Ucraina, giallo sulla morte ex ministro interni


Titolo: Ucraina, giallo sulla morte ex ministro interni
KIEV - Yury Kravchenko, già  ministro dell'Interno ucraino prima dell'avvento alla presidenza della Repubblica del filo-occidentale Viktor Yushchenko, è stato trovato morto nella sua residenza di campagna. Il portavoce del nuovo ministro degli Interni sostiene che Kravchenko si è suicidato. La magistratura ha aperto un'inchiesta.

Kravchenko avrebbe dovuto testimoniare oggi nell'inchiesta giudiziaria sul rapimento e l'omicidio nel 2000 del giornalista Gheorghi Gongadze, vicino all'opposizione.

Fin dall'inizio si è sospettato che il mandante ultimo fosse proprio lo spregiudicato leader post-sovietico Kuchma, di cui l'ex ministro dell'Interno era un fedelissimo. Alcune registrazioni fatte da una sua ex-guardia del corpo fuggita in Occidente sembrerebbero confermarlo. Kuchma, ex presidente, chiede a Kravcenko di "regolare i conti" con lo scomodo Gongadze: "Io ho delle aquile che possono occuparsi del giornalista", gli risponde lo zelante ministro degli Interni. E poco dopo il giornalista muore.

Le indagini sull'omicidio del reporter hanno segnato il passo fino a qualche settimana fa, quando la "rivoluzione arancione" ha portato al potere il filo-occidentale Viktor Yushenko. Tre giorni fa c'è stato il primo colpo di scena: tre alti ufficiali degli organi di polizia ucraini sono stati formalmente accusati di aver partecipato al sequestro del reporter. Si era sparsa anche voce di un possibile ordine di cattura nei confronti dell'ex ministro degli Interni. Oggi, il secondo colpo di scena, con il suicidio del super testimone.
(repubblica)

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Titolo:
Nel giallo di Kiev, Kuchma primo indiziato
L'ex presidente rientrato in Ucraina dopo il misterioso suicidio del ministro dell'interno. Che lo accusa
Sullo sfondo la feroce uccisione di Heorhiy Gongadze, giornalista scomodo rapito e decapitato nel 2000. Fu Kuchma il mandante? L'ex presidente nega tutto
A. D.
Per l'ex presidente ucraino Leonid Kuchma, che ha lasciato solo da poche settimane la massima carica dello stato a Viktor Yushenko, si prospettano tempi difficili. Ieri pomeriggio Kuchma è rientrato a Kiev da Karlovy Vary, nella Repubblica Ceca, dove si trovava ufficialmente per un periodo di cure termali, ed è molto probabile che nelle prossime ore debba davvero fare quel che ha promesso ieri: «mettersi a disposizione del giudice». Il suo nome, a quanto sembra, è stato fatto in un biglietto d'addio dall'ex ministro degli interni Yurij Kravchenko, suicidatosi (forse) venerdì mattina poco prima dell'ora in cui avrebbe dovuto presentarsi al giudice per rispondere sul «caso Gongadze» - il giornalista ucraino che, inviso al regime di Kuchma, venne rapito e ucciso da sconosciuti nel settembre 2000. Un «giallo» di stato, di quelli pesanti. Già  all'epoca, e poi con crescente insistenza, Kuchma era stato indicato vox populi come mandante di quell'assassinio, la cui regìa sarebbe stata affidata proprio a Kravchenko. In una registrazione, effettuata di nascosto e resa pubblica successivamente da un bodyguard poi fuggito all'estero, si udiva una voce che poteva essere quella del presidente - ma sull'attribuzione non c'è certezza - parlare di Gongadze (autore di una serie di inchieste scomode sui traffici di Kuchma con elementi mafiosi, pubblicate su un giornale web) con rabbia e chiedere che venisse «tolto di torno, fatto fuori, dato ai ceceni». Un'altra voce, attribuita a Kravchenko, rispondeva che «abbiamo delle aquile che possono risolvere il problema». Pochi giorni dopo la data della conversazione, Gongadze veniva rapito e trucidato, il suo corpo fatto trovare bruciato e decapitato.

Sul feroce omicidio, le indagini condotte dalla polizia non avevano mai portato a nulla: anche la registrazione, con la testimonianza del funzionario «pentito» che l'aveva effettuata, era bastata a riempire per mesi le piazze di gente che protestava e chiedeva le dimissioni di Kuchma; ma non a smuovere qualcosa nelle indagini. Per molti, è stato in quelle settimane che effettivamente è nato il movimento sfociato poi nella cosiddetta «rivoluzione arancione» e nella caduta del regime. Anche la resistenza feroce di quest'ultimo - prima con i clamorosi brogli elettorali, poi con il furioso rifiuto di rimettere in discussione i risultati, sarabbe stata motivata dal semplice istinto di sopravvivenza: evitare un cambiamento politico che avrebbe inevitabilmente portato con sè una nuova inchiesta (e delle condanne) per l'uccisione di Gongadze.

Fatto sta che il cambiamento c'è stato, e la valanga si è messa in moto. Già  l'indomani del voto che in dicembre ha portato Viktor Yushenko al potere, un ex ministro si era suicidato in circostanze poco chiare (Heorhiy Kirpa, responsabile dei trasporti sotto Kuchma e chiamato in causa per traffici mafiosi); poi, alla fine di febbraio, tre ufficiali della polizia erano stati arrestati come presunti esecutori materiali del delitto Gongadze; lo stesso Kravchenko era stato messo sotto sorveglianza e infine chiamato a testimoniare per la mattina di venerdì 4 marzo. Molti davano per scontato che sarebbe stato messo in carcere al termine dell'udienza.

Invece, il colpo di scena: alle otto e mezza del mattino, due colpi vengono uditi dalla guardia della villa dove Kravchenko risiede alla periferia di Kiev; e pochi minuti dopo è la moglie a trovare il cadavere, con due fori di proiettile alla testa. Due? Che suicidio è mai questo? E' vero che uno dei colpi non era mortale, perchè al mento: ma un uomo che si è appena sparato al mento (fracassandosi la mandibola, con un dolore pazzesco e uno shock tremendo) può avere la freddezza di mirare di nuovo e sparare alla tempia? Fatto sta che subito c'è chi avanza l'ipotesi di un cecchino che avrebbe sparato da fuori per eliminare l'ex ministro prima che facesse rivelazioni e nomi compromettenti; ma il complotto deve essere davvero ben studiato, se c'è, perchè accanto al cadavere, in casa, si trova una pistola fumante e in tasca un biglietto. Sul quale, stando a indiscrezioni, ci sono poche ma drammatiche parole: «Miei cari, io non ho alcuna colpa. Sono vittima degli intrighi di Kuchma e dei suoi uomini. Me ne vado con la coscienza pulita». Adesso, l'ex presidente - che dice di essere del tutto estraneo a queste vicende - dovrà  spiegare molte cose; ma non è detto che anche il nuovo regime non abbia qualcosa da spiegare.

da "il manifesto" (6/3/05)


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