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Il brindisi del benvenuto
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hitman
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 Il brindisi del benvenuto
Questo frammento è stato trovato nelle memorie di viaggio, di un viaggio passato. Magari invoglierà qualcuno a visitare l'Ukraina e risveglierà in altri la toskà.
Come dice La Slava "Come un amore maturo, un amore che continua a portarmi lì, come un moto di risacca...Toskà!"
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#1 08 Gennaio 2008, 16:38 |
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hitman
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 Re: Il brindisi del benvenuto
Il Generale ci aspettava in magliettta nera nel caldo del pomeriggio della stazione aeroportuale dove si riversava quella parte del popolo che può fare a meno degli spostameti a gomma o su ruote ferrate. Anche i turisti arrivavano nell'afa di inizio estate per vederla e toccarla con mano quella bellezza ucraina fatta sì di paesaggi ma soprattutto di giovani visi dalla pelle chiara, spontanei corpi slanciati e resi immortali da tacchi alti che tutto avrebbero fatto meno che lasciare la mini minigonna chiusa nell'armadio.
Solo l'occhio incolto può mischiare e confondere questa terra con la più estesa e inglobante terra russa, non c'è neanche da dirlo per scherzo, come recita la massima del Generale “Kiev è stata la prima ed è l'ultima città russa”. Ora guarda con complicità all'occidente ma in altra epoca fu la capitale delle riunite terre dei principati e tutt'ora si respira spesso un post-sovietismo che forse per qualcuno è anche diventato nostalgia.
Qui i problemi si sistemano subito, senza aspettare. Se l'auto si guasta in mezzo alla strada, nel traffico del mezzogiorno, è in mezzo alla strada che il veicolo va fermato e riparato e, se proprio non si può riparare, è lì che va lasciato come un bisonte ferito con una lunga coda di auto e autisti impazienti. Capita così che se serve il bagno durante un tragitto in autostrada basta fermare l'auto senza troppi complimenti, anche senza mettere la freccia, ed ecco che il bordo pista diventa una toilette. Piccoli miracoli quotidiani. Questa gente non si lascia fermare da problemi logistici, è questa la loro forza. Se il camion manca di una ruota non c'è problema, può viaggiare lo stesso con quelle che restano e se il frigorifero e l'armadio sono troppo grandi da entrare nel bagagliaio della Lada basta accomodarli sul tetto.
All'interno dell'auto l'aria stagnava e bolliva quasi. Iniziammo a scioglierci lentamente lasciando andare i sensi all'euforia del viaggio, di chi arriva in un posto nuovo e non vuole andare a letto prima di aver visto tutto, prima di aver dato tutto.
Non dovemmo pregare molto per avere un'accoglienza degna di nota. Era già tutto preparato. Dopo il primo, fugace, rinfrescante brindisi nell'appartamento si doveva passare subito al rito della presentazione, del benvenuto, dell'accoglienza goliardica per quelli della prima volta, quelli da iniziare.
Così, mentre il caldo giorno si spegneva lentamente, l'auto ci condusse all'isola del divertimento, l'isola del tesoro dei giovani, non un posto da turisti ma da autoctoni votati allo svago del sabato sera. L'isola era un bosco appoggiato nel mezzo del fiume a dividerne le acque, un posto che non sta nè sulla riva destra nè sulla sinistra, un limbo dove tutto si può fare e trovare. Arrivava la sera e aumentava la cofusione, le triple file di auto si popolavano, i giovani rinascevano sbucando dal sottoterra urbano portati dal metrò, i parcheggiatori si sbracciavano e sembravano indicare fino a quale girone bisognava scendere in questa bolgia da fine settimana.
Dal ponte si vedevano le spiaggie all'imbrunire, qualcuno si faceva il bagno e lì vicino qualcuno usava ancora la palestra socialista, libera, all'aperto, arrugginita dal tempo e abbandonata dal regime. I chioschetti sempre affollati di gente e di birre, un karaoke con un avventore solitario e stonato che sembrava soffrire per quella canzone così come soffrivano le nostre orecchie, la confusione dei bar, l'invito dei ristoranti.
La carne era squisita e andava gustata ad occhi chiusi, lo shashlik più gustoso della città, ornato di patate, pomodori, insalata e cipolle. Fu subito euforia.
Poi iniziarono i brindisi alla goccia. Ma non era una cosa da dilettanti, tutto era pensato nei minimi dettagli, i gesti da fare, le frasi da dire, niente era sprecato, tutto aveva il suo senso cosmico. Arrivarono gli amici connazionali, si unirono altri amici locali, tutti a presenziare a un nuovo rito della presentazione. La pregiata acquetta era intervallata da acqua e qualche boccone ma, come si sa, nel lungo treno dei brindisi i colori si appannano e i suoni diventano confusi, così può capitare che qualcuno ordini altri cento grammi di vodka per un'inezia, magari perchè non trova più il suo bicchiere e poi altri duecento grammi perché una volta che si è imboccata la discesa si accelera ed è sempre più difficile fermarsi.
Si aprirono le danze e fu il tripudio della notte, che se la prima è così poi non si può che andare in crescendo perché il tamadà insegna che se inizi con la vodka dopo non puoi scendere coi gradi, puoi solo salire per non stare male e anche l'avventura allora deve sempre andare più in alto, più lontano e più veloce. Bisogna conoscere questo paese e farli i chilometri, consumando le strade e le suola.
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#2 08 Gennaio 2008, 16:40 |
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gringox
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 Re: Il brindisi del benvenuto
Il Generale ci aspettava in magliettta nera nel caldo del pomeriggio della stazione aeroportuale dove si riversava quella parte del popolo che può fare a meno degli spostameti a gomma o su ruote ferrate. Anche i turisti arrivavano nell'afa di inizio estate per vederla e toccarla con mano quella bellezza ucraina fatta sì di paesaggi ma soprattutto di giovani visi dalla pelle chiara, spontanei corpi slanciati e resi immortali da tacchi alti che tutto avrebbero fatto meno che lasciare la mini minigonna chiusa nell'armadio.
Solo l'occhio incolto può mischiare e confondere questa terra con la più estesa e inglobante terra russa, non c'è neanche da dirlo per scherzo, come recita la massima del Generale “Kiev è stata la prima ed è l'ultima città russa”. Ora guarda con complicità all'occidente ma in altra epoca fu la capitale delle riunite terre dei principati e tutt'ora si respira spesso un post-sovietismo che forse per qualcuno è anche diventato nostalgia.
Qui i problemi si sistemano subito, senza aspettare. Se l'auto si guasta in mezzo alla strada, nel traffico del mezzogiorno, è in mezzo alla strada che il veicolo va fermato e riparato e, se proprio non si può riparare, è lì che va lasciato come un bisonte ferito con una lunga coda di auto e autisti impazienti. Capita così che se serve il bagno durante un tragitto in autostrada basta fermare l'auto senza troppi complimenti, anche senza mettere la freccia, ed ecco che il bordo pista diventa una toilette. Piccoli miracoli quotidiani. Questa gente non si lascia fermare da problemi logistici, è questa la loro forza. Se il camion manca di una ruota non c'è problema, può viaggiare lo stesso con quelle che restano e se il frigorifero e l'armadio sono troppo grandi da entrare nel bagagliaio della Lada basta accomodarli sul tetto.
All'interno dell'auto l'aria stagnava e bolliva quasi. Iniziammo a scioglierci lentamente lasciando andare i sensi all'euforia del viaggio, di chi arriva in un posto nuovo e non vuole andare a letto prima di aver visto tutto, prima di aver dato tutto.
Non dovemmo pregare molto per avere un'accoglienza degna di nota. Era già tutto preparato. Dopo il primo, fugace, rinfrescante brindisi nell'appartamento si doveva passare subito al rito della presentazione, del benvenuto, dell'accoglienza gogliardica per quelli della prima volta, quelli da iniziare.
Così, mentre il caldo giorno si spegneva lentamente, l'auto ci condusse all'isola del divertimento, l'isola del tesoro dei giovani, non un posto da turisti ma da autoctoni votati allo svago del sabato sera. L'isola era un bosco appoggiato nel mezzo del fiume a dividerne le acque, un posto che non sta nè sulla riva destra nè sulla sinistra, un limbo dove tutto si può fare e trovare. Arrivava la sera e aumentava la cofusione, le triple file di auto si popolavano, i giovani rinascevano sbucando dal sottoterra urbano portati dal metrò, i parcheggiatori si sbracciavano e sembravano indicare fino a quale girone bisognava scendere in questa bolgia da fine settimana.
Dal ponte si vedevano le spiaggie all'imbrunire, qualcuno si faceva il bagno e lì vicino qualcuno usava ancora la palestra socialista, libera, all'aperto, arrugginita dal tempo e abbandonata dal regime. I chioschetti sempre affollati di gente e di birre, un karaoke con un avventore solitario e stonato che sembrava soffrire per quella canzone così come soffrivano le nostre orecchie, la confusione dei bar, l'invito dei ristoranti.
La carne era squisita e andava gustata ad occhi chiusi, lo shashlik più gustoso della città, ornato di patate, pomodori, insalata e cipolle. Fu subito euforia.
Poi iniziarono i brindisi alla goccia. Ma non era una cosa da dilettanti, tutto era pensato nei minimi dettagli, i gesti da fare, le frasi da dire, niente era sprecato, tutto aveva il suo senso cosmico. Arrivarono gli amici connazionali, si unirono altri amici locali, tutti a presenziare a un nuovo rito della presentazione. La pregiata acquetta era intervallata da acqua e qualche boccone ma, come si sa, nel lungo treno dei brindisi i colori si appannano e i suoni diventano confusi, così può capitare che qualcuno ordini altri cento grammi di vodka per un'inezia, magari perchè non trova più il suo bicchiere e poi altri duecento grammi perché una volta che si è imboccata la discesa si accelera ed è sempre più difficile fermarsi.
Si aprirono le danze e fu il tripudio della notte, che se la prima è così poi non si può che andare in crescendo perché il tamadà insegna che se inizi con la vodka dopo non puoi scendere coi gradi, puoi solo salire per non stare male e anche l'avventura allora deve sempre andare più in alto, più lontano e più veloce. Bisogna conoscere questo paese e farli i chilometri, consumando le strade e le suola.
Hittolo caro, amico mio che parole...
trattengo a malapena l'emozione nel leggere questo tuo racconto. Il ricordo della vostra presenza (tua e della sissetta) è ancor più vivo dopo queste tue parole. Sono sensazioni forti, fatte di gestualità, di percezioni, di parole...
Io spero col cuore che tu possa al piu' presto tornare al quartier generale per rivivere quelle emozioni e per provarne altre. Perchè l'amicizia che ci ha avvicinati in questi anni di vita forumistica e "reale" possa alimentarsi con nuova linfa.
Un abbraccio,
Gringox
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#3 27 Gennaio 2008, 16:06 |
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