La vecchia Russia morì nel sangue
La rivolta guidata da Georgij Gapon si concluse nel massacro. I morti e i feriti diedero il «via» a un anno di violenze, tra cui il famoso ammutinamento della corazzata Potemkin
Il 22 gennaio 1905 a San Pietroburgo l'esercito sparò sulla folla che chiedeva giustizia
"Nella vita della Russia la rivoluzione del 1905 fu la prova generale per quella del 1917. E così fu anche per me. Gli avvenimenti del '17 mi trovarono sicuro e deciso perchè li consideravo come la continuazione di quell'opera rivoluzionaria che era stata interrotta per l'arresto del Soviet di Pietrogrado il 3 dicembre 1905". Così scrisse Lev Trotzkij nella vasta autobiografia data alle stampe qualche anno dopo essere stato condannato all'esilio da Stalin (e pubblicata in Italia nel 1930, in pieno fascismo). La riflessione del leader comunista perseguitato dai suoi ex-compagni di partito era assai fondata, perchè fu a partire dal 22 gennaio del 1905, data di inizio dell'annus horribilis della dinastia Romanov, che il trentasettenne zar Nicola II divenne per il suo popolo "Nicola il sanguinario", e fu quella "domenica di sangue" ad aprire la via alla Rivoluzione bolscevica di dodici anni dopo.
Per capire che cosa accadde in quel gennaio di un secolo fa a San Pietroburgo, bisogna partire dalla drammatica crisi - crack dei prestiti esteri a seguito di una grave recessione in Europa e Stati Uniti, diminuzione delle ordinazioni dello Stato, tracollo della giovane industria russa, pessimi raccolti nelle campagne - che da un quinquennio affliggeva l'immenso Impero. Nel 1903 gli operai avevano cominciato a manifestare con violenza, scavalcando i sindacati "gialli" filozaristi (i "sindacati Zubatov", dal nome di un rivoluzionario pentito passato al servizio della polizia politica segreta dello Zar) ; e lo Stato aveva risposto affidando all'esercito la repressione delle sommosse e scatenando pogrom antiebraici per dirottare lo scontento. "Sono seduto su una pentola e salterò con lei", aveva confidato all'ambasciatore francese il ministro dell'Interno Vjaceslav Konstantinovic von Pleve, che infatti l'anno dopo era stato assassinato da un rivoluzionario : l'autocrazia dello Zar era finita in un vicolo cieco.
A complicare le cose era intervenuta la solenne sconfitta subita dalla Russia nella guerra col Giappone, guerra causata da un'avventurosa politica di espansione. La misura era colma e nell'autunno del 1904 si erano fatti sentire anche i liberali, chiedendo fra l'altro una Camera dei Deputati e mettendo così per la prima volta in discussione l'impalcatura assolutista della Russia. Il 3 gennaio del 1905, infine, 12.000 operai delle industrie Putilov di San Pietroburgo erano entrati in sciopero per protestare contro alcuni licenziamenti, e in pochi giorni la protesta si era estesa a tutta la regione.
E' a questo punto che entra in scena Georgij Gapon, un pope assai popolare e dotato di notevole carisma, che è riuscito a scalare i vertici dell'"Unione operai di fabbrica di San Pietroburgo", un sindacato Zubatov ancora molto potente. Gapon lanciò l'idea di una petizione allo Zar, ma rimane a tutt'oggi difficile stabilire quale fosse il suo scopo : convogliare la sommossa entro i binari della legalità , o all'opposto fare una gigantesca provocazione ? Oppure egli fu vittima di un piano orchestrato dalla polizia segreta ? La petizione, una supplica allo Zar "piccolo padre", non conteneva nulla di sovversivo : "Noi siamo i miseri, gli schiavi oltraggiati, oppressi dal dispotismo e dall'arbitrio - diceva. - Quando il calice della pazienza fu colmo, cessammo di lavorare e chiedemmo soltanto il minimo necessario, senza il quale la vita è un supplizio. Ma tutto questo ci fu rifiutato? Sovrano ! Non rifiutarti di aiutare il tuo popolo. Ordina e giura che i nostri voti saranno realizzati e Tu renderai felice la Russia".
Come si evince da questi accenti, si trattava di una classe operaia che non aveva ancora reciso i legami con la religiosità contadina e non era stata del tutto conquistata dalle teorie socialiste (d'altronde il Partito Socialdemocratico si era indebolito in seguito alla scissione tra i menscevichi di Martov e i bolscevichi di Lenin). La mattina di domenica 22 gennaio, secondo il nostro calendario (corrispondente al 9 gennaio del calendario giuliano seguito in Russia), la petizione fu accompagnata verso il Palazzo d'inverno da 150.000 persone : la folla procedeva innalzando icone e cantando "Dio salvi lo Zar", ma a ridosso del Palazzo i manifestanti furono accolti da uno sbarramento di cosacchi. Gapon, seguito dallo scrittore Maksim Gorkij, non si fermò e la truppa iniziò a sparare. Fu una carneficina : centinaia, forse migliaia, i morti, molti di più i feriti. "L'indignazione degli operai è indescrivibile", scrisse Lenin, e il quotidiano Pravo aggiunse : "Gli operai avevano portato con sè nella fossa comune la loro fede nella fonte vivente del diritto e della giustizia", ossia lo Zar. Poco mancò che il 1905, dopo quella "domenica di sangue", fosse l'ultimo della dinastia Romanov.
Il movimento rivoluzionario, infatti, si estese e continuò fino all'autunno, dividendosi in due rami : quello liberale, composto da borghesia, intellighenzia, una parte delle èlites, che s'ispirava ai modelli politici occidentali, e quello popolare, comprendente diverse formazioni politiche e che tentò soluzioni inedite, come il primo Soviet - lo Ivanovo-Voznesensk, un centro tessile, - seguito da quello di San Pietroburgo in cui emerse la figura di Trotzkij. A Nicola II non rimase che fare qualche concessione : in febbraio promise un'assemblea consultiva e in agosto istituì la Duma (Camera) di Stato, dai poteri vaghi. Ma non bastò : scioperi, disordini, bombe, l'ammutinamento dell'equipaggio della nave da guerra "Potemkin" al quale si unì quello di tutti i marinai di Odessa, espropri contadini delle terre spinsero lo Zar a firmare, in ottobre, lo storico "Manifesto delle libertà " che concedeva i diritti civili fondamentali, ampia partecipazione popolare alle elezioni ed effettivi poteri alla Camera.
Sembrava che la rivoluzione avesse vinto, ma non era così. I liberali si spaccarono : una parte accettò il "Manifesto", un'altra lo accolse con molte riserve, mentre la sinistra socialdemocratica lo rifiutò, negando ogni riconoscimento all'autocrazia zarista. Con l'opposizione così frammentata fu facile a Nicola e al suo Primo ministro Sergej Witte fare marcia indietro. Mentre le truppe si ammutinavano a Kronstadt e Sebastopoli e i contadini scatenavano violente sommosse, Witte ricorse alla solita arma dei pogrom antisemiti (organizzati stavolta dalle "centurie nere", brigate paramilitari di destra), all'applicazione della legge marziale e allo scioglimento manu militari dei due principali Soviet, quelli di Mosca e Pietrogrado. Così si esaurì la spinta propulsiva di un movimento rivoluzionario che era sembrato non doversi fermare più, e Nicola svuotò rapidamente di contenuti il "Manifesto delle libertà ".
Ma il mondo operaio e contadino russo uscì completamente trasformato dal terremoto del 1905, che seppellì per sempre il lealismo monarchico e la millenaria passività delle campagne.
(fonte L'Arena articolo di Giulio Argenti)
La vecchia Russia morì nel sangue 21/01/2005
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