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Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo
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Messaggio Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo 
 
MOGADISCIO - È stato rilasciato ed è atterrato a Nairobi. Adesso sta bene, ma sono state ore di paura per l'inviato del Corriere della Sera in Somalia, Massimo A. Alberizzi. Il giornalista era stato infatti fermato a Mogadiscio da alcuni miliziani e trattenuto per ore in albergo. Alberizzi si trovava nella capitale somala in compagnia del collega di Liberazione, Emanuele Piano, e del cameraman Marco Ricchello. Avevano avuto autorizzazione dalle Corti Islamiche di girare per le strade di Mogadiscio, ma mentre si trovavano in città i tre sono stati bloccati. Solo Alberizzi è stato però trattenuto. La Farnesina è stata allertata e ha preso contatto con il giornalista, il quale ha comunicato di stare bene avvertendo però di non richiamarlo.

 
LIBERATO - La notte scorsa Alberizzi è rimasto in albergo sotto il controllo dei miliziani, mentre le Corti Islamiche si riunivano per decidere se arrestarlo o meno. Alla fine ha prevalso la linea moderata del non-arresto e dell'espulsione di fatto. Questa mattina il giornalista è stato portato in aeroporto e alle 15 e 30 ha preso un volo per Nairobi.

PAURA - In questi due giorni di paura e tensione Alberizzi ha avuto momenti di terrore soprattutto ieri (sabato, ndr) pomeriggio, quando un gruppo di uomini armati lo ha portato in aeroporto, su una pista deserta. Il giornalista è stato interrogato a lungo a proposito dei suoi articoli sulla Somalia. Solo dopo una telefonata ricevuta da uno dei miliziani la tensione si è stemperata. Alberizzi è stato riaccompagnato in albergo e tenuto sotto controllo, mentre le Corti decidevano sul da farsi. Poi è stato portato di nuovo in aeroporto. Da qui è partito con un volo Onu verso Nairobi, dove è atterrato poco dopo le 18 ora italiana.

Fonte: Corriere della Sera (Italia)
 



 
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Messaggio Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo 
 
Questo articolo è scritto da Marco Philopat per un inserto del giornale italiano "La Repubblica" e rigurda la figura di anna Politkovskaja:

Una giornalista che ha avuto il coraggio di smascherare il potere in uno straordinario volume che difficilmente verrà pubblicato nel suo paese. La Russia di Putin, uscito per Adelphi con una traduzione perfetta di Claudia Zonghetti è il suo secondo libro. Il primo, Cecenia, il disonore russo fu pubblicato da Fandango nel 2003. Entrambi sono saggi di denuncia rimbalzati più volte su tutte le agenzie di stampa del mondo, proprio come è successo con Gomorra di Roberto Saviano, a dimostrare che la convergenza tra letteratura e critica sociale incide parecchio e può provocare l’intervento scomposto dei nuovi ricchi globalizzati.

Più straziante di Dostoevskij, più surreale di Bulgakov, più violento di Majakovskij, pagina dopo pagina, cazzotto dopo cazzotto, La Russia di Putin ti stende al tappeto. Un drammatico testo sulle atrocità sociali scaturite dalle ceneri dell’ex Urss: giovani militari di leva spariti nel nulla ceceno, forse uccisi da “terroristi internazionali” ma più probabilmente seviziati e stuprati dal nonnismo degli ufficiali; massacri di povera gente; eroi di guerra inseriti nella malavita per sfamare la propria famiglia; sottomarini atomici arrugginiti e comandati da uomini costretti a mangiarsi le suole delle scarpe; i gas velenosi nel teatro Dubrovka, e infine il massacro di bambini nella scuola di Beslan...

Le rigorose indagini e le passionali prese di posizione di Anna Politkovskaja hanno colpito al cuore il sistema di Putin, bisognava tapparle la bocca per sempre... A noi restano i suoi libri, fondamentali per comprendere il lontano far-east russo e tutti i medioevi della modernità.
 



 
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Messaggio Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo 
 
Articolo di Giulietto Chiesa per "La Stampa" dello scorso 27 novembre:


Se davvero all'origine degli assassini di Anna Politkovskaja e del colonnello Litvinenko ci fosse Vladimir Putin, ci troveremmo di fronte a un record di masochismo, ovvero autolesionismo, da Guinness dei primati.
Anna Politkovskaja è stata ammazzata il giorno del compleanno del Presidente russo. Un amico russo mi ha detto: «L'hanno ammazzata di pomeriggio, proprio in tempo per far arrivare il cadavere sul tavolo della festa, quando si alzano i boccali». Colpisce la coincidenza, lo sfregio.
Ma forse non è solo una coincidenza, e non è certamente una sola coincidenza.

Due vertici importanti, cruciali, dove Russia ed Europa s'incontrano per decidere il futuro dei rapporti strategici, in un momento indubbiamente difficile: entrambi vengono preceduti di poche ore da un assassinio che sembra fatto apposta per gettare una luce sinistra sul Presidente russo. Un signore, per giunta, che sa per antico mestiere come, all'occorrenza, si fanno queste cose . Ed è dunque altamente improbabile che commetta con tanta leggerezza due errori così grossolani, consistenti nel gettare tutti i sospetti proprio su se stesso.
Forse sarebbe più logico tenere d'occhio la virata che Putin ha compiuto in questo anno. Ucraina, Georgia, Bielorussia sono stati tre colpi che Mosca ha subito in un anno. Due offensive le ha dovute incassare, una , quella bielorussa, l'ha rintuzzata. Ma a Mosca non sono distratti, come gli sviluppi successivi a Kiev hanno già dimostrato. E hanno carte decisive da giocare, in primo luogo energetiche , per riportare la Russia nel novero dei giocatori mondiali. Ecco, anche, perché ogni punzecchiatura, da qualunque parte venisse, fosse essa Tbilisi, o Varsavia, o Washington, ha ricevuto risposte dure dal Cremlino, sprezzanti, senza complimenti. Detto in altri termini: è finita la «ritirata strategica» di Mosca che ha caratterizzato gli ultimi quindici anni.
Questa virata ha irritato molto gli Stati Uniti e alcuni circoli europei occidentali. Si tenga presente questo dato. Questo Putin non piace più all'Occidente.

Tutti e due gli assassini in questione sfiorano o toccano Boris Berezovskij, l'oligarca che più di ogni altro ha accompagnato l'ascesa al potere di Putin e, più di ogni altro, conosce i suoi segreti. Si ricorda ancora oggi a Mosca la sua telefonata con il terrorista Shamil Basaev all'inizio della seconda guerra cecena, allora pubblicata dal Moskovskij Komsomolets. Forse ci fu più d'un nesso tra la seconda guerra e qualcuno degli oligarchi di Mosca, nel senso che furono loro a inscenarla e a pagarla. Se Scotland Yard volesse lavorare bene, la prima cosa da fare sarebbe sentire, con molta attenzione, proprio Boris Berezovskij. Un panorama comunque inquinato. Dare credito a voci così equivoche non è ragionevole.

E c'è un altro punto da tenere in conto. Vladimir Putin è al termine del suo secondo mandato. Teoricamente non può più ripresentarsi. Lui non ha ancora detto cosa vuol fare. Ha solo lasciato capire che continuerà a esercitare un'influenza decisiva sugli affari dello Stato russo. Non ha scelta. E il fatto che non abbia scelta potrebbe essere proprio confermato da questi due «strani» e «troppo tempestivi» assassini.
Che potrebbero indicare l'inizio di una furibonda lotta per togliere di mezzo proprio il nuovo aspirante interprete della grandezza russa.
 



 
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Messaggio Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo 
 
Articolo di Anna Politkovskaya sulla Cecenia abbandonata dall'Europa datato gennaio 2003


Ma il dramma è proprio che "sappiamo". E "sappiamo" fin troppo bene. In Europa ci sono stati e ci sono signori che sanno. In Cecenia non sono mai mancati "occhi e orecchie" ufficiali degli europei. E l'Europa, o meglio la sua parte politico-burocratica, doveva essere perfettamente al corrente della questione cecena. Questi "occhi e orecchie" sono innanzitutto le persone che avevano nelle loro mani il mandato ufficiale di osservatori internazionali per conto delle maggiori organizzazioni paneuropee (il Consiglio d'Europa e l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa).

Ecco un paio di ritratti dalla realtà cecena del 2002. L'estate scorsa. Il villaggio di Mesker-Jurt è assediato da tre settimane. Arrivano notizie spaventose: gli uomini, radunati nei campi di smistamento, vengono fatti saltare in aria dai soldati. Incontro il signor Inki a Grozny e lo supplico: "Fate qualcosa! Avete un mandato!". Per tutta risposta borbotta confusamente qualche parola… sul fatto che vuole arrivare vivo alla pensione e che ormai manca poco.

Agosto 2002. A Shatoe, un centro abitato sulle montagne, alcune persone sono morte in scontri provocati dai servizi segreti federali. Le vittime sono numerose. Torno a supplicare il signor Inki a Grozny: "Fate qualcosa! Scrivete almeno una dichiarazione a vostro nome! L'avete visto tutti! Siete tutti testimoni! A voi l'Europa darà ascolto!". Ma il signor Inki ricomincia con la storia che lui è "un semplice nonno finlandese" e che "presto arriverà la pensione". Scherza, fa lo spiritoso.

Sono una giornalista che lavora spesso in Cecenia. Ebbene, quando in Cecenia arriva lord Jadd con l'ennesima ispezione per preparare l'ennesimo rapporto sulla situazione dei diritti umani – rapporto in cui sicuramente si dirà che la situazione va "gradualmente migliorando" – io, una giornalista, non riesco ad avvicinarlo. È circondato da un impenetrabile cordone di soldati, e lo vede benissimo, ed è perfettamente consapevole che serve a filtrare le informazioni. Ma non fa mai niente per spezzarlo (me l'ha detto lui stesso). Mai niente. Perché? Perché così lord Jadd è più tranquillo. Anche se il prezzo è che il massacro va avanti.

Il lord riparte, e i ceceni restano soli con il loro dolore, certi che nessuno – né la procura né le organizzazioni europee né l'Onu – li aiuterà a trovare gli assassini, i sequestratori e i carnefici dei loro cari; certi che dovranno farlo da soli, che la vendetta è l'unica strada possibile, perché la giustizia per loro non esiste. Quante volte ho dovuto ascoltare questi sfoghi durante la guerra!

Ma perché le cose vanno così? Perché l'Europa ha assegnato alla Cecenia dei rappresentanti a cui non importa assolutamente niente di niente? Perché si sprecano risorse enormi per mantenerli in Cecenia a spese dell'erario europeo? Perché gli hanno ordinato di tacere? Per tutte le domande difficili c'è sempre una risposta molto semplice. Per la situazione cecena è questa: il silenzio fa comodo. All'Osce e al Consiglio d'Europa.
 



 
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Messaggio Re: Politkovskaya E Libertà Di Stampa Nel Mondo 
 
Le torture, le esecuzioni e le sparizioni nelle carceri russe in Cecenia raccontate dalla giornalista Anna Politkovskaja che in questo articolo del giugno 2004 raccolse la testimonianza di un sopravvissuto. Questa è la prima delle tre parti del servizio, la seconda e la terza le invierò in giornata:



Questo è il racconto di un testimone oculare. Lo chiameremo Arsbi. È stato detenuto a Cernokozovo, un carcere di isolamento ceceno dove sono stati portati i prigionieri e i combattenti amnistiati della zona di Komsomolskoe. Ci siamo incontrati su mia richiesta in una capitale europea, dove Arsbi ha trovato rifugio.
Prima l'ho pregato di cercare di riconoscere qualcuno sul nostro video. Ma poi la conversazione è proseguita e si è ampliata. Ecco la sua testimonianza.

"Mi hanno portato a Cernokozovo il 12 aprile 2000. Eravamo sotto il controllo di un reparto speciale del ministero della giustizia. Nella prigione erano in corso dei lavori di ristrutturazione che venivano fatti da detenuti provenienti dal circondario di Stavropol: ogni giorno di lavoro valeva per tre.
Nella mia cella c'erano prigionieri della zona di Grozny. Appartenevano al gruppo Jihad. È così che si definivano. Wahhabiti. In un'altra cella – ma i detenuti venivano spostati di continuo per non dargli il tempo di fare amicizia – sono stato insieme ai combattenti di Komsomolskoe. La musica era la stessa per tutti: io non avevo combattuto, però mi picchiavano come gli altri.

Da Cernokozovo sono uscito con addosso una maglietta. Sul rovescio ci avevamo scritto i nomi dei miei compagni di prigionia. Mi sono messo la maglietta e mi sono avviato all'uscita – i sorveglianti non hanno pensato che potesse contenere delle informazioni. Ho deciso di conservare la maglietta per la storia.
Tra i combattenti della cella numero 10 c'era un russo – Aleksandr Lisnjakov, classe 1961, della regione di Perm. Era arrivato in Cecenia tra le due guerre. Si era convertito all'islam ed era rimasto a combattere come volontario. Poi era stato preso prigioniero. Sasha e io siamo stati nella stessa cella per quasi tre settimane.
 



 
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SECONDA PARTE


A Cernokozovo lo picchiavano continuamente e molto duramente, ma lui era di tempra più salda dei ceceni. Sono stato anche nella prigione di Pjatigorsk, due mesi. Ma ecco, a Cernokozovo distruggevano la personalità. Un uomo era considerato meno di una bestia. In cella non potevamo neppure parlare e guardarci in faccia. Non potevamo sbirciare dallo spioncino della porta. Ed era vietato pregare. Bisognava stare seduti con la testa china e gli occhi bassi. Qualsiasi altro comportamento era considerato un tentativo di fuga.

Pregavamo di nascosto. A turno. Camminavamo pian piano nella cella in modo che chi pregava desse le spalle allo spioncino e potesse muovere le labbra. A Cernokozovo non resta che sperare in Dio: prima di finire in prigione non pregavo, ho cominciato in carcere – me lo hanno insegnato i wahhabiti in cella con me.
Una volta al giorno ci portavano a fare una passeggiata – noi commentavamo, scherzando 'Mettiamoci il giubbotto antiproiettile'. Fare la passeggiata significa mani dietro il capo, testa bassa, e all'ordine 'Via' devi metterti a correre. Non puoi rallentare, bisogna correre in corridoio e in cortile. Se cadi o rallenti il passo, te le suonano.
Quando arrivava l'ora della passeggiata, tutto il personale di Cernokozovo si radunava in cortile. Si disponevano a scacchiera e tutti avevano qualcosa in mano: manici di vanga, bastoni, manganelli… per picchiarti. Di giorno è l'unico divertimento. Tu fai lo slalom e tutti ti pestano. Fino al cortile della passeggiata. Anche là bisogna correre, ma in cerchio.

Se qualcuno inciampava lo bastonavano. Ma se uno cadeva tutti gli altri finivano addosso a lui, perché non si poteva rallentare e nessuno riusciva a vedere bene davanti a sé: la testa doveva essere china. E così uno cadeva, gli altri gli finivano addosso – e loro pestavano tutti. Il principio era sempre lo stesso: più uno è forte più bisogna suonargliele.
Nella cella numero 2 sono stato con Umarov Magomed, che aveva combattuto per Komsomolskoe. Classe 1978. Wahhabita. Era stato ferito a una gamba. Lo gonfiavano da far paura. Con Umarov sono rimasto per circa quattro settimane, poi mi hanno trasferito.
I wahhabiti le guardie li chiamavano 'waha'. Gridavano 'Sei waha?'. Uno prima non capiva cosa volessero dire, e rispondeva: "No, mi chiamo Magomed". I secondini andavano in bestia e lo picchiavano.
Ricordo Ajndi, sedici anni, del villaggio di Valerik. Ajndi era uno di quelli che puoi picchiarlo finché vuoi, ma non si piega. Era privo di qualsiasi istruzione. Non era mai andato a scuola. Non sapeva scrivere. Quando arrivò in cella aveva la testa coperta di cicatrici. Aveva combattuto a Komsomolskoe.
A Cernokozovo sono stato anche con gli uomini di Gantamirov – un leader ceceno che si era schierato con i russi, ma poi ha preso le distanze da Kadyrov. Gli avevano dato l'articolo 105, omicidio. Erano quelli che avevano attaccato Grozny, i primi a penetrare in città; poi i russi li avevano messi a difendere il posto di blocco. Dopo c'è stato un misterioso incidente con i federali. E a quel punto li hanno arrestati.

A Cernokozovo ho visto anche delle donne – dodici in tutto. C'era una russa, la moglie di un comandante di campo. L'hanno fucilata. Aveva con sé la figlia, una ragazzina di 16 anni. Però le donne non le picchiavano. Le fucilavano e basta. Lena gridava dalla sua cella, ogni volta che sentiva picchiare gli altri: 'Fascisti! Belve! Smettetela!'. E batteva freneticamente i pugni sulla porta. Dicevano di averla uccisa durante un tentativo di fuga.

Nella cella numero 3 ho incontrato Aleksej Beljakov di Karaganda. Il suo nome da musulmano era Sulman. Aveva combattuto. Diceva di essere stato campione olimpico di biathlon, Poi era finito in un giro di racket a Karaganda, e si era ritrovato in Cecenia con loro. Si era convertito all'islam, aveva combattuto ed era stato catturato. Non so che fine abbia fatto.
 



 
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TERZA E ULTIMA PARTE



Una volta portarono delle persone massacrate di botte. Ci tirarono fuori dalle celle per scaricarli. Erano molto sporchi, ma ancora vivi. Alcuni di loro erano coscienti. Non potevamo parlare, solo scambiarci delle occhiate. Ci dissero di ammucchiarli in una stanza. Poi morirono.

Di notte ci facevano uscire spesso dalle celle. Cominciava la parte 'più interessante', come dicevano i secondini. La porta si apre – sulla soglia appaiono sei uomini. Ti picchiano, ti trascinano nelle loro stanze e ti picchiano ancora. Faccia al muro, manette – e giù con i martelli di legno, dove vogliono. Con quegli stessi martelli ci facevano correre da una stanza all'altra.

Ci guidavano come somari. Ti picchiano a destra – corri a sinistra. Ti bastonano a sinistra – corri a destra. La testa deve essere sempre china. E così arrivi in un posto dove è seduto un uomo, uno che ci gode a tormentare gli altri. Chiede: 'Dov'è Maskhadov?'. Risposta: 'Non ne ho la più pallida idea'.

E allora succede di tutto. Giù con le pinze. Con la corrente elettrica in tutto il corpo. Oppure alza il cane della pistola: 'Se mi dici dov'è Maskhadov ti salvi la pelle. Altrimenti muori subito'. C'era un tipo piccoletto, rosso. Ce la metteva tutta. Cercava di farti più male possibile. Ti veniva una voglia terribile di reagire – e morire subito. Quando prendevano qualcuno per portarlo nelle stanze, gli altri cominciavano a pregare.

La cosa peggiore era sentirli pestare qualcuno. I lamenti, le urla, i gemiti si sentivano benissimo. Era terribile soprattutto quando toccava ai più giovani. Ma l'uomo si abitua a tutto… Una volta ci fanno uscire di cella e ci ordinano: 'Gridate: Allah è un maiale!'. E noi abbiamo gridato… Sasha Lisnjakov prima di Cernokozovo era stato a Khankala, e diceva: 'Qui è meglio'. Là era rimasto nudo, a febbraio, in una fossa piena di cadaveri. Diceva: 'In un primo momento non ce l'ho fatta, ma poi mi sono seduto e sono rimasto lì sui cadaveri – non c'era niente da fare.

Ci tiravano fuori dalle fosse – e ci colpivano sulle gambe con dei tubi'.
Ci sognavamo il pane – da mangiare non c'era quasi niente. Acqua calda nella ciotola e un pezzo di pane al mattino. A pranzo una specie di polentina. E la sera soltanto acqua calda.

Adesso voglio solo vivere. È una grande fortuna essere vivi, mentre gli altri sono morti. Bisogna saperlo apprezzare. Mi hanno rilasciato il 5 ottobre 2000. L'ordine di liberazione era stato redatto due settimane prima. Mi dissero di firmare una dichiarazione che non avevo reclami da sporgere".
 



 
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Articolo di Anna Politkovskaja sul conflitto ceceno datato settembre  2004 ( prima delle quattro parti):

In Russia è in corso una guerra: sono ormai cinque anni che va avanti, e per lunghezza batte già la seconda guerra mondiale. Eppure, la campagna elettorale per la duma (il parlamento russo) alla fine del 2003 non ha mai affrontato questa domanda: perché la guerra non è ancora finita?
Putin è stato eletto presidente nel marzo del 2000. Poco prima dell'inizio della seconda guerra in Cecenia, nel 1999, era solo un colonnello semisconosciuto a cui era stata affidata la direzione dell'Fsb (il nuovo nome del Kgb). Ma è riuscito a bruciare le tappe della sua carriera, diventando il successore designato alla presidenza e primo ministro per volontà di Boris Eltsin – all'epoca affetto da continui problemi di salute – e della sua famiglia (la cerchia di persone più vicine al trono del Cremlino).

Nonostante il suo salto di carriera, però, Putin era un personaggio anonimo in Russia. La famiglia Eltsin decise allora che una guerra era il modo migliore per far crescere rapidamente la fama del successore alla presidenza che aveva promesso di tutelare il suo patrimonio. Così Putin ha dichiarato guerra alla Cecenia, approfittando della possibilità di farsi conoscere che gli offriva l'attualità: degli attentati a Mosca e a Volgodonsk avevano distrutto diversi edifici, e le bande di Basaev e Khattab stavano attaccando il Dagestan.
Tutto è cominciato così: il controllo dei documenti d'identità nei villaggi ceceni si è trasformato in un'atroce operazione punitiva. I cadaveri sfigurati di persone cadute nelle grinfie dei federali sono diventati una tragedia quotidiana. Molte persone sono scomparse senza lasciare traccia, catturate dai militari. A poco a poco le esecuzioni sommarie e i rapimenti sono diventati il biglietto da visita dell'operazione "antiterrorismo" e delle azioni militari sul territorio ceceno.
Chi ne è al corrente? E chi se ne preoccupa? Sfortunatamente, un numero di persone molto ridotto. Il Cremlino ha tagliato fuori dalla Cecenia senza tanti complimenti tutti i testimoni superflui. In primo luogo ha escluso i rappresentanti delle organizzazioni internazionali, che potevano lavorare nella regione solo sotto lo stretto controllo dei militari, parlando esclusivamente con le persone a cui era permesso di avvicinarsi. In secondo luogo, ha proibito ai mezzi di comunicazione l'accesso alla regione.

I giornalisti dispongono esclusivamente delle informazioni filtrate dal servizio stampa militare ed è proibito verificarle direttamente nei villaggi ceceni. I giornalisti non hanno il diritto di abbandonare le posizioni delle unità di combattimento, e chi lo fa viene espulso dalla Cecenia: è così che giorno dopo giorno è stato tessuto l'inganno informativo. E nessuno ha fatto uno sforzo per sottrarsi a quest'inganno. I mezzi di comunicazione che hanno cercato di offrire un'informazione indipendente hanno chiuso i battenti.
 



 
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SECONDA PARTE

La Cecenia è lo strumento con cui Putin ha conquistato il Cremlino e che lo ha spinto a cercare di soffocare la società civile e la libertà di espressione. Il 99 per cento dei mezzi di comunicazione russi, a causa della manipolazione di Putin sulla questione cecena, trasmettono dalla zona dell'"operazione antiterrorista" solo le informazioni che piacciono al governo centrale. Si tratta di due tipi d'informazioni: il primo riguarda l'eroismo delle unità federali, che eseguono il loro dovere in modo brillante e nel rispetto più totale della legge; il secondo è costituito dalle cronache sulla crudeltà dei ceceni e di chi dovrebbe governarli.
I russi hanno finito per crederci.

E così dalla seconda guerra cecena è nata la nuova Russia del dopo Eltsin, postdemocratica e non sovietica, dove l'importante – come ai tempi del comunismo – non è ciò che succede in realtà, ma come fare il lavaggio del cervello alla gente. Nel caso della Cecenia, il potere ha adottato una tattica tipicamente sovietica: nascondere la verità dietro una montagna di menzogne.

La Russia sta perdendo la capacità di mettere a fuoco i fatti, a volte senza neanche rendersene conto. Nel paese si è imposto il totalitarismo e i cittadini lo hanno accolto con favore, come "l'avvento dell'ordine", prima in Cecenia, poi in tutta la Russia. La morte di persone in guerra è considerata un male necessario: sono vittime giustificate dall'avvento dell'ordine. Volavamo verso l'inferno.

E ci siamo arrivati. Alla fine del 2001 una ragazza di 18 anni si è avvicinata al generale Gadzhiev, comandante militare della regione di Urus-Martan in Cecenia. Il fratello e il marito della giovane erano scomparsi per mano dei federali senza lasciare traccia. Per lei Gadzhiev, che aveva la fama di essere uno dei più crudeli boia della Cecenia e un organizzatore degli squadroni della morte, era il colpevole di quello che era successo ai suoi cari. La ragazza gli si è avvicinata il più possibile e si è fatta saltare in aria.

Aveva addosso una bomba fatta in casa, che aveva preparato da sola. Non era un'estremista religiosa o una fanatica della resistenza. Era semplicemente una cecena che viveva durante la seconda guerra nella regione.
Essere una persona in Cecenia non ha lo stesso significato che in occidente. Una persona in Cecenia è un soggetto biologico privo di qualsiasi diritto e della possibilità di contare sulle strutture dello stato. Perciò una giovane di Urus-Martan, metà vedova e metà sposa, ha deciso di farsi giustizia da sola.

I mezzi di comunicazione russi hanno usato toni patetici per parlare dell'omicidio del generale Gadzhiev: lui era un "eroe caduto", mentre la sua assassina era una "squilibrata" e una "nemica". Ancora una volta la società russa ha preferito chiudere gli occhi davanti alla verità. Putin non ha voluto neanche sentir parlare di una soluzione pacifica in Cecenia, considerandola quasi un'offesa personale. L'Europa – con i suoi leader, il Consiglio europeo, la Nato, il Parlamento europeo – si è lasciata imbrigliare da Putin, e gli ha lasciato fare quello che voleva. Schröder, Blair e Berlusconi hanno dimostrato un grande affetto nei confronti del presidente russo. I ceceni non hanno avuto considerazione da nessuno, e perciò si sono convinti di poter fare affidamento solo su se stessi.
 



 
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TERZA PARTE


Cos'è successo nel resto della Russia? Si è continuato a ignorare l'accaduto. Per essere più esatti, si è preferito ignorarlo. Il colpevole non è stato più solo il Cremlino, che ha continuato la sua politica cieca nel Caucaso settentrionale, ma tutta la società che gli ha dato il suo consenso. Il silenzio, la rinascita del razzismo e gli sforzi assolutamente insufficienti di intellettuali e giornalisti hanno inasprito la radicalizzazione dei ceceni.

Gli intellettuali si sono rassegnati al prolungamento della guerra. Nessuno ha chiamato più le cose con il loro nome: uccisioni le uccisioni, sequestri i sequestri. Ascoltare le vittime della guerra è diventato un atteggiamento poco intellettuale; meglio il silenzio.

Il 23 ottobre 2002, a meno di un anno dalla morte del generale Gadzhiev, un gruppo di combattenti ceceni, accompagnati da alcune donne e decisi a morire per fermare la guerra, è andato a Mosca e ha preso in ostaggio 916 persone, gli spettatori e gli attori del musical Nord-Ost, in scena al teatro Dubrovka di Mosca. Il mondo si è commosso. La Russia è rimasta di ghiaccio. Il potere sembrava paralizzato, e la cosa più umana a cui è riuscito a pensare è stato avvelenare con un'arma chimica segreta tutti quelli che erano nel teatro.

È successo di mattina presto, il 26 ottobre, 57 ore dopo l'inizio del sequestro. I terroristi sono stati sterminati, senza lasciare testimoni che potessero spiegare come avevano fatto ad arrivare fino al centro della capitale. Con loro sono morti per il gas 130 ostaggi.

Questa terribile tragedia ha insegnato qualcosa alla società russa? Sono forse sorti dei dubbi sulla linea politica del Cremlino in Cecenia, che rende praticamente inevitabile lo sviluppo del terrorismo? Se dei dubbi ci sono stati, non sono durati a lungo. A manifestare il loro sdegno sono state solo le famiglie delle vittime del teatro Dubrovka. Con Putin la Russia sta recuperando i peggiori valori sovietici, come il brutale fondamentalismo stalinista. Stalin diceva: "Non si può fare una frittata senza rompere le uova".
 



 
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QUARTA PARTE

Lo stesso metodo è stato adottato in tutta la Russia dopo l'attentato del Nord-Ost. "Qualcuno deve morire", hanno gridato Putin e i politici-burattini alla televisione. Alla fine del 2002 la Russia era cambiata. Il potere ha manipolato le persone e le menzogne hanno smesso di sorprendere la maggioranza. La società civile si è sottomessa e ha scelto il silenzio: ai tempi dell'Unione Sovietica si chiamava emigrazione interna.

La Russia è stata informata che in Cecenia sarebbe cominciato "un processo di regolamentazione politico e pacifico", che si sarebbe concluso con un referendum per l'approvazione di una nuova costituzione ed elezioni per la presidenza della repubblica.

Ma in Cecenia non c'erano cambiamenti sostanziali. Tutto era come prima: retate, mutilazioni, sequestri, torture.
L'unica vera novità in questa situazione è stato Kadyrov, un ulteriore fattore di destabilizzazione. Akmad Kadyrov, ex capo religioso ceceno nonché eterno bandito, aveva dichiarato il jihad contro la Russia e aveva lanciato un appello a uccidere quanti più russi possibile. Poi nel 2000 aveva lasciato il leader ceceno Aslan Maskhadov per passare dalla parte dei federali e giurargli fedeltà, guadagnandosi la nomina a leader dell'amministrazione ad interim della repubblica. L'unica attività di Kadyrov da allora sono state le rappresaglie contro i suoi nemici personali.

Più di una volta ha affermato che il suo ideale di politica era "il 1937", l'anno simbolo delle repressioni staliniane, quando milioni di persone sparirono senza lasciare tracce in campi e prigioni, solo perché erano stati dichiarati "nemici del popolo".
Nel periodo successivo all'attentato di Mosca il Cremlino ha puntato proprio su Kadyrov, una persona che nella stessa Cecenia tutti consideravano un traditore. L'amministrazione del presidente Putin aveva scritto apposta per lui la "nuova costituzione della Repubblica cecena". Una volta pronti gli articoli, la costituzione è stata approvata con un "referendum nazionale" che si è tenuto il 23 marzo del 2003 ed è stato annunciato ufficialmente come "l'ingresso volontario della Cecenia nella Federazione russa"

Adesso la Cecenia ha due costituzioni: quella del 1992 e quella del 2003. Una parte della popolazione segue la prima, un'altra la seconda. Il 5 ottobre 2003, sotto la vigilanza di un contingente militare di 80mila soldati, si sono tenute le "elezioni del primo presidente della repubblica cecena", secondo la dicitura ufficiale. Ovviamente Kadyrov è stato eletto al primo turno con una maggioranza schiacciante. A quell'epoca, grazie all'aiuto della Federazione russa, aveva creato un esercito privato di circa cinquemila soldati. In Cecenia è cominciata una violenta guerra civile , magistralmente complicata dagli intrighi del Cremlino.
 



 
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La donna cecena secondo Anna Politkovskaja in un articolo (sintesi) del 2003 (luglio):


Chi è oggi la donna cecena?
La sua educazione tradizionale è assolutamente ascetica. Il suo dovere è farsi carico di tutto. Non deve parlare delle sue sofferenze personali. La sua virtù è la riservatezza, la capacità di nascondere i sentimenti dentro di sé e non lasciarli mai trapelare, non soltanto in pubblico ma anche in casa, davanti ai parenti maschi, persino i più stretti. Le sue tempeste, quindi, sono interiori. Quanto durerà?

Oltretutto la fedeltà e l'amore della sorella cecena per i fratelli, e tanto più della madre cecena per i figli, sono assoluti, incondizionati, e senza limiti. Poiché la maggioranza delle donne è convinta che con la scomparsa del fratello, del figlio, del marito finisca anche la sua vita è chiaro che a quel punto la forza dei sentimenti esplode come un vulcano.

Il primo e il secondo anno di guerra questi vulcani casalinghi sono rimasti inattivi – le cecene speravano che presto tutto si sarebbe aggiustato, dicevano di contare sui loro uomini, che avrebbero rispettato il loro ruolo tradizionale. Secondo l'educazione maschile cecena, il compito principale di un ragazzo è difendere la donna e la casa, perciò un bambino – a differenza di una bambina – può essere viziato, e gli vengono perdonate molte colpe grazie a una cosa soltanto: la sua disponibilità a difenderle fino alla morte quando è necessario.
Ma non è successo niente di tutto questo. La guerra è continuata. A un certo punto tutta la tradizione è crollata sotto l'urto dello stile di guerra imposto dai federali. E così la donna cecena è arrivata in prima linea. È diventata radicale più rapidamente degli uomini, che sono rimasti dietro di lei, pur convinti di essere sempre un passo avanti. Per di più la donna cecena ha capito che è giunto il momento di esprimere i suoi sentimenti.
Il vulcano ha cominciato a eruttare.
 



 
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Russia: vietata marcia in memoria giornalisti assassinati

MOSCA - L'amministrazione Putin ha vietato una marcia in ricordo dei giornalisti uccisi in programma per domenica prossima in Russia. Lo ha denunciato Igor Iakovenko, leader dell'Unione dei giornalisti russi. "Fascisti, estremisti e nazionalisti possono organizzare marce, mentre noi non abbiamo il diritto di onorare la memoria dei colleghi uccisi", ha detto Iakovenko. Sono 14 i giornalisti che dal 2000 hanno pagato con la vita le loro denunce e critiche al governo e agli oligarchi russi. Il 7 ottobre scorso e' stata uccisa Anna Politkovskaya, che aveva denunciato le atrocita' commesse dalle truppe di Mosca in Cecenia.


Fonte: Corriere della sera (Italia)
 



 
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Ecco una scheda su Anna Politkovskaja tanto per rinfrescare un po' la memoria    :


Anna Politkovskaja nasce il 30 aprile 1958 con il nome di Anna Mazepa a New York, figlia di due diplomatici ucraini di stanza presso l'ONU. Studia giornalismo all'Università di Mosca, dove si laurea nel 1980.
La sua carriera inizia al famoso giornale moscovita Izvestia e prosegue, nel periodo della Perestrojka, con collaborazioni con quotidiani, radio e TV libere. Nel 1998, si reca per la prima volta in Cecenia come inviata della Obshchaya Gazeta per intervistare Aslan Mashkadov, all'epoca neo-eletto Presidente di Cecenia.
A partire dal giugno 1999 fino alla fine dei suoi giorni, lavora per la Novaya Gazeta. Nello stesso periodo, pubblica alcuni libri fortemente critici su Vladimir Putin, sulla conduzione della guerra in Cecenia, Daghestan ed Inguscezia. Spesso per il suo impegno viene minacciata di morte.
Nel 2001, la Politkovskaja è costretta a fuggire a Vienna in seguito a ripetute minacce ricevute via e-mail da Sergei Lapin, un ufficiale dell'OMON (la polizia cecena) da lei accusato di crimini contro la popolazione civile in Cecenia. Lapin viene arrestato per un breve periodo e poi rilasciato nel 2002. Il processo riprende nel 2003 per concludersi, dopo numerose interruzioni, nel 2005 con una condanna per l'ex-poliziotto per abusi e maltrattamenti aggravati su un civile ceceno e per falsificazione di documenti.
Proprio in Cecenia la Politkovskaja si reca molto spesso, sostenendo le famiglie delle vittime civili, visitando ospedali e campi profughi, intervistando sia militari russi che civili ceceni. Nelle sue pubblicazioni, non risparmia critiche violente sull'operato delle forze russe in Cecenia, sui numerosi e documentati abusi commessi sulla popolazione civile e sui silenzi e le presunte connivenze degli ultimi due Primi Ministri ceceni, Ahmad Kadyrov e suo figlio Ramzan, entrambi sostenuti da Mosca.
La Politkovskaja gode anche di notevole considerazione negli ambienti ceceni: il suo nome è spesso apparso fra i "negoziatori privilegiati" dalla guerriglia, così come appare fra le personalità impegnate a condurre le trattative durante la crisi del Teatro Dubrovka.
Nel 2003 pubblica il suo terzo libro, A Small Corner of Hell: Dispatches From Chechnya (tradotto in Italia con il titolo Cecenia, il disonore russo), in cui denuncia la guerra brutale in corso in Cecenia, in cui migliaia di cittadini innocenti sono torturati, rapiti o uccisi dalle autorità federali russe o dalle forze cecene. Durante la stesura del libro, la Politkovskaja si è avvalsa delle testimonianze anche di militari russi e della protezione di alcuni ufficiali durante i mesi più duri della guerra.
Nel settembre 2004, mentre si sta recando a Beslan durante la crisi degli ostaggi, viene improvvisamente colpita da un malore e perde conoscenza. L'aereo è costretto a tornare indietro per permettere un suo immediato ricovero. Si suppone un tentativo di avvelenamento, ma la dinamica dell'accaduto non verrà mai chiarita del tutto.
Anna Politkovskaja viene ritrovata morta il 7 ottobre 2006 nell'ascensore del suo palazzo a Mosca. La polizia rinviene una pistola Makarov PM e quattro bossoli accanto al cadavere. Uno dei proiettili ha colpito la giornalista alla testa. La prima pista seguita è quella dell'omicidio premeditato ed operato da un killer a contratto. Il mandante è ancora oggi sconosciuto.
L'8 ottobre, la polizia russa sequestra il computer della Politkovskaja e tutto il materiale dell'inchiesta che la giornalista stava compiendo. Il 9 ottobre, l'editore della Novaya Gazeta Dmitry Muratov afferma che la Politkovskaja stava per pubblicare, proprio il giorno in cui è stata uccisa, un lungo articolo sulle torture commesse dalle forze di sicurezza cecene legate al Primo Ministro Ramzan Kadyrov (chiamate dispregiativamente kadiroviti). Muratov aggiunge che mancano anche due fotografie all'appello. Gli appunti non ancora sequestrati vengono pubblicati il 9 ottobre stesso, sulla Novaya Gazeta.
I funerali si svolgono il 10 ottobre presso il cimitero Troyekurovsky di Mosca. Più di mille persone - fra cui i colleghi e semplici ammiratori della giornalista - partecipano alla cerimonia funebre. Nessun rappresentante del Governo russo però vi partecipa.
 



 
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Reporter Senza Frontiere ha consegnato i premi annuali per il giornalismo indipendente. Ieri l’organizzazione parigina, in collaborazione con la fondazione privata Fondation de France, ha premiato come ogni anno un giornalista, un servizio d’informazione, un difensore della libertà di stampa e un “cyber-dissidente”.

Ogni premiato ha ricevuto 2.190 euro. Il vincitore nella categoria giornalisti è il 76enne U Win Tin del Myanmar (Birmania). In carcere dal 1989, U Win Tin è il più anziano prigioniero politico in Birmania. Per la categoria media, il premio è andato al giornale russo Novaya Gazeta, la cui redattrice Anna Politkovskaya è stata uccisa lo scorso 7 ottobre. Al bisettimanale è stato riconosciuto il “costante impegno nel giornalismo investigativo e la puntuale denuncia nei confronti della corruzione dell’amministrazione russa”. Journalists in Danger (Giornalisti in pericolo), un’associazione di reporter del Congo, ha ricevuto il premio per la sua battaglia in nome della libertà di stampa in Africa. Il premio al “cyber-dissidente” è andato a Guillermo Farinas Hernandez, direttore dell’agenzia di stampa indipendente Cubanacan Press.
 



 
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Articolo scritto dalla giornalista Sabina Morandi alcuni mesi prima della morte di Anna Politkovskaja (prima delle due parti):


Che il presidente russo abbia la mano pesante con i giornalisti non è una novità. Dopo la crisi del teatro di Mosca caddero molte teste. Alcuni, come il direttore generale della Ntv Boris Jordan, vennero licenziati pochi minuti dopo la messa in onda di un servizio critico nei confronti del governo. Altri canali indipendenti, come Tvs, furono semplicemente chiusi, ufficialmente per motivi di bilancio.
Capita l'antifona, in occasione dell'assedio di Beslan le televisioni di stato sono state decisamente più "maneggevoli": Rossia Tv e Canale Uno hanno dedicato brevi servizi all'assedio in corso senza alterare la programmazione. Così, mentre il massacro era in pieno svolgimento, soltanto chi aveva un collegamento satellitare con Bbc o Cnn poteva avere qualche informazione su quanto stava accadendo in Ossezia. Alla maggior parte dei cittadini russi non restava invece che scegliere fra la commedia "Donne in amore" trasmessa da Rossia TV o la spy story "Cappella Rossa" del Canale Uno.

Una volta messo il bavaglio alle televisioni le autorità russe si sono potute occupare dei pochi giornalisti indipendenti rimasti in circolazione. Il direttore dell'Izvestia è stato improvvisamente rimosso dall'incarico mentre il giornalista radiofonico Andrei Babitsky è stato bloccato all'aeroporto di Vnukuvo dove prima è stato perquisito e poi arrestato per resistenza a pubblico ufficiale: cinque giorni in cella sono stati sufficienti per tenerlo lontano dallo scenario del massacro.
Il caso più inquietante riguarda un'altra giornalista, Anna Politkovskaya che era riuscita a salire su di un volo diretto a Rostov. Poco dopo il decollo è stata colta da un malore e, una volta atterrata, è stata subito ricoverata. I medici non hanno dubbi: avvelenamento.

Anna Politkovskaya aveva raggiunto la notorietà internazionale nell'ottobre del 2002 quando, insieme al corrispondente del Sunday Times era entrata nel teatro assediato dai terroristi e li aveva convinti a liberare alcuni ostaggi in cambio di acqua e viveri. I ceceni però la conoscevano già, tanto e vero che l'avevano inserita nell'elenco delle persone con cui erano disposti a trattare.
  
La giornalista della Novaya Gazeta, infatti, aveva condotto alcune approfondite inchieste sulla violazione dei diritti umani nel conflitto ceceno, inchieste poi raccolte in un libro dall'eloquente titolo Cecenia disonore russo, pubblicato in Italia da Fandango. Una voce isolata che è risuonata forte e chiara nel vuoto spinto che circonda la sporca guerra cecena nel panorama mediatico russo.
 



 
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Seconda e ultima parte:

La Politkovskaya non aveva fatto sconti a nessuno. Aveva denunciato il regime di terrore con cui i miliziani tenevano in pugno la popolazione civile così come quello praticato dall'esercito russo a colpi di esecuzioni sommarie, torture, stupri e campi di concentramento. Reportage ricchi e documentati che le sono valsi un premio giornalistico all'estero e due arresti in patria.
Nel corso di un'inchiesta sull'esecuzione di sei civili ceceni, la giornalista era sparita nel nulla, sequestrata presumibilmente dall'intelligence russa e fortunatamente senza conseguenze. Il tentato avvelenamento che ha tenuto la scomoda giornalista lontana dagli eventi di Beslan è insomma solo l'ultimo episodio di questo genere.
  
Nessun occhio critico, dunque, nessun testimone scomodo. E non c'è nessuno scomodo quanto Anna Politkovskaya le cui inchieste rischiano di insinuare seri dubbi sulla tesi del coinvolgimento degli arabi enfatizzata da Putin proprio perché si concentrano, al contrario, sul ruolo dei militari di Mosca nell'alimentare il conflitto.  
Negli ultimi mesi, infatti, la giornalista si è recata spesso in Abkhazia e in Sud Ossezia perché stava indagando proprio sul coinvolgimento delle forze armate russe nel fomentare i separatisti in Georgia, un coinvolgimento che mette d'accordo gli interessi strategici superiori di Putin e il mero interesse personale degli ufficiali della 58esima armata di stanza in Cecenia che si arricchiscono con il contrabbando di ogni sorta di articoli, dall'alcol alla droga, dalla benzina alle armi
E non si tratta di armi di poco conto. Attraverso le permeabili frontiere del Caucaso circolano armamenti modernissimi, granate anti-tank e missili terra aria, un arsenale che, inevitabilmente, attraverso il circolo vizioso del contrabbando, finisce nelle mani della guerriglia cecena. Nella regione il Cremlino sta infatti conducendo un gioco molto pericoloso. Da una parte si presenta come garante dell'ordine e della sovranità nazionale mentre dall'altra alimenta secessioni locali nella speranza di annettersi porzioni consistenti delle ricche regioni petrolifere. Dopo che il nuovo governo filo-americano della Georgia ha deciso di dare una stretta al contrabbando che alimentava i ribelli, centinaia di "volontari" - come li ha definiti la televisione di stato russa - si sono riversati nel paese dall'Abkhazia, altro luogo nel quale l'esercito russo - in questo caso la 14esima armata - ha dato attivo supporto ai separatisti che, nel 1992, organizzarono una vera e propria pulizia etnica contro la minoranza georgiana.
  
Mosca ha quindi tutto l'interesse a tenere il Caucaso in uno stato di crisi permanente, come dimostra il fermo rifiuto opposto all'ispezione di funzionari dell'Osce, l'Organizzazione europea per la cooperazione e la sicurezza, e come documentato, appunto, dalle inchieste della Politkovskaya.
 



 
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Articolo (frammento) di Anna Politkovskaya datato settembre 2004 ( prima delle due parti):


Dove sono i famigerati "leader dei terroristi ceceni"? Forse si nascondono con bin Laden. Comunque sono vivi, e a quanto pare non si danno per vinti. Per questo è evidente che la sanguinosa politica del Cremlino, basata sulle menzogne e controproducente per il paese, è stata miope, insensata e ha puntato su soluzioni a breve termine. E questo sia che la si chiami politica (pensata per conservare il potere a tutti i costi) o gioco mortale di Putin (il cui risultato è stato imbrogliare definitivamente le carte in tavola).

Adesso la Cecenia è un labirinto pieno di sangue. Il 5 ottobre si sono tenute le elezioni per scegliere il "primo presidente"; ma la Cecenia ne aveva scelto uno almeno altre due volte prima del 5 ottobre. Visti i risultati, i giovani del paese, in mancanza di alternative, sono andati ancora una volta a combattere con i gruppi della resistenza. Adesso li chiamano "la quinta colonna del 5 ottobre": quelli che sono andati sulle montagne in segno di protesta contro delle elezioni truccate e contro l'arrivo al potere di un personaggio come Kadyrov, bugiardo, sanguinario e mediocre (Akmad Kadyrov è morto in un attentato a Grozny il 9 maggio 2004).

Ecco cosa abbiamo ottenuto con Putin. Che cos'è cambiato nel territorio dell'"operazione antiterrorista"? In concreto, niente. L'economia è a zero, ci sono migliaia di rifugiati, le strutture sociali sono inesistenti. Se c'è qualcuno che lavora per rendere più tollerabile la vita dei ceceni, sono le organizzazioni umanitarie internazionali che riescono a superare l'opposizione del potere. L'Fsb ha annunciato ufficialmente alla fine del 2003 che prima del nuovo anno avrebbe verificato minuziosamente le attività di queste organizzazioni, perché sospettava che molti rappresentanti internazionali facessero attività di spionaggio. Le torture non sono finite; tutto è rimasto uguale.

Zeinap, del villaggio di Komsomol, a volte dava da mangiare ai combattenti. Non perché li idolatrasse, ma perché è la cosa giusta da fare in un paese caucasico: dare da mangiare a chi bussa alla tua porta chiedendoti del pane. Alla fine ha pagato per il suo gesto. L'hanno portata in un internato nella regione di Urus-Martan. In quell'edificio si trovava la residenza del generale Gadzhiev. Oggi è occupato dalla direzione regionale dell'Fsb dell'Urus-Martan, una delle più feroci in Cecenia. È la base di uno degli squadroni della morte che si trovano sul territorio della repubblica.

"Ho passato due giorni nell'internato", racconta Zeinap. "Sono stati dei russi a torturarmi, non dei ceceni. Ma i ceceni guardavano e ascoltavano. Erano uomini di Kadyrov. Quando mi hanno portato nell'internato, mi hanno detto che ero responsabile dell'assassinio di quattro poliziotti nel villaggio di Komsomol. Mi hanno detto che mi bastava segnalare una persona qualsiasi con il dito, se volevo liberarmi. All'inizio mi hanno torturato con la corrente elettrica. Mi hanno tappato la bocca con il nastro adesivo; con delle corde, forse fili di ferro o cavi elettrici, mi hanno legato per le dita e mi hanno tenuto in piedi.
 



 
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Seconda e ultima parte :



Quando hanno dato la corrente, mi è sembrato che mi tagliassero le dita. Poi mi hanno fatto sedere su una sedia e mi hanno legato le mani e le gambe in modo molto stretto. Le scosse elettriche mi facevano tremare da capo a piedi, come se facessi dei piccoli salti. Ma non potevo muovermi, perché ero legata. Ho perso conoscenza per il dolore, mi hanno fatto riprendere dandomi dell'acqua. Poi mi hanno dato dei calci con degli stivali pesanti, nello stomaco e nelle reni. Non mi lasciavano riposare o dormire. Credo che si dessero il cambio per torturarmi. Poi mi hanno spogliato e mi hanno stuprato. Mi hanno violentato a lungo, con delle bottiglie, davanti e dietro".

Zeinap è sopravvissuta per miracolo, solo perché a un certo punto è diventata necessaria: avevano deciso di processarla, perché era cominciata la lotta contro le terroriste suicide e il potere voleva una condanna esemplare. Zeinap è stata accusata di avere delle armi in casa. Il processo era presieduto dal giudice del tribunale di un comune di Urus-Martan, Yandarov. L'avvocato assegnato dall'Fsb ha consigliato alla donna di dichiararsi colpevole, "altrimenti sarà anche peggio". Il testo della sentenza sembra un capitolo di un romanzo fantasy o un giallo; ma non ha nessun legame con il diritto, visto che è impossibile emettere una sentenza senza neanche una prova.

"L'imputata ha ricevuto da una donna non identificata una valigia con dei manuali per la trasmissione d'informazioni, due videocassette con la registrazione di riunioni di leader di gruppi armati illegali e due batterie per la radio. Da un membro non identificato di una formazione armata illegale chiamata Islam ha ricevuto una granata F-1, che teneva in casa nascosta in una cassa di patate. L'imputata ha riconosciuto appieno la sua colpevolezza".

Zeinap ha 35 anni. L'hanno condannata a quattro anni. Ci siamo conosciute per caso, e adesso quando ci vediamo parliamo del futuro della Cecenia. Zeinap non vede vie d'uscita per la Cecenia, e neanche per lei. "Mi sparerei, se avessi un'arma. Mi sparerei anche adesso", dice, con lo sguardo invecchiato di colpo.

La campagna della Russia in Caucaso nel ventunesimo secolo è diventata ancora una volta un conflitto cronico, che non offre prospettive. Adesso non si parla neanche più di accordi di pace o di altro tipo. È tutto fermo. Maskhadov sta perdendo l'appoggio dei suoi sostenitori; il radicale Basaev guadagna consensi, soprattutto tra i giovani. La corruzione dei militari non lascia speranze per un ritiro delle truppe. La Russia sta per precipitare in un abisso, scavato da Putin e dalla sua miopia politica.
 



 
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ROMA - Il Consiglio superiore della magistratura giudica negativamente il disegno di legge sulle intercettazioni, varato dal Consiglio dei ministri ad agosto e ora al vaglio della commissione Giustizia di Montecitorio. Secondo il Csm il Ddl limita le indagini e la liberta' di stampa. L'intento del provvedimento "non ha alcun nesso logico con il tema del rafforzamento del segreto degli atti di indagine e con la repressione delle violazioni di esso", mentre puo' "incidere negativamente sull'efficacia delle indagini, limitando il tempo di svolgimento legittimo delle intercettazioni a una durata troppo breve per consentire l'accertamento di molti reati", scrivono i relatori Vincenzo Siniscalchi (Ds), Antonio Patrono (Mi) e Fabio Roia (Unicost). Inoltre "una parte significativa della fase delle indagini preliminari - rileva la Commissione - risulterebbe sottoposta ad un regime di indifferenziato divieto di pubblicazione degli atti 'anche per riassunto' (ed anche nel 'contenuto' con riferimento alle intercettazioni) con evidente compressione dei valori riconducibili all'articolo 21 della Costituzione"

Fonte : Corriere della Sera (Italia)
 



 
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