al Salon non ha perso un'occasione per presentare il suo ultimo libro, Chorosij Stalin (Il buon Stalin), di prossima pubblicazione anche in Italia per Einaudi. Erofeev, che proprio a Parigi aveva trascorso buona parte dell'infanzia al seguito del padre diplomatico (e alla figura paterna è dedicato il suo ultimo romanzo), aveva esordito con il celebre e censuratissimo almanacco «Metropol'», per il quale fu con clamore espulso dall'Unione degli scrittori. Oggi conduce una trasmissione culturale alla televisione russa, fa parte di una commissione governativa a fianco del presidente Putin e rivendica di essere stato il primo, con il romanzo La bella di Mosca del 1982 (in Italia lo ha pubblicato Rizzoli nel 1991) a inaugurare quel «secolo delle donne» che secondo molti rappresenta la tendenza più significativa della narrativa russa contemporanea, una tendenza che a Parigi ha avuto come esponenti di spicco Ljudmila Ulickaja, ormai famosa anche in Italia (il suo ultimo romanzo, Le bugie delle donne, è appena uscito per Frassinelli) e Aleksandra Marinina, che al Salon ha attirato frotte di lettori desiderosi di farsi autografare i suoi gialli di grande successo in tutto il mondo.
La vetrina di Parigi, che ha fatto seguito a quella della Buchmesse di Francoforte nel 2003, è però servita anche per sottolineare il successo dell'editoria in Russia negli ultimi quindici anni, dopo il trauma del 1991, che aveva travolto dalle fondamenta le regole del gioco di un sistema basato su un rigido centralismo e su strutture editoriali e commerciali statalizzate. Caratteristiche principali dell'editoria ai tempi dell'Urss erano infatti una diffusione capillare in tutte le regioni dello sterminato paese grazie a una rete ramificata di vendita al dettaglio, ma soprattutto un complesso sistema di elaborazione preventiva delle tirature (che in teoria si basava sui piani stilati dalle case editrici, ma che nella realtà corrispondeva in misura minima alla domanda della popolazione) e infine - ma era l'elemento più importante - il finanziamento dell'intera filiera produttiva, dalle case editrici fino alle librerie.
Tutto questo è venuto meno da un giorno all'altro, e più volte a Parigi è stato evocato l'annus horribilis, il 1992, quando l'intera macchina editoriale russa era riuscita a produrre in tutto 28.716 titoli, che comprendevano novità e ristampe, veri e propri libri e semplici opuscoli. Già otto anni dopo, nel 2000, la produzione era riuscita a superare i cinquantamila titoli, e l'anno scorso, il 2004, ha segnato un record che è stato esibito al Salon con giustificato orgoglio: i titoli prodotti sono stati infatti più di 87.000 per un totale di settecento milioni di esemplari. Cifre già di per sè gigantesche, ma che acquistano un significato maggiore se si considera che nel 1974, l'annata migliore dell'editoria sovietica, la produzione era stata analoga (per la precisione 86.771 titoli) ma la popolazione di riferimento era di 250 milioni, contro i 145 attuali.
Grazie a questa esplosione, oggi la Russia si pone - secondo una stima della Camera di commercio del libro di Mosca - al quinto posto sul mercato mondiale e al terzo in Europa. Ma le contraddizioni non mancano: gli ultimi dati mostrano che la tiratura media di ogni titolo si sta abbassando, e intanto, proprio come succede nel mondo occidentale, si assiste a un progressivo fenomeno di concentrazione editoriale. Senza contare che la carta costa molto cara perchè nel paese delle grandi foreste mancano le industrie di trasformazione, e quindi le case editrici sono costrette ad acquistarla in Finlandia. Sono i problemi del mercato, che in Russia, e non soltanto nel campo dei libri, sono in tanti a conoscere sulla loro pelle.
da "il manifesto" (2-04-05)
Lettres russes
Titolo: Lettres russes
Ultima modifica di Rodofetto il 03 Aprile 2005, 1:41, modificato 1 volta in totale
Ultima modifica di Rodofetto il 03 Aprile 2005, 1:41, modificato 1 volta in totale
Titolo:
Il peso del passato e la nuova sinceritàÂ
Alla fiera parigina l'autore di Ghiaccio, di prossima uscita per Einaudi. Un virtuoso della parola scritta, appassionato di cinema, musica e arti visive
àˆ stata rapida, quasi sconcertante, la partecipazione di Vladimir Sorokin al recente Salon du Livre. Per unanime riconoscimento (e soprattutto in assenza dell'altro grande nome della generazione dei quaranta-cinquantenni, Viktor Pelevin), Sorokin appariva destinato a rappresentare un ruolo di spicco all'interno della manifestazione parigina, sia per la sua funzione di cerniera fra la letteratura degli anni Ottanta (il suo romanzo breve, La coda, l'unico finora tradotto in italiano per i tipi di Guanda, risale appunto al 1985) e quella di oggi, sia per la sua indiscussa notorietà , legata ai suoi testi, ma anche alle polemiche legate in particolare al romanzo Lardo azzurro, oggetto anni fa di una vera e propria campagna denigratoria. E invece Sorokin, dopo avere preso parte a un paio di dibattiti, si è eclissato, senza neanche rendere omaggio al grande rito del Salon, le dèdicaces, in cui gli autori accettano di esporsi presso gli stand degli editori che li pubblicano (nel suo caso Gallimard e le Editions de l'Olivier) per firmare le copie dei loro libri.
In realtà , per chi conosce questo autore schivo e misurato nel discorso (che talora si incrina a causa di una lieve balbuzie), questo comportamento non risulta sorprendente: Sorokin infatti non ama il contatto diretto con il pubblico, nè concede volentieri interviste. Eppure la timidezza non gli ha impedito in passato di comparire travestito da Batman sulla copertina di una rivista o di fare incursione nella trasmissione trash Za steklom, equivalente russo del «Grande fratello».
Troppo facile catalogare questi gesti come trovate pubblicitarie: i suoi testi (ad oggi una dozzina di titoli tra romanzi e racconti) hanno infatti suscitato in Russia tanto grandi entusiasmi quanto accese polemiche per l'approccio dissacratorio nei confronti del passato storico recente e della grande tradizione letteraria russa.
Capace, da bravo postmoderno, di imitare ogni registro stilistico, dalla pomposa retorica della prosa sovietica al lirismo cechoviano, virtuoso della parola scritta, ma innamorato delle arti visive (si è formato nell'officina di Bulatov e Kabakov), appassionato di cinema (sue le sceneggiature dei film Moskva e Kopejka) e di musica (il compositore russo Desjatnikov sta musicando il libretto d'opera commissionato allo scrittore dal teatro Bolshoj), Sorokin appare infatti guidato da una sola esigenza: liberarsi dal pesante fardello del passato, con il suo linguaggio «prostituito» e i suoi falsi miti, per trovare - come egli stesso ha più volte ribadito - una «nuova sincerità Â». In questo senso il romanzo Ghiaccio, di prossima pubblicazione presso Einaudi, potrebbe costituire una svolta. Dopo la fase distruttiva della decostruzione, Sorokin sembra guardare al futuro, affidando a una setta di eletti il compito di salvare la società contemporanea dalla cultura di massa.
Alla fiera parigina l'autore di Ghiaccio, di prossima uscita per Einaudi. Un virtuoso della parola scritta, appassionato di cinema, musica e arti visive
àˆ stata rapida, quasi sconcertante, la partecipazione di Vladimir Sorokin al recente Salon du Livre. Per unanime riconoscimento (e soprattutto in assenza dell'altro grande nome della generazione dei quaranta-cinquantenni, Viktor Pelevin), Sorokin appariva destinato a rappresentare un ruolo di spicco all'interno della manifestazione parigina, sia per la sua funzione di cerniera fra la letteratura degli anni Ottanta (il suo romanzo breve, La coda, l'unico finora tradotto in italiano per i tipi di Guanda, risale appunto al 1985) e quella di oggi, sia per la sua indiscussa notorietà , legata ai suoi testi, ma anche alle polemiche legate in particolare al romanzo Lardo azzurro, oggetto anni fa di una vera e propria campagna denigratoria. E invece Sorokin, dopo avere preso parte a un paio di dibattiti, si è eclissato, senza neanche rendere omaggio al grande rito del Salon, le dèdicaces, in cui gli autori accettano di esporsi presso gli stand degli editori che li pubblicano (nel suo caso Gallimard e le Editions de l'Olivier) per firmare le copie dei loro libri.
In realtà , per chi conosce questo autore schivo e misurato nel discorso (che talora si incrina a causa di una lieve balbuzie), questo comportamento non risulta sorprendente: Sorokin infatti non ama il contatto diretto con il pubblico, nè concede volentieri interviste. Eppure la timidezza non gli ha impedito in passato di comparire travestito da Batman sulla copertina di una rivista o di fare incursione nella trasmissione trash Za steklom, equivalente russo del «Grande fratello».
Troppo facile catalogare questi gesti come trovate pubblicitarie: i suoi testi (ad oggi una dozzina di titoli tra romanzi e racconti) hanno infatti suscitato in Russia tanto grandi entusiasmi quanto accese polemiche per l'approccio dissacratorio nei confronti del passato storico recente e della grande tradizione letteraria russa.
Capace, da bravo postmoderno, di imitare ogni registro stilistico, dalla pomposa retorica della prosa sovietica al lirismo cechoviano, virtuoso della parola scritta, ma innamorato delle arti visive (si è formato nell'officina di Bulatov e Kabakov), appassionato di cinema (sue le sceneggiature dei film Moskva e Kopejka) e di musica (il compositore russo Desjatnikov sta musicando il libretto d'opera commissionato allo scrittore dal teatro Bolshoj), Sorokin appare infatti guidato da una sola esigenza: liberarsi dal pesante fardello del passato, con il suo linguaggio «prostituito» e i suoi falsi miti, per trovare - come egli stesso ha più volte ribadito - una «nuova sincerità Â». In questo senso il romanzo Ghiaccio, di prossima pubblicazione presso Einaudi, potrebbe costituire una svolta. Dopo la fase distruttiva della decostruzione, Sorokin sembra guardare al futuro, affidando a una setta di eletti il compito di salvare la società contemporanea dalla cultura di massa.
Pagina 1 di 1
Non puoi inserire nuovi ArgomentiNon puoi rispondere ai Messaggi
Non puoi modificare i tuoi Messaggi
Non puoi cancellare i tuoi Messaggi
Non puoi votare nei Sondaggi
Non puoi allegare files
Non puoi scaricare gli allegati
Puoi inserire eventi calendario
Questa visualizzazione "Lo-Fi" è semplificata. Per avere la versione completa di formattazioni ed immagini clicca su questo link.
Powered by Icy Phoenix based on phpBB
Tempo Generazione: 0.0633s (PHP: 35% SQL: 65%)
SQL queries: 8 - Debug Off - GZIP Abilitato