Riforma immigrazione: Regioni divise sulla Amato-Ferrero
Oggi il ddl è in Conferenza Unificata. Le Regioni ammiistrate dal centro-destra hanno annunciato parere contrario
La Amato-Ferrero arriva al vaglio di Regioni, Province e Comuni, chiamate oggi ad esprimersi in Conferenza Unificata. Ne uscirà un parere non vincolante, ma che certo peserà sull'iter della riforma che chiama in causa più volte gli enti locali.
Le incognite non mancano, con le Regioni che si presentano all'appuntamento divise. Pesano le distanze politiche, con una prevedibile spaccatura tra giunte di diverso colore.
Fino a quando il testo è stato esaminato solo dagli addetti ai lavori, non ha sollevato particolari problemi. Il 22 maggio un tavolo tecnico con rappresentanti delle varie amministrazioni ha approvato un documento con poche osservazioni, che potrebbero essere facilmente accolte nel testo della nuova legge. Si chiede di riconoscere a Regioni ed Enti locali il ruolo di programmazione per gli interventi di integrazione sociale, creare un Fondo unico per l'integrazione dei cittadini stranieri (anzichè aggiungerne ancora un altro per i minori) e ripensare i consigli territoriali per l'immigrazione in modo che non si sovrappongano agli enti locali.
Il documento:
OSSERVAZIONI SUL DISEGNO DI LEGGE DELEGA AL GOVERNO PER LA MODIFICA DELLA DISCIPLINA DELL’IMMIGRAZIONE E DELLE NORME SULLA CONDIZIONE DELLO STRANIERO
Coordinamento tecnico congiunto Flussi migratori-Politiche sociali
22 maggio 2007
PREMESSA
La Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, in data 7 marzo 2007, ha approvato un Documento sulle politiche migratorie, trasmesso ai Ministeri competenti, al fine di contribuire alla ridefinizione della normativa nazionale in materia di immigrazione (allegato).
E’ necessario richiamare la premessa del suindicato documento laddove si afferma che:
“ Al fine di realizzare concretamente una “governance” efficace ed integrata del fenomeno migratorio, appare quanto mai opportuno - da un lato - auspicare la realizzazione di un forte coordinamento tra i vari Ministeri che si occupano di immigrazione (Interni, Politiche Sociali, Pari opportunità, Giustizia, Istruzione, Famiglia, ecc…) e - dall’altro - avviare una politica concertativa fra i diversi livelli di governo e tutti gli attori realmente impegnati nella gestione del fenomeno migratorio, quale componente strutturale ed importante risorsa per l’economia del nostro Paese.”
E’ necessario abbandonare una fase di approccio all’immigrazione come questione emergenziale, riguardante per lo più le grandi aree urbane, per passare ad una fase di governo del fenomeno in chiave di programmazione integrata tra Stato, Regioni e Province autonome, Enti Locali e diffusa su tutto il territorio nazionale.
Con riferimento al disegno di legge in esame, le Regioni concordano sulle seguenti questioni, rimandando al citato Documento una trattazione più complessiva del tema.
• RICONOSCERE IL RUOLO DI PROGRAMMAZIONE DELLE REGIONI E PROVINCE AUTONOME
Seppur gli aspetti dell’immigrazione più strettamente legati ad esigenze di certezza di status sull’intero territorio nazionale come l’ingresso e il soggiorno, gli accordi internazionali di cooperazione riguardanti la condizione giuridica dello straniero, il rilascio dei visti di ingresso e la regolazione dei flussi migratori, i provvedimenti di allontanamento dello straniero, l’accoglienza dei richiedenti asilo ecc., restino di competenza esclusiva statale, si ribadisce la competenza regionale concorrente o esclusiva in materie di forte impatto sulla vita dei migranti, tra le quali i servizi sociali, l’edilizia residenziale pubblica, la formazione professionale, l’accesso al lavoro, l’accesso alle professioni ecc.
E’ indispensabile, pertanto, al fine di costituire un sistema stabile di governance, che si tenga conto delle attribuzioni in materia di integrazione sociale spettanti alle Regioni e agli Enti Locali.
• UN FONDO UNICO PER L’INTEGRAZIONE SOCIALE DEI CITTADINI STRANIERI
Attualmente assistiamo alla compresenza di diverse fonti di finanziamento che attengono ad interventi in materia accoglienza ed di integrazione sociale.
A) L’art. 45 del D. Lgs. 286/98 ha istituito il Fondo Nazionale per le politiche migratorie per il finanziamento delle iniziative di cui agli art. 20 ( Misure straordinarie di accoglienza), art. 38 ( Istruzione degli stranieri, educazione interculturale), art. 40 ( Centri di accoglienza, accesso all’abitazione) e art. 42 ( Misure di integrazione sociale) e art. 46 ( Commissione per le politiche di integrazione).
B) La Legge n. 228/2003 ha istituito all’art. 13 un Fondo per le misure anti-tratta destinato al finanziamento dei programmi di assistenza e di integrazione in favore delle vittime, nonché delle altre finalità di protezione sociale previste dall’art.18 del D.Lgs 286/98.
Fino ad oggi ha finanziato due bandi annuali relativi:
- uno ai programmi di assistenza e protezione sociale previsti dall’art.18
- uno ai programmi di assistenza a favore delle persone vittime di riduzione in schiavitù (art. 13 L. 228/03).
C) La Legge 189/2002 ha istituito un Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell'asilo ( art. 1 –septies della L. 39/90) che prevede un Bando annuale rivolto ai Comuni per sostenere progetti di accoglienza e tutela per richiedenti asilo, rifugiati, titolari di protezione umanitaria.( Nel 2006 ripartiti ai Comuni circa 16 milioni di euro)
D) La legge finanziaria 2007 ( 296/2006) ha istituito:
- un Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati pari a 50 milioni di euro con l'obiettivo di affrontare situazioni di degrado sociale ed abitativo. Per la ripartizione non è prevista l’intesa in Conferenza Unificata.
- un Fondo politiche della famiglia pari a 220 milioni di euro che ha tra gli obiettivi anche quello di promuovere un accordo tra Stato e Regioni per la qualificazione del lavoro delle assistenti familiari (ipotesi di finalizzazione di 30 milioni di euro su questo asse di lavoro)
Questa frammentazione di fondi è già di per sé negativa perché rende difficile una integrazione delle politiche, non permette alle Regioni di esercitare appieno la competenza in materia di integrazione sociale, ed introduce elementi di rigidità nella spesa degli enti locali.
L’introduzione di un ulteriore Fondo rivolto ai minori stranieri non accompagnati previsto dal ddl Amato-Ferrero (Fondo nazionale di accoglienza e tutela a favore dei minori stranieri non accompagnati) frazionerebbe ulteriormente il quadro.
Nella prassi di questi anni, è prevalsa, inoltre, la logica di utilizzare le risorse di ogni singolo Fondo mediante lo strumento di uno o più bandi nazionali.
E’ sbagliato pensare che attraverso bandi nazionali si possano costruire “sistemi nazionali” di intervento.
Per arrivare ad un Sistema nazionale di interventi, occorre, invece, definire standard minimi comuni attraverso linee guida nazionali che accompagnino la ripartizione delle risorse alle Regioni al fine di consolidare le politiche di integrazione dei cittadini stranieri .
Un riparto diretto alle Regioni, oltre che valorizzare le competenze e responsabilità specifiche di coordinamento regionale in materia di integrazione, consentirebbe anche il raccordo con gli ambiti della programmazione zonale previsti dalla L.328/2000.
A nostro avviso è necessario pervenire ad un unico Fondo per l’integrazione sociale dei cittadini stranieri da ripartire:
- previa intesa presso la Conferenza Unificata;
- alle Regioni contestualmente al riparto annuale del Fondo Nazionale Politiche Sociali;
- secondo i criteri indicati dal Regolamento attuativo;
- per il finanziamento delle iniziative di cui agli articoli 18, 20, 38, 40, 42 e 46 del D. Lgs. 286/98, dei programmi previsti dall’art. 13 della L. 228/2003 e per le iniziative degli enti locali in materia di integrazione dei rifugiati previsto dall’art. 1 –sexies della L. 39/90.
• RIPENSARE I CONSIGLI TERRITORIALI PER L’IMMIGRAZIONE
La normativa ( comma 6 art. 3 del D.Lgs 286/98) stabilisce che con Decreto del PdCM, da adottare di concerto con il Ministero dell’Interno, si provvede alla istituzione dei Consigli territoriali per l’immigrazione “con compiti di analisi delle esigenze e di promozione degli interventi da attuare a livello locale”.
In merito all’assegnazione di ulteriori compiti ai Consigli territoriali che andrebbero ad accrescerne le competenze, si rileva che:
- dal 1998 ad oggi, da un lato il lavoro delle Regioni e degli Enti Locali in materia di immigrazione si è intensificato notevolmente, dall’altro lato i Consigli territoriali hanno invece lavorato, nella maggior parte dei casi, con modalità non continuative e convocazioni saltuarie, molto spesso sollecitati da emergenze ( decreti flussi, intasamento pratiche…) o iniziative particolari segnalate dal Ministero degli Interni;
- la prassi di questi anni ci porta a sostenere che questi organismi hanno la capacità di esercitare un efficace ruolo solo se strettamente connessi alle realtà istituzionali nazionali e locali, ed in particolare se rispettosi delle competenze in capo agli Enti Locali in materia di integrazione sociale dei cittadini stranieri.
Esiste dunque un potenziale rischio di dualismo e sovrapposizione di competenze ed interventi sul territorio in materia di integrazione sociale.
Ciò è il risultato di una definizione ambigua dei compiti assegnati ai Consigli Territoriali dal citato art.3 del D.Lgs 286/98. E’ necessaria, pertanto, una modifica che chiarisca meglio il ruolo di supporto di tale organismo agli Enti titolari di competenze in materia di immigrazione.
Roma, 22 maggio 2007
I problemi sono nati invece mercoledì scorso quando a Roma, in vista della conferenza del 14, si sono incontrati i vari assessori regionali all'immigrazione o alle politiche sociali. Mentre dalle Regioni guidate dal centrosinistra (la maggioranza) è arrivato il via libera al provvedimento, quelle con giunte di centrodestra, come Veneto, Lombardia e Sicilia, si sono dette contrarie.
Molte le critiche alla riforma che si leggono, ad esempio, nel parere negativo messo nero su bianco, dopo quell'incontro preliminare, dalla Regione Veneto. Si va dalla genericità di obiettivi e principi guida della delega, alla sottovalutazione degli effetti sul territorio, si attacca il superamento dei CPT, così come la concessione del diritto di voto alle amministrative.
Il parere negativo:
Parere della Regione Veneto sul Disegno di legge recante “Delega al Governo per la modifica della disciplina dell’immigrazione e delle norme sulla condizione dello straniero”, approvato dal Consiglio dei Ministri il 24 aprile 2007
Genericità di obiettivi e di principi-guida
Gli obiettivi strategici e i principi di fondo della proposta governativa mancano di sistematicità e, considerata la rilevanza della delega proposta, non risultano sufficientemente definiti e chiari in relazione alle esigenze ed aspettative di una Regione come il Veneto, seconda in Italia per consistenza della presenza immigrata.
La relazione accompagnatoria si limita in esordio a proporre un governo “razionale” dell’immigrazione, la promozione dell’immigrazione regolare e dell’integrazione e il superamento della normativa vigente che non avrebbe, per il governo, prodotto risultati positivi.
Tali finalità e giudizi , in quanto non corredati da un approfondito esame dello status quo e da una rigorosa analisi preventiva di sostenibilità a medio e lungo termine delle linee-guida introdotte sotto il profilo dell’interesse pubblico nei suoi aspetti economici, sociali, occupazionali, della convivenza civile e della sicurezza, sembrerebbero connotati da ragioni di prevalente natura ideologica, non accettabili in una materia che, per definizione, comporta profonde e concrete ripercussioni sulla qualità della vita delle comunità.
I contenuti del testo toccano temi fondamentali mediante mere enunciazioni di principio, a maglie eccessivamente ampie e troppo generiche anche ai sensi delle previsioni di delega dell’art. 76 della Costituzione che prevede espressamente una puntuale determinazione di principi e di criteri direttivi.
Tale genericità, suggerendo un vasto spettro di ipotesi interpretative e di scelte possibili in sede di formulazione del testo normativo, oltre ad apparire scarsamente compatibile con la procedura legislativa scelta dal governo, rende la presentazione di eventuali proposte di puntuali emendamenti un esercizio inutile e improduttivo.
Sottovalutazione degli effetti delle norme proposte sui contesti locali
In generale il Disegno di Legge- Delega, così come genericamente proposto, ignora o sottovaluta il tema delle ricadute sui sistemi locali delle opzioni indicate in materia di flussi migratori.
L’allargamento della forbice tra lavoro e immigrazione, previsto dal testo, non viene posto in relazione con le esigenze del welfare e della sicurezza di tutti i cittadini, ponendo le basi per nuove emergenze sociali causate dal ritorno ad un’immigrazione non governata ma subìta nei contesti locali , a danno dell’integrazione.
In tal modo viene anche ignorato l’impegnativo operato di Amministrazioni, come il Veneto, che in questi anni, in positiva collaborazione con le parti sociali, le associazioni di volontariato, le associazioni degli immigrati, hanno governato la convivenza sociale all’interno delle comunità amministrate, per prevenire situazioni di disagio e rischi di conflitti sociali, sostenere attivamente i processi di integrazione e adeguare il sistema dei servizi alle nuove domande sociali della popolazione immigrata.
Diritto di voto
La Convenzione di Strasburgo del 1992 sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale, nel prevedere per gli Stati contraenti la facoltà di una ratifica solo parziale delle disposizioni, (l’Italia infatti con la legge 203 del 1994 ha eluso dall’approvazione il Capitolo C concernente il diritto di voto) riserva agli Stati nazionali la decisione sull’applicazione del diritto di voto agli stranieri.
E’ evidente, infatti, che la decisione di concedere il diritto di voto attivo e passivo alle elezioni amministrative va assunta da ogni Stato in rapporto agli standard di integrazione raggiunti sull’intero territorio nazionale e, soprattutto, contestualizzata in un consolidato di regole di provata efficacia e garanzia per la reale normalizzazione di flussi immigratori legali.
Al contrario nel Disegno di legge governativo la attribuzione di questo importante diritto viene inserita nell’ambito di un quadro di proposte che, cancellando il sistema di regolamentazione fin qui adottato, avranno necessariamente carattere sperimentale in quanto non verificate nel tempo.
Inoltre la concessione del voto risulta del tutto incongruente in un contesto di nuove disposizioni normative avulse da una visione complessiva di comunità nazionale e di sistema-Paese e a rischio di esposizione delle collettività e delle amministrazioni locali a rinnovate emergenze, disagi ed oneri.
Flussi migratori, sponsorizzazioni, lavoro
L’ampliamento generalizzato dei canali di ingresso, attraverso le sponsorizzazioni per ricerca lavoro garantite anche da privati cittadini, italiani o stranieri, e perfino attraverso le auto-sponsorizzazioni garantite dal medesimo cittadino non comunitario intenzionato ad emigrare in Italia non ha specifica attinenza con i meccanismi della domanda e dell’offerta di lavoro, prestandosi ad incrementare sui territori locali (insieme alla previsione del raddoppio dei sei mesi attualmente previsti per l’iscrizione ai Centri per l’impiego del lavoratore immigrato che abbia perso il posto di lavoro) il bacino della cosiddetta disoccupazione etnica e i conseguenti oneri di welfare. Inoltre tali disposizioni vanificheranno lo sforzo sostenuto dalle Amministrazioni e dai sistemi locali per promuovere canali di ingresso selezionati di lavoratori già formati nei Paesi di origine e agevolare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro extranazionale. Sembra evidente che questi canali di ingresso selezionati e garantititi sotto il profilo formativo saranno automaticamente disincentivati rispetto ai meno impegnativi corridoi di ingresso offerti dalle sponsorizzazioni.
L’introduzione delle sponsorizzazioni si evidenzia anche rischiosa sotto il profilo della legalità. Le sponsorizzazioni, richiedendo garanzie meramente economiche, potrebbero infatti essere utilizzate quali possibili canali legali di traffici illeciti di persone ed esportazione facilitata sul territorio nazionale di fenomeni malavitosi. La proposta appare poco praticabile anche per il suo impatto con la regolamentazione dell’Unione Europea.
In generale la revisione dei meccanismi che regolano i flussi migratori per motivi di lavoro, nodo che dovrebbe essere centrale per ogni disciplina sull’immigrazione e particolarmente rilevante per le politiche della Regione Veneto, in cui i permessi di soggiorno per lavoro raggiungono quasi il 70% dello stock immigratorio, non appare coerente con logiche strutturate di fabbisogno lavorativo programmato che tengano conto della necessità di contemperare i concreti fabbisogni occupazionali delle imprese, le esigenze di sicurezza, le dinamiche evolutive del mercato del lavoro, le esigenze del welfare.
Le modifiche legislative proposte, incerte e fumose, non tengono in alcun conto le esperienze realizzate nei contesti regionali in attuazione della vigente normativa e la esigenza di rendere conveniente il ricorso ai canali legali e formali di reclutamento di lavoratori esteri attraverso servizi organizzati e trasparenti di incrocio tra le specifiche domande di lavoro delle singole imprese e le corrispondenti offerte di lavoro internazionale (tramite ad esempio la valorizzazione dei servizi locali già esistenti sui territori regionali e il loro collegamento con soggetti accreditati alla gestione delle procedure di selezione presso i Paesi di provenienza).
Al contrario si enunciano non meglio specificate azioni di sviluppo dell’incontro domanda-offerta di lavoro limitate, peraltro, all’ambito del lavoro domestico e dell’assistenza alla persona e viene prevista la diffusione generalizzata di liste di collocamento all’estero, sistema inadeguato ad offrire garanzie qualitative alle imprese in ordine alle mansioni e qualifiche richieste nonché economicamente oneroso sotto il profilo della gestione.
Competenze territoriali e risorse
Il testo non offre elementi sul disegno complessivo delle competenze territoriali, sul rapporto tra lo Stato, le Regioni e gli Enti Locali pur fondamentali nella programmazione e coordinamento territoriale dei necessari interventi di integrazione come evidenziato dal Documento sulle politiche migratorie approvato dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome il 7 marzo 2007.
Vengono invece proposte in ordine sparso ed eccessivamente semplicistico alcune nuove attribuzioni quali ad esempio la possibilità per le Regioni e gli Enti Locali di attuare sponsorizzazioni o il passaggio, non sostenuto da trasferimenti adeguati di risorse, agli Enti locali di rilevanti e complesse competenze in ordine al rinnovo dei permessi di soggiorno.
Giova evidenziare che le esperienze effettuate dalla Regione Veneto in questi anni per contribuire, in collaborazione con alcuni Comuni - Capoluogo, le Prefetture e le Questure, alla velocizzazione delle procedure di rinnovo dei permessi hanno comportato oneri aggiuntivi, non più sostenibili dai bilanci regionali.
Infine l’ampliamento del ruolo dei Consigli territoriali per l’immigrazione presieduti dai Prefetti con l’affidamento di nuovi compiti, stante la attuale definizione, composizione e funzionamento di questi organismi, non modificati dal Disegno di legge, appare irrealistico.
Centri di permanenza temporanea
Infine il superamento dell’attuale sistema dei centri di permanenza temporanea è delineato in modo generico e incerto con misure che non sembrano intese a contemperare in modo equilibrato il rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone ospitate e le altrettanto legittime esigenze di sicurezza della collettività nazionale.
Per quanto sopra evidenziato, la Regione Veneto esprime parere negativo sul Disegno di legge in oggetto.
II Veneto critica anche allargamento dei canali di ingresso per lavoro tramite le (auto)sponsorizzazioni, che esulerebbero dai meccanismi della domanda e dell'offerta, paventando lo sfruttamento illegale di questo strumento, un allargamento della "disoccupazione etnica" e i conseguenti oneri di welfare. Queste modifiche, definite "incerte e fumose", non terrebbero inoltre conto dei progetti di formazione e reclutamento di manodopera già avviati a livello locale.
A questo punto gli scenari possibili sono più di uno. Dalla conferenza potrebbe uscire un parere positivo "a maggioranza", al quale però si accompagnerebbero anche i pareri negativi dei dissidenti, oppure la frattura potrebbe rientrare in un unico parere con osservazioni che darebbe conto dei rilievi fatti dall'opposizione. C'è anche la possibilità che, per cercare un'intesa, il parere venga rimandato a un'altra seduta. Un inizio tutt'altro che sereno per il lungo viaggio che attende la Amato-Ferrero.
(14 giugno 2007)
(Fonte stranieriinitalia articolo di Elvio Pasca)












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