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“LA VITA E’ UNA COSA SEMPLICE E CRUDELE” - Articolo Di Vladimir Putin Del ...
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Messaggio “LA VITA E’ UNA COSA SEMPLICE E CRUDELE” - Articolo Di Vladimir Putin Del 30 Aprile 2015 
 
Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, nella sua colonna per il giornale "Pioniere russo", ha parlato dei suoi genitori durante la guerra, di suo fratello, delle incredibili coincidenze che hanno influito sulla sua e sulla loro vita, di come queste storie sono state in seguito confermate e di come i suoi genitori non volevano e non erano capaci di odiare i propri nemici.


Mio padre, a dire il vero, non amava parlare di questo tema. Spesso succedeva che mi trovassi lì vicino quando i grandi parlavano tra loro e ricordavano qualcosa del passato. Tutte le informazioni sulla mia famiglia e sulla guerra le raccoglievo da questi discorsi tra adulti. Ma qualche volta me ne parlavano.
Mio padre era un marinaio e ha fatto il servizio militare a Sebastopoli, nell'unità sommergibili. L'hanno reclutato nel 1939. Quando è tornato è andato a lavorare in fabbrica. Lui e la mamma vivevano a Petrodvorez (ndr attuale Peterhof. Si trova vicino a San Pietroburgo ed è nota per il complesso di palazzi e giardini fatti costruire da Pietro il Grande). Se non sbaglio hanno persino costruito una casetta li.
Quando iniziò la guerra lui lavorava in una fabbrica militare e per questo motivo non venne richiamato alle armi. Ma sottoscrisse una richiesta per entrare nel partito e successivamente una richiesta per essere mandato al fronte. Fu inserito in un'unità di sabotatori dell'NKVD. Era una piccola unità. Disse che erano in 28 persone e venivano mandati nelle retrovie nemiche per compiere atti di sabotaggio. Far saltare ponti, ferrovie... Ma finirono in un'imboscata quasi subito. Qualcuno li tradì. Entrarono in un villaggio, poi se ne andarono e quando ritornarono c'erano già i nazisti ad aspettarli. Li inseguirono nella foresta e lui riuscì a salvarsi perché si buttò dentro una palude e per diverse ore respirò attraverso una canna. Questo me lo ricordo dalle sue parole. Mi raccontò che mentre era dentro la palude e respirava attraverso questa canna, riusciva a sentire i soldati nemici che camminavano vicini ed i cani che abbaiavano.
Inoltre era già l'inizio dell'autunno e faceva fresco… Mi ricordo che mi disse che a capo del loro gruppo c'era un tedesco. Era un cittadino sovietico di origini tedesche.
E’ stato curioso quando dopo diversi anni, dagli archivi del Ministero della Difesa mi hanno portato i documenti su questo gruppo. A casa mia, a Novo-Ogarevo, c’è una copia di quei documenti. La lista, cognomi, nomi, patronimici e brevi caratteristiche. Si, tutto vero, 28 persone. E a loro capo un tedesco. Proprio come raccontava mio padre.
Dei 28 riuscirono a tornare a casa solo in 4.  24 di loro morirono.
Dopodiché furono inviati nell'esercito per essere riformati e poi mandati al Nevskiy Pyatachok (ndr era la testa di ponte per liberare Leningrado dall’assedio). Era forse il punto più caldo per tutto il tempo dell'assedio. Le nostre truppe erano a guardia di una piccola testa di ponte. Quattro chilometri di larghezza e due e qualcosa di profondità. Si supponeva che sarebbe stata la base per rompere il blocco. Ma non si riuscì ad usarlo a questo scopo. Il blocco venne infranto in un altro luogo. Tuttavia difendevano la base e la difesero a lungo. Ci furono dei combattimenti molto duri, davvero durissimi. La base era circondata da alture e veniva colpita da tutte le parti. I tedeschi ovviamente capivano che da quel punto sarebbe potuta partire una controffensiva e cercavano di cancellare il Nevskij Pyatachok dalla faccia della terra (ndr in russo la parola “Pyatachok” indica la monetina da 5 kopechi e può essere usata anche per indicare un’area molto piccola). Ci sono dei dati su quanto metallo è presente in ogni metro quadrato di quell’area. Ancora oggi laggiù è tutto metallo.
Mio padre mi raccontò di come venne ferito laggiù. Era una ferita seria. Passò tutto il resto della sua vita con delle schegge nella gamba, perché non riuscirono a toglierle tutte. La gamba continuò a fargli sempre male. Non riuscì più a piegare il piede. Preferirono non toccare le schegge più piccole per non spaccare l'osso e grazie a Dio salvarono la gamba. Perché avrebbero anche potuto amputargliela. Gli capitò un bravo dottore. Era un invalido di 2° gruppo. Per il fatto di essere un invalido di guerra gli diedero un appartamento. Era la nostra prima casa privata. Un piccolo appartamento di due camere. Anche se prima vivevamo in centro e dovemmo quindi traslocare. Non in periferia ma nelle case appena costruite. Questo ovviamente accadde non subito dopo la guerra, ma quando già lavoravo nel KGB. A me non davano l'appartamento, mentre finalmente ne diedero uno a mio padre. Fu una grande gioia.
Adesso vi racconto di come venne ferito. Lui e il suo commilitone cercavano di infiltrarsi nelle retrovie del nemico, strisciavano, strisciavano… La scena successiva è contemporaneamente divertente e triste: appena si avvicinarono alla casamatta tedesca da lì usci, come disse mio padre, un grosso omone che li guardò…  Loro non potevano alzarsi, perché erano sotto il tiro del mitra. «L'uomo, — disse — ci guardò con attenzione. Poi tirò fuori una granata e un’altra ancora e ce le tirò addosso. E dopo…». La vita è una cosa semplice e crudele.
Sapete qual era il problema più grave quando si svegliò? Che era già inverno, la Neva era ghiacciata, bisognava in qualche modo raggiungere l'altra riva, cercare aiuto, un aiuto medico qualificato. Lui però ovviamente non riusciva a camminare.

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Riuscì per dir la verità a raggiungere i suoi su questa riva ma erano in pochi che lo volevano portare dall'altra parte perché lì non c'erano ripari e il fiume Neva veniva bersagliato da colpi di mitra e di artiglieria. Le possibilità di arrivare sull'altra riva erano praticamente nulle. Ma casualmente proprio lì c’era anche il suo vicino di casa di Peterhof, che senza pensarci due volte se lo mise in spalle e lo portò via. Riuscì a portarlo fino all'ospedale. Ci arrivarono entrambi vivi. Il vicino lo aspettò all'ospedale e si assicurò che venisse operato. Poi gli disse: «Ecco, ora tu vivrai, mentre io vado a morire».
E tornò indietro a combattere. Chiesi a mio padre: «Che successe, morì veramente?» Lo raccontava diverse volte. Per lui era difficile parlarne. Non si videro più e mio padre credeva veramente che il suo vicino fosse morto. Ma negli anni 60, l'anno esatto non me lo ricordo, ero ancora piccolo, ma circa agli inizi degli anni 60 mio padre un giorno tornò a casa, si sedette e iniziò a piangere. Incontrò l'uomo che l'aveva salvato. In un negozio. A Leningrado. Per caso. Entrò in un negozio per comprare dei prodotti e lo vide. Fu veramente incredibile che entrambi decisero di andare nello stesso momento nello stesso negozio. Una possibilità su un milione… Poi si incontravano spesso a casa nostra…
La mamma mi raccontava di quando andava a trovare papà in ospedale, dove lo misero dopo essere stato ferito. Avevano un bambino di 3 anni. C'era la fame, l'assedio… e mio padre le dava la sua razione ospedaliera. Di nascosto dai medici e dalle infermiere. E lei la nascondeva e se la portava a casa per nutrire il bambino. Poi in ospedale cominciò a svenire per la fame ed i dottori e le infermiere, capendo cosa stava accadendo, le impedirono di visitarlo.
Poi le tolsero il bambino. Lo facevano, come raccontava lei, prendendo dei bambini a caso. Li raccoglievano negli orfanotrofi per poi evacuarli. Senza chiedere il permesso ai genitori.
Alla fine lui li si ammalò — mamma disse di difterite, — e non sopravvisse. Non dissero nemmeno dove venne sepolto. Non l'hanno mai saputo. E l'anno scorso, persone che non conoscevo, di loro iniziativa si sono messe a spulciare gli archivi e hanno trovato i documenti su mio fratello. Era veramente mio fratello. Perché so dove vivevano allora, dopo essere sfuggiti all'esercito tedesco che avanzava su Petrodvorez. Si trovavano a casa di conoscenti e sapevo persino l'indirizzo. Vivevano, come si dice da noi, sul Canale d'acqua. Sarebbe più giusto chiamarlo “Obvodnyj kanal”, ma a Leningrado tutti lo chiamano «Canale d'acqua». So che vivevano sicuramente lì. E coincideva non solo l'indirizzo dal quale lo presero, ma anche il nome, il cognome, il patronimico e l'anno di nascita. Era di sicuro mio fratello e c'era scritto il luogo dove venne seppellito: il cimitero di Piskarevo. Era indicata persino la tomba.
Ai miei genitori non dissero mai nulla. Forse a quei tempi avevano altro da fare.
Tutto quello che i miei genitori mi raccontarono sulla guerra era vero. Non inventarono niente. Non cambiarono mai alcuna data. Su mio fratello. Sul vicino. Sul tedesco al comando del gruppo. Era tutto vero nei minimi dettagli. E tutto è stato poi confermato in seguito. Mio padre, quando persero il bambino e la mamma rimase da sola, appena gli fu permesso di camminare si alzò e con le stampelle tornò a casa. Quando arrivò davanti alla casa vide che i sanitari portano via i cadaveri. E vide la mamma. Si avvicinò e gli sembrò lei ancora respirasse. Disse ai sanitari: «Ma è ancora viva!» — «Morirà per strada — gli risposero. — non sopravviverà». Disse che li si avventò addosso con le stampelle e li costrinse a riportarla di sopra, nell'appartamento. Gli dissero: «Fai come vuoi ma sappi che per le prossime 2,3,4 settimane non ritorneremo. Allora saranno affari tuoi». E lui riuscì a salvarla. Rimase viva. Visse fino al 1999. Mentre lui morì alla fine del 1998.
Dopo la fine del blocco di Leningrado si trasferirono dai genitori di mio padre nella regione di Tver e fino alla fine della guerra restarono a vivere li. La famiglia di mio padre era piuttosto grande. Aveva 6 fratelli, di cui 5 morirono. E' una catastrofe per una famiglia. Anche i parenti di mia madre morirono. Io fui un figlio arrivato piuttosto tardi. Mi partorì a 41 anni.
Non esisteva famiglia dove non ci fossero stati dei morti. Fu sicuramente una cosa triste e tragica. Ma non provarono mai odio verso il nemico. Ecco la cosa incredibile. Persino adesso non riesco a capirli, a dire la verità, non riesco a capirli fino in fondo. Mia madre poi è sempre stata una persona molto tranquilla e buona… Diceva: «Come si fa ad odiare quei soldati? Sono persone semplici e anche loro morivano durante quella guerra». E' incredibile. Siamo stati educati dai libri sovietici, dai film… e odiavamo. Mentre lei non provava assolutamente questo sentimento. Mi ricordo molto bene le sue parole: «Cosa vuoi fare con loro? Sono dei semplici lavoratori come noi. Solo che sono stati mandati in guerra».
Queste parole me le ricordo sin da bambino.

(Vladimir Vladimirovich Putin)


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Bes Invia Messaggio Privato
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Messaggio Re: “LA VITA E’ UNA COSA SEMPLICE E CRUDELE” - Articolo Di Vladimir Putin Del 30 Aprile 2015 
 
Avevo già letto la notizia qualche giorno fa, hai fatto bene a segnalarla  
 



 
direttore Invia Messaggio Privato
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Messaggio Re: “LA VITA E’ UNA COSA SEMPLICE E CRUDELE” - Articolo Di Vladimir Putin Del 30 Aprile 2015 
 
Un gran racconto
 




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"Otium cum dignitate." - Marcus Tullius Cicero
 
Matt Invia Messaggio Privato
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Messaggio Re: “LA VITA E’ UNA COSA SEMPLICE E CRUDELE” - Articolo Di Vladimir Putin Del 30 Aprile 2015 
 
Commovente.....

Willow
 




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Fortuna fortes metuit et ignavos premit!!

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WILLOWMASK Invia Messaggio Privato Skype
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Messaggio Re: “LA VITA E’ UNA COSA SEMPLICE E CRUDELE” - Articolo Di Vladimir Putin Del 30 Aprile 2015 
 
WILLOWMASK ha scritto: [Visualizza Messaggio]
Commovente.....

Willow


Commovente è poco, è una storia semplicemente incredibile. Sentire storie simili (e in Russia ce ne sono tante) mi fa riflettere molto, oltre che comprendere quella che è la ricchezza e la profondità d'animo di tante persone russe e russofone, che in fondo è la loro vera e unica forza
 



 
the_wolf Invia Messaggio Privato
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