Un’interessante descrizione dei Tatari è nelle Lettres édifiantes et curieuses écrites des missions étrangères par quelques missionnaires de la Compagnie de Jésus, una collezione di 34 volumi di lettere inviate in Europa dai missionari gesuiti in Cina, Asia, India e America. Queste furono pubblicate tra il 1702 e il 1776 con gran successo (*) poiché fornivano molti dettagli sulle culture extra-europee: Voltaire, Montesquieu, Leibniz e tanti altri ne elogiarono il ruolo nell’evoluzione delle idee e della cultura.
Le lettere non parlano solo dell’opera apostolica, ma si addentrano, con molti particolari, nella storia e negli usi e costumi dei popoli incontrati, perché esse dovevano poter essere redatte in più copie e distribuite ai benefattori, che mantenevano i missionari, e ai commercianti europei interessati a intrecciare affari in quei Paesi lontani.
Qui riportiamo, a titolo di esempio, la lettera che un gesuita scrisse al Segretario di Stato francese per erudirlo sui Tatari musulmani che occupavano i territori della Crimea o vicini a essa.
LE NOTE VENGONO RIPORTATE IN UN POST SUCCESSIVO AL TESTO
Monsignore (1),
Mi si ordina dalla parte di vostra Maestà di inviargli un dettaglio dell’inizio e dello sviluppo della missione che stiamo aprendo in Crimea, sotto la potente protezione del re, che avete voluto fornirci. È un tributo che paghiamo con gioia, e che riconosciamo di dovere sia alla gloria del vostro ministero che alla generosità e alla grandezza del vostro zelo.
Voi che riceveste da sua maestà la cura dell’amministrazione degli stranieri affari, la vostra religione credette di dovere collocare fra questi, l’affare della salute di una infinità di poveri stranieri di tutte quasi le cristiane nazioni dell’Europa, che qui gemono nella schiavitù. Dandovi con questa lettera esatta contezza di tutto il bene che voi ci poneste in grado di fare, permettete, monsignore, che io prenda il filo delle cose dal primo nascimento della missione; e perdonatemi, di grazia, se forse di troppo partitamente io le narrerò; ma questa è una prima lettera, nella quale parmi di aver mille cose a dire degli abitatori, e de’ costumi di questo nuovo paese; nelle successive però io procurerò di essere men lungo.
Nel mese di luglio dell’anno 1706, un Francese, nomato ser Ferrando (2), primo medico del kan de’ piccoli Tartari (3), venne a Costantinopoli per alcuni affari, e mille affliggitive cose ei raccontò sullo stato pietoso in cui trovavansi nella Crimea una infinità di Cristiani d’ogni età e d’ogni sesso, fatti schiavi nelle varie scorrerie de’ Tartari e stremi assolutamente d’ogni spirituale soccorso. Ei ci disse di più, che due anni prima un gesuita polacco, al quale egli aveva ottenuto la permissione di entrare nella Crimea, molto bene ei di già faceva agli schiavi della sua nazione, ma vi campò soltanto dieci mesi, essendo morto con più di ventimila infelici, per una terribile peste che desolò queste contrade verso la fine del 1704. Queste notizie non ci erano del tutto ignote, ed anzi sapevamo di più che gli altri Cristiani di questo paese erano al par degli schiavi degni di compianto, e da lungo tempo ci doleva di non essere se non quattro gesuiti per la vasta e faticosa missione di Costantinopoli. Spesse fiate ne avevamo anco ragionato col nostro ambasciatore, il signor marchese di Feriol, il cui zelo per la religione, e la cui grande carità movevanlo a compassione per l’abbandonamento della Crimea (4). Commossi più che mai dall’ultime notizie, proponemmo al signor di Feriol di mandare alcuno di noi al soccorso di questi abbandonati Cristiani; al che di buona voglia acconsentì. Per mia buona sorte su me cadde la scelta, nè mai io dimenticherò i tratti della generosità del signor marchese, degni veramente di un ambasciatore del re. Non solo egli onorò colla di lui protezione la novella missione che da me si principiava, ma volle eziandio addossarsi la cura di mantenerla a sue proprie spese, e di renderla gradita a sua maestà. Voi sapete, monsignore, quali furono le lettere piene di ardore, e di cristianesimo ch’egli vi scrisse allora; scrisse del pari al kan de’ Tartari, suo antico amico, e ricchi doni gli mandò; ed abbondantemente provvistomi di tutto ciò ch’ei credette necessario al mio viaggio, mi pose in istato di tosto partire.
Il dì 19 agosto dello stesso anno m’imbarcai in compagnia di ser Ferrando, ed era allora la bella stagione in cui la navigazione del mar Nero tanto è dolce e sicura, quanto dura e pericolosa negli altri tempi. Il gran pericolo che avvi a navigare su quel mare, deriva dalla quantità de’ suoi bassi fondi, e dalla poca sua estensione; il che rende i suoi flutti sì alti, e nello stesso tempo sì brevi, che le migliori navi a’ raddoppiati colpi a stento resistono, ed anno non iscorre, senza la perdita di molte. Or sono otto o dieci anni, che nove galee del gran signore tutte in una volta perirono.
Mercè del bel tempo velocemente facemmo le dugento leghe che contansi da Costantinopoli alla Crimea. Il tragitto saria men lungo, se diritto si facesse canale, ma si perde molto tempo per cercare le bocche del Danubio. Appena scesi a terra, ad altro non si pensò che a giugnere prestamente a Bagchsaray, capitale del paese (5), ed ordinaria dimora del kan. Le lettere, ed i bei doni del signor di Feriol ci fecero avere pronta udienza, e molte carezze. Il kan, chiamato sultano Gazi Guiray (6), mi parve un principe di forse quarant’anni, di bella persona, con aria nobile, penetrante sguardo, e regolari tratti; ben diverso dagli altri Tartari, che tutti quasi hanno deforme il viso. Egli, e tutti quelli che il circondavano feano più mostra di guerriero contegno, che di magnifico. Ciò che assai mi allegrò fu la bontà colla quale ei mi ricevette. Molte dimande mi fece sul re e sulle guerre della Francia, che mi parve assai gli stesse a cuore: mi parlò eziandio dell’ambasciatore con mille dimostrazioni di stima, e di amicizia; e colsi quel momento per chiedergli la facoltà di assistere gli schiavi, e gli altri cristiani de’ suoi stati, che subitamente mi concedette, e in maniera tanto estesa, e favorevole, quant’io desiderar poteva.
Il kan della piccola Tartaria è signore di un assai vasto paese, ed ha la qualità di padicha o d’imperatore (7); egli è considerato quale erede presuntivo dell’impero turco, in mancanza di figli maschi degli Osmani (8). Con tutti questi titoli ei però non lascia di essere vassallo del gran signore, che lo innalza e il depone a voler suo; non mai però dannando a morte il deposto, e sempre sostituendogli uno de’ principi del suo sangue. Questi principi del sangue di Tartaria, chiamati sultani, non vivono lungi dagli affari, e rinchiusi al par di quelli di Turchia, ma occupano grandi cariche, ed ha ciascuno i suoi assegnamenti. Il diritto della nascita acquista loro numerosi seguaci guerrieri, che si dedicano a’ loro interessi; il che è causa nello stato di movimenti, che ancor sarebbero più frequenti se i sultani fossero ricchi; ma per lo più nol sono. Lo stesso kan lo è ben poco per un sovrano, poichè se gli mancano le pensioni della Polonia, e dello czar, siccome accadde dopo la pace di Carlowits (9), non altro gli rimane, che le entrate delle sue terre, una parte delle gabelle, e pochi leggieri tributi. Egli è però vero che sostener non deve grandi spese, giacchè fin’anco la sua guardia di forse duemila uomini, è mantenuta dal gran signore, e le più numerose armate nulla gli costano nè a levarle nè a farle sussistere. Tutti i Tartari sono soldati, e quand’è stabilito il ragunamento vi accorrono essi nell’indicato giorno colle loro armi, co’ loro cavalli, e con tutte lo provvisioni. La speranza del bottino, e la licenza del saccheggio, tengono luogo di paga.
Dopo i sultani, seguono i cherembey (10), che sono siccome l’alta nobiltà, ed i depositarj delle leggi del paese. Il loro uffizio è di mantenere la libertà de’ popoli, contra le vessazioni de’ kan, e contra le invasioni della Porta (11), attenta sempre a sottomettere di più in più i Tartari, il cui irrequieto e belligero carattere le è causa di continue inquietudini. Questo corpo di nobiltà, distinto inoltre per le sue ricchezze, e per le frequenti alleanze colla casa reale, ha il suo capo, che chiamasi bey, o signore per eccellenza, il quale ha, siccome il kan, il suo kalga, ed il suo noradino (12).
Entrano di diritto i cherembey in tutte le importanti deliberazioni, ed il kan non decide alcun affare di stato, senza la loro participazione. A’ cherembey tengono dietro i myrzas (13), che sono simili a’ nostri titolati gentiluomini, ed essi pure seggono ne’ consigli. Oltre a ciò, il kan ha il suo divano, composto presso a poco degli stessi altri uffiziali, che compongono il divano del gran signore, cioè il suo visir, il suo muftì, il suo kadiasker (14), colla differenza che quelli che posseggono queste cariche, le ritengono per tutto il regno del kan che le affidò loro, mentre in Turchia sono più soggette a cambiamento. Sono essi gl’immediati giudici di tutti gli affari civili, e criminali. Quanto al civile, la giustizia è amministrata in Tartaria a forza di danaro, e di amici. Quanto al criminale, per esempio, per le uccisioni, e per le violenze, non avvi a sperar grazia. Tosto che il colpevole è debitamente convinto, suolsi consegnarlo alla parte contraria, che fa di lui quella vendetta che più le aggrada, il che giugne talvolta ad eccessi di una inaudita barbarie, creduti necessarj per imprimere il rispetto delle leggi negli animi feroci de’ Tartari, difficilmente contenuti anco cogli spettacoli del terrore.
I Tartari, sommessi all’obbedienza del kan, si chiamano co’ diversi sovrannomi di Precopj, di Noghesi, e di Circassi (15).
Nomansi Tartari Precopj, quelli che abitano la quasi grande isola della Crimea, che è il Chersonese taurico degli antichi, al quale si dà settanta, o ottanta leghe di lunghezza, su cinquanta leghe forse di larghezza. La sua forma quasi la forma figura di un triangolo la cui base, dal lato di mezzodì, presenta una catena di alte montagne, che su una fronte quasi eguale, s’inoltra nel paese ad una profondità di otto o dieci leghe; i due lati sono grandi aperte pianure, ove i venti si riserrano, e soffiano con furore. Non veggonsi nella Crimea se non sei o sette città, che ne meritano il nome: Caffa, Bagchsaray, Karasou, Guzlo, Orkapi, e la nuova fortezza di Yegnikale (16).
Caffa, altrevolte Teodosia, fra tutte le altre città per la sua bellezza, per la sua grandezza, pel suo commercio è prima; rimase a’ Turchi, dopo l’anno 1475, in cui Maometto II la tolse a’ Genovesi, che presa avevanla a’ Greci, ne’ tempi delle divisioni degli ultimi loro imperatori. Bagchsaray, capitale del paese, ed ordinaria stanza del kan, è posta entro alle terre, ed è una città di quasi mille fuochi (17), mal fabbricata e mal tenuta. Guzlo, città marittima all’occidente dell’istmo, ha una buona spiaggia, ed è l’ingresso delle navi di Costantinopoli, e del Danubio. Orkapi o la Porta d’Oro, è una piccolissima città, in sulla stretta dell’istmo, con una rocca ed un debole trinceramento, allungato da un mare all’altro. Non ha l’istmo più di un buon quarto di lega in larghezza; a’ Turchi essa appartiene. Lungi quattro leghe da Caffa, veggonsi i resti dell’antica città di Crim (18), che il suo nome die’ a tutto il paese, e che più non è oggidì se non un mucchio di ruine, con alcune abitate case qua e là disperse. La fortezza di Yegnikale, sul Bosforo Cimerio (19), fu nuovamente costrutta da’ Turchi, e le fortificazioni non furono ultimate se non nel 1706. Fu essa innalzata per fermare gli scorrimenti de’ Moscoviti, i quali, possedendo Azak (20), avrebbero potuto da colà infestare tutto il mar Nero, sino a’ dintorni di Costantinopoli. È questa nuova fortezza una piazza assai irregolare, e debole dalla parte di terra, e ciò ch’essa ha di migliore si è una gran piatta forma che domina tutto il passaggio del Bosforo, con una lunga riga di cannoni di ferro di grosso calibro, ed alcuni di dugento libbre di palle. Queste enormi palle, cui servonsi i Turchi nelle loro fortezze marittime, sono di una bigia pietra durissima, e pesantissima (21).
Qualificatisi altresì col nome di città, Mankoup, Baluklava, Kers (22), le quali non sono a dir vero, se non assai mediocri borghi. Nell’intero ricinto della Crimea, non avvi più di milledugento borghi, e villaggi, sebbene i nostri geografi generosamente gliene concedano ottantamila. Chiara ne è la prova: non si annoverano in tutto il paese se non ventiquattro kadilik o baliaggi (23), ed il più gran baliaggio non comprende un maggior numero di cinquanta borghi, o villaggi.
Le terre, sebbene buone e pingui, non sono coltivate, e quelle delle quali si ha cura producono eccellenti grani. I giardini e le pasture occupano molto terreno. Le acque vive mancano nelle pianure, e si supplisce con molti profondissimi pozzi, che abbondantemente ne provveggono interi villaggi. Sarebbe il clima abbastanza temperato, se meno furiosi fossero i venti; ma nel verno l’acuto freddo del vento di settentrione, non è sopportabile. Il commercio cogli stranieri, il coltivamento del paese, e le abitazioni della Crimea, sembrano avere addolcito i costumi de’ Tartari Precopj, e spezialmente nelle città cominciano a diventar trattabili, e pur anco la loro figura s’ingentilisce. Sono essi di mediocre statura, e ben proporzionata; la loro costituzione è delle più robusti, abituati per tempo a soffrire la fame, la sete, il freddo, ed il caldo, di poco, quando ne hanno, sono paghi; e, a lor talento, si abbandonano a’ più grandi eccessi, senza alcun patimento. Il loro parlare, è una lingua corrotta turca, mal combinata e mal proporzionata, come saria il francese in bocca di uno Svizzero: basta lo abituarvisi, e facilmente si giugne ad intenderlo. La loro religione è il maomettismo; quale si professa da’ Turchi, e a lor del pari, hanno le moschee, e le persone di legge, per le quali dimostrano grande rispetto. Sebbene la pluralità delle mogli sia lor permessa, pochi se ne trovano che ne abbiano più d’una, amando meglio il mantener buoni destrieri per la guerra. La stessa legge vieta il vino, ma non hanno scrupolo di berne quando ne trovano, dicendo che fu lodevole cosa il vietarlo agli uomini di tranquilla professione, quali sono quelli che alle leggi si dedicano ed al commercio; ma che inspira coraggio a’ guerrieri , siccome son’essi. Quando non ne hanno bevono una fortissima e inebbriante bevanda, fatta con latte agro, e miglio fermentato, chiamata boza (24). La carne, il latte, ed una pasta di farina di miglio stemperata nell’acqua, è il loro comune nutrimento, non mangiando nè legumi, nè erbaggi, nutrimento, dicono essi, delle bestie. La carne di cavallo è per loro uno squisito cibo, e la preferiscono al bue, ed al castrato, carni, secondo loro, troppo scipite. La maniera di cucinarla, è una breve cottura su i carboni, o, se viaggiano, il ben frollarla sotto la sella, e delizioso lor sembra il pasto, se unir vi possono il latte di giumenta.
I Precopj hanno due grandi difetti; sono sfacciati mentitori, ed eccessivamente interessati. Da Tartaro a Tartaro non è il furto permesso, nè punito; dalla vergogna in fuori e dal rendere ciò che si è tolto, altro male non succede al rubatore, quando però la sua azione non interessa il pubblico, o qualche autorevole persona; poichè allora non si risparmiano i colpi di bastone; ma giammai non è egli dannato a morte. Il contigente de’ Tartari Precopj in tempo di guerra è di venti o trenta mila uomini.
I Tartari Noghesi vivono erranti ne’ deserti alla maniera degli antichi Sciti la cui ferocia e durezza tutta ritennero. Comincia il loro paese dall’escita dell’istmo di Crimea, e si distende su immensi spazj in Europa ed in Asia, dal Budziack sino al fiume Kouban (25), che li divide da’ Tartari Circassi. I Noghesi sono naturalmente barbari, vendicativi, crudeli, cattivi vicini, e più cattivi ospiti. Nell’aria del loro volto orribile, e deforme si legge tutto ciò. Nascono essi cogli occhi chiusi, e stanno molti giorni senza vedere. La loro lingua non è, siccome quella de’ Precopj, cotanto col turco mischiata. Nè città hanno essi, nè borghi, nè stabili abitazioni, altro non essendo le loro case, che coperti carri, in su quali continuamente trasportano da un luogo all’altro le loro famiglie, e il loro bagaglio. Quando in alcun luogo fermar si vogliono, o pel comodo di qualche fiume, o per l’abbondanza delle pasture, innalzano le loro tende, le quali sono una spezie di grandi capanne coverte di borra (26), intorno alle quali costruiscono de’ parchi chiusi da piuoli per la sicurezza delle loro famiglie, e del loro gregge. Hanno essi un capo cui danno il nome di bey, ed al quale sono sottomessi vari mirzas. Quelli di Budziack sono retti da un fidato signore, mandato dal kan, e che talvolta è un sultano. Tutti sono Maomettani. Il loro nutrimento è il latte, la carne, ed il boza, del quale eccessivamente bevono. Quando muore un cavallo, o si storpia, fanno essi un lauto banchetto, al quale chiamano i loro amici, bevendo oltre misura. Da’ Noghesi trae il kan il maggior numero de’ suoi soldati, potendo essi in un bisogno somministrare centomila uomini. Ogni uomo ha per lo più quattro cavalli; quello ch’ei sale, un altro per cambiare, e portare le sue provvisioni, e gli altri due per su riporvi gli schiavi, ed il bottino. Guai allora alle province che essi scorrono! Il loro passaggio, agli incendj assomiglia ed agli uragani, e nulla lasciano se non la nuda terra.
I Tartari Circassi, vicini a’ Noghesi, sono più presto tributarj che sudditi del kan. Consiste il loro tributo in mele, in pellicce, in un certo numero di giovani fanciulli, e di giovani donzelle. Hanno que’ popoli il sangue perfettamente bello. Parlano una lingua particolare di dolcezza piena. I loro costumi, sebbene feroci sempre e selvaggi, non tanto il sono, quanto quelli de’ Noghesi. Trovansi fra loro alcune vestiggie di cristianesimo, e amano i Cristiani che giungono nella lor contrada. Il loro paese chiamato da’ Tartari Precopj l’Adda (27), è buono, e fertile; pura vi è l’aria, ed eccellente l’acqua. I suoi confini sono: al settentrione, il fiume Kouban e i Noghesi; al mezzodì, il mar Nero; all’oriente, la Mingrelia (28); all’occidente, il Bosforo Cimerio, e parte del Limen, o mar di Zabaca (29). Quasi per metà dividesi l’Adda in pianure, e in montagne. I Circassi delle montagne, dimorano ne’ boschi, e non sono al pari degli altri socievoli; quelli che stanno nelle pianure, posseggono alcuni villaggi, e qualche piccola città in sul mar Nero, non senza commercio. I bey o signori che li reggono mercanteggiano i loro vassalli, e i genitori mercanteggiano i loro figli. Sono i Circassi reputati più destri cacciatori, che valorosi ne’ combattimenti; nondimeno, nel 1708, quelli delle montagne, ebbero il coraggio di ricusare al kan l’annuale tributo, che pagar gli solevano. Andò contro loro il kan con un esercito di Noghesi, che fu sconfitto, in alcune strette da torrenti tagliate e da boschi, ove imprudentemente si lasciò cogliere, ed ove i cavalieri operar non potevano. Dopo quel fatto strinsero lega co’ Moscoviti, senza però sottomettersi a loro.
Oltre a’ Precopj, a’ Noghesi, ed a’ Circassi, vi sono ancora alcuni Tartari Kalmouk reputati sottomessi al kan (30). Tutta la loro sommissione però sta in un tributo annuale di pregiate pellicce, che in alcuni tempi dell’anno gli portano a Orkapi.
Alla fine di questa lettera, di tutti questi paesi si troveranno informazioni più circostanziate nella relazione di un viaggio in Circassia, dove ser Ferrando seguì, nel 1702, il sultano kalga (31) Guyray, fratello del khan regnante. Ritorniamo alla mia missione.
Ottenuta appena dal kan la facoltà onde parlai, disposi i mezzi per servirmene. Immaginar non si può uno stato più deplorabile di quello, nel quale io trovai questa desolata cristianità. Le contagiose malattie de’ precedenti anni, tratti avevano di vita più di quarantamila schiavi. Quelli che rimanevano, e che ascendevano forse a quindici o ventimila, ogni giorno aspettavano lo stesso destino, senza alcun sentimento de’ beni o de’ mali dell’altra vita. Il rigore e l’antichità della loro schiavitù, gli enormi vizj, e la infedeltà del barbaro paese, ove la maggior parte erano invecchiati senza sacerdoti, senza parola di Dio, senza sacramenti, tutto ciò gli aveva quasi cambiati in bruti. Alcuni eransi fatti Maomettani, e molti da quella parte piegavano: scismatici altri, e chi era rimasto fedele alla religione quasi avevala dimenticata, e più non ne praticava i doveri.
Gli altri Cristiani del paese, Greci ed Armeni, sebbene liberi, e sebbene provveduti di sacerdoti, e di chiese, non erano più degli altri soccorsi, nè essi migliori. I sacerdoti ed il popolo, gli uni al par degli altri pervertiti e perduti, vivevano in una profonda, e grassa ignoranza; ovunque regnava lo spirito dell’avarizia, le superstizioni, e la sregolatezza de’ costumi.
Più di sei mesi trascorsi immerso fra tanta confusione, senza vedere un sol dì che mi consolasse. Molto io mi affaticava, e poco progrediva. Da qualunque lato mi volgessi, indifferenza io trovava e freddezza per le cose della salute. Sempre considerai quale effetto della inspirazione del cielo la facilità da me trovata di allogarmi fra gli Armeni, e di ottenere per le mie funzioni una piccola parte della povera loro chiesa mezzo distrutta. Colà si fu che, dopo molte pene, cominciai a ragunare alcuni erranti schiavi, e ad ammaestrarli sulle verità della salute. La novità di udire pubblicamente a parlare di Dio, e a predicare la penitenza nella chiesa armena di Bagchsaray, fece sì che i primi furono da altri seguiti, e questi da un maggior numero. Molti che alla prima si dimostravano sempre premurosi di ritornare a’ loro padroni, e che ritenere io non poteva se non brevi instanti, tutto ad un tratto ritrovarono l’agio; insensibilmente svegliaronsi i rimorsi della coscienza, e ognuno cercava di tranquillarla con buone confessioni, onde le meno antiche salivano all’assedio di Vienna, nel 1683.
Dalla città giunse la voce agli schiavi delle abitazioni de’ campi, ch’era giunto in Bagchsaray un sacerdote franco, venuto da Costantinopoli nella qualità di cappellano de’ Cattolici; ch’ei predicava, celebrava la messa, ed amministrava i sacramenti nella chiesa degli Armeni; che dall’ambasciatore di Francia egli era mandato, e che lo stesso kan, data gliene aveva la facoltà. Alcuni schiavi de’ campi, avevano duri padroni, ed avari, che li costrignevano ad un continuo lavoro; erano altri una spezie di liberti, che non avendo sicuro signore, si facevano, per vivere, gli schiavi di tutto il mondo; era la terza spezie una moltitudine di vecchi carchi d’anni, o storpiati, scacciati da tutti, perchè prestar più non potevano alcun servigio. Questi infelici, vilipesi da tutti, continuamente accattavano ne’ villaggi, dintorno alle case ove altre volte avevano servito, e dalle quali non potevano allontanarsi senza esporsi a morir di fame. Tutto ciò era contrario al mio divisamento di ragunare, e ricondurre a Dio tanti infelici così dispersi; ma i maggiori ostacoli, furono i funesti obblighi da molti contratti nella schiavitù, ed a’ quali non sapevano come escire; cioè gl’illeciti matrimonj fra persone di già maritate nel loro paese, obbligati, dicevano essi, da’ loro infedeli padroni, con mille cattivi trattamenti a strignere vietati matrimonj per vie più sommetterli a loro, e per accrescere le loro famiglie di nuovi schiavi, che poscia vendevano, od obbligavano, ancor giovanetti, a farsi Maomettani, e particolarmente le giovani fanciulle. Pochi perciò venivano al principio dalle campestre abitazioni. I primi che più numerosi comparvero furono i Tedeschi, che ritrovai assai docili, e a’ quali sempre io raccomandava di condur seco il maggior numero possibile d’altri schiavi loro amici, il che infatti essi fecero con zelo, e con esito felice. Alcuni mesi dopo mi vidi circondato da popoli di sette od otto diverse nazioni, da Tedeschi, da Polacchi, da Ungari, da Transilvani, da Croati, da Serviani (32), da Russi. Sino allora io aveva fatto le esortazioni in tedesco, lingua famigliare a’ primi venuti; volli continuare, ma mi avvidi che non tutti m’intendevano, ed anzi osservai fra loro su questo soggetto qualche principio di nazionale gelosia. Proposi di cambiar metodo, e di predicare in tartaro, lingua de’ loro padroni, e da tutti intesa. Piacque questo espediente, ed a me più che a loro, a motivo de’ Greci, e degli Armeni, cui è famigliare questa lingua nella Crimea, sperando di così attrarne alle instruzioni. Infatti, dopo quel dì, io vidi accorrere gli Armeni in folla, e mischiarsi senza distinzione cogli schiavi. Allora io cominciai senza far sembiante di parlare a loro, a dir liberamente quanto mi cadeva in acconcio di dire, e quant’era necessario ch’essi udissero; quindi mercè della mia indiretta ed avviluppata maniera di predicare, divenne la missione agli uni ed agli altri comune; Dio ne trasse la sua gloria. I Polacchi mi diedero maggior fastidio, pochi essendovene fra loro che avessero impreso l’idioma tartaro, il quale è, siccome io dissi, un linguaggio turco corrotto; e però non credetti di perdere il mio tempo, procurando con ogni cura di apparar tanto della loro lingua, che me intendere potessero, ed io intendere loro.
Dio diede ovviamente la sua benedizione ai piccoli sforzi che feci, e mi trovai ben ripagato dallo spirito di penitenza che gli piacque spargere su questa nazione, come su tutte le altre. Non sono immaginabili le vivaci agitazioni e i salutari subbugli che entrarono improvvisamente nelle coscienze più indurite. Vedevo sconosciuti venire da molto lontano, e confessarmi, da penitenti, che dopo la notizia del mio arrivo, e i resoconti dei loro compagni, essi avevano lo spirito tormentato da mille terribili immagini che non lasciavano loro più alcun riposo. Altri venivano senza quasi sapere che cosa li spingesse, essendo, dicevano, come sospinti, nonostante loro stessi, da una mano invisibile alla quale non potevano resistere. Alcuni meno sinceri cercavano di scrivermi, facendo intendere che erano in un cattivo stato, ma che attendevano in breve tempo la loro libertà, e che io potevo contare che quando l’avessero avuta, nulla più impediva loro di cambiare vita, che del resto non volevano continuare, non potendo, aggiungevano, rimanere schiavi e essere fedeli a Dio. Alcuni altri, già sull’orlo dell’ultimo precipizio, e pronti a superare il terribile passo dell’apostasia, si permettevano di voler disputare, per trovare, come essi mi hanno detto in seguito, la spiegazione di alcuni ultimi dubbi che li tormentavano, e che erano come dei legami traverso cui la misericordia di Dio li teneva ancora. Ebbi la consolazione di vedere le coscienze calmarsi, e le tentazioni di incredulità svanire poco a poco in coloro che io potei indurre a una vita cristiana e regolata. Non vennero tutti all’inizio; ce ne sono stati che si sono difesi a lungo, e so di alcuni che resistono ancora a Dio con ostinazione. Io li seguo sempre con gli occhi e la voce, e cesserò di seguirli soltanto quando Dio stesso non li seguirà più.
Fu minore la pena a ricondurre nella buona via la moltitudine di vecchj impotenti, e non più atti a servilità, de’ quali parlai. La estrema miseria, e la caducità li rende più docili; ma non è pena di poco momento il ricordar loro ciò che saper debbono per accostarsi a’ sacramenti. Come prima essi udirono, ch’io mi ritrovava in Bagchsaray, da tutte parti vennero ad assediarmi, mezzo morti di fame, e quasi nudi. Io li ricevei come poveri abbandonati, scacciati dal mondo, ma che la misericordia di Dio non obbliava, me mandando per santificarli in sul finire de’ loro giorni. Co’ soccorsi che per lor raccolgo nella settimana, distribuisco ogni domenica una piccola limosina, che sarà più abbondante, quando le carità della pietosa Francia me ne daranno i mezzi. Io dovetti far così, per renderli più assidui alle sacre funzioni, ed alle instruzioni, per le quali interamente essi avevano perduto l’abitudine. Tutte le idee di religione erano in sì fatto modo scancellate dalla loro mente, che fu d’uopo insegnar loro a fare il segno della croce, ed allogarli co’ fanciulli alle prime dimande del catechismo. Alcune zelanti persone la cui carità io sempre benedirà, mi somministrarono, or sono tre anni, di che ricomperare dalle mani de’ Tartari quattro giovani fanciulli, che tratti erano a perdimento. Due si spatriarono, e due di maggiore ingegno meco ritenni, e gli educo al servigio della chiesa, ed all’uffizio di catechista, nel quale riescono a maraviglia. Quando le occupazioni non mel permettevano, io affidava loro i vecchi schiavi da ammaestrare; ed era cosa da piagnere di tenerezza, nel vedere que’ buoni vecchioni di ottanta e più anni, apparare da due fanciulli di dodici a tredici anni il Pater noster, e ripetere i comandamenti di Dio.
Verso quel tempo, la missione ebbe dei contrattempi, alcuni dei quali l’avrebbero sconcertata, e altri l’avrebbero totalmente fatta cadere, se Dio non l’avesse sostenuta.
Il primo venne per la troppo grande bontà del sultano Gazi-kan (33). Talvolta questo mi faceva chiamare per intrattenerlo su diversi argomenti che gli venivano in mente, e spesso mi faceva scrivere molte cose segrete che sottolineavano la sua fiducia. Un giorno che egli aveva sei bei cavalli da inviare al signor di Feriol (34), propose a ser Ferrando di inviarli lui stesso al re con delle lettere di credito, e di unirmi a lui per spiegare le sue intenzioni a sua maestà. Io fremetti apprendendo questa notizia, che sviava assolutamente tutti i progetti di zelo che facevo, e rendeva inutili tutte le mie pene. Dopo molte consigli e molte preghiere, mi arrischiai a prendere un partito che mi riuscì. Ciò consisteva nell’illustrare al principe, con il massimo rispetto che mi fu possibile, che, affinché non si privasse del suo medico, che gli era così necessario ed era così affezionato alla sua persona, c’era un’altra via per scrivere al re, ugualmente sicura e molto più nobile di quella di due privati come noi; che questa via era il suo ambasciatore; che era per lui che il re, nostro signore, parlava al gran signore, e che il gran signore parlava al re, quando essi avevano qualcosa a dirsi. Fortunatamente, questa risposta ebbe tutto l’ effetto che mi ero promesso; il kan la apprezzò, e prese sul serio questo partito; così io non ne ebbi soltanto timore.
Alcuni mesi dopo accadde un doloroso accidente, che ancor m’empie di rammarico, il subitaneo deponimento cioè, e poscia la morte del sultano Gazi-kan. La disgrazia, di questo principe, ebbe origine dall’aver proposto con soverchia vivacità il rinnovellamento della guerra contra la Moscovia, che al gran visir d’allora, Alì Pacha, sì noto per le sue violenze, importava di non intraprendere. Il sultano Dewlet Guiray (35), di lui fratello, fu posto al suo luogo, senz’altra cerimonia, che ricevendo da uno de’ primi uffiziali del gran signore la sciabola, e la berretta di zibellino, ornata di preziose pietre, con uno hatticherif, o ordine di sua altezza, col quale il sultano Dewlet Guiray era nominato kan de’ Tartari, invece del sultano Gazi Guiray. Letto l’ordine del gran signore a’ cherembey ragunati in divano, il principe deposto abbandonò la sua sovranità, e l’altro ne fu rivestito colla stessa tranquillità come se la cosa fosse stata fra i due fratelli ordinata. Il gran signore, siccome io dissi, non fa giammai morire i kan, ch’egli depone, ma soltanto li manda in esilio di fuor dalla Tartaria. L’isola di Rodi è per lo più il luogo ove essi vanno, ed ove sono trattati con tutti gli onori dovuti alla dignità delle loro persone. Spesso anche succede che sono essi richiamati, e rilogati sul trono. Il sultano Gazi Guiray fu relegato, a Guinguenay Saray (36), uno de’ suoi palazzi di campagna, lungi venti leghe (37) da Costantinopoli, donde io seppi che tuttavia egli viveva in amicizia col signor di Feriol; ed anzi ei divisava di visitarlo cacciando incognito. quando fu ad un tratto, e seco lui tutta la sua famiglia colpito dalla peste. Di centotrenta uffiziali o domestici che componevano la di lui casa, ne morirono subitamente ottanta. Il principe, la moglie sua, e la sua sorella furono in un solo dì tratti di vita. La sultana Validé, moglie di Selimo Guiray (38), e madre sua adottiva, nell’età forse di cinquant’anni, e circassa di nazione, donna di sublime ingegno, tratta dal dolor suo con un ferro si trafisse; per buona sorte non fu il colpo mortale. Nudriva il sultano Gazi nobili sentimenti, e degni di un principe; tutti i Tartari, che assai desideravano di riaverlo per kan, piansero amaramente la sua perdita.
Il cambiamento di sovrano più circonspetto mi rendette, per alcune settimane, e più riserbato nelle mie funzioni, senza però interromperle. Il nuovo kan non mi conosceva, nè io aveva avuto da lui alcuna facoltà, e però mi rivolsi prestamente al mio ordinario rifugio il sig. di Feriol; ma la vigilanza sua aveva tutto previsto, e tutto spianato. Quando io meno me lo aspettava, e che nascostamente quasi adempiva le mie funzioni, il kan dir mi fece, di non avere alcun timore, e di rivolgermi al suo visir se alcuno m’importunava. Questa dichiarazione mi empì di coraggio, ed ovunque la missione florida divenne. I Cattolici, ed i Cristiani del paese più che mai vi si affezionarono di cuore, convinti, dicevano essi, che Dio visibilmente operava alla di lei esistenza, malgrado le rivoluzioni del paese. Una delle prove per me più convincenti della divina protezione, fu che a nessun danno essa soggiacque pel richiamo del sig. di Feriol, il cui luogo fu occupato dal sig. conte di Alleurs (39), nel quale lo stesso appoggio ritrovai, e lo stesso zelo.
Egli non fece meno per sostenermi e consolarmi per la perdita che avevo subito.
Il signor di Feriol aveva ottenuto dal sultano Gazi il consenso per la erezione di una cappella francese, ma il deponimento del kan aveva sospeso quest’opera. Il signor di Alleurs rinnovò la instanza al kan d’oggidì, e lungi non siamo dall’ottenerne la facoltà. Di già egli ci ottenne dal principe la permissione d’ingrandire la nostra casa, di ragunarvi a pregare i Cristiani, e di leggervi il Vangelo, (40) e nell’aspettazione dell’ultimo compimento di un’opera cotanto necessaria al solido stabilimento della religione, cominciai a dare qualche forma alla mia missione, reggendo di giorno in giorno crescere il fervore, e le buone opere.
Per non essere oberato, solo com’ero, fui obbligato a regolare il tempo dell’ufficio divino, delle istruzioni e delle confessioni generali, che diventavano ogni momento più numerose e con una discussione molto lunga. Stabilii dunque che i giorni di lavoro sarebbero stati per queste grandi confessioni e per le istruzioni dei nuovi venuti; e che quei giorni non si sarebbero svolte assemblee regolate; che le domeniche e le feste di precetto, di cui distribuii degli elenchi, le confessioni correnti, la celebrazione della santa messa, le istruzioni e la spiegazione del Vangelo, occupassero la mattina; che coloro che avessero dei padroni più docili, e che la mattina si fossero comunicati, avrebbero assistito al pomeriggio al resto del servizio e alle istruzioni del catechismo. Quando avrò un ostensorio per esporre decentemente il santo sacramento, e per terminare con un saluto le devozioni del giorno, sono sicuro che avrò molte persone in preghiere attorno a Nostro Signore, e dei cristiani del paese ancora più di altri. Non si può credere quanto siano colpiti dalle nostre cerimonie romane. I nostri giorni straordinari sono le principali solennità dell’anno, e le feste di Nostra Signora. Allora la folla è così grande, e le devozioni così affrettate, che non so né dove mettermi né a chi rispondere. Con la misericordia di Dio, non ho ancora visto un giorno di benedizione che non sia stato segnato da qualche cambiamento di vita esemplare, o da qualche abiura pubblica.
Sì (41) visibilmente la missione cambiò di faccia, che io stesso più non la riconosco oggidì. All’agghiacciante freddo, alla desolante indifferenza, che ognuno dimostrava per la sua salute, succedette nella maggior parte, uno zelo ed un ardore che fin’anco si estende a’ protestanti, che numerosi qui si ritrovano, uomini e donne. Sono alcuni Calvinisti, il maggior numero Luterani, e tutti da’ Tartari chiamati, siccome noi, col nome di Franchi. Questo nome nella loro idea, altro non sona, se non Cristiani d’Occidente. I miei buoni Cristiani, sgravati dal peso de’ loro peccati, e spinti dallo zelo a ripararli, procurano con ogni maniera di guadagnare i loro compagni involti nella eresia, e non avvi artifizio pietoso, ch’essi non adoperino per indurli ad abbandonare i loro errori. Quando hanno detto tutto ciò che essi sanno, a me li conducono per ammaestrarli più fondatamente, e non li lasciano, se non dopo la loro abbiurazione; fin’ora non trascorse anno, senza averne riconciliato alla chiesa almeno cinque o sei.
Io non so come la voce se ne sparse fin’a Bender (42); ma giunse da colà un ministro svedese, ben provvisto di danaro, e ben arredato, per fare, diceva egli, rientrare in loro stessi i pervertiti Luterani, ed impedire agli altri di seguire il loro esempio. Ma veggendo egli che ben poco otteneva co’ suoi donativi, e colle sue parole, e che i convertiti, anco gli Svedesi, saldi rimanevano, e i non convertiti non lasciavano di porgere orecchio a’ miei ammaestramenti, trovò il modo di rimostrare al kan ch’io contravveniva alla legge di Maometto, la quale in un articolo prescrive di lasciare ognuno nella sua propria religione, e di non obbligare i Cristiani a passar dall’una all’altra setta. Scopersi tutto questo maneggio col mezzo di ser Ferrando, che l’opera sua prestava allora al principe per sanarlo da una fistola, e risposi che non mi ritrovava nel caso della legge, poichè io non introduceva nella Crimea alcuna novella setta, ma soltanto richiamava i Luterani alla religione dei Francesi, che per leggerezza avevano abbandonato. Pago il kan della mia risposta, dir fece al ministro, che per di lui comandamento il padre francese insegnava agli schiavi a recitare le loro preci, e che più oltre in quelle cose egli non s’impacciasse.
Io ho gran motivo altresì di benedire Iddio, pel progresso della cattolica fede fra gli Armeni. I novelli convertiti di questa nazione, ascendono già a più di ottanta nel solo Bagchsaray.
Essi sarebbero anche di più senza le misure che sono obbligato a tenere, per non far troppo intimorire il falso zelo degli altri, che sono ancora eretici, e che in questa capitale sono molto più diffusi e audaci che nelle altre città. Ciò non riguarda tuttavia che alcuni privati, gente molto poco capace, ma molto testarda, e che non si distinguono dagli altri che per una grande propensione a parlare alto, senza troppo sapere ciò che dicono. Il loro arcivescovo, che è un buon prelato, di uno spirito molto semplice e molto limitato, ha almeno questo di lodevole, che egli non si lascia andare ai consigli violenti. Non ha alcuna avversione dei cattolici, e mi lascia fare abbastanza ciò che voglio. Egli sa molto bene che tutti coloro che vengono o mi consultano, o mi fanno delle confessioni generali, senza più mostrare loro cattivo viso. Molto di più, lui stesso mi ha donato uno scritto firmato di suo pugno, con l’espresso permesso di fare le mie funzioni religiose in tutte le chiese della sua dipendenza, con ogni libertà se esse appartengono a me, e di difesa contro chiunque dei suoi mi disturbi in questo possesso, con qualunque pretesto.
Riguardo coloro che diventano cattolici, i loro sorveglianti hanno tante persone in agguato che non si ha mezzo per nascondere loro per lungo tempo la conversione. Allora i biasimi e le minacce durano giornate intere; ma ciò passa e tutto rimane delle semplici parole. Gli eretici armeni, che danno alcune dimostrazioni di pentimento, hanno sempre nell’animo un grande fondo di rispetto per la religione cattolica. Non li si sente quasi mai attaccare, come fanno talvolta gli altri scismatici d’Oriente. Al contrario, dicono che è buona e santa, ma che la loro non lo è meno, e che occorre che ciascuno rimanga com’è. Tuttavia sono persuaso che con il rispetto della religione cattolica, entri un po’ di interesse in questa moderazione. Essi vedono ser Ferrando sempre in credito presso i kan e la nobiltà; si ricordano che è lui che mi ha portato in Crimea sotto la protezione di uno dei nostri ambasciatori, e non possono ignorare che l’attuale signor ambasciatore, di cui essi e i loro confratelli di Costantinopoli possono aver bisogno in ogni momento, è il mio zelante protettore. Quando avranno qualche cattiva intenzione, è certo che tutte queste considerazioni li tratterranno a compiere qualcosa di violento. Io spero nella bontà di Dio, e nella docilità di questa buona nazione, che non chiede che di essere illuminato e che tra poco non avranno altri interessi che la salvezza eterna.
Del resto, l’attenzione che ho a coltivare Bagchsaray e i suoi dintorni, come il capo e la sede principale della missione, non mi impedisce di andare a intervalli in aiuto agli altri posti. Il tempo ordinario delle mie visite è a diverse riprese, da Pasqua fino all’autunno. In queste spedizioni ambulanti, ho per massima di non andare mai a mostrarmi nelle abitazioni dove sono gli schiavi; ciò sarebbe troppo sconveniente, e i loro padroni non mancherebbero di punirli. Il mio metodo è di recarmi in qualche città vicina, e di farli chiamare da là. Le città più comode a questo disegno sono Karasou, Guzlo ed Orkapi, tutte a venticinque o trenta miglia l’uno dall’altra, e a una distanza quasi uguale d Bagchsaray, che ne fa come da centro; ciò non permette di abbracciare una grande estensione. Appena giungo in qualcuna di queste città, faccio immediatamente sapere nei dintorni sia il mio arrivo che il tempo che rimango. A volte le assemblee sono più numerose e a volte meno, secondo il buono o il cattivo umore dei padroni tartari. Il metodo che osservo in tutti questi posti, è lo stesso che a Bagchsaray, soprattutto per la predicazione, dove la folla è sempre grande da parte degli Armeni. Se invece di indirizzare la parola agli schiavi nel gergo tartaro, volessi predicare soltanto per loro in puro turco, le chiese non sarebbero abbastanza grandi, ma non è ancora tempo di porsi allo scoperto. Trovo sia meglio nascondermi a qualcuno: i frutti non sono inferiori e non faccio gridare nessuno.
Molto riflettono gli Armeni, e guari non appigliansi ad un partito se non dopo avervi lungo tempo pensato; ed infatti io non raccolgo per lo più in un viaggio, se non dopo aver seminato in un antecedente. Ho in Karasou, ed in Cuzlo un buon numero di fervorosi ortodossi, i quali, ad ogni tornata, sempre mi conducono qualche novello proselito, guadagnato nella mia assenza, ed è perciò Karasou la mia prediletta città. Nacque il di lei fervore, da un Luterano di Danzica, dal quale ricevetti, or son cinque o sei anni, l’abbiurazione in piena chiesa, e con tutte le cerimonie ordinate in simili casi; cosa del tutto nuova in Karasou. Tutti i Cristiani della città vi accorsero; molti di gioja piagnevano, e tutti a gara si congratulavano col novello convertito della grazia da Dio ottenuta. Io non credetti di dover lasciare intiepidire questi buoni movimenti, e la vigilia della mia partenza, diressi loro, in forma di addio, una esortazione che gli commosse, e la cui impressione lungamente durò. La conversione del Luterano schiuse, per dir così, la strada nel solo dipartimento di Karasou, a più di dodici altri di varie nazioni.
A Guzlo, dove il mio ultimo giro fu l’anno scorso, durante i dieci giorni dall’Ascensione alla Pentecoste, sono stato consolato ed edificato al di là di ogni mia speranza. Il numero dei cattolici è aumentato di cinque signore armene di grande virtù, di due accoliti delle principali famiglie e di due vecchi rispettati nella nazione e onorati del nome di Haggi. Questo nome, che significa pellegrino incoronato, si dà in oriente ai cristiani che hanno fatto il pellegrinaggio di Gerusalemme. I maomettani lo danno anche a coloro che sono stati alla Mecca (43). Tre altri cattolici di rango inferiore mi furono deferiti, essendosi indeboliti per rispetto umano in alcune occasioni in cui bisognava dichiararsi per quello che si era. Essi vennero a pentirsi con molta confusione, e in riparazione del loro sbaglio, fecero più di quanto avessi chiesto loro. In quei dieci giorni, fui così occupato che non potei occuparmi dell’intera istruzione di sei poveri schiavi impotenti, cinque polacchi e un veneziano, che i loro padroni avevano cacciati. Dormivano per strada e non potevano più camminare. Andandomene, li feci trasportare a Bagchsaray, per là essere curati e istruiti con gli altri.
Verso la fine dell’ultimo autunno ritornai a Karasou, ove ire io volea anco prima, se non mi avesse trattenuto il malcontento del sultano di quella città contra i Cristiani; finalmente egli si pacificò.
Appena seppi del termine della questione, me ne andai in diligenza, ma non abbastanza tempestivamente per dare gli ultimi sacramenti a un polacco e a un serviano, nuovi cattolici, che morirono chiedendoli con grande insistenza. Il vivo dispiacere che ne ebbi fu un po’ addolcito dalla morte preziosa di un altro polacco, qui sembrava aspettarmi per andare da Dio, e dalla professione di fede di uno schiavo russo e di un commerciante greco tra i più accreditati della città. Feci anche rientrare in sé uno liberto tedesco, che, con una cortesia male intesa verso un prete armeno, suo padrone, che l’aveva rimesso in libertà, aveva abbracciato la sua religione. Egli riconobbe pubblicamente il suo sbaglio; e come pegno della propria perseveranza, mi dette suo figlio nato da una donna armena, per crescerlo nella religione cattolica.
Nell’ultima andata a Karasou intesi l’arrivo del padre Curnillon, da me tanto desiderato. L’impazienza di abbracciarlo mi rendette sollecito a terminar quanto mi tratteneva e me ne ritornai a Bagchsaray, ove il ritrovai in buona salute.
Questo padre ha molto merito; conosce bene la lingua turca e non avrà pena aa abituarsi al piccolo tartaro. Avevo in verità bisogno di un simile aiuto, dopo oltre sei anni di una solitudine che occorre avere provato come me per sentirne tutto il peso, e anche per comprendere la gran dolcezza che si prova trovandosi in due in uno sperduto paese come questo.
Il signor ambasciatore, sempre zelante per lo stabilimento di una cappella, mandommi col di lui mezzo una patente di consolo, essendo questo il mezzo più pronto per ottenere di diritto ciò che noi desideriamo. Ma un consolo nella Crimea, ove i Cristiani d’Occidente non hanno nè aver possono alcun vascello di loro bandiera, è una novità, e la materia a proporsi è dilicata se prima non si prendono alcune misure. Una delle più efficaci, giacchè in questo paese i doni conducono a buon termine più della metà degli affari, saria di mandarci dalla Francia un globo terrestre, una calamita col necessario fornimento, uno o due buoni cannocchiali, ed altre cose di questa natura, assai desiderate da’ principi tartari.
Sentito troppa gioia per l’arrivo del mio compagno; Dio volle moderarla facendomi temere per la sua vita. Cadde malato alcuni giorni dopo il suo arrivo, di una febbre tenace che lo tormentò quasi quattro mesi. Ma il suo coraggio ha compensato le sue forze, ed egli ebbe bisogno di questo carattere generoso nell’incresciosa situazione in cui ci siamo appena trovati. La peste che affliggeva già il paese è diventata improvvisamente vivo ed ardente. I suoi danni, sebbene grandi, non sono stati tuttavia universali. Guzlo ha perduto la metà della popolazione. Bagchsaray se ne è liberata con tremila morti. Abbiamo perduto circa cento cattolici, uomini e donne, di cui, grazie a Dio, nessuno noi è sfuggito agli ultimi sacramenti. Tra le nostre perdite, mi rammarico soprattutto di due donne russe che facevano grande onore alla religione. L’una, naturalmente eloquente, aveva una grazia particolare per persuadere e riportare alla chiesa le persone della sua nazione che l’ignoranza o la prevenzione trattenevano nell’errore. Da sola, ella mi equivaleva a quattro dei più ferventi cattolici; si introduceva arditamente nelle case e fra gli schiavi suoi compatrioti, dove le sole donne hanno diritto di entrare; faceva così bene che mi portava sempre qualche anima da convertire. Pochi giorni prima di essere assalita dal male, me ne aveva portati cinque.
L’altra era notevole per la vivacità della sua fede, e per un certo ardore che la trasportava e che abbracciava i più insensibili quando la si destinava alle cose di Dio. Colpito dal male e prossimo alla morte, il suo padrone, che era un prete armeno, si offrì più volte di darle la comunione, dicendole che era troppo occupato con gli altri moribondi e che non sarebbe ritornato. Verrà, sempre rispose lei, verrà, e riceverò ancora una volta dalla sua mano il corpo del mio Salvatore, come lo ricevono i cattolici, figli di Dio e della santa chiesa. Trovai il tempo di andare a darle quell’ultima consolazione, che ella ricevette con una fede di cui io fui infinitamente consolato.
Per quasi due mesi, la peste dilagò così in fretta che i Tartari, sebbene per loro natura abbastanza intrepidi e in più maomettano, non tralasciarono di lasciare il luogo come gli altri e di fuggire in diligenza. Per noi, bisogna riconoscerlo, non fu né la bravura né il coraggio intrépidité che ci trattenne in città, dove eravamo continuamente fra i malati e i moribondi, fu unicamente il dovere e la coscienza; e noi possiamo ben dire che è Dio solo che con la sua bontà ci ha salvati. Il nostro grande pericolo non era assistere i moribondi e seppellire le morti, che si svolgeva in chiesa, dove non potevamo dispensarci di dire le nostre messe e di ascoltare tutti i giorni le confessioni dei sopraggiunti. Gli Armeni, nelle ore più frequentate, ci portavano ogni volta fino a cinque o sei morti, facendo i loro funerali e tutte le cerimonie mortuarie con altrettanta lentezza e così poche precauzioni per loro e per noi, come se fossimo stati di pietra o di ferro. Alla fine, tuttavia, facemmo loro intendere ragione, ed essi convennero con noi, sebbene un po’ tardi, che in un tempo di mortalità come quello, era sufficiente portare i corpi dalle case al luogo della sepoltura senza farli passare in chiesa.
Questo terribile flagello della giustizia divina, che non è del tutto passato, ha lasciato negli animi delle impressioni di terrore di cui osserviamo dei buoni effetti. Caffa, Karasou, Guzlo, cento altri posti della Crimea, ci hanno dato fino a Pasqua un intensissima lavoro per i continui via vai di coloro che il pericolo aveva spaventato, e che né la fatica, né i viaggi hanno potuto impedire di compiere immediatamente ciò che avevano promesso a Dio.
Dalla chiesa di Bagchsaray due fratelli armeni hanno abiurato i loro errori. Sono i figli del papas (44) principale della città, che, prima della peste, pareva il più animato contro di noi. Il loro esempio è stato seguito da tre accoliti della stessa chiesa, da tre altri secolari, il padre e i figli, e da tre famiglie intere, composte in tutto da quindici persone; quattro altre persone di famiglie diverse seguono attualmente le istruzioni per fare altrettanto.
In queste feste di Pasqua, il concorso di schiavi è stato straordinario. I loro padroni, ancora spaventati, non hanno osato impedir loro di andare a pregare Dio. Ne sono venuti che io non avevo ancora mai visto. Sono tutti poveri ma avevano trovato il mezzo di fornirsi ciascuno di una candela. Sistemarono tutti questi lumi attorno all’altare, in segno di ringraziamento, dicevano, perché la rabbia di Dio li aveva risparmiati e come testimonianza pubblica della sincerità della loro fede per il mistero della risurrezione. Alla messa solenne un giovane tedesco luterano, e una donna russa, fecero professione di fede cattolica. Un’altra donna anch’essa russa, che da trenta anni non usciva dalla casa della sua padrona, fu rimessa alla domenica seguente, perché non era ancora sufficientemente istruita. Ma la conversione che ci ha più consolato è stata quella di una ungherese calvinista. Nel suo paese ella era la moglie del ministro, e resistette tre anni interi ma alla fine, si arrese la seconda festa di Pasqua, e chiese di fare la sua abiura dinanzi a tutti. Ci sono a Bagchsaray molto uomini e donne di questa setta che la guardano come la loro eroina e che ci rimandano a ella tutte le volte che li pressiamo di convertirsi. Il suo esempio e il suo fervore non possono mancare di avere tra poco buonissimi esiti.
Con la grazia di Dio, tra quest’anno e il precedente, contiamo sessantotto persone riconciliate alla chiesa, e quarantatre nuove confessioni generali, tra le quali ci sono state una di sessant’anni, e tre dai quarantacinque ai cinquanta. In tutto ciò, ho ammirato due caratteristiche ben singolari della misericordia divina. La prima è stata essa in un nobile polacco che era stato liberato dopo trent’anni di schiavitù, e che, prima di intraprendere il cammino verso il suo paese, venne dall’estremità della Crimea a trovarmi a Bagchsaray per pacificarsi con Dio. Gli occorsero molti giorni per fare una resoconto esatto di tutta la sua vita, dopo di che si confessò e ricevette Nostro Signore con un gran sentimento di pietà. Non sognava altro che di partire e aveva già salutato tutti, quando fu fermato da una improvvisa indisposizione che in pochi giorni lo portò alla fine. Volle confessarsi e comunicarsi ancora una volta, lodando e ringraziando Dio ad alta voce di averlo, disse, condotto a Bagchsaray per morirvi da cattolico.
L’altro esempio riguarda una giovane donna tedesca, che da cinque anni si era arresa alle sollecitazioni di un tartaro potente, con cui ella viveva pubblicamente, come se fosse stato il suo vero marito. Ero stato istruito sul suo commercio e avevo sovente cercato le occasioni per mostragliene l’orrore; ma era sempre stata così attenta a evitare di incontrarmi che mai io avevo potuto parlarle. Infine, ella si ammalò. Dalla casa del tartaro, che era fuori città, fu trasportata in una casa turca, e di là in una casa cristiana, da dove ella mandò a chiamarmi. Vado; la trovo in lacrime e in fin di vita. Padre mio, mi gridò vedendomi avvicinare, eccomi sul punto di andare dinanzi a Dio: c’è ancora per me qualche perdono da sperare? Sì, le dico, se lo chiedete con tutto il vostro cuore. Padre mio, replicò, finora non ho osato parlarvi; ma mai io non volevo farvi vedere che avevo orrore di me stessa. Dopo averla disposta con gli atti e la preparazione necessaria, ascoltai la sua confessione, che essa me fece con molta presenza di spirito e tra grandi gemiti. Visse ancora tre giorni, piangendo sempre e gridando misericordia, felice che il suo pentimento, sebbene tardivo, le potesse alleviare la giustizia di Dio! Cito queste due caratteristiche, perché sono recenti, e hanno fatto grande clamore fra i cristiani. Ne potrei citare molti altri di minore luce e più antichi, ma che non mi hanno fatto sentire di meno l’attenzione della divina Provvidenza nel concedere ai più grandi peccatori i preziosi momenti della conversione. Se qualcosa è capace di addolcire le pene di un missionario, è certamente la consolante testimonianza che egli non può impedirsi di rendersi conto in queste occasioni che se non si fosse trovato in quel momento alla portata di aiutare quelle anime, tali e tanti sarebbero periti senza soccorso.
Ecco, monsignore, in che stato è oggi la nuova missione della Crimea, che voi avete voluto prendere sotto la vostra protezione.
Ciò che ho l’onore di riferirvi ora non è che un primo progetto, tale quale un uomo così debole come me ha potuto tracciare, lavorando tutto solo in un paese così duro da dissodare; eccolo. Ora che mi è giunto un aiuto, e che ho modo di sperare che non si rimarrà là, esso prenderà, con l’aiuto di Dio, una forma tutta nuova. Tutto vi depone favorevolmente. I Tartari si abituano a vederci tra loro. Gli schiavi, che sono la loro grande ricchezza, parlano loro a ogni occasione molto bene di noi; e essi notano, dicono, che da quando ci frequentano sono serviti con maggior precisione e più volentieri. I cristiani del paese perdono tutti i giorni i pregiudizi che respirano fin dall’infanzia contro il credo cattolico. Molti l’abbracciano, e tutti lo rispettano. L’opera è cominciata; non si tratta che di perfezionarla e di affermarla. Permettetemi, per favore, monsignore, di proporre alcuni mezzi che l’esperienza mi suggerisce.
Il primo mezzo, e incontestabilmente più necessario, è di avere tre o quattro missionari di gran coraggio, grande pazienza e grande carità. Se fossimo solamente tre sacerdoti, potremmo percorrere di volta in volta i cantoni più interni della Crimea, dove c’è un’infinità di cristiani dispersi che non hanno potuto ancora venir da noi, e dove non c’è stato possibile andare da loro. Di questi tre padri, due marcerebbero tutta l’estate fino alle città distanti, e il terzo avrebbe dimora fissa a Bagchsaray, dove tutti ritornerebbero per l’inverno. Se qualcuno di questi padri fosse medico, e avesse un po’ di buoni rimedi, entrerebbe ovunque col favore della medicina, e farebbe del bene immenso alle città e alle case di campagna, dove non occorrerebbe più temere tanto di mostrarci. Conoscendo il paese come lo conosco io, sono persuaso che non ci sarebbe momento nell’anno senza poter battezzare, far crescere al cielo truppe di bambini, e assistere nella morte molti adulti. Finora sono stato spesso fino alle porte di Caffa, dove è il forte degli schiavi cristiani, a causa della numerosa popolazione e del grande commercio, senza aver potuto entrarvi. È una città turca dove egli non c’è sicurezza per i Franchi, dopo i conflitti della Porta con i Polacchi e i Moscoviti. Se avessi con me un missionario medico, o che lo fossi stato io stesso, io so, e non ne dubito, che dopo cinque o sei anni che mi si invita ad andare là, avrei fatto più buone opera in questa sola città in tutto il resto della Crimea.
Il secondo mezzo, per dare fondamenta solide alla missione, è di avere una cappella franca, eretta dall’autorità pubblica a Bagchsaray. Abbiamo già a nostro favore la parola del khan, che l’ha promessa al signor ambasciatore; ma, siccome il khan può cambiare, sarebbe necessario avere anche l’approvazione dei cherembeys, che non cambiano mai, e che rappresentano il corpo della nazione tartara. Fatto questo, potremmo dichiarare stabilita la religione cattolica, e autorizzate le funzioni dei missionari nel paese. È così che gli armeni, stranieri come noi, vi hanno ottenuto l’ubicazione separata di quattro o cinque chiese. Noi non domandiamo che l’apertura di una sola cappella nel recinto della nostra dimora. Gli Armeni hanno chiese per i loro soli connazionali: la nostra cappella sarà invece aperta all’uso degli schiavi, che sono i servi del Tartari, e coloro che fanno valere le loro terre. D’altronde, quella condiscendenza dei maomettani per gli schiavi cristiani non è né nuova né proibita. A Costantinopoli, nel bagno personale del gran signore, gli schiavi cristiani hanno da tempo immemore due grandi cappelle che i padri gesuiti servono con pubblica autorità. A queste ragioni generali, che proveremo, con l’aiuto di Dio, a far apprezzare ai potenti, per il bene delle anime occorre ancora aggiungere in particolare: 1° che non avendo noi delle cappelle, tutte le nostre funzioni dipendono unicamente dalla buona volontà degli Armeni a tollerarci con loro nella stessa chiesa. Ma, questa buona volontà può cambiare da un giorno all’altro; e se, come può ben presto arrivare, prendesse loro il capriccio di escluderci loro dalla loro chiesa, a chi dovremmo ricorrere? So di molte persone di questa nazione che hanno nell’animo dei buoni sentimenti, che esse vorrebbero mostrare per mettere la loro coscienza in pace, cosa che non è praticabile nella loro chiesa, in cui non mancherebbero di essere insultate. Non possiamo andare nelle loro case e nemmeno tollerare che esse vengano nella nostra, finché noi non avremo un luogo separato e consacrato a cappella; 2° i Greci, che qui formano un grande popolo, hanno un’avversione naturale per gli Armeni, e mai li si vede nelle loro chiese. Ciò determina che finora ne abbiamo portate molto poche al credo cattolico, sebbene ciò non fosse troppo difficile, se avessimo dove riunirli e dove istruirli.
Un terzo mezzo per affezionarci sempre più i Tartari, e per interessare la bontà di Dio a sostenere la missione, sarebbe di provvedere al sollievo di quei poveri vecchi erranti e fuori di servizio di cui ho già parlato. Nulla è più degno di compassione. Non passa inverno che non si trovino molti morti di fame e di freddo nelle campagne, e Dio sa in che triste stato di salute. Ne raccogliamo quanti più possiamo, e condividiamo di gran cuore con loro ciò che abbiamo per la nostra sussistenza; ma cosa possiamo da soli, e a cosa va per ciascuno di loro? Se eravamo abbastanza fortunati di interessare la carità dei fedeli per garantire loro un povero rifugio, dove ogni anno si dava loro un pezzo di stoffa per coprirsi, e ogni giorno un po’ di pane nero, guardavamo ciò come una fortuna; oltre alla salvezza delle loro anime che si metteva in sicurezza, nessun moribondo non fu assistito, è certo che i Tartari saranno colpiti da quest’esempio di umanità cristiana, e che ispirava loro un nuovo rispetto per la nostra santa religione.
CONTINUA NEL POST SUCCESSIVO
http://www.larici.it/culturadellest/storia/gesuiti/index.htm